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#Donnenelmondo del 10 giugno 2016

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Ascolta la puntata.

Pensate alle parole con cui è stata raccontata sui giornali la morte di Sara Di Pierantonio, la ragazza di 22 anni uccisa e bruciata da un uomo che invece che affrontare i suoi problemi culturali, sociali, antropologici, mentali non ha trovato di meglio da fare che uccidere la donna che si era sottratta al suo possesso. Provate un po’ a visualizzare quegli articoli – lo so, è già complicato, dato che l’enormità della vicenda è già scomparsa dai nostri giornali. Ma nei pezzi dei giorni immediatamente successivi al femminicidio di Sara troverete la descrizione della vittima. Quello che ha fatto, quello che non ha fatto, come non si sia sottratta al suo “destino” (virgolette), come persino la geolocalizzazione del suo smartphone abbia contribuito alla sua morte. Un’impostazione che, per molti, fa parte del problema. L’analisi grammaticale dell’azione della donna, la necessità di difenderla e di difendersi, che fagocita l’attenzione delle azioni del violento e di come sia arrivato ad agire come ha agito. Non è un tema solo italiano, anzi. Andiamo in Australia, dove – si legge su The Conversation – “fino a poco tempo, la violenza domestica contro donne e bambini era invisibile al pubblico. Oggi invece ampia è la copertura mediatica, ma uno studio australiano – uno dei più grandi del suo genere – sottolinea come in questa copertura, gli autori delle violenze restino ancora sostanzialmente “invisibili”. Il termine “autore invisibile” si riferisce al modo in cui quasi il 60% delle notizie di stampa su un fatto violento non fornisca praticamente alcuna informazione sull’autore di quella violenza. Il termine deriva dal nuovo studio, uno dei più grandi del suo genere, qui o all’estero. La violenza contro le donne, si legge nello studio, è commessa da un’altra persona, di solito un uomo, di solito un uomo che una donna conosce, eppure quella violenza viene spesso riportata come se l’altra persona – fidanzato, marito, compagno – non esistesse. Si fa l’esempio di un titolo del Daily Telegraph: “Un’ascia fa a pezzi una famiglia”. E chi l’ha usata l’ascia per ammazzare Tara? (Fermo restando il garantismo e la correttezza di quanto riportato, si badi). E anche quando gli autori vengono citati, spiega ancora lo studio, i giornalisti tendono ad usare – consapevolmente o meno – una costruzione passiva delle frasi, oscurando o elidendo chi ha perpetrato la violenza e con quale grado di intenti. Insomma: di recente quantità e qualità della copertura mediatica della violenza contro donne e bambini sono migliorate, ma resta un notevole margine di lavoro da fare.

Andiamo in Brasile, dove nei giorni scorsi si è tenuta una manifestazione contro la violenza sulle donne a Copacabana, a Rio de Janeiro. Sulla spiaggia sono state lasciate 420 paia di slip: si tratta del numero delle donne che subiscono violenza nel paese ogni 72 ore. A fine maggio – ricorda Huffington Post – le immagini di una ragazza di 16 anni violentata da più di 30 uomini in una favela di Rio hanno avuto ampia diffusione sui social media, acuendo il dibattito su sessismo e violenza in Brasile. Hashtag come #EstuproNuncaMais (“Mai più uno stupro”) e #EstuproNaoTemJustificativa (“Lo stupro non può essere giustificato”) si sono rapidamente diffusi su Twitter. Nel 2014 sono stati registrati in Brasile 50mila stupri, ma gli esperti ritengono che i numeri descrivano solo grossolanamente la situazione. Secondo l’Istituto brasiliano di ricerca economica applicata , nel Paese avverrebbero fino a 500mila casi di violenza sessuale ogni anno.

Ne abbiamo parlato una settimana fa nel notiziario di Radio Bullets: la proposta di legge del Consiglio dell’ideologia islamica del Pakistan, un organo consultivo, per legalizzare la violenza domestica autorizzando le botte “leggere” alle mogli. Proposta che vede come risposta la protesta su Twitter. Violenza “in forma lieve” – hanno scritto gli integralisti musulmani nella loro proposta di 163 pagine – laddove, si legge su IoDonna, le donne si rifiutano di fare sesso, lavarsi dopo avere avuto rapporti e durante le mestruazioni, oppure anche solo se non indossano quello che desidera il marito. L’hashtag è #TryBeatingMeLightly (“Prova a picchiarmi in forma lieve”, e a farlo circolare sono i ritratti, in bianco e nero, del fotografo Fahhad Rajper. Ritratti di donne pachistane che hanno preso posizione contro la proposta di legge. Tweet come: “Prova a picchiarmi in modo leggero e vedrai che ti avvelenerò… con leggerezza!”. E ancora: “Sono il sole, toccami e ti brucerai come se fossi finito all’inferno. Sono la luce, proverai a fermarmi ma non ci riuscirai. Non potrai contenere la mia energia. Sono il tipo di donna da cui prendono il nome i tifoni. Ti sfido”. L’esperta di marketing digitale Shamilah Rashid scrive: “Prova a picchiarmi in modo leggero e farò in modo che sia l’ultima cosa che farai nella tua vita patetica”. E aggiunge: “Non voglio che le ragazze crescano pensando che se un uomo ti picchia allora vuol dire che ti ama. E che un giorno il suo comportamento migliorerà: no, la violenza di genere è inaccettabile. Sempre”. Il Pakistan, si legge su IoDonna, resta uno dei paesi dove la violenza di genere è pervasiva. Almeno 4.308 i casi di violenza denunciati da donne e ragazze nei primi sei mesi dell’anno.
La polizia della città pakistana di Lahore ha arrestato una donna sospettata di aver ucciso sua figlia per essersi sposata senza il consenso della famiglia. Lo riporta la BBC. La polizia dice che il corpo di Zeenat Rafiq mostra segni di torture. È stata cosparsa di benzina e data alle fiamme. È il terzo caso del genere in un mese in Pakistan, dove sono comuni gli attacchi contro le donne che vanno contro le regole conservatrici su amore e matrimonio. La scorsa settimana – ne abbiamo parlato – una giovane insegnante, Maria Sadaqat, è morta dopo che le avevano dato fuoco a Murree vicino a Islamabad per aver rifiutato una proposta di matrimonio.

Avete presente la locandina del prossimo film di “X-Men: Apocalypse”? È uscita la scorsa settimana, ne parla il Guardian: “Quando è uscito”, scrive Laura Bates, “è apparso chiaro che chi che aveva dato il via libera a quella pubblicità non era riuscito a notare qualcosa che sembra assolutamente ovvio a molti che lo guardano. Il manifesto raffigura palesemente la violenza contro le donne drammatizzata”. È la scena in cui Mystique (interpretata da Jennifer Lawrence) viene strangolata da Apocalypse (interpretato da Oscar Isaac), e lo slogan è: “Solo i forti sopravvivranno”. “C’è un grave problema quando uomini e donne alla 20th Century Fox pensano che la violenza casuale contro le donne possa essere il modo di commercializzare un film”, dice l’attrice Rose McGowan. Certo, è una scena del film ma “nella pubblicità non viene dato alcun contesto” e alla fine si tratta di una donna strangolata. Il fatto che nessuno l’abbia rimarcato è francamente stupido e offensivo”. Hollywood, si legge ancora sul Guardian, ha una lunga e frustrante storia di utilizzo di sessismo per vendere film. Su Tumblr c’è una pagina, The Headless women of Hollywood, Le donne senza cervello di Hollywood, che raccoglie esempi indicativi. La 20th Century Fox ha risposto alle critiche con una nota: “Non ci siamo accorti subito della connotazione sconvolgente di questa immagine in forma stampata”, aggiungendo che mai “perdonerebbe la violenza contro le donne”. Ma il fatto che non ci abbiano visto da soli alcun problema, si legge sul Guardian, la dice lunga.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Tongam Rina Una giornalista che non viene messa a tacere neppure dai proiettili – se n’è beccata una nel luglio 2012 nello stomaco, proiettile che le ha sfiorato il midollo spinale. Un uomo armato l’ha aspettata insieme a dei complici all’ingresso dell’Arunachal Times a Itanagar, capitale dello stato indiano di Arunachal Pradesh. Quasi 2 anni più tardi, il presunto autore dell’attentato è stato arrestato e successivamente rilasciato. Lei continua la sua lotta alla corruzione endemica e contro i 150 progetti di dighe in cantiere nella regione di confine.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 febbraio 2016

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Roosh V e i raduni neomaschilisti annullati per “questioni di sicurezza”. Una donna poliziotta a capo del dipartimento contro la violenza su donne e bambini a Istanbul. One Billion Rising, appuntamento al 14 febbraio. La visita di Papa Francesco in Messico e l’appello di Amnesty International per i diritti umani. Australia, le nuove tecnologie arma contro le donne? Migrazione e questioni di genere, la sfida del femminismo. Milka Tadic Mijovic, dal Montenegro l’eroina dell’informazione di Reporter senza Frontiere di questa settimana.

Ascolta la puntata.

Le avventure di Dariush Valizadeh, meglio noto come Roosh V. Ne abbiamo parlato la settimana scorsa: il gruppo online “neomaschilista” che fa riferimento al 36enne del Maryland, sedicente artista e scrittore antifemminista e i cui sostenitori credono che lo stupro dovrebbe essere legalizzato se “consumato” nella proprietà privata, si sarebbe dovuto riunire per la prima volta off line, il 6 febbraio, con incontri in tutto il mondo, Roma compresa. I meeting sono stati annullati con un post sul blog del movimento “Return of Kings”, il Ritorno dei Re, dopo che in Rete si è scatenato l’inferno, tra sostenitori dei diritti delle donne, membri di Anonymous e anche club di boxe femminile a Toronto che hanno iniziato rapidamente ad organizzare delle contro-proteste. “La polizia era in allerta”, si legge su Vox.com. “Decine di migliaia di persone nel Regno Unito, in Scozia e in Australia hanno firmato petizioni per mantenere Roosh e i suo discorsi misogini fuori dai loro Paesi. Roosh ha annunciato che avrebbe annullato i suoi eventi, perché non poteva “più garantire la sicurezza o la privacy degli uomini”. Anonymous l’ha, come si dice in gergo, “ doxed” , ovvero ha cercato, trovato e pubblicato in Rete informazioni su Roosh, compreso il suo indirizzo di casa. E lui ha tenuto una conferenza stampa a Washington incolpando le “bugie” dei media per tutto quello che stava accadendo. Ha negato anche di approvare lo stupro, spiegando che la proposta di legalizzarlo altro non è che satira, e ha definito gli incontri solo un modo per costruire solidarietà contro ciò che definiscono l’oppressione femminista. Incontri o meno, nel tempo è stato il contenuto delle proposte veicolate attraverso il sito Return of Kings ad essere al centro delle polemiche. Roosh, si legge ancora su Vox.com, promuove alcune idee nocive che disumanizzano le donne e che contribuiscono alla cultura dello stupro, e la resistenza dimostrata da parte del pubblico a questo tipo di idee è parte fondamentale della lotta per i diritti delle donne. Allo stesso tempo, però, lo stesso Roosh è probabilmente meno potente e meno pericoloso di quanto si pensi – e questo incidente potrebbe essere stato in realtà una trovata per far parlare di sé e ottenere più seguaci. Daryush Valizadeh è figlio di immigrati armeni e iraniani. Secondo il Daily Mail vive con la madre a Silver Spring, nel Maryland. Lui nega, e dice che vive “da qualche parte in Europa”. Si è auto-pubblicato 15 libri, molti dei quali sono guide per il sesso in diversi Paesi del mondo. Consiglia il Brasile, perché lì in genere “le ragazze sono più belle e più facili delle americane – almeno il 50% in più”. Non andate in Danimarca, avverte, perché i suoi robusti programmi di assicurazione sociale rendono le donne troppo indipendenti dagli uomini per essere facilmente sedotte. Chiama la sua “filosofia” “neomaschilismo” e ritiene che le donne non siano in grado di regolare il proprio comportamento o prendere decisioni e che debbano essere controllate dagli uomini. Misogino e omofobo, Roosh dice anche che “il valore di una donna dipende in modo significativo dalla sua fertilità e dalla bellezza”, mentre il femminismo e la modernità hanno portato alla rovina della società occidentale e all’oppressione degli uomini. Il suo sito web, Il Ritorno del Re, ha in home page un dal titolo “9 segreti sulla natura femminile rivelati da una ragazza hot che sta morendo di cancro”. Nel pezzo tale Bob Smith racconta delle rivelazioni che gli avrebbe fatto questa molto bionda e molto hot trentenne allo stadio terminale del suo tumore che, data la morte imminente, avrebbe deciso di rivelare cosa siano davvero le donne. Ecco i segreti in questione: le donne sono come i bambini; le donne falsificano praticamente tutto; se una donna ti dice “se non c’è la fiducia, non c’è nulla” in sostanza ti sta tradendo o sta pensando di farlo; le donne sono molto più eccitate e insaziabili degli uomini (e, spoiler, fanno sesso con i cani, ecco perché hanno tutte cani maschi, o ancora, spoiler, sono “ recipienti per il cazzo”, così biologicamente progettate, e nulla le fa sentire meglio di essere “riempite” con più peni); le donne non hanno amiche, solo competizione femminile; le donne mentono sempre sul numero di partner sessuali che hanno avuto; tutte le donne non si piacciono; le donne vogliono sempre quello che non possono avere (cfr. il fidanzato dell’amica); tutte le donne sono masochiste. Sulla questione dello stupro, infine. Nel pezzo definito di “satira”, il ragionamento di Roosh era: se lo stupro fosse legale nella proprietà privata, allora le donne ci penserebbero bene prima di andare a casa di qualcuno. Peccato che 4 stupri su cinque avvengano per mano del partner o dell’ex, preferibilmente in una casa.

Una donna poliziotta a capo del nuovo dipartimento della Polizia di Istanbul specializzato nella violenza domestica contro donne e bambini: è Kiymet Bilir Degerli, 39 anni. La Turchia ha creato nuovi uffici di polizia in tutte le 81 province del Paese per combattere la violenza domestica che coinvolge donne e bambini: il provvedimento fa parte delle strategie del ministero della Famiglia e delle Politiche Sociali e del ministero degli Interni per affrontare il problema. Gli agenti di polizia che lavorano presso questi uffici si occuperanno di portare le donne che hanno subito violenza in spazi speciali che permettano loro di avere tranquillità, comunicando alle donne tutti i loro diritti e coordinando le successive azioni di supporto psicologico, provvedendo anche, in caso di necessità, alla sicurezza personale delle donne. “La vittima dovrebbe rivolgersi alla polizia. Otterrà il supporto sociale e psicologico che si aspetta”, spiega Degerli. Le donne dovrebbero collaborare con gli agenti, aggiunge, criticando la mentalità mediatica generalizzata che sostanzialmente giustifica la violenza di genere. “I bambini sono i soggetti più colpiti dalla violenza. E la violenza, così, si ‘normalizza’ nelle loro menti” anche a causa di quanto mostrato nelle trasmissioni televisive. Degerli ha invitato a unirsi alle attività dei nuovi dipartimenti anche tutti i volontari che vorranno prendere parte alla lotta alla violenza domestica, anche a causa del fatto che il numero di agenti impegnati resta basso: 300, soprattutto donne, ma il numero potrebbe essere aumentato a seconda delle esigenze locali. “Abbiamo bisogno di volontari per aiutarci: terapeuti, sociologi e traduttori simultanei”, spiega.

Secondo le Nazioni Unite 1 donna su 3 nel mondo – per un totale di un miliardo di ragazze e donne (su una popolazione di 7 miliardi di persone) – verranno picchiate o stuprate nel corso della loro vita. Per il quarto anno consecutivo, attiviste e attivisti di One Billion Rising stanno progettando in tutto il mondo eventi, performance artistiche, tavole rotonde, conferenze stampa, film, articoli, incontri in occasione del 14 febbraio. La campagna quest’anno vedrà aumentare le azioni collettive in tutto il mondo per amplificare la richiesta di cambiamenti “di sistema” per porre fine alla violenza contro le donne e le ragazze. “Abbiamo ballato, abbiamo chiesto giustizia, abbiamo preteso cambiamenti”, spiega Monique Wilson, direttrice globale di One Billion Rising. “Quest’anno stiamo radicalizzando le nostre azioni – stiamo ampliando la rivoluzione. Dobbiamo continuare a smuovere le coscienze ed essere più coraggiosi, audaci, creativi e determinati”. La campagna quest’anno si concentra in particolare sulle donne e le ragazze emarginate. “Stiamo evolvendo la nostra lotta contro la violenza nei confronti delle donne, sapendo che se non mettiamo gli emarginati al comando, se non contrastiamo imperialismo, guerra, cambiamento climatico, razzismo, patriarcato, disuguaglianza economica, e se non lottiamo per i diritti dei lavoratori, non riusciremo mai a porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, aggiunge Eve Ensler, fondatrice di OBR e autrice dei Monologhi della Vagina.

Le tecnologie come nuovo strumento per fare stalking, minacciare e molestare le donne: è il contenuto di un intervento al Parlamento australiano del laburista Tim Watts. Un abuso, sottolinea, spesso perpetrato anche in questo caso tra le mura di casa. E ci sono declinazioni – la “vendetta pornografica”, ad esempio – a cui le leggi spesso non sono in grado di rispondere in maniera efficace. In alcuni casi, le immagini sessuali private ​vengono utilizzate come strumento per controllare le donne in relazioni già violente, o come ricatto per costringerle a sottostare ad abusi di natura sessuale. Da uno studio in cui sono stati intervistati 3.000 adulti australiani di età compresa tra i 18 e i 54 anni – è emerso che le minacce, le molestie sessuali e la condivisione non consensuale di immagini di nudo sono estremamente comuni. Non è la tecnologia a mettere in pericolo le donne: sono le persone che la usano. Che sono, ancora una volta – come per le aggressioni in strada, le violenze sessuali, gli abusi dei partner – uomini.

Alla vigilia della visita di stato di Papa Francesco in Messico, prevista tra il 12 e il 18 febbraio, Amnesty International dichiara in una nota che il paese sta affrontando una crisi dei diritti umani di dimensioni epidemiche, di cui sparizioni, torture e brutali omicidi costituiscono il tratto dominante. “Non appena arriverà a Città del Messico, papa Francesco si troverà faccia a faccia con una delle più preoccupanti crisi dei diritti umani dell’intero continente americano”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International. “Dalle decine di migliaia di persone scomparse al massiccio uso della tortura, dal crescente numero di uccisioni di donne alla profonda incapacità di svolgere indagini, le violazioni dei diritti umani sono diventate un fatto abituale in Messico”. “Sollecitiamo papa Francesco a usare la sua grande influenza per convincere il presidente Peña Nieto a prendere sul serio questa terribile crisi dei diritti umani, assicurando alla giustizia tutti i responsabili di violazioni dei diritti umani. Solo assumendo un’azione concreta e decisiva per portare i responsabili di questi crimini di fronte alla giustizia, il governo messicano potrà cominciare a contrastare questa crisi che ha radici profonde” – ha concluso Guevara-Rosas.

Il New York Post pubblica un intervento di Carrie Lukas, amministratrice delegata dell’International Women’s Forum e vice president per l’Independent Women’s voice, sulla questione migrazione e violenza sulle donne. “Le femministe europee”, scrive, “sono in un vicolo cieco”. Perché l’attuale crisi della violenza verso le donne da parte dei migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente sta mettendo in crisi due dei più “sacri” principi del femminismo: “incolpare l’uomo bianco e, in casi di stupro, credere sempre a quello che dice la donna rispetto a quello che dice l’uomo”. L’ultimo caso è quello della aggressione sessuale a una ragazza tredicenne russo-tedesca che ha prima sostenuto di essere stata rapita e violentata da tre migranti e ha poi ammesso di aver inventato quella storia sfruttando i fatti di Colonia di Capodanno. “Il presunto stupro era diventato un caso internazionale”. Le femministe, scrive Carrie Lukas, vogliono stare dalla parte dei rifugiati, una minoranza oppressa, che in quanto tale dovrebbe far parte della coalizione femminista per combattere il patriarcato bianco del Vecchio Mondo. Ma le masse di profughi includono molti, moltissimi uomini: si stima che il 75% delle persone che hanno raggiunto l’Europa lo scorso anno siano uomini. Uomini non esattamente entusiasti di prendere parte alla lotta per i diritti delle donne. Gli attacchi contro le donne da parte di gruppi di uomini immigrati nella notte di Capodanno a Colonia, in Germania, ma anche in altre città europee hanno occupato tutte le prime pagine dei giornali, ma difficilmente sono i primi del loro genere. Il femminismo si è diviso: alcune hanno scelto di ignorare la questione migrazione, concentrandosi a dare la colpa agli uomini. In un dibattito sul giornale tedesco Der Spiegel, Alice Schnauzer (definita “la gran dama del femminismo tedesco”) ha riconosciuto i problemi peculiari creati da questa ondata di immigrazione, mentre Anne Wizorek,he rappresenta la generazione più giovane di femministe tedesche, ha lamentato il fatto che la questione della violenza sessuale possa diventare uno strumento politico. “Il fatto che uomini con un background di immigrazione abbiano commesso violenze sessuali viene strumentalizzato per stigmatizzarli come gruppo”, dice. La violenza contro le donne non è una novità, scrive Carrie Lukas, ma chiunque si occupi di diritti delle donne dovrebbe riconoscere che qualcosa sta andando storto, soprattutto di fronte alle parole della sindaca di Colonia che dopo Capodanno ha suggerito alle donne di tenersi distanti dagli uomini negli spazi pubblici: un modo di dare la responsabilità della violenza alla vittima. Un modo che dovrebbe vedere le femministe mettersi sul piede di guerra. Anche la storia del falso stupro creata dall’adolescente russo-tedesca a Berlino da un lato rinforza la posizione femminista in tema di migrazione, ma dall’altra, prosegue la managing director, dà un duro colpo al presupposto che le donne vanno sempre credute perché non potrebbero mai mentire su una cosa così intimamente distruttiva come lo stupro. Una via d’uscita, dice Carrie Lukas, c’è: focalizzarsi nuovamente sul principio fondamentale della parità di diritti delle donne e del trattamento equo. Riconoscendo che l’Occidente, uomini inclusi, ha effettivamente percorso un lungo cammino nel proteggere le donne e la loro sicurezza fisica e consentendo loro partecipazione alla sfera pubblica. Un progresso che non può essere sacrificato in nome del multiculturalismo e che dovrebbe essere comunicato a chi in Europa arriva dopo essere fuggito dal Medio Oriente o dal Nord Africa.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Milka Tadic Mijovic.  Fin da prima del crollo della Jugoslavia di Tito, Milka Tadic Mijovic è stata parte di uno dei progetti pionieri della democrazia nei Balcani, The Monitor, primo settimanale indipendente del Montenegro. I suoi articoli in difesa della pace e delle minoranze etniche e sulla lotta contro la corruzione hanno vinto riconoscimenti a livello internazionali e le hanno portato guai. È stata la prima giornalista licenziata per aver criticato le politiche aggressive di Milosevic. Dal 2006, quando il Montenegro è diventato indipendente, i suoi problemi sono aumentati e hanno incluso minacce fisiche, pressioni finanziarie e persecuzione giudiziaria. Ora direttrice del Monitor, ha un triste primato in comune con i quotidiani Vijesti e Dan: quello di aver pagato più di 300.000 euro di danni negli ultimi anni.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 novembre 2015

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Ascolta la puntata.

Myanmar. “I tempi sono cambiati, la gente è cambiata”: cosi’, la leader del partito birmano ‘Lega nazionale per la democrazia’ (Nld), Aung San Suu Kyi, attivista per i diritti umani nel suo paese, la Birmania ovvero il Myanmar, oppresso da una dura dittatura militare dopo il colpo di stato del 1962, spiega alla Bbc perchè crede che i ‘generali’ rispetteranno i risultati delle elezioni di domenica scorsa e le permetteranno di formare un nuovo governo. “Trovo – si legge sull’ANSA – che la gente adesso sia molto più politicizzata non solo rispetto al 1990, ma molto più politicizzata rispetto al 2012, quando abbiamo fatto la campagna elettorale per le elezioni suppletive”. Da AskaNews ecco il profilo di San Suu Kyi, premio nobel per la pace nel 1991: Dopo l’uccisione del padre, il generale Aung San, assassinato quando lei aveva due anni nel 1947, la prima parte della sua vita s’è svolta in esilio. Prima in India, poi in Gran Bretagna. Ha studiato a Oxford dove si è sposata con un professore specialista di Tibet, Michael Aris, morto senza che potesse ricevere l’ultimo saluto dalla moglie nel 1999 per un cancro. Da Aris ha avuto due figli. La decisione di tornare in Birmania è del 1988. Volata al capezzale della madre, si ritrovò nel pieno di una rivolta contro la giunta militare repressa nel sangue. Dopo una prima apertura, si legge ancora su AskaNews, con il permesso di costituire la Lega nazionale per la democrazia, il regime reagì mettendola agli arresti domiciliari. Ciononostante, Aung San Suu Kyi riuscì a vincere le elezioni del 1990, ma la giunta militare non riconobbe i risultati. Iniziò così un periodo lungo di detenzione domiciliare, con l’assenza che contribuiva a renderla un mito ancor più della presenza. Torna definitivamente libera nel 2010. Due anni dopo viene eletta in un parlamento che, per un quarto, è nominato direttamente dei militari.

Australia. Combattere la violenza sulle donne? Si può. Come combattere il tabagismo o introdurre l’utilizzo delle cinture di sicurezza. In Australia, si legge su The Chronicle – è partita la campagna Change The Story: una mobilitazione lanciata dai gruppi antiviolenza Our Watch, VicHealth e dalla National Research Organisation for Women’s Safety – l’organizzazione di ricerca australiana per la sicurezza delle donne – a partire dalla più recente ricerca su cosa porta la violenza contro le donne e come prevenirla, creando per la prima volta al mondo un quadro nazionale per porre fine alla violenza in famiglia. “Come abbiamo visto con altri gradi cambiamenti sociali, come la prevenzione per il fumo o indossare le cinture di sicurezza, abbiamo bisogno di un cambiamento governativo, organizzativo e sistemico all’interno della comunità”, spiega da Our Watch Natasha Stott Despoja.

Spagna. Quattro donne vittima di violenza in Spagna lo scorso fine settimana. Mentre decine di migliaia di persone hanno manifestato a Madrid contro la violenza di genere. La polizia della città settentrionale di Oviedo lunedì ha messo in custodia un cinquantunenne sospettato di aver ucciso la moglie. Un vicino – si legge su thelocal.es – ha trovato il corpo senza vita della donna sessantacinquenne insieme ad una lettera in cui il marito scriveva di averla uccisa. Il giorno prima la polizia aveva arrestato un uomo a Lliria a nord di Valencia, che aveva sparato a ex moglie ed ex suocera in pubblico. E sabato un altro uomo, ancora di 51 anni, ha ucciso la moglie prima di togliersi la vita in una città del sud est del Paese. I quattro femminicidi fanno salire a 45 il numero delle donne che sono morte per mano del partner o dell’ex dall’inizio dell’anno in Spagna.

Sierra Leone. Kadiatu Bangora, 19, si lascia sfuggire un gran sospiro e guarda per terra mestamente. “Ho commesso un errore”, dice. A raccontare la sua storia è Nadene Ghouri sul Guardian. Quella frase, o una variante di quella frase, viene ripetuta mentre ciascuna delle dodici madri o future madri adolescenti e non sposate racconta la propria storia seduta attorno al tavolo del Ministero della Pubblica Istruzione della Sierra Leone a Freetown. In una società conservatrice come quella di questo Paese, le ragazze madri non vengono certamente viste di buon occhio. E loro, le ragazze, sanno che dovrebbero mostrare un certo grado di penitenza. Sanno anche che sono fortunate ad essere dove sono: è stata data loro una seconda possibilità con l’inserimento nel programma nazionale lanciato il mese scorso back-to-school. Programma per riportare le ragazze madri all’interno del ciclo di istruzione. L’errore di Bangora, però – si legge ancora sul Guardian – non era dovuto a irresponsabilità adolescenziale ma alla disperazione. Quando il padre si è ammalato, infatti, lei è andata da un amico di famiglia per chiedere aiuto per comprare le medicine. “Non si ottiene niente per niente”, le ha detto lui. E infatti. Le ha dato 65 dollari per dormire insieme. Il padre di Bangora è morto, mentre lei, sei settimane dopo, ha scoperto di essere rimasta incinta. “Quando ho scoperto di aspettare un bambino non mi è stato permesso di rimanere a scuola. Mia mamma si è arrabbiata molto ma mi ha permesso di rimanere in casa perché non c’era nessun altro posto dove potessi andare. Il mio bambino è arrivato nel mese di febbraio, ma non sono tornata a scuola perché non abbiamo soldi”, dice. “Sarebbe immorale consentire a una ragazza incinta di rimanere a scuola”, spiega Oliva Musa dal Ministero della Pubblica Istruzione. “Le adolescenti sono molto vulnerabili alle pressioni dei coetanei e se le ragazze incinta in uniforme scolastica sono autorizzate a sedersi in classe riteniamo che questo potrebbe portare altri a pensare di poter fare lo stesso”. Dopo il parto – quando cioè non rischiano più di avere un impatto sui compagni di classe – sarebbero anche “libere di tornare”. Peccato che siano veramente poche a farlo. Oggi, Bangora e sua madre sbarcano il lunario vendendo riso e olio in una bancarella lungo la strada. Lei è una delle 4.000 ragazze che si sono volontariamente registrate per il nuovo programma, finanziato dal ministero britannico per lo sviluppo internazionale.

Cina. La fine della politica del figlio unico non è abbastanza. Latanya Mapp Frett, Executive Director di Planned Parenthood Global, che si occupa proprio di salute e natalità, ne scrive sul Time. I sostenitori dei diritti umani, dice, lodano a ragione la fine della decennale politica del figlio unico in Cina. Una politica controversa, introdotta con una serie di misure alla fine degli anni ’70 e attuata a livello nazionale nel 1980, che imponeva alle coppie di avere un solo figlio, con alcune eccezioni. Aborto forzato e sterilizzazione sono illegali in Cina, ma succedevano con frequenza ed erano pratiche favorite dalla legge. Pratiche che hanno storicamente danneggiato donne povere e di colore in modo sproporzionato in tutto il mondo. Che la Cina abbia posto fine alla sua politica del figlio unico, scrive la direttrice, è un passo importante, ma saremmo negligenti a non chiedere ulteriori riforme. Una nuova politica impone che a tutte le coppie sposate sia permesso di avere due figli. È meglio così? No, se si sceglie di avere tre figli. Fino a quando la Cina promuoverà un programma di pianificazione familiare volontaria completamente normato, starà continuando ad opprimere le famiglie cinesi attraverso politiche riproduttive coercitive. Nessun governo e nessun politico dovrebbero interferire con le decisioni profondamente personali che le donne prendono sul se e quando avere dei figli. Uno studio del Guttmacher Institute del 2013 dimostra ad esempio che quando una donna è in grado di decidere volontariamente se e quando avere figli, e quanti, tende ad andare più avanti negli studi, ed è più adattabile e resistente durante i periodi di difficoltà. Ecco perché gli organismi internazionali hanno continuato a ribadire che qualsiasi forma di coercizione o la restrizione della libertà delle donne è una forma di violenza contro le donne, e invitare le nazioni ad eliminare queste pratiche. Proprio il mese scorso i 193 Stati membri delle Nazioni Unite, tra cui la Cina, si sono impegnati a garantire l’accesso universale ai diritti riproduttivi entro il 2030.

Afghanistan. “Abbiamo avuto questo caso in cui ha chiamato una ragazza incinta: quando ha detto al suo fidanzato della sua condizione, lui è scomparso. E lei era disperata quando ci ha chiamato: stava pensando di suicidarsi”. A raccontarlo è un medico, Shkullah Hassanyar, sul sito del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione. Hassanyar fa parte di un team di medici dello staff della Youth Health Line, la prima linea telefonica progettata per fornire informazioni sensibili sulla salute ai giovani afghani. In Afghanistan le principali preoccupazioni per la salute pubblica comprendono la violenza contro le donne e le bambine, una diffusa tossicodipendenza, ma anche stress e depressione. Le ragazze devono affrontare anche alti tassi di matrimoni e gravidanze precoci, che portano forti rischi di lesioni legate proprio alla gravidanza e di morte. Secondo il Ministero della Pubblica Istruzione oltre 3 milioni di bambini non vanno a scuola. Anche chi va a scuola difficilmente trova occasione di porre domande di natura sessuale o insegnanti in in grado di affrontare questi temi delicati. L’Help Line, lanciata dal Fondo delle Nazioni Unite e dal Ministero della Salute Pubblica nel 2012, offre ai giovani un modo anonimo per ricevere informazioni e consigli per la salute in maniera precisa e non giudicante, da parte di professionisti del settore sanitario. Il servizio, disponibile sette giorni su sette, è cresciuto rapidamente, passando da uno staff di due medici nel 2012 a otto nel 2014. Il numero di chiamanti è aumentato vertiginosamente nel corso dell’ultimo anno, da 1.500 ogni mese a più di 3.000. Le chiamate sono gratuite, e il numero di telefono è facile da ricordare: 120.

Il Guatemala ha uno dei più alti tassi di gravidanze adolescenziali del mondo, con più di 5.100 ragazze sotto ai 14 anni che hanno avuto un bambino nel 2014. Ne parla il DailyMail. Lo stupro e l’abuso sessuale sono comuni, con il 30 per cento dei bambini nati da adolescenti il cui padre è lo stesso padre della ragazza. Molte ragazze incinta non capiscono il sesso e spesso il crimine non viene riconosciuto, con gli uomini che vedono le ragazze come loro proprietà.
Nonostante le leggi introdotte per frenare gli stupri adolescenziali, solo otto persone sono state condannate nel 2012 per reati sessuali che hanno portato alla nascita di un bambino. Il Daily pubblica le foto della fotografa svedese Linda Forsell in Guatemala, foto che raccontano le storie di queste ragazze. In Guatemala quasi un quarto di tutti i bambini sono nati da madri adolescenti. Alcune non hanno nemmeno raggiunto i 13 anni – nel 2011, 35 nuove mamme avevano appena 10 anni. Quasi tutte le nascite adolescenziali, il 90 per cento, coinvolgono un parente, il padre, come detto, nel 30% dei casi, o uno zio o un cugino. Un’epidemia che il governo sta cominciando a cercare di arginare: questa settimana è stata approvata una nuova legge che ha innalzato l’età legale per il matrimonio a 18 anni. Fino ad ora era di 14.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 14 ottobre 2015

lou reed

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Una nuova biografia di Lou Reed, scritta da Howard Sounes e in uscita il prossimo 22 ottobre, afferma che il fondatore dei Velvet Underground ha nel suo passato una storia di abusi contro le donne. Lo riporta il Guardian. Il libro si intitola Notes from the Velvet Underground: The Life of Lou Reed e si focalizza sul “processo creativo dell’artista, i suoi problemi di salute mentale, la sua bisessualità, i suoi tre matrimoni, e le sue dipendenze da droga e alcol”. Sounes ha parlato con 140 amici e collaboratori di Reed, tra cui personaggi dell’industria musicale, componenti della band, celebrità, familiari, ex mogli e amanti.

Esperti e istituzioni del settore della sanità si sono riuniti, si legge sul Trinidad Express, presso l’Organizzazione panamericana della sanità (Pan America Health Organisation) con la promessa di migliorare la capacità, da parte dei sistemi sanitari, di prevenire e rispondere alla violenza contro le donne. “In tutto il mondo e nel nostro emisfero, la violenza contro le donne è una vera e propria epidemia in termini di portata e di impatto”, spiega Cuauhtemoc Ruiz, a capo del dipartimento per la famiglia, il genere e il ciclo vitale. “Si tratta di un problema di salute pubblica che ha bisogno di una risposta forte da parte dei sistemi sanitari. Dobbiamo fare di più per preparare gli operatori sanitari nella cura delle donne vittime di violenza, e abbiamo bisogno di intensificare la ricerca e la programmazione per imparare il modo migliore per prevenirla”.

Perché gli uomini non si occupano delle questioni femminili e della violenza di genere? Se lo chiede su Women’s Agenda Scott Holmes della YMCA in Australia, la Young Men’s Christian Association (Associazione Giovanile Maschile Cristiana), organizzazione cristiana di supporto ai giovani, uomini e donne. “Nel mio lavoro negli ultimi quasi cinque anni come professionista della prevenzione della violenza maschile contro le donne ho condotto workshop e presentazioni in cui molti dei partecipanti erano uomini, soprattutto nei luoghi di lavoro e in altri contesti”, scrive Holmes. “In genere ho fiducia nel fatto che questi uomini vadano via al termine di questi incontri colpiti dalle statistiche sulla prevalenza e l’impatto delle esperienze femminili di violenza maschile. A volte conoscono le vittime, anche molto bene. Quando spiego la connessione tra questa violenza e la disuguaglianza di genere e gli stereotipi, sembrano per lo più a capire. Ma questa comprensione si traduce poi in cambiamenti reali nei comportamenti e atteggiamenti?”. Molto meno, spiega Scott Holmes. La violenza maschile contro le donne è stata vista in passato solo come una questione prettamente femminile, mentre è ormai necessario che gli uomini capiscano che è anche affar loro. Holmes aggiunge un altro elemento al tema: il linguaggio. “Tutto, tutto, della nostra vita viene proiettato attraverso una lente binaria maschio / femmina. Dal momento in cui nasciamo dividiamo la nostra società in due specie diverse e tutto ciò che riguarda la nostra vita è sottomesso a questo sistema di classificazione. I nostri nomi, i nostri vestiti, i nostri interessi, i nostri giocattoli, il modo in cui la gente ci parla, il modo in cui siamo trattati a scuola, le carriere che siamo incoraggiati a prendere, i doveri”. Insomma, spiega, una stessa cosa non può essere allo stesso tempo un problema maschile e femminile.

E sempre in Australia, su The Conversation un intervento sulla violenza economica contro le donne. L’abuso economico include comportamenti che limitano la capacità di una persona di acquisire e utilizzare le risorse economiche. Le donne sono più propense degli uomini ad essere vittime di questa forma di abuso. Una ricerca ha identificato quattro tipologie di comportamenti: Il controllo dell’acquisizione da parte di un partner di risorse economiche (nonché l’interferenza con l’istruzione e l’occupazione); l’impedire l’utilizzo delle risorse da parte del partner; generare debiti a danno del partner o usare deliberatamente le sue risorse; rifiutarsi di contribuire alle spese. Non si tratta insomma di disaccordi sui soldi ma di controllo e di comportamenti umilianti, abusi perpetrati per minare la sicurezza economica delle donne e la loro indipendenza.

Un nuovo rapporto su donne, pace e sicurezza è stato lanciato in questi giorni, in concomitanza con il 15° anniversario della storica risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione. Il report mette in evidenza gli importanti vantaggi che porta la maggiore emancipazione delle donne nella promozione della pace. “Dal 2000, quando è stata adottata la risoluzione 1325, le Nazioni Unite hanno riconosciuto che la leadership delle donne e l’uguaglianza sono la chiave per la pace e la sicurezza internazionale”, spiega Phumzile Mlambo-Ngcuka, UN Women Executive Director. “Si tratta ormai di una norma globalmente accettata” ma troppo spesso ignorata nella pratica. “L’empowerment delle donne contribuisce al successo dei colloqui di pace, così come accelera la ripresa economica dopo il conflitto e contrasta l’estremismo violento”. Negli ultimi anni l’impatto positivo della partecipazione delle donne è stato notato in Colombia e nelle Filippine, anche se “questi casi sono ancora valori anomali piuttosto che la regola”. Il progresso insomma, si legge sul sito delle Nazioni Unite, è ancora troppo lento, con ad esempio il solo tre per cento delle forze di pace militari costituite da donne.

Nei giorni di Navarathri, in cui gli indù celebrano la dea per 10 giorni, e in una religione che celebra le sue divinità femminili allo stesso modo di quelle maschili – scrive Visithra Manikam su MalaysiaKini, “è abbastanza triste vedere come trattiamo le donne”. La scorsa settimana, una donna è stata brutalmente picchiata dal marito e un suo amico a Port Dickson. La scena è stata ripresa in video. Era in condizioni critiche per la gravità delle ferite riportate, mentre la polizia ha catturato i sospetti rapidamente, il giorno stesso. L’autrice racconta di aver monitorato nell’ultima settimana controverse pagine Facebook indiane. In meno di 24 ore è spuntato un altro video in cui una una voce fuori campo accusa la vittima di tradire il marito, motivo per cui quest’ultimo le ha fatto fare la fine che ha fatto. Non c’era un volto dietro quella voce, e nessuna certezza delle affermazioni contenute, ma il video ha iniziato a rimbalzare qua e là, molto più di quello in cui era stata ripresa la violenza. Con un esito prevedibile: in tanti hanno cominciato a considerare il marito un eroe, con affermazioni del tipo “se lo merita”, “nessun uomo picchia senza una ragione”, “che questo serva da lezione a tutte le donne traditrici”.

Una donna di Mumbai ha tirato fuori una pistola, dopo che due uomini hanno presumibilmente cercato di molestarla, mentre stava facendo la spesa in un negozio di vendita al dettaglio a Karol Bagh a Delhi. Lo riporta l’International Business Times. La donna, che lavora come modella, stava facendo spesa vicino alla stazione della metropolitana con i suoi amici. Secondo la polizia, la donna stava aspettando il suo turno alla cassa quando ha improvvisamente tirato fuori una pistola. Alla polizia ha spiegato che due uomini l’avevano toccata in modo inappropriato e stavano passando a commenti volgari. Gli uomini sono fuggiti immediatamente dalla scena. Delhi ha più volte fatto notizia su episodi di violenza sessuale contro le donne. La scorsa settimana, una bambina di quattro anni è stata brutalmente stuprata e sodomizzata a Keshav Puram da quattro uomini che l’hanno poi abbandonata nei pressi di una linea ferroviaria. Secondo alcune statistiche, sono più di 1.500 i casi di stupro registrati fino ad oggi quest’anno.

Quasi un terzo delle donne dei paesi del G20 ha affrontato molestie sul luogo di lavoro. Ma la maggior parte – il 61% – soffre in silenzio, anche se le donne indiane sono ormai più propense a riportarlo dopo il fatale stupro di gruppo che nel 2012 ha scatenato diffuse proteste contro gli abusi sessuali. Lo rivela un sondaggio condotto dalla Reuters Foundation e dalla Thomson Rockefeller Foundation che sottolinea come le donne vedano le molestie come un problema nel mondo del lavoro, terzo per menzione dopo quello dell’equilibrio tra vita privata e carriera e del divario retributivo tra i sessi. Turchia, Messico e Argentina sono in cima alla lista delle nazioni del G20 in cui le donne sono più preoccupate per le molestie sul posto di lavoro. Le donne in India, tuttavia, sono ormai più propense a parlare, con il 53 per cento che dichiara di riportare i casi di molestie. Seguono gli Stati Uniti, il Canada e il Messico. In Russia, Corea del Sud, Brasile, Giappone e Indonesia le intervistate dichiarano di non riferire mai, o di farlo raramente.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 settembre 2015

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Cyber violenza: vittima il 73% delle donne. A lanciare l’allarme è un nuovo rapporto delle Nazioni Unite, che parla di un aumento del rischio per le donne con la diffusione dell’accesso a internet in sempre più regioni del mondo. Il rapporto si autodefinisce un “campanello d’allarme” sulla cyber violenza, che viene descritta come sistemica, ed è stato presentato da UN Women, Entità delle Nazioni Unite per l’Uguaglianza di Genere e l’Empowerment Femminile, e la UN Broadband Commission, Commissione per la banda larga. I numeri parlano chiaro: per le donne, si legge su Time, la probabilità di subire molestie in linea è 27 volte più alta che per gli uomini, e il 73% di loro ha subito violenza informatica. In Europa, nove milioni di ragazze hanno già sperimentato un qualche tipo di violenza informatica dall’età di 15 anni. E solo il 26% delle forze dell’ordine negli 86 paesi esaminati dal rapporto è adeguatamente preparato ad affrontare il problema.

Nazioni Unite e Sviluppo Sostenibile 2030. Il presidente irlandese Michael D. Higgins ha lanciato in questi giorni un appello alla comunità internazionale per fermare la violenza di genere. Lo ha fatto davanti alle Nazioni Unite a New York, nell’ambito di uno speciale meeting di leader di tutto il mondo sull’uguaglianza di genere. Come riporta il sito dell’Ireland’s National Public Service Broadcaster, il discorso di Higgins ha toccato l’urgenza della risoluzione del problema. E il presidente ha anche ammesso che la stessa Irlanda non ha ancora raggiunto condizioni l’uguaglianza di genere. “Ancora troppe donne e ragazze nel mondo continuano ad essere discriminate, vittima di violenza, e a troppe di loro vengono negate pari opportunità nell’istruzione e nel lavoro, escludendole di fatto da posizioni apicali e di leadership”, ha aggiunto il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon”. “Non potremo mai raggiungere il nostro obiettivo per il 2030 per uno Sviluppo Sostenibile senza pieni ed eguali diritti per metà della popolazione mondiale, a livello di normative ma anche in pratica. Non possiamo neppure davvero rispondere alle emergenze umanitarie senza assicurare protezione alle donne e priorità ai loro bisogni”.

Internet e uguaglianza di genere. Portare a tutti nel mondo l’accesso a Internet entro il 2020: è l’impegno per cui sono scesi in campo anche il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, e il miliardario Bill Gates nell’ambito dell’impegno, da parte delle Nazioni Unite, a sradicare la povertà estrema entro il 2030. Lo riporta l’agenzia France Press. Secondo le stesse Nazioni Unite circa la metà del mondo non ha un accesso stabile alla Rete: soprattutto donne e ragazze, la cui educazione è fondamentale per lo sviluppo. Zuckerberg ha sottolineato il ruolo di Internet nel dare potere a persone altrimenti senza strumenti per farsi sentire. Come in Siria, spiega. “Un like o un post non fermeranno carri armati e proiettili”, dice l’imprenditore 31enne, “ma quando le persone sono connesse abbiamo la possibilità di costruire una comunità globale comune con una comprensione condivisa — e questo rappresenta una forza molto potente”. Secondo il fondatore di Facebook, diffondere l’accesso al web implicherebbe anche la possibilità di dare un’educazione sostenibile a 600 milioni di bambini altrimenti lasciati senza la possibilità di andare a scuola e avere un’istruzione. Una ragazza, aggiunge Melinda Gates, “per ogni anno di istruzione ricevuta aumenta il suo reddito del 20% quando lavora”.

You Can’t Undo Violence. “Se fai del male a qualcuno, oltrepassi una linea. E una volta che lo fai non puoi tornare indietro”. È il messaggio di una nuova campagna di Our Watch contro la violenza di genere in Australia, destinata in particolare ai più giovani. “You can’t Undo Violence”, “Non puoi annullare la violenza”, è una mobilitazione che nasce in seguito ai risultati di una ricerca indipendente commissionata da Our Watch. Ricerca che, come riporta l’Huffington Post Australia, ha fatto emergere nei giovani angoscianti opinioni di “ violenza solidale”. Un ragazzo su 4 afferma che mostrerebbe le foto nude di un ex-partner agli amici, e il 15% che manderebbe le foto ai genitori della ragazza. Sempre un intervistato su 4 pensa anche che sia abbastanza normale per i ragazzi fare pressione sulle ragazze per il sesso e non ritiene che sia grave se un maschio, normalmente di modi gentili, prenda a schiaffi la sua fidanzata durante una lite se è ubriaco.

Violenza in Kashmir. Ben 331 donne sono state violentate lo scorso anno nello stato indiano del Jammu e Kashmir. 307 di loro conoscevano i loro aggressori. Lo spiega un rapporto pubblicato dal National Crime Records Bureau, che riporta anche 20 tentativi di stupro. Sul sito Raisingkashmir si legge che i 331 casi riportati includono 6 stupri commessi da stretti familiari, 21 da parenti e 61 da vicini. La giornalista Haika Sajad ne ha parlato con le donne della città indiana di Srinagar. “C’è così tanta violenza contro le donne in Kashmir. Da parte dei suoceri e spesso nella stessa casa dei genitori”, spiega Sumaira Mir, segretaria dell’organizzazione non governativa Kings Whiteline Society. “I cittadini di oggi sono educati, ma non sanno come usare quell’educazione correttamente. Sono diventati solo topi da biblioteca senza consapevolezza. I genitori sono ugualmente responsabili dell’educazione delle proprie figlie, ma non insegnano loro come diventare indipendenti”. Quella indiana “è una società a dominazione maschile dove le donne vengono discriminate”, aggiunge una studentessa, Insha Noor. “Alle ragazze non viene permesso di lavorare, diventerebbero indipendenti”. All’aumento dei livelli di alfabetizzazione, dice un’altra studentessa, Irfana Akhter, è corrisposto anche un aumento di violenza contro le donne: “Anche se la nostra alfabetizzazione è in aumento, quindi, il livello di educazione non solo non cambia, ma è una vera e propria messa in scena”.

Nigeria. Chiudiamo con un pezzo di Armsfree Ajanaku, giornalista nigeriano, su AllAfrica. L’attuale Assemblea Nazionale, scrive, vive in Nigeria una realtà grottesca, con solo 21 donne, su un totale di 469 parlamentari. Uno scenario che, ipotizza il giornalista, ha forse richiamato l’attenzione del presidente statunitense Barack Obama che ha lanciato recentemente l’avvertimento: nessun Paese può sfruttare a pieno il suo potenziale se lascia indietro metà della sua popolazione. La Nigeria, si legge su AllAfrica, è un Paese “con una popolazione vibrante di donne consapevoli, forti, intraprendenti e competenti”, la cui mancata rappresentanza nel processo politico rappresenta una perdita “enorme”. La violenza elettorale, scrive Armsfree Ajanaku, è un ostacolo alla solida partecipazione delle donne al processo politico e nella governance. E può essere fisica e psicologica, esplicita e sottile: il fine ultimo resta quello di dissuadere le donne dal presentarsi come candidate alle elezioni, o addirittura di votare.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’8 luglio 2015

Tarang Chawla with his sister Nikita
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Partiamo dallo Sri Lanka, dove sindacati e associazioni femminili hanno organizzato in queste ore una manifestazione fuori dalla Corte Suprema di Colombo per chiedere provvedimenti contro Justice Sarath Abrew, accusato di aver brutalmente attaccato e violentato una domestica nella propria abitazione a fine giugno. La donna ha riportato anche la rottura del cranio ed è stata ricoverata d’urgenza in ospedale. Come riconosciuto dall’International Labour Organisation – lo ricorda Yasmin Gunaratnam su OpenDemocracy.net – chi fa questi tipi di lavoro è soggetto, che sia in patria o all’estero, a molte forma di abuso, assalto e violenza a causa, in parte, dell’intimità e dell’isolamento del luogo di lavoro”. Nello Sri Lanka, queste esperienze sono note ma vengono ancora banalizzate, allo stesso modo in cui la violenza domestica è stata culturalmente accettata in Gran Bretagna fino alle campagne femministe degli anni ’70 e ’80. Le associazioni hanno scritto al Presidente, Maithripala Sirisena, chiedendo sostegno finanziario e terapeutico per la donna e chiedendo l’arresto immediato di Abrew. “Questo attacco sfrontato è un’opportunità per il governo per inviare un messaggio chiaro sul fatto che la violenza contro le lavoratori domestiche non sarà tollerata”, spiegano. “Le lavoratrici domestiche da tempo ci dicono degli abusi affrontati in casa, violenza sessuale inclusa. Non è sempre così, ma non possiamo lasciare le cose al caso, Solo quando i lavoratori domestici vedranno tutelati i loro diritti saranno al sicuro”. La stragrande maggioranza del lavoro domestico in Sri Lanka è svolto da donne con bassi livelli di istruzione. La femminilizzazione di questo tipo di lavoro porta con sé il fatto che venga considerato scarsamente qualificato, non un “vero lavoro”.

Dal Sydney Morning Herald leggiamo l’appello di un fratello. “Mia sorella Nikita è stata uccisa a gennaio”, scrive Tarang Chawla. “Se non fosse stato uccisa, avrebbe appena compiuto 24 anni”. Il prossimo 13 luglio cominceranno le  audizioni pubbliche della Royal Commission per la violenza in famiglia del governo statale. “Se l’attuale tendenza per il 2015 resta invariata, nel frattempo almeno altre due donne verranno uccise da qualche parte in Australia. Quando mia sorella è stata uccisa, alcuni giornalisti hanno notato l’identità culturale dell’uomo accusato della sua morte. La maggior parte si è concentrata sull’identità etnica di mia sorella. Non ero sicuro di che fare. Io e i miei genitori siamo migrati in Australia dall’India, ma Niki è australiana. Nata e cresciuta qui. Nessuna di queste cose è di particolare importanza per quello che è successo. Ma forse noi tutti diamo per assunto che ci sia nelle comunità indiane qualcosa di particolarmente degno di nota in tema di violenza. Qualcuno”, dice ancora Tarang, “mi ha scritto che mia sorella ha avuto quello che si meritava. Il problema è che quando le donne vengono uccise ci troviamo puntualmente a pensare: Cosa avrà fatto? e non Perché gli uomini sono violenti? Mi auguro che la Royal Commission affronti la questione maschile. Spero che ovunque mia sorella sia ora sia sicura e felice. È il minimo che si merita. Spero che stia ballando”.

In una deposizione sotto giuramento del 2005 Bill Cosby, che molti ricordano per i Robinson, ammise di essersi procurato pesanti sedativi per offrirli ad alcune giovani donne con cui voleva fare sesso. L’Associated Press è entrata in possesso di documenti legali che adesso, a giudizio degli avvocati, potrebbero aiutare le decine di donne che affermano di esser state “vittime” di papà Robinson.

E chiudiamo con la cantante Rihanna. USA today scrive che l’opinione pubblica è divisa in merito all’ultimo video dell’artista, dove si vede una particolarmente truce violenza di una donna contro un’altra donna. I critici dicono che il video di “Bitch Better Have My Money”, in cui Rihanna si vendica di una donna bianca, è misogino. Secondo i fan invece il messaggio sarebbe di empowering. Quel che è certo è che il video ha innescato un grande dibattito su femminismo e razzismo.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 22 aprile 2015

RedHeelsBenvenuti a tutte le ascoltatrici e a tutti gli ascoltatori di Radio Bullets ad una nuova puntata di #donnenelmondo. Io sono Angela Gennaro e insieme cercheremo anche questa settimana di allargare il nostro sguardo alle notizie sulla condizione femminile a livello internazionale.

Ascolta la puntata.

Cominciamo con il raccontarvi di due campagne contro la violenza sulle donne. La prima, “End violence against women” dell’artista cubano Erik Ravelo, è balzata recentemente agli onori delle cronache perché oscurata da Facebook per violazione delle “linee guida sulla pubblicità del social network”. Si tratta della fotografia di una donna nuda, o meglio del suo pube coperto dalle mani evocativamente bucate al centro, ferite come da un proiettile. “Su Facebook si trova di tutto: ho visto promuovere post di società di armi, alcolici, intimo per donne mostrate come due chiappe e punto” è lo sfogo dell’artista. “C’è gente che fa sesso, chi spara agli animali, per non parlare delle pagine razziste o ancor peggio naziste“. Erik Ravelo è lo stesso artista che nel 2011 è finito al centro delle polemiche per la campagna Benetton “Unhate” in cui venivano ritratte coppie che si baciavano sulla bocca: coppie formate da Benedetto XVI e l’immam del Cairo, Barack Obama e il leader cinese Hu Jintao, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

E passiamo ad un’altra campagna, questa volta non oscurata. Si chiama #BriefMessage ed è stata lanciata dall’artista e attivista italiano Alexsandro Palombo, che ha chiesto alle donne di diventare protagoniste della sua nuova performance artistica scrivendo un messaggio contro la violenza di genere sui propri slip. Tante le risposte, con moltissime donne – ma anche, come sempre più spesso accade, molti uomini – che hanno raccolto la sfida e partecipato inviando il proprio scatto di denuncia.

Spostiamoci in Australia e Nuova Zelanda, dove una società di noleggio camper, la Campers Wicked, da tempo fa discutere per gli slogan spesso politicamente scorretti, spesso accusati di sessismo, presenti sui suoi van. “Non voglio spiegare a mia figlia cosa quei disegni vogliano dire”, dice Liz Upham, una delle attiviste in prima fila contro i messaggi veicolati dall’azienda.
“Alcuni dicono che si tratta solo di slogan divertenti. Ma quando si parla di messaggi che suggeriscono stupri e rapimenti di donne per me in realtà si stanno solo promuovendo stupri e violenza contro le donne”.

Passiamo in Arizona, dove i cadetti dei Naval Reserve Officers Training Corps hanno avuto modo di scoprire cosa vuol dire vestire i panni di una donna, partecipando ad una manifestazione della campagna contro la violenza di genere “Walk a Mile in Her Shoes” e indossando scarpe rosse dai tacchi altissimi. Come riporta il Washington Times, lo scorso anno la partecipazione all’iniziativa era volontaria, mentre quest’anno è stata resa obbligatoria.

In Palestina, come scrive su Your Middle East Ebru Buyukoglu, i movimenti femministi arabi avrebbero fallito nel raggiungimento dei diritti per le donne. Due anni fa, proprio di questi tempi, Mona Mahajna, 30 anni, madre di tre figli, è stato trovata ucciso nel suo appartamento in Umm al-Fahm. Dopo il divorzio aveva preso la decisione coraggiosa di iniziare una nuova vita. Il che, scrive Buyukoglu, suona ammirevole, ma in una società patriarcale dove le donne divorziate sono spesso disumanizzate e ridicolizzate, Mona pagato la libertà con il prezzo più alto: quello della sua vita. D’altro canto i report parlano chiaro, a cominciare da quello non più recentissimo del 2012 del Palestinian Central Bureau of Statistics che evidenzia come il 37 per cento delle donne sposate nei territori occupati sia stata sottoposta ad una qualche forma di violenza domestica da parte dei mariti. Non solo: nel 2013 i “delitti d’onore” in Cisgiordania e Gaza sono raddoppiati.

Chiudiamo con il Messico, dove l’Italia pare essere tristemente famosa. Parliamo del Denim Day, una marcia cui i messicani tutti sono invitati a partecipare indossando dei jeans per dare un segnale contro la violenza sulle donne. Perché proprio i jeans? La scelta intende ricordare la sentenza del 6 novembre 1998 con cui la Cassazione ha annullato la condanna a due anni e dieci mesi decisa dalla corte d’Appello di Potenza contro Carmine C., 45 anni, istruttore di guida, portato in tribunale da una ragazza di 18 anni, Rosa.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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