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Radio Bullets, #donnenelmondo #8marzo 2016: nazifemminista

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La verità è che oggi non so da dove cominciare. Succede così un po’ ogni settimana in realtà: ci sono talmente tante storie di donne, di diritti negati, di successi e insuccessi, tragedie, ingiustizie e piccoli cambiamenti in tutto il mondo e spesso ti sembra che ognuno di questi frammenti sarebbe degno di essere raccontano.

Ascolta la puntata.

L’8 marzo poi: sarebbe così bello poter dar voce a ogni singola persona che, a prescindere dal sesso o dal genere cui appartiene, sta lottando là fuori. Ci sono tanti strumenti per farlo. Questo non è uno di quelli. O meglio: lo è nella misura in cui si opera una scelta di temi e notizie significative. Notizie che contribuiscano, come vogliamo fare noi a Radio Bullets, a raccontare quello che spesso viene taciuto o che per pigrizia, regole del mercato sbagliate e tante altre ragioni, resta fuori dal chiacchiericcio troppo spesso cacofonico di questi nostri tempi.

E allora scelgo di raccontare un’impressione: il calendario è fatto di tanti appuntamenti e ricorrenze celebrate a livello nazionale. C’è l’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, e c’è il 25 novembre, Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Di cosa si parla in queste due ricorrenze? Pensateci: alla fine praticamente sempre della stessa soffocante piaga, ovvero quella della violenza di genere. E delle morti che lascia sul campo.

Certo, storicamente nascono per ricordare occasioni diverse. Ne abbiamo parlato: il 25 novembre ricorda l’assassinio delle tre sorelle Mirabal avvenuto durante il regime domenicano di Rafael Leonidas Trujillo nel 1960. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha reso istituzionale questa giornata nel 1999, invitando governi, organizzazioni e media a sensibilizzare la società sulla violenza di genere. Diciamo che è un invito accolto con alterne fortune.

La Festa della Donna – leggo su Il Post, specializzato in questi pezzi di ricostruzione del significato delle ricorrenze: anzi “La Giornata internazionale della donna, non fu festeggiata sempre l’8 marzo, ma il 28 febbraio: era il 1909, e il Partito Socialista americano – esisteva – organizzò una manifestazione a favore del diritto di voto delle donne, che fu introdotto a livello nazionale negli Stati Uniti nel 1920. La Festa della donna è celebrata oggi con differenze culturali tra Paese e Paese (per esempio in Italia si regalano le mimose)” – il cui profumo in questo momento sta rallegrando il posto da dove registro. Google ha celebrato l’8 marzo con un doodle che mostra un video con 337 donne in 13 diversi paesi che raccontano cosa succederà, un giorno. Tra loro c’è Malala Yousafai, premio Nobel per la pace: “Un giorno”, dice, “vedremo andare a scuola ogni bambina”. Nessuna esclusa.

Negli anni, si legge ancora su Il Post, “si sono diffuse leggende e storie infondate sulla nascita della Festa della donna. Una delle più comuni sostiene che venne istituita per ricordare un incendio che uccise centinaia di operaie di una fabbrica di camicie a New York l’8 marzo 1908. Quest’incendio non avvenne mai, in realtà: ce ne fu uno il 25 marzo del 1911 nel quale morirono 140 persone, soprattutto donne immigrate italiane e dell’Europa dell’Est, ma non fu davvero all’origine della festività, anche se l’episodio divenne uno dei simboli della campagna in favore dei diritti delle operaie. Allo stesso modo, non è vero – come sostiene un’altra versione – che la Giornata internazionale della donna viene celebrata per ricordare la dura repressione di una manifestazione sindacale di operaie tessili organizzata sempre a New York nel 1857. La prima Festa della donna ad essere festeggiata un 8 marzo fu quella del 1914, forse perché quell’anno era una domenica”.

Dato il giusto posto alla Storia torno all mio punto: oggi mi sono occupata solo dell’8 marzo. Ho visto articoli su come la tecnologia aiuta le donne, sull’, parola misteriosa che vuol dire ridare alle donne il giusto posto di persone nella società e far loro acquisire la giusta confidenza, gli strumenti: dare loro insomma il potere che hanno e di cui hanno diritto, e che la cultura ha rosicchiato invece via un po’ in tutto il mondo. Articoli sul gender gap, il divario salariale, l’insostenibile leggerezza con cui le donne escono dal mercato del lavoro se putacaso fanno un figlio per poi tornare part-time o comunque con una carriera soffocata. Perché un figlio è ancora faccenda tutta femminile, inutile negarselo. Parlare davvero di tutto questo, in Italia e nel mondo, contribuirebbe ad allargare il dibattito a tutti gli aspetti che rendono ancora così profonda la differenza di genere. Considerando tutti i passaggi che costituiscono la spirale della violenza: intimidazione, isolamento, svalorizzazione, segregazione, violenza psicologica, violenza economica, aggressione fisica e sessuale, false riappacificazioni, ricatto dei figli, violenza, violenza, violenza F.no alla morte.
Ho visto, per carità, articoli su ognuna di queste fasi oggi. Sul sessismo che circonda tutti e ti segna da bambina e da bambino, sul fatto che in Europa le donne top manager siano esattamente la metà degli uomini. Ma ne parliamo solo oggi? Eh sì. E poi alla fine quella che piangiamo, l’8 marzo come il 25 novembre (e molti piangono ogni giorno) è la strage di femminicidi. NiUnaMas. Sono le donne uccise in quanto donne, mogli, compagne, madri, sorelle, cugine, oggetti inferiori. In tutto il mondo. Il femminicidio è la punta dell’iceberg, l’apice di quella spirale della violenza che dovrebbero conoscere in tanti, per capire cosa succede.
Ma combatteremo i femminicidi quando parleremo davvero anche di tutto il resto. Ogni giorno. Della violenza economica e psicologica. Di come combattere le condizioni che la permettono e che danno una mano alle donne a precipitare in un abisso con tutte le loro vite. Di come coinvolgere gli uomini in questa battaglia, perché è giusto, perché un Paese con diritti per tutti è un Paese più sano, perché altrimenti non andiamo da nessuna parte. E questo va fatto ai quattro angoli del Globo, mica ponendoci come crociati superiori ad altre culture. Perché non è che sempre possiamo guardarci allo specchio e dire: accidenti, ma noi siamo meglio.

Le femministe all’ascolto staranno rabbrividendo, i patriarcalisti sbadigliando e dando a me e quelle come me della nazifemminista (ho scoperto che è un epiteto che è stato rivolto a Emma Watson, attrice, artista e ambasciatrice della campagna #HeForShe). Tutto il resto dell’audience starà ciondolando sulla sedia.

O forse no. Mi è arrivata una mail dal Red Shoe Movement oggi, piattaforma e movimento per il famoso empowerment femminile. “Celebriamo le donne della nostra vita”, dice. Come? Con un complimento onesto prima di tutto. Vediamo. Ammiro onestamente e sinceramente il coraggio delle persone, quando lo vedo – e per fortuna mi capita sempre giù spesso. Oggi ho ammirato quello di Elisa, ieri quello di Giannina. E ancora: riconosci pubblicamente il lavoro di un collega/una collega. Uh. Tanti ce ne sarebbero. Ma la mia scelta cade su Donata, anche lei è stata speaker di Radio Bullets. E fa dannatamente bene il suo lavoro. E anche: ringrazia un uomo che supporta le ambizioni di carriera di una donna. Ecco: dopo tanto tempo, dopo tanto tormento e dopo essermi personalmente attirata pesanti macigni per colare a picco, voglio ringraziare Daniele, che nonostante tutto mi ha dimostrato senza neanche accorgersene che un uomo può essere dalla parte di una donna e dei suoi sogni, con estrema semplicità. Sinceramente e senza particolari ragioni. Non è l’unico: ce ne sono e ce ne saranno sempre di più.

Ecco: ricominciamo dalle basi, proprio per estirpare quelle morti. Cominciamo dallo scardinare – in modo propositivo – quegli elementi che portano ai femminicidi. In tutto il mondo. Noi siamo qui per raccontarlo.

Io sono Angela Gennaro e questa è Radio Bullets. Passo e chiudo.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 26 agosto 2015

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Ascolta la puntata.

L’attore indiano Anupam Kher è stato nominato sostenitore della campagna delle Nazioni Unite sulla parità di genere #HeforShe. Il 60enne collaborerà con il resto dell’organizzazione a livello internazionale per sensibilizzare uomini e ragazzi e portarli a combattere attivamente le disuguaglianze contro le donne e le ragazze per porre fine a violenze e discriminazioni. L’attore si è detto onorato e ha espresso il suo totale sostegno agli sforzi dell’organizzazione per raggiungere la parità di genere. “La cosa più importante è avviare il cambiamento all’interno delle mura di casa. Dovete sapere come trattare vostra figlia, e non dovrebbe essere diverso dal modo in cui trattate vostro figlio”, ha detto Kher all’agenzia indiana PTI.

Su NoiDonne il rilancio dell’appello delle donne curde che chiedono di esprimere solidarietà con le firme di gruppi, associazioni, ong. “La mentalità patriarcale e la complicità fra AKP e daesh è il segno più atroce del femminicidio”, si legge. L’AKP, di cui fa parte il presidente turco Erdogan, è il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo turco, islamico-conservatore. Il daesh è il sedicente Stato Islamico. Il movimento delle donne curde in Europa e la rappresentanza internazionale del movimento delle donne curde, l’ ufficio delle donne curde per la pace CENI, la fondazione internazionale delle donne libere, la casa delle donne Utamara, la fondazione Roj women, la fondazione Helin, e tutte le assemblee popolari delle donne curde in Europa condannano fermamente l’esecuzione di Kevser Elturk (nome di battaglia Ekin Van), la combattente torturata e uccisa dai militari turchi ed esposta nuda nel centro della città di Varto nel Kurdistan turco”. Keveser Elturk “è il simbolo della resistenza delle donne curde. Come donne curde e del mondo chiediamo giustizia per questo gesto orribile. In tutte le guerre conosciute nella storia del mondo, le donne sono state utilizzate come bottino di guerra. Oggi in Irak le donne continuano ad essere vendute nei mercati della schiavitù sessuale. L’ immagine delle donne curde trainate a terra dai carri armati turchi e i loro corpi esposti nudi nei media sono ancora attuali”. La mentalità conservatrice e patriarcale non sopporta l’ ideologia della liberazione delle donne che appartiene ai valori dell’ umanità, si legge ancora. Le atrocità inflitte a Keveser Elturk sono la rappresentazione della mentalità maschile degli anni ’90 che si ripropone oggi. L’etica del disonore si concretizza con la complicità fra AKP e daesh. La cultura dello stupro che ha messo in atto il femminicidio di Ekin Van è la conseguenza della continua guerra nei confronti del diritto alla legittima difesa delle donne curde, oggi simbolo della resistenza delle donne di tutto il mondo. Come movimento delle donne curde e associazioni di donne curde denunciamo questa politica incosciente e disumana portata avanti dalla polizia dell’AKP contro le donne”.

#Whereloveisillegal è un progetto che documenta e condivide storie di discriminazione e sopravvivenza nel mondo LGBTI. Nato come lavoro fotografico del pluripremiato fotografo e attivista per i diritti umani Robin Hammond, è diventato uno strumento contro la discriminazione, persecuzione e violenza. Tra le ultime storie inserite c’è quella di Lis dal Venezuela. “Quando ero bambina ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in me perché ero diversa. Non ero femminile come i miei genitori volevano che fossi, mi piacevano le cose che facevano i maschi e avevo dei sentimenti per le altre ragazze che non riuscivo a capire. Ho scoperto l’esistenza delle lesbiche a 11 anni ed è allora che mi sono detta: ‘ Questo è quello che sono ‘, non un mostro unico e non normale come mi ero sentita fino a quel momento”. Ma la più grande discriminazione per Lis è arrivata proprio dalla sua famiglia: “I miei genitori sono sempre stati arrabbiati con me per non essere la ragazza ideale che volevano che io fossi. Hanno scoperto tutto quando avevo 13 anni, prendendo il mio cellulare senza il mio consenso. Mia madre mi ha picchiata quella notte. Nel tempo mi hanno portata dallo psicologo, dallo psichiatra, persino dal prete, cercando qualcuno che potesse “cambiarmi”. “ L’adolescenza di Lis è stata un alternarsi di rabbia, bugie, lotte domestiche, tentativi di liberazione e di espressione del sé ogni volta che usciva da casa. Si è ammalata di depressione e di disordini alimentari e racconta di aver superato quegli anni grazie ad alcuni veri amici. “E poi, dopo anni, ho provato a mettermi nei panni dei miei genitori e ho capito che non capivano. Non potevano capirmi, ma mi amavano ancora. Ho capito che erano spaventati, che non sapevano cosa fosse l’omosessualità ma conoscevano solo alcuni brutti stereotipi, e che avevano paura di cosa avrebbe detto la gente. Avevano paura che fossi infelice. Quando ho capito tutto questo ho capito anche che avrei potuto far capire loro che essere una brava persona non ha nulla a che fare con l’essere etero o gay, e che sono felice di quello che sono. Ci sono volute molte lunghe e difficili conversazioni. Ma siamo arrivati ad un punto che 10 anni fa avrei ritenuto semplicemente impossibile. Ora sanno che ho una fidanzata – anche lei ha raccontato la sua storia su #Whereloveisillegal – e che sono diventata un’attivista per i diritti LGBTI. Non amano tutto questo, ma lo rispettano”.

#BlackLivesMatter ha organizzato il #TransLiberationTuesday con azioni e manifestazioni in almeno 14 città degli Stati Uniti. Solo quest’anno è stata registrata la morte di diciotto persone transgender, soprattutto donne trans nere, più una vittima la cui identità di genere è in discussione. Si tratta, secondo quanto si legge su advocate.com, di un numero di omicidi più elevato rispetto al totale dello scorso anno, senza contare i casi non segnalati o che sono stati altrimenti classificati dalle forze dell’ordine e dai media. “Diciamo i nomi di Mya Hall, Kandis Capri, Eliseo Walker, Penombra Shuler, Ashton O’Hara, India Clarke, Amber Monroe. I nomi delle donne transessuali nere le cui vite sono strappate via”, dice Elle Hearns, strategic partner di Black Lives Matter e coordinatrice centrale regionale di GetEqual.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 6 maggio 2015

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Salve a tutte e a tutti da Angela Gennaro, benvenuti anche questa settimana al nostro viaggio di approfondimento nel mondo delle donne su Radio Bullets.

Ascolta la puntata.

Cominciamo subito con gli ultimi aggiornamenti della campagna delle Nazioni Unite HeforShe. Il HeForShe IMPACT 10x10x10 è una iniziativa che mira a coinvolgere un numero iniziale di 10 personalità rappresentative di governi, aziende e università di tutto il mondo impegnate in attività volte a raggiungere la parità di genere, dando priorità alle aree più arretrate evidenziate dal World Economic Forum Global Gender Gap Report 2014. La relazione evidenzia un ampio divario esistente tra uomini e donne in termini di impegno politico e opportunità e pochi miglioramenti in termini di parità per le donne sul posto di lavoro dal 2006 ad oggi. Si è scelto poi di coinvolgere anche le università perché l’impegno dei giovani rappresenta una delle più grandi opportunità per accelerare i progressi verso il raggiungimento della parità di genere e porre fine alla violenza contro le donne. All’inizio di quest’anno al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, UN Women ha presentato la fase pilota del progetto IMPACT 10x10x10, con il coinvolgimento iniziale di sei champion partner – Il primo ministro Mark Rutte dei Paesi Bassi; Il presidente Ernest Bai Koroma della Sierra Leone; Il primo ministro Stefan Löfven della Svezia; Paul Polman, CEO di Unilever; Rick Goings, Presidente e Chief Executive Officer di Tupperware Brands Corporation; e Dennis Nally, presidente di PricewaterhouseCoopers International Ltd. “Se vogliamo raggiungere la parità di genere nella nostra vita, abbiamo bisogno di approcci creativi che hanno come target i principali ostacoli al raggiungimento di questo obiettivo, spiega Phumzile Mlambo-Ngcuka, Direttrice esecutiva di UN Women e sotto-segretaria generale delle Nazioni Unite. HeForShe ha anche annunciato l’ingresso di cinque Champions universitari, che rappresentano di più di 150mila studenti in 4 continenti.

Il Consiglio d’Europa ha annunciato una nuova iniziativa per combattere la violenza di genere: un Gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (GREVIO). GREVIO monitorerà l’attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne e alla violenza domestica (Convenzione di Istanbul), un trattato prima aperta alla firma ad Istanbul il 11 maggio 2011. Le componenti del GREVIO, tutte donne, saranno in carica per quattro anni come esperte indipendenti e lavoreranno su report valutativi delle misure legislative e politiche adottate dai paesi che hanno ratificato la Convenzione di Istanbul. Il gruppo di esperte potrà anche avviare una speciale procedura di approfondimento in caso di “modelli di violenza seria, diffusa e persistente”.

In India, nella regione del Bhubaneswar, è stato appena presentato un rapporto, realizzato da cittadini e società civile, sul tema “15 anni di Odisha Governance; Promesse e Adempimenti ‘“. Il report, spiega l’Odisha Sun Times, è un compendio di rapporti analitici che si concentrano su una vasta gamma di argomenti riguardanti le fasce più povere e emarginate dello Stato. Temi come lo spostamento, la migrazione, l’acquisizione di terreni, la violenza contro le donne, la disabilità, la salute, l’istruzione, i diritti dei bambini, la corruzione, l’ambiente, la trasparenza nella gestione fiscale, l’agricoltura, l’ambiente, i diritti umani, il diritto alla terra e della governance tribale. Il rapporto, che ha esaminato la performance del governo Odisha su questi fronti negli ultimi 15 anni, ha elencato alcuni “risultati visibili” ma incolpa il governo sul fronte della sicurezza delle donne. “Nonostante il governo abbia avviato una serie di misure per ridurre i crimini contro le donne, che stanno diventando sempre più vulnerabili agli abusi sessuali, molestie, la violenza domestica, il traffico di esseri umani, stupri, torture e diverse altre atrocità”, si legge. Il numero di casi di stupro ha visto un aumento allarmante nel corso degli anni, dai 1112 del 2011, ai 1458 nel 2012, 1832 nel 2013 e nel 2011 nel 2014.

Passiamo alle elezioni nel Regno Unito, dove si voterà giovedì 7 maggio. Mentre sugli esiti del voto e della sfida tra Nicola Sturgeon, dello Scottish National Party, Nigel Farage dell’Ukip, il primo ministro in carica, David Cameron, e il capo dei laburisti, Ed Miliband regna ancora incertezza, Radhika Sanghani sul Telegraph fa il punto su 18 anni di esistenza del Ministero per le Donne. Vi segnaliamo lo spunto Quali i risultati raggiunti? Il Regno Unito ha un ministero per le Donne, da 18 anni, scrive Radica Sanghani. “Non lo sapevate? Non vi preoccupate, non siete soli”. La ministra è Nicky Morgan, che è anche Segretaria di Stato per l’educazione. Il dicastero, si legge sul Telegraph, venne introdotto nel Regno Unito nel 1997 da Tony Blair che scelse Harriet Harman, oggi deputy leader per i laburisti come Ministra delle donne. Da allora sette donne hanno ricoperto questo ruolo. L’Inghilterra è uno dei pochi paesi ad avere una figura del genere, insieme all’Australia e alla Nuova Zelanda. Danimarca e Svezia hanno un Ministero per l’uguaglianza di genere. La mancanza di conoscenza, da parte dell’opinione pubblica, dell’esistenza di questa figura vuol dire che non sta funzionando?

Vi segnalo infine un post sul blog Il ricciocorno schiattoso sulla storia di Tom Meagher. Tom, si legge, era il marito di Jill Meagher, stuprata e uccisa una notte tra il 21 e il 22 settembre 2012, mentre tornava a casa dopo una serata fuori con i colleghi di lavoro. A seguito della tragica morte della moglie, Tom si è trovato a riflettere sul fenomeno della violenza contro le donne. Adrian Bayley, l’assassino di sua moglie, è un mostro – si chiede Tom – o solo il prodotto di una società nella quale è normale abusare delle donne? “Mi ero costruito un immagine di quest’uomo, lo immaginavo come un qualcosa di non umano, di demoniaco, emerso in qualche modo dall’etere. Ma quando l’ho visto articolare nomi, verbi e pronomi per formulare delle frasi di senso compiuto, ho dovuto rivedere la mia percezione del fenomeno della violenza contro le donne e mettere in relazione Bayley e la società dalla quale proviene. Quando ho sentito Bayley parlare in Tribunale ero esterrefatto, perché avevo imparato a pensare che gli stupratori sono dei pazzi che blaterano e indossano pantaloni della tuta con sotto scarpe da sera e calzettoni al ginocchio. Invece, ed è molto più inquietante, il fatto è che la maggior parte degli stupratori sono ragazzi normali, ragazzi con i quali potremmo lavorare o fare amicizia, potrebbero essere i nostri vicini o anche membri della nostra famiglia”. Adrian Bayley aveva commesso innumerevoli violenze prima di accanirsi su Jill; racconta Tom: Aveva brutalmente violentato diverse prostitute in Australia; alla domanda “perché lo hai fatto?”, nel corso di un’intervista rispose “Avevo pagato, potevo fare di loro ciò che volevo.” 10 anni dopo, messo in libertà per buona condotta, Adrian Bayley si trova sulla strada di Jill Meagher verso casa. Oggi Tom Meagher è un attivista per i diritti delle donne. E’ un sostenitore della campagnaWhite Ribbon, e il 22 aprile di quest’anno ha partecipato al lancio della campagna irlandese “We don’t buy it”. Secondo Tom Meagher il nesso fra il fenomeno della prostituzione e la violenza sulle donne è la disumanizzazione delle donne operata dal fenomeno stesso della prostituzione.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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