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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 febbraio 2016

Shamma-Al-Mazrui

Siria, MSF: sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Zika, il Papa: contraccezione sì, aborto mai. Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni in Uganda. Dal carnevale di Rio al “silenziamento” della gestione maschile del corpo delle donne in Brasile. Oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India ha nozioni distorte di violenza domestica. E pensa sia normale. Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Torneo di beach volley in Iran: ma le donne non possono (ancora) entrare. Le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Honduras, una donna uccisa ogni 16 ore. Khadija Ismayilova è l’eroina dell’informazione della settimana, dalla classifica di RSF. 

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Siria. 1,9 milioni di persone vivono sotto assedio, le frontiere sono chiuse ai rifugiati e dilagano i bombardamenti contro strutture mediche e aree densamente abitate. È l’allarme lanciato dall’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere, con un appello specifico agli stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, che sono parte attiva del conflitto: devono rispettare le risoluzioni da loro stessi approvate per fermare il massacro e garantire che i loro alleati assicurino la dovuta protezione ai civili ed evitino i combattimenti in aree civili. MSF presenta l’impatto del conflitto contro i civili attraverso i dati raccolti in 70 fra gli ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione in Siria nordoccidentale, occidentale e centrale. Nel complesso, sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Il rapporto denuncia che 63 ospedali e strutture sanitarie supportate da MSF sono state attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni nel solo 2015. 12 strutture sono state distrutte e 23 membri dello staff sono rimasti uccisi.

“Alle donne esposte al virus Zika potrebbe essere permesso di usare contraccettivi per evitare le gravidanze”. Lo ha suggerito Papa Francesco nel corso della lunga conferenza stampa che come di consueto ha tenuto sul volo papale, questa volta di ritorno dal Messico. “Ma l’aborto, quello resta il “male assoluto”, un crimine”. E non dovrebbe mai essere permesso, nemmeno per quelle donne che aspettano un bambino con seri danni cerebrali causati dal virus Zika.

Una donna brasiliana vestita come l’artista messicana e icona femminista Frida Kahlo apre una lattina di birra. Altre mostrano cartelli con slogan come “Let me samba in peace”. Questo, si legge su Vice News, è stato il carnevale di Rio de Janeiro. Mulheres Rodadas – un termine slang che significa “donne che sono già state in giro” – è un gruppo nato poco più di un anno fa con l’obiettivo di combattere quello che viene definito un certo tipo di “silenziamento”, in Brasile, della discriminazione sessuale che sembra celebrare la libertà femminile ma che spesso significa tutt’altro. “La gente dice che in Brasile le donne si vestono come vogliono”, spiega Debora Thomé, “Quindi come si può volere più libertà? Ma diciamo che è come gli uomini vogliono che le donne si comportino. Una donna si può mettere quello che vuole, ma poi diventa vittima di violenza a causa di quello che indossa”. Un nuovo movimento femminista insomma, che sta crescendo in un Paese dove l’aborto è ancora illegale ad eccezione dei casi di stupro, quando la vita della madre è in pericolo, quando nel feto si riscontra una malformazione che porta alla sicura morte del bambino e nota come anencefalia. Il movimento nasce anche in risposta all’emendamento proposto da Eduardo Cunha, deputato e leader del potente blocco cristiano evangelico del Congresso. Che ha presentato un emendamento per cui per accedere all’aborto le vittime di stupro devono obbligatoriamente denunciare il crimine e sottoporsi ad esame medico forense. Di lui, le femministe brasiliane dicono: “Oh no, Eduardo Cunha vuole controllar era tua vagina”. In Brasile, spiega ancora Thomé, gli uomini sentono di avere “il diritto di controllare il corpo delle donne. Pensate a quell’emendamento”. Solo il 10% dei deputati del congresso è donna: quindi in pratica gli uomini stanno decidendo se e quando le donne possono abortire”.

Giappone: videogiochi, sesso e violenza. RapeLay, dove si gioca nei panni di un predatore sessuale, è il caso estremo, ma molti sono i giochi e i cartoni animati giapponesi che hanno un rapporto “ controverso” con questo tipo di contenuti. Alcuni provvedimenti sono già stati presi, ma ora il Comitato CEDAW (Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) chiede di più. Ed “esorta vivamente il Giappone a vietare la vendita di videogiochi o fumetti che abbiano come contenuto stupri e violenza sessuale contro le donne che così normalizzano e promuovono la violenza sessuale contro le donne e le ragazze”.

Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni. Accade a Kampala, in Uganda. Una decisione che arriva dopo che gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per l’atmosfera elettorale deteriorata che si stava creando in vista delle elezioni del 18 febbraio. La violenza sotto elezioni è un elemento che si ripete in molti Paesi africani, innescata da tensioni politiche o etniche o da processi elettorali viziati: e donne e bambini sono le persone che hanno più probabilità di subirla. Jessica Nkuuhe, coordinatrice nazionale dell’Uganda’s Women Situation Room, spiega che il centro di controllo lavorerà fino al 20 febbraio. In passato, spiega Nkuuhe, non ci sono state segnalazioni di violenze elettorali sulle donne in Uganda, ma elettrici e candidate hanno affrontato diversi tipi di violenza psicologica, e hanno fatto fronte agli sforzi portati avanti per impedire loro di votare. “Sono stati riportati anche episodi di violenza domestica derivanti da differenze nella scelta del partito o dei candidati”, spiega a Reuters. Yowecri Museveni, presidente dell’Uganda, ha governato il Paese per tre decenni da quando è salito al potere dopo una guerra-guerriglia durata cinque anni. Anche in queste elezioni Museveni è il favorito e potrebbe vincere un mandato di altri cinque anni, ma questa è per lui l’elezione più difficile. Il mese scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che vi erano state numerose segnalazioni di “eccessiva forza, ostruzionismo, dispersione di manifestazioni dell’opposizione, intimidazioni e arresti di giornalisti” da parte della polizia, in un clima elettorale definito “di paura e intimidazione”. Patricia Munaabi Babiiha, direttrice esecutiva del Forum for Women in Democracy, spiega che la sala di controllo impiega donne e giovani e coinvolge anche rappresentanti della polizia e funzionari della Commissione elettorale. Sono stati formate 450 persone, tra donne e giovani, distribuiti in 15 distretti considerati punti cruciali per l’osservazione e il monitoraggio delle elezioni da una prospettiva di genere e di violenza. Sono stati formati anche 10 giovani volontari, operatori del call center che riceve e registra le segnalazioni e fa partire gli interventi in caso di necessità. Quello della situation room di genere è un progetto realizzato dall’Angie Brooks International Center (ABIC) durante le elezioni in Liberia del 2011 e poi replicato con successo durante le elezioni in Senegal, Sierra Leone, Nigeria e Kenya.

Da un recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione emerge che oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India possiede contorte e male informate nozioni sulla violenza domestica. Lo studio ha rilevato che il 53 per cento delle ragazze in entrambi i paesi ritengono che la violenza domestica sia giustificata. Secondo i dati raccolti in India e in altri Paesi in via di sviluppo, un’alta percentuale di adolescenti maschi ha la stessa convinzione. Gli atteggiamenti regressivi sui ruoli di genere si sono infiltrati ormai così profondamente nella cultura e nella società che spesso le vittime, reali o potenziali, di violenza domestica e di violenza contro le donne, ritengono che non ci sia nulla di sbagliato in quei comportamenti. C’è una tendenza a incolpare le vittime di violenza per la loro situazione, mentre l’autore viene del tutto assolto da qualsiasi responsabilità. La struttura sociale patriarcale, si legge su The Express Tribune, la diffusa disuguaglianza di genere, contorte nozioni del concetto di onore, un quadro giuridico debole e un generale aumento della violenza nella società hanno contribuito al fatto che la violenza domestica sia considerata come una componente accettabile dell’esistenza. Una sindrome di Stoccolma a livello di società, si legge ancora, per cui nelle vittime si sviluppano sentimenti di simpatia nei confronti dei rapitori o dei violenti. Questa mentalità prepara le giovani donne a una violenza che dura per tutta la vita. I loro figli saranno esposti per la stessa violenza e da grandi alle stesse credenze.

Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Il governo indiano ha emanato specifiche direttive affinché le stazioni di polizia raccolgano le denunce di violenza sulle donne e venga fatto un lavoro in termini di istruzione e formazione tra le forze di polizia. Un portavoce del governo ha fatto sapere che si stanno portando avanti molteplici sforzi per l’empowerment delle donne, cominciando dalle forze dell’ordine e da quelle stazioni di polizia troppo al maschile. Il progetto è anche quello di aumentare del 33% la presenza femminile all’interno delle forze di polizia. Al momento è del 6-7%.

Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Le nuove nomine includono cinque donne, portando il numero totale della rappresentanza femminile al numero record di otto donne su un totale di 29 membri di gabinetto. Shamma al Mazrui, 22enne e ministra per gli Affari Giovanili, è la più giovane ministra del mondo; sarà anche a capo del Consiglio Nazionale Giovanile degli Emirati.

È cominciato in questi giorni il primo torneo di beach volley mai ospitato in Iran. Nonostante le ripetute promesse della Federazione internazionale di pallavolo, alle donne viene ancora negato l’ingresso alle partite, tra le intimidazioni dei funzionari locali. Human Right Watch ha lanciato una campagna su Twitter e Facebook per chiedere alla Federazione di mantenere le sue promesse. L’hashtag è #Watch4Women.

Che si tratti di aree urbane o rurali, di paesi sviluppati o in via di sviluppo, le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Come dichiarato da UN Women – scrive Angelique Moss su The Diplomat, donne e ragazze temono e sperimentano differenti forme di violenza sessuale negli spazi pubblici, dagli ammiccamenti alle palpate, stupri e femminicidi. Accade dappertutto: le donne che vivono in Paesi e regioni “avanzati” non sono esenti dalle molestie in pubblico. Il 20% delle donne dichiara di aver vissuto una di queste esperienze in pubblico, secondo un sondaggio condotto nel 2014 dalla no-profit statunitense Stop Street Harrassment. Nella sola Londra, il 43% delle giovani dichiara di aver subito aggressioni e molestie nel 2012. Questo vuol dire per le donne, semplicemente, restrizione delle libertà. In risposta a questi dati UN Women ha lanciato l’iniziativa Safe Cities Global Initiative, con due principali filoni: Safe Cities Free of Violence against Women and Girls, attivo in Ecuador, Egitto, India, Papua Nuova Guinea e Rwanda. L’altro è Safe and Sustainable Cities for All, programma congiunto portato avanti con UNICEF e UN-Habitat. È attivo in Brasile, Costa Rica, Honduras, Kenya, Libano, Marocco, Filippine e Tajikistan.

L’Honduras ha tra i più alti tassi di femminicidi nel mondo, e come spesso accade l’impunità dilagante perpetra e alimenta la violenza di genere con una donna uccisa ogni 16 ore. “Io sono una donna e vivere senza violenza è un mio diritto” è la nuova campagna lanciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite con il sostegno del governo honduregno per ridurre i tassi scioccanti di violenza contro le donne attraverso azioni di consapevolezza. In Honduras il tasso di femminicidi violenti è aumentato di oltre il 260 per cento tra il 2005 e il 2013. Nel solo 2014, almeno 513 donne sono state vittime di femminicidio in Honduras, secondo le statistiche CEPAL. Secondo il Centro per i diritti della donna del Paese, nel 2015 una donna è stata uccisa ogni 16 ore. L’Honduras è anche considerato tra i primi 10 paesi al mondo con il più alto tasso di impunità. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, l’impunità ha un impatto particolarmente pesante sulle donne e “alimenta l’accettazione sociale del fenomeno della violenza contro le donne”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Khadija IsmayilovaQuando è stata condannata l’anno scorso a lavorare come spazzina per le strade per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, la giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova ha risposto con un sorriso che avrebbe “ripulito questo paese dalla sporcizia”: una cosa a cui era abituata. Ismayilova è noto per le sue indagini approfondite sulla corruzione tra i più alti livelli di governo. Incluso il clan presidenziale che gestisce i settori più redditizi dell’economia e i suoi investimenti in paradisi fiscali. Ex capa della sezione dell’Azerbaijan di Radio Free Europe/Radio Liberty, lavora per una serie di organi di informazione nonché per il consorzio internazionale di giornalismo investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project. Corre considerevoli rischi a livello personale. Nel 2012 e nel 2013 è stata bersaglio di una campagna diffamatoria e di un tentativo di ricatto con scene di un video girato da una telecamera nascosta nella sua camera da letto. Nel febbraio di quest’anno un cambiamento di tattica ha portato ad accusarla questa volta di spionaggio. Secondo il pubblico ministero che l’ha interrogata per tre giorni di seguito, è stata accusata di aver trasmesso segreti di stato al Congresso degli Stati Uniti. Ma ci vuole ben altro per convincerla a smettere di portare avanti le sue inchieste.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 luglio 2015

New York Magazine

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Partiamo con la copertina del New York Magazine. Ci sono le foto in bianco e nero di 35 donne che accusano il celebre attore Bill Cosby di averle violentate. Violenze partite già negli anni 60. E c’è una sedia vuota, la sedia della prossima vittima. Il settimanale ha raccolto le loro storie, intervistando e fotografando ognuna di loro. Il copione, come riportato anche dal Washington Post, sarebbe stato più o meno sempre lo stesso: una giovane donna, spesso un’aspirante attrice, violentata da un uomo che si ritiene un mentore, magari dopo essere stata drogata e stordita. C’è Barbara Bowman, violentata da Bill Cosby secondo la sua testimonianza quando aveva solo 17 anni, o Therese Serignese che di anni ne aveva 19 all’epoca della violenza. C’è Andrea Costand, che meno di dieci anni fa ha raccontato che Cosby l’avrebbe drogata e violentata nel 2004 nella sua casa in Pennsylvania. C’è Tamara Green, avvocata, vive in California e racconta la stessa storia: lei aspirante attrice, lui che la aggredisce dopo averla drogata. Analoga la testimonianza di Janice Dickinson, ex modella.

Ma Bill Cosby non è l’unico vip a trovarsi nei guai in questi tempi. Sono infatti tornate alla ribalta le accuse di violenza sessuale sull’ex moglie Ivana al magnate e businessman Donald Trump. Secondo una biografia del 1993 Trump violentò la moglie dopo ad un litigio sui trattamenti contro la perdita di capelli. Il libro, Lost Tycoon: Le molte vite di Donald J. Trump, descrive una “violenta aggressione” di una “terrorizzata” Ivana, che a quanto pare avrebbe poi detto ai suoi amici più intimi: “Mi ha violentata.” Lo riporta il Telegraph. Trump ha già smentito, scrive Radhika Sanghani, ma la situazione è complessa: se è vero, Ivana è stato vittima di un terribile attacco, se non è vero, Trump – un candidato presidenziale – è vittima di calunnia. Certo lo stupro della moglie è un reato da tempo: fin dal 1984 nello stato di New York – quindi cinque anni prima del presunto incidente – e dal 1993 in tutti gli USA. Tanto che l’avvocato di Donald Trump ha dovuto scusarsi pubblicamente per le sue affermazioni nel corso di un’intervista e per la frase: “Non è possibile stuprare la propria moglie”

Passiamo in Polinesia. “Porre fine alla violenza è un problema che riguarda tutte le nostre comunità e dei nostri paesi”, ha detto l’Alto Commissario australiano Brett Aldam in occasione del lancio di una nuova risorsa di informazioni per le donne a Nuku’alofa, capitale del regno di Tonga. Il nuovo kit di strumenti, dal titolo “Come realizzare progetti per porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, è il primo del suo genere nel Pacifico. È stato sviluppato da UN Women attraverso il Pacific Regional Ending Violence against Women Facility Fund, con il finanziamento del governo australiano.
Una serie di studi condotti in tutto il Pacifico dimostra che due donne su tre hanno vissuto un qualche tipo di violenza nel corso della loro vita, per lo più da partner o mariti.

Andiamo infine in Nepal, dove a tre mesi dal terremoto in Nepal che il 25 aprile scorso ha provocato oltre 8.890 morti e più di 22 mila feriti, resta alta l’emergenza umanitaria soprattutto nelle zone interne del Paese e l’Oxfam, il network internazionale di organizzazioni impegnate nella lotta alla povertà e e all’ingiustizia, denuncia il rischio di violenze sulle donne nei rifugi temporanei. Ne parla Elvira Ragosta su Radio Vaticana. Secondo l’Oxfam, nel distretto di Dhading – nella zona centrale del Nepal – le donne vivono con la paura di subire abusi fisici e sessuali per la mancanza di sicurezza e di privacy dovuta alla promiscuità dei campi. L’indagine di Oxfam ha evidenziato come i bagni comuni e le aree prive di luce elettrica siano considerate i posti più insicuri. Inoltre, nei distretti più colpiti, molte famiglie sono ancora costrette a vivere all’aperto sotto teloni o in strutture fatte di lamiera. E sale anche il rischio per le epidemie, soprattutto per i bambini, perché in alcune zone l’accesso all’acqua potabile non è garantito.
E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets. Seguiteci sulla nostra pagina Facebook e su Twitter con il nostro account @RadioBullets

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 22 luglio 2015

LaceySchwartz_hires

Dal Consiglio Ue la sollecitazione a superare il divario uomo-donna sulle pensioni. La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia perché non garantisce le coppie gay. La storia di Lacey Schwartz, filmmaker dalla doppia identità. Oltre 4mila donne potrebbero morire per le complicazioni del parto nei paesi colpiti dall’epidemia di Ebola. La polizia egiziana ha arrestato 84 persone per molestie sessuali. In Australia la Croce Rossa e Mezzaluna Rossa: fermare l’escalation della violenza contro le donne nei conflitti in Medio Oriente.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’8 luglio 2015

Tarang Chawla with his sister Nikita
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Partiamo dallo Sri Lanka, dove sindacati e associazioni femminili hanno organizzato in queste ore una manifestazione fuori dalla Corte Suprema di Colombo per chiedere provvedimenti contro Justice Sarath Abrew, accusato di aver brutalmente attaccato e violentato una domestica nella propria abitazione a fine giugno. La donna ha riportato anche la rottura del cranio ed è stata ricoverata d’urgenza in ospedale. Come riconosciuto dall’International Labour Organisation – lo ricorda Yasmin Gunaratnam su OpenDemocracy.net – chi fa questi tipi di lavoro è soggetto, che sia in patria o all’estero, a molte forma di abuso, assalto e violenza a causa, in parte, dell’intimità e dell’isolamento del luogo di lavoro”. Nello Sri Lanka, queste esperienze sono note ma vengono ancora banalizzate, allo stesso modo in cui la violenza domestica è stata culturalmente accettata in Gran Bretagna fino alle campagne femministe degli anni ’70 e ’80. Le associazioni hanno scritto al Presidente, Maithripala Sirisena, chiedendo sostegno finanziario e terapeutico per la donna e chiedendo l’arresto immediato di Abrew. “Questo attacco sfrontato è un’opportunità per il governo per inviare un messaggio chiaro sul fatto che la violenza contro le lavoratori domestiche non sarà tollerata”, spiegano. “Le lavoratrici domestiche da tempo ci dicono degli abusi affrontati in casa, violenza sessuale inclusa. Non è sempre così, ma non possiamo lasciare le cose al caso, Solo quando i lavoratori domestici vedranno tutelati i loro diritti saranno al sicuro”. La stragrande maggioranza del lavoro domestico in Sri Lanka è svolto da donne con bassi livelli di istruzione. La femminilizzazione di questo tipo di lavoro porta con sé il fatto che venga considerato scarsamente qualificato, non un “vero lavoro”.

Dal Sydney Morning Herald leggiamo l’appello di un fratello. “Mia sorella Nikita è stata uccisa a gennaio”, scrive Tarang Chawla. “Se non fosse stato uccisa, avrebbe appena compiuto 24 anni”. Il prossimo 13 luglio cominceranno le  audizioni pubbliche della Royal Commission per la violenza in famiglia del governo statale. “Se l’attuale tendenza per il 2015 resta invariata, nel frattempo almeno altre due donne verranno uccise da qualche parte in Australia. Quando mia sorella è stata uccisa, alcuni giornalisti hanno notato l’identità culturale dell’uomo accusato della sua morte. La maggior parte si è concentrata sull’identità etnica di mia sorella. Non ero sicuro di che fare. Io e i miei genitori siamo migrati in Australia dall’India, ma Niki è australiana. Nata e cresciuta qui. Nessuna di queste cose è di particolare importanza per quello che è successo. Ma forse noi tutti diamo per assunto che ci sia nelle comunità indiane qualcosa di particolarmente degno di nota in tema di violenza. Qualcuno”, dice ancora Tarang, “mi ha scritto che mia sorella ha avuto quello che si meritava. Il problema è che quando le donne vengono uccise ci troviamo puntualmente a pensare: Cosa avrà fatto? e non Perché gli uomini sono violenti? Mi auguro che la Royal Commission affronti la questione maschile. Spero che ovunque mia sorella sia ora sia sicura e felice. È il minimo che si merita. Spero che stia ballando”.

In una deposizione sotto giuramento del 2005 Bill Cosby, che molti ricordano per i Robinson, ammise di essersi procurato pesanti sedativi per offrirli ad alcune giovani donne con cui voleva fare sesso. L’Associated Press è entrata in possesso di documenti legali che adesso, a giudizio degli avvocati, potrebbero aiutare le decine di donne che affermano di esser state “vittime” di papà Robinson.

E chiudiamo con la cantante Rihanna. USA today scrive che l’opinione pubblica è divisa in merito all’ultimo video dell’artista, dove si vede una particolarmente truce violenza di una donna contro un’altra donna. I critici dicono che il video di “Bitch Better Have My Money”, in cui Rihanna si vendica di una donna bianca, è misogino. Secondo i fan invece il messaggio sarebbe di empowering. Quel che è certo è che il video ha innescato un grande dibattito su femminismo e razzismo.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 10 giugno 2015

Anna Zhavnerovich

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Cominciamo da un pezzo di africarivista.it: Fadumo Dayib ha annunciato che si candiderà alle elezioni presidenziali che si terranno in Somalia nel 2016 perché vuole diventare il primo capo di Stato donna del suo Paese. Affrontando così una doppia sfida: alla tradizione, che vede la donna somala ai margini della società; e ai fondamentalisti islamici, che relegano le donne al ruolo di spose dei miliziani o a schiave sessuali. Fadumo ha vissuto in prima persona la tragedia della Somalia contemporanea. Nata in Kenya da una famiglia somala, è rientrata da bambina nel suo Paese, per fuggire di nuovo di fronte all’inasprirsi della guerra civile (iniziata nel 1991). È la Finlandia la sua terra di adozione. È lì che a 14 anni ha imparato a scrivere e a leggere. Ed è lì che ha continuato gli studi fino a ottenere un master in sanità e salute pubblica. Studi che le hanno permesso di affrontare una carriera al servizio dell’Unione europea e delle Nazioni Unite, dove si è occupata di temi delicati quali le migrazioni forzate, le discriminazioni di genere, la pandemia di Hiv-Aids. Come molti profughi della diaspora non ha però mai cessato di occuparsi della Somalia e, in particolare, delle donne somale. Questo suo impegno è sfociato nell’intenzione di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali. Oggi Fadumo ha 42 anni e quattro figli, per lei, se mai si terranno le elezioni e se mai verrà eletta, si aprirà un percorso difficilissimo. La Somalia oggi è un Paese in ginocchio. Il Governo federale in carica dal 2012 sopravvive grazie al sostegno internazionale. Le autorità non controllano che piccole porzioni di territorio. Il Somaliland a Nord si è dichiarato indipendente (anche se non ha riconoscimento internazionale) e ha proprie istituzioni. Il capo dello Stato ha annunciato la volontà di indire elezioni entro il 2016, ma le difficoltà logistiche sono enormi.

E passiamo alla Cina, dove la femminista Xiao Meili, 25 anni, ha lanciato sul social cinese Weibo un contest per l’uguaglianza di genere cui hanno partecipato molte donne tra cui tre delle cinque femministe arrestate lo scorso marzo e poi rilasciate dopo un mese. Protagonisti i peli delle ascelle: le partecipanti hanno inviato selfie con le braccia alzate e le ascelle non rasate. “Le donne dovrebbero avere il diritto di decidere come comportarsi con i loro corpi, incluso cosa fare con i peli sotto alle ascelle”, spiega Xiao alla CNN. “Radersi è una scelta, ma le donne non devono essere costrette a farlo dalla pressione degli stereotipi”. Il contesti si chiuderà con sei vincitori che saranno premiati con preservativi, vibratori e un orinatoio piedistallo, utilizzabile per una donna rimanendo in piedi.

Burkina Faso: una marcia contro le lesbiche. Il sito Il grande colibrì, essere LGBT nel mondo traduce un pezzo di lepays.bk:A Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, alcuni giovani hanno fatto un minaccioso giro delle case abitate da sospette lesbiche, con la benedizione dell’imam e del prete. La marcia di protesta contro le lesbiche è partita da Sikasso-Sira, uno dei vecchi quartieri di Bobo-Dioulasso, in cui alcune ragazze praticano, nella casa di famiglia, l’omosessualità: i vicini ne sono pienamente consapevoli, ma nessuno finora ne aveva parlato. I manifestanti hanno voluto mettere fine a questa pratica che considerano pericolosa per la prole. L’obiettivo, secondo il loro portavoce, è vietare l’accesso delle lesbiche alle loro case e anche al loro quartiere, pena rappresaglie. “Abbiamo paura per l’educazione dei nostri figli che, come argilla, prendono la forma degli oggetti in cui vengono plasmati”.

Secondo il report 2014 appena pubblicato dai  National Coalition on Anti-Violence Programs, negli Stati Uniti la violenza contro le persone LGBT è scesa del 32 per cento, ma sono aumentati del 13 per cento i crimini contro le persone transgender. Dai dati emerge anche un aumento nel numero degli omicidi nei confronti di individui LGBT: circa il 50 per cento delle vittime erano donne transgender, si legge sul sito di Human Rights Campaign, e il 35 per cento erano uomini gay e bisessuali. Le donne transgender sopravvissute hanno sperimentato la violenza della polizia, la violenza fisica, la discriminazione, molestie, violenza sessuale, minacce e intimidazioni.

Anna Zhavnerovich ha 28 anni ed una giornalista di un sito web di moda con sede a Mosca. Dopo essere stata picchiata fino allo svenimento dal suo fidanzato, racconta il Guardian, Anna è andata dalla polizia per denunciarlo, con la faccia ancora gonfia per le botte. E si è vista fare strane domande. “Mi hanno chiesto perché non ho avuto figli”, ricorda. “Mi hanno chiesto se ero sposata”. Insomma, un interrogatorio, che in qualche modo suggeriva che la colpa di quello che era successo era sua. Il fidanzato non ha avuto grossi guai, il caso è stato archiviato, ma lei ha rilanciato e ha scritto della sua storia. Tirando fuori quello che in Russia è, scrive il Guardian, un tabù quasi innominabile. Anna è stata letteralmente sommersa di mail e messaggi di altre donne che le hanno raccontato la stesa esperienza e la difficoltà di denunciare i fatti davanti alle autorità. Dagli anni ’90, racconta Amelia Gentleman sulla testata britannica, la politica russa ha preso in considerazione – e abbandonato –  almeno una cinquantina di progetti e disegni di legge sulla violenza domestica. Questa vota gli attivisti covano un certo, timido ottimismo grazie ad una serie di casi di alto profilo che stanno finalmente portando alla luce il problema.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 maggio 2015

Farkhunda

Salve a tutte e a tutti da Angela Gennaro, benvenuti anche questa settimana al nostro viaggio di approfondimento nel mondo delle donne su Radio Bullets.

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Cosa hanno in comune eutanasia e violenza di genere? La storia di una donna indiana, morta a 67 anni dopo averne passati 42 in stato praticamente vegetativo – ne ha parlato anche Alessia Cerantola nel corso del notiziario. Aruna Shanbaug, un’infermiera, aveva solo 24 anni quando è stata aggredita nel seminterrato dell’ospedale King Edward Memorial di Mumbai da un inserviente delle pulizie che l’ha sodomizzata, soffocata con una catena per cani e lasciata lì credendola morta. Ma Aruna non era morta: è rimasta cieca, paralizzata e il suo cervello gravemente danneggiato. La sua storia, racconta Amanda Hodge, corrispondente dall’Asia del Sud per l’Australian, ha scatenato un dibattito nazionale sull’eutanasia e portato nel tempo ad una legge di riferimento che consente l'”eutanasia passiva”. Aruna è morta in questi giorni di polmonite, mettendo fine ad una battaglia di quattro decenni portata avanti dai sostenitori della dolce morte. L’uomo che ha portato Aruna a passare 42 anni in questo stato, Sohanlal Walmiki, è stato sì processato e condannato, ma solo per rapina e tentato omicidio: mai è stato accusato – né condannato – per stupro. I medici hanno presumibilmente nascosto le prove del reato per “proteggere la reputazione della vittima”. L’attivismo femminile indiano parla di questo delitto come dell’esempio del fallimento del Paese nella protezione delle donne dalla violenza sessuale e nella giustizia nei loro confronti. “Sono sollevata del fatto che la sofferenza di Aruna sia finita”, dice la segretaria generale della Federazione nazionale delle donne indiane Annie Raja. “Ma allo stesso tempo provo angoscia e rabbia perché, dopo tutti questi anni, non ha ottenuto giustizia”. La tutela giuridica delle donne ha avuto negli ultimi anni dei miglioramenti, spiega Raja, “tutti però ottenuti sui cadaveri di donne indiane”.

C’è un aggiornamento anche nella storia di Farkhunda, l’insegnante 27enne linciata da una folla di uomini a Kabul perché accusata falsamente di aver bruciato il Corano. 11 agenti della polizia sono stati condannati a un anno di carcere per complicità in quello che è accaduto lo scorso 19 marzo, mentre altri otto sono stati assolti per insufficienza di prove. Il 6 maggio scorso un altro giudice aveva già condannato a morte 4 persone e altre 8 a 16 anni di prigione.
La nuova sentenza lascia esasperati molti afghani – e molte afghane – che erano scese in piazza e avevano sperato, scrive il Guardian, che il governo facesse passi in avanti nella lotta per la difesa dei diritti delle donne, di cui Farkhunda è diventata suo malgrado simbolo. L’unica colpa dell’insegnante, peraltro, era stata quella di aver discusso con un religioso che vendeva amuleti per strada, pratica ritenuta da alcuni come non islamica: il religioso aveva replicato accusando Farkhunda di aver bruciato il Corano ed è qui che la violenza ha avuto inizio. Nei giorni successivi al linciaggio ha circolato sui social network un video, poi usato anche in tribunale, che mostrava i poliziotti non muovere un dito per fermare la rabbia cieca del centinaio di persone che si sono accanite sulla ragazza dilaniandola. Afghanistan Today ha raccontato la storia di Farkhunda – la sua morte, le proteste e i processi – in un fumetto.

E passiamo in Turchia dove una ragazza di 19 anni, Mutlu Kaya, è in condizioni critiche dopo essere stata sparata alla testa da uno sconosciuto mentre era a casa sua nella provincia sudorientale di Diyarbakir. Secondo le prime ricostruzioni si tratta di una “ punizione” per la decisione della ragazza di partecipare a un talent show televisivo musicale nonostante l’opinione contraria della famiglia. Una persona sospetta sarebbe stata arrestata e interrogata dalla polizia. Secondo alcuni giornali locali la ragazza avrebbe riferito alla produzione dello show di avere ricevuto minacce di morte. Un report della Stop Women Homicides Platform evidenzia come nel 2014 siano state 294 le donne uccise in Turchia: il 47% per la loro scelta di prendere decisioni indipendenti. Nel 2015 le morti sono già 91.

Gli Stati Uniti d’America hanno partecipato alla seconda Universal Periodic Review (UPR), ovvero l’esame periodico destinato a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite sulla loro situazione in tema di diritti umani. Nell’ambito della “Convenzione sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione contro le Donne”, la piattaforma che contiene l’enunciazione di tutti i principi fondamentali sui diritti delle donne e alla quale ogni singolo Paese firmatario si dovrebbe uniformare per ciò che concerne la tutela delle donne stessi in materia di lavoro, di maternità e di parità fra i coniugi, la Serbia e la Danimarca hanno rimarcato i progressi raggiunti dagli Stati Uniti ma hanno anche sottolineato come aperti restino i fronti della parità di retribuzione a parità di lavoro e delle violenze sessuali nelle forze armate.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 aprile 2015

yazidi

Ascolta la puntata del 29 aprile 2015.

Cominciamo con l’Egitto, dove il Primo Ministro Ibrahim Mehleb annuncia l’avvio di una strategia a livello nazionale contro la violenza sulle donne, definendola una delle priorità del suo esecutivo. Lo riporta l’agenzia Meda. Mehleb ha anche aggiunto che la violenza di genere colpisce la società egiziana nel suo complesso, e che rappresenta una violazione dei valori culturali e religiosi. Il premier ha incaricato il Consiglio Nazionale per le Donne di realizzare una strategia da mettere in atto nel quinquennio 2015-2020. Il consiglio si coordinerà con le organizzazioni e le associazioni per massimizzare gli sforzi per ridurre la violenza nelle comunità e nelle famiglie e per la riabilitazione delle vittime.

Il Pakistan sta assistendo in questi giorni a un preoccupante e angosciante aumento dei casi di aggressione con l’acido e di donne con volti sfigurati o che restano cieche per tutta la vita. Sono almeno 160 le donne che quest’anno nel Paese sono state vittima di attacchi del genere.

E passiamo a un pezzo di David McFadden per l’Associated Press in cui si racconta il problema della violenza sessuale contro le lesbiche in Giamaica. Quando Angeline Jackson e un’amica sono state violentate da uomini armati appena fuori dalla capitale della Giamaica, la polizia inizialmente è apparsa preoccupata, più che dell’assalto, del fatto che la vittima fosse lesbica. Angeline Jackson ha 24 anni ed è oggi è a capo dell’unica organizzazione giamaicana per donne lesbiche e bisessuali. “Il primo poliziotto con cui ho parlato mi ha detto che avrei dovuto cambiare stile di vita e tornare in Chiesa”, ricorda lei in un’intervista con AP in cui ripercorre la violenza subita nel 2009. Un’attitudine diffusa in tutta l’isola, dove gli attivisti per i diritti dei gay affermano che gli omosessuali subiscono discriminazione pervasiva e attacchi e che le persone LGBT sono anche vittima di brutali assalti sessuali allo scopo di “guarirle” e riconvertirle all’eterosessualità o quanto meno punirle per il fatto di non adeguarsi alle norme sociali. La Giamaica, riporta AP, ha una reputazione di vecchia data di intolleranza nei confronti dell’omosessualità maschile e di convinzione diffusa che si tratti di una perversione morale importata dall’estero. Ma ora lo stigma nei confronti delle persone omosessuali e dei crimini non denunciati che vedono come vittime di violenza donne lesbiche sta ricevendo una sempre maggiore attenzione. Con una popolazione di 3 milioni di abitanti, pochi sono i casi di violenza sessuale riportati agli attivisti LGBT. Il principale gruppo che si occupa di gay right nell’isola, il J-FLAG, ha documentato una serie di casi negli anni. Come spesso accade, anche quando le violenze vengono denunciate, le indagini si rivelano difficili nell’ambito del sistema giuridico giamaicano, inefficiente e sul punto di esplodere.

Andiamo in Nord Corea. I mali del Paese, racconta il Weekly Standard, sono ben noti: campi di prigionia politica, tra le 450.000 e i 2 milioni di persone che muoiono letteralmente di fame secondo un rapporto delle Nazioni Unite che ha dichiarato il governo nordcoreano responsabile di “crimini contro l’umanità, derivanti da ‘politiche stabilite al più alto livello dello Stato,'”, tra cui “sterminio, omicidio, riduzione in schiavitù, tortura, prigionia, stupri, aborti forzati e altre forme di violenza sessuale, persecuzione per motivi politici, religiosi, razziali e di genere, trasferimento forzato delle popolazioni, sparizione forzata di persone e l’atto disumano di provocare deliberatamente una fame prolungata”. Ciò che è meno noto, si sottolinea, è la condizione delle donne, soprattutto quelle ai più bassi livelli del sistema songbun, che categorizza i nordcoreani in base alla loro fedeltà al regime. Molte, a causa della povertà estrema, sono costrette a prostituirsi. A causa della indisponibilità di cure mediche e farmaci, alcune si rivolgono all’oppio nella falsa speranza di prevenire malattie sessualmente trasmissibili. Nei campi di prigionia, le donne poi sono coloro che subiscono le peggiori crudeltà. Migliaia fuggono in Cina come rifugiate e diventano preda dei trafficanti.

E finiamo con l’Iraq, dove le schiave sessuali yazidi rapite e violentate dai militanti dell’Isis vengono sottoposte a un intervento chirurgico per “ristabilire la loro verginità” nel timore che possano essere rifiutate dai futuri mariti. Molte ragazze catturate sono riuscite a fuggire, anche se un numero imprecisato rimane ancora imprigionato e in balia dei propri carcerieri. Chi è riuscita a scappare però, soprattutto nel Kurdistan iracheno, è ora ostracizzata da comunità e famiglia per la violenza sessuale subita. Rothna Begum, esperta di diritti delle donne nel Medio Oriente per Human Rights Watch, spiega all’Independent che i test di verginità sono oggi regolarmente in corso e anche le ragazze che, rapite, non sono state violentate, vengono sottoposte a queste procedure invasive al fine di ottenere la prova della verginità in vista del matrimonio.

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