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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 febbraio 2016

Shamma-Al-Mazrui

Siria, MSF: sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Zika, il Papa: contraccezione sì, aborto mai. Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni in Uganda. Dal carnevale di Rio al “silenziamento” della gestione maschile del corpo delle donne in Brasile. Oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India ha nozioni distorte di violenza domestica. E pensa sia normale. Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Torneo di beach volley in Iran: ma le donne non possono (ancora) entrare. Le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Honduras, una donna uccisa ogni 16 ore. Khadija Ismayilova è l’eroina dell’informazione della settimana, dalla classifica di RSF. 

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Siria. 1,9 milioni di persone vivono sotto assedio, le frontiere sono chiuse ai rifugiati e dilagano i bombardamenti contro strutture mediche e aree densamente abitate. È l’allarme lanciato dall’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere, con un appello specifico agli stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, che sono parte attiva del conflitto: devono rispettare le risoluzioni da loro stessi approvate per fermare il massacro e garantire che i loro alleati assicurino la dovuta protezione ai civili ed evitino i combattimenti in aree civili. MSF presenta l’impatto del conflitto contro i civili attraverso i dati raccolti in 70 fra gli ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione in Siria nordoccidentale, occidentale e centrale. Nel complesso, sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Il rapporto denuncia che 63 ospedali e strutture sanitarie supportate da MSF sono state attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni nel solo 2015. 12 strutture sono state distrutte e 23 membri dello staff sono rimasti uccisi.

“Alle donne esposte al virus Zika potrebbe essere permesso di usare contraccettivi per evitare le gravidanze”. Lo ha suggerito Papa Francesco nel corso della lunga conferenza stampa che come di consueto ha tenuto sul volo papale, questa volta di ritorno dal Messico. “Ma l’aborto, quello resta il “male assoluto”, un crimine”. E non dovrebbe mai essere permesso, nemmeno per quelle donne che aspettano un bambino con seri danni cerebrali causati dal virus Zika.

Una donna brasiliana vestita come l’artista messicana e icona femminista Frida Kahlo apre una lattina di birra. Altre mostrano cartelli con slogan come “Let me samba in peace”. Questo, si legge su Vice News, è stato il carnevale di Rio de Janeiro. Mulheres Rodadas – un termine slang che significa “donne che sono già state in giro” – è un gruppo nato poco più di un anno fa con l’obiettivo di combattere quello che viene definito un certo tipo di “silenziamento”, in Brasile, della discriminazione sessuale che sembra celebrare la libertà femminile ma che spesso significa tutt’altro. “La gente dice che in Brasile le donne si vestono come vogliono”, spiega Debora Thomé, “Quindi come si può volere più libertà? Ma diciamo che è come gli uomini vogliono che le donne si comportino. Una donna si può mettere quello che vuole, ma poi diventa vittima di violenza a causa di quello che indossa”. Un nuovo movimento femminista insomma, che sta crescendo in un Paese dove l’aborto è ancora illegale ad eccezione dei casi di stupro, quando la vita della madre è in pericolo, quando nel feto si riscontra una malformazione che porta alla sicura morte del bambino e nota come anencefalia. Il movimento nasce anche in risposta all’emendamento proposto da Eduardo Cunha, deputato e leader del potente blocco cristiano evangelico del Congresso. Che ha presentato un emendamento per cui per accedere all’aborto le vittime di stupro devono obbligatoriamente denunciare il crimine e sottoporsi ad esame medico forense. Di lui, le femministe brasiliane dicono: “Oh no, Eduardo Cunha vuole controllar era tua vagina”. In Brasile, spiega ancora Thomé, gli uomini sentono di avere “il diritto di controllare il corpo delle donne. Pensate a quell’emendamento”. Solo il 10% dei deputati del congresso è donna: quindi in pratica gli uomini stanno decidendo se e quando le donne possono abortire”.

Giappone: videogiochi, sesso e violenza. RapeLay, dove si gioca nei panni di un predatore sessuale, è il caso estremo, ma molti sono i giochi e i cartoni animati giapponesi che hanno un rapporto “ controverso” con questo tipo di contenuti. Alcuni provvedimenti sono già stati presi, ma ora il Comitato CEDAW (Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) chiede di più. Ed “esorta vivamente il Giappone a vietare la vendita di videogiochi o fumetti che abbiano come contenuto stupri e violenza sessuale contro le donne che così normalizzano e promuovono la violenza sessuale contro le donne e le ragazze”.

Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni. Accade a Kampala, in Uganda. Una decisione che arriva dopo che gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per l’atmosfera elettorale deteriorata che si stava creando in vista delle elezioni del 18 febbraio. La violenza sotto elezioni è un elemento che si ripete in molti Paesi africani, innescata da tensioni politiche o etniche o da processi elettorali viziati: e donne e bambini sono le persone che hanno più probabilità di subirla. Jessica Nkuuhe, coordinatrice nazionale dell’Uganda’s Women Situation Room, spiega che il centro di controllo lavorerà fino al 20 febbraio. In passato, spiega Nkuuhe, non ci sono state segnalazioni di violenze elettorali sulle donne in Uganda, ma elettrici e candidate hanno affrontato diversi tipi di violenza psicologica, e hanno fatto fronte agli sforzi portati avanti per impedire loro di votare. “Sono stati riportati anche episodi di violenza domestica derivanti da differenze nella scelta del partito o dei candidati”, spiega a Reuters. Yowecri Museveni, presidente dell’Uganda, ha governato il Paese per tre decenni da quando è salito al potere dopo una guerra-guerriglia durata cinque anni. Anche in queste elezioni Museveni è il favorito e potrebbe vincere un mandato di altri cinque anni, ma questa è per lui l’elezione più difficile. Il mese scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che vi erano state numerose segnalazioni di “eccessiva forza, ostruzionismo, dispersione di manifestazioni dell’opposizione, intimidazioni e arresti di giornalisti” da parte della polizia, in un clima elettorale definito “di paura e intimidazione”. Patricia Munaabi Babiiha, direttrice esecutiva del Forum for Women in Democracy, spiega che la sala di controllo impiega donne e giovani e coinvolge anche rappresentanti della polizia e funzionari della Commissione elettorale. Sono stati formate 450 persone, tra donne e giovani, distribuiti in 15 distretti considerati punti cruciali per l’osservazione e il monitoraggio delle elezioni da una prospettiva di genere e di violenza. Sono stati formati anche 10 giovani volontari, operatori del call center che riceve e registra le segnalazioni e fa partire gli interventi in caso di necessità. Quello della situation room di genere è un progetto realizzato dall’Angie Brooks International Center (ABIC) durante le elezioni in Liberia del 2011 e poi replicato con successo durante le elezioni in Senegal, Sierra Leone, Nigeria e Kenya.

Da un recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione emerge che oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India possiede contorte e male informate nozioni sulla violenza domestica. Lo studio ha rilevato che il 53 per cento delle ragazze in entrambi i paesi ritengono che la violenza domestica sia giustificata. Secondo i dati raccolti in India e in altri Paesi in via di sviluppo, un’alta percentuale di adolescenti maschi ha la stessa convinzione. Gli atteggiamenti regressivi sui ruoli di genere si sono infiltrati ormai così profondamente nella cultura e nella società che spesso le vittime, reali o potenziali, di violenza domestica e di violenza contro le donne, ritengono che non ci sia nulla di sbagliato in quei comportamenti. C’è una tendenza a incolpare le vittime di violenza per la loro situazione, mentre l’autore viene del tutto assolto da qualsiasi responsabilità. La struttura sociale patriarcale, si legge su The Express Tribune, la diffusa disuguaglianza di genere, contorte nozioni del concetto di onore, un quadro giuridico debole e un generale aumento della violenza nella società hanno contribuito al fatto che la violenza domestica sia considerata come una componente accettabile dell’esistenza. Una sindrome di Stoccolma a livello di società, si legge ancora, per cui nelle vittime si sviluppano sentimenti di simpatia nei confronti dei rapitori o dei violenti. Questa mentalità prepara le giovani donne a una violenza che dura per tutta la vita. I loro figli saranno esposti per la stessa violenza e da grandi alle stesse credenze.

Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Il governo indiano ha emanato specifiche direttive affinché le stazioni di polizia raccolgano le denunce di violenza sulle donne e venga fatto un lavoro in termini di istruzione e formazione tra le forze di polizia. Un portavoce del governo ha fatto sapere che si stanno portando avanti molteplici sforzi per l’empowerment delle donne, cominciando dalle forze dell’ordine e da quelle stazioni di polizia troppo al maschile. Il progetto è anche quello di aumentare del 33% la presenza femminile all’interno delle forze di polizia. Al momento è del 6-7%.

Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Le nuove nomine includono cinque donne, portando il numero totale della rappresentanza femminile al numero record di otto donne su un totale di 29 membri di gabinetto. Shamma al Mazrui, 22enne e ministra per gli Affari Giovanili, è la più giovane ministra del mondo; sarà anche a capo del Consiglio Nazionale Giovanile degli Emirati.

È cominciato in questi giorni il primo torneo di beach volley mai ospitato in Iran. Nonostante le ripetute promesse della Federazione internazionale di pallavolo, alle donne viene ancora negato l’ingresso alle partite, tra le intimidazioni dei funzionari locali. Human Right Watch ha lanciato una campagna su Twitter e Facebook per chiedere alla Federazione di mantenere le sue promesse. L’hashtag è #Watch4Women.

Che si tratti di aree urbane o rurali, di paesi sviluppati o in via di sviluppo, le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Come dichiarato da UN Women – scrive Angelique Moss su The Diplomat, donne e ragazze temono e sperimentano differenti forme di violenza sessuale negli spazi pubblici, dagli ammiccamenti alle palpate, stupri e femminicidi. Accade dappertutto: le donne che vivono in Paesi e regioni “avanzati” non sono esenti dalle molestie in pubblico. Il 20% delle donne dichiara di aver vissuto una di queste esperienze in pubblico, secondo un sondaggio condotto nel 2014 dalla no-profit statunitense Stop Street Harrassment. Nella sola Londra, il 43% delle giovani dichiara di aver subito aggressioni e molestie nel 2012. Questo vuol dire per le donne, semplicemente, restrizione delle libertà. In risposta a questi dati UN Women ha lanciato l’iniziativa Safe Cities Global Initiative, con due principali filoni: Safe Cities Free of Violence against Women and Girls, attivo in Ecuador, Egitto, India, Papua Nuova Guinea e Rwanda. L’altro è Safe and Sustainable Cities for All, programma congiunto portato avanti con UNICEF e UN-Habitat. È attivo in Brasile, Costa Rica, Honduras, Kenya, Libano, Marocco, Filippine e Tajikistan.

L’Honduras ha tra i più alti tassi di femminicidi nel mondo, e come spesso accade l’impunità dilagante perpetra e alimenta la violenza di genere con una donna uccisa ogni 16 ore. “Io sono una donna e vivere senza violenza è un mio diritto” è la nuova campagna lanciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite con il sostegno del governo honduregno per ridurre i tassi scioccanti di violenza contro le donne attraverso azioni di consapevolezza. In Honduras il tasso di femminicidi violenti è aumentato di oltre il 260 per cento tra il 2005 e il 2013. Nel solo 2014, almeno 513 donne sono state vittime di femminicidio in Honduras, secondo le statistiche CEPAL. Secondo il Centro per i diritti della donna del Paese, nel 2015 una donna è stata uccisa ogni 16 ore. L’Honduras è anche considerato tra i primi 10 paesi al mondo con il più alto tasso di impunità. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, l’impunità ha un impatto particolarmente pesante sulle donne e “alimenta l’accettazione sociale del fenomeno della violenza contro le donne”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Khadija IsmayilovaQuando è stata condannata l’anno scorso a lavorare come spazzina per le strade per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, la giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova ha risposto con un sorriso che avrebbe “ripulito questo paese dalla sporcizia”: una cosa a cui era abituata. Ismayilova è noto per le sue indagini approfondite sulla corruzione tra i più alti livelli di governo. Incluso il clan presidenziale che gestisce i settori più redditizi dell’economia e i suoi investimenti in paradisi fiscali. Ex capa della sezione dell’Azerbaijan di Radio Free Europe/Radio Liberty, lavora per una serie di organi di informazione nonché per il consorzio internazionale di giornalismo investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project. Corre considerevoli rischi a livello personale. Nel 2012 e nel 2013 è stata bersaglio di una campagna diffamatoria e di un tentativo di ricatto con scene di un video girato da una telecamera nascosta nella sua camera da letto. Nel febbraio di quest’anno un cambiamento di tattica ha portato ad accusarla questa volta di spionaggio. Secondo il pubblico ministero che l’ha interrogata per tre giorni di seguito, è stata accusata di aver trasmesso segreti di stato al Congresso degli Stati Uniti. Ma ci vuole ben altro per convincerla a smettere di portare avanti le sue inchieste.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 12 dicembre 2015

uganda

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Maggiori sforzi per organizzare e finanziare i gruppi locali: è quello che serve, secondo ActionAid, in tema di lotta alla violenza di genere. Lo riporta il Guardian. Onyinyechi Okechukwu, communication specialist per ActionAid Nigeria, già fortemente coinvolta nella campagna Bring Back Our Girls per salvare le giovani studentesse cristiane rapite dai fondamentalisti di Boko Haram in Nigeria, spiega che solo un movimento femminile locale riuscirebbe a portare cambiamenti duraturi nel Paese. Quello della mancanza di fondi è un tema ricorrente e controverso per i gruppi locali per i diritti delle donne. L’anno scorso, scrive il Guardian, gli appelli all’aumento dei fondi per le organizzazioni stavano per essere resi vani nell’ambito del nuovo documento della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne: gli attivisti hanno dovuto lavorare sodo per mantenere il testo originario. I numeri pubblicati dalla Association for Women’s Rights in Development nel report 2013 – lavoro che porta l’evocativo titolo “Annaffiare le foglie, affamare le radici” – rilevano che le entrate medie per le 740 organizzazioni femminili analizzate ammontavano a 20,000 dollari — 13,000 – sterline – all’anno. Per i gruppi dell’Africa sub-Sahariana la media scende a poco più di 12,000 dollari l’anno. Agli inizi di quest’anno, ActionAid e la Women Human Rights Defenders International Coalition hanno accusato i governi di tagliare i fondi alle realtà che si occupano di donne e comunque di ostacolare il loro lavoro. Nell’ambito della Fearless campaign, ActionAid ha lanciato il suo appello per maggiori fondi da destinare ai gruppi locali, il cui ruolo nel combattere la violenza di genere è cruciale. L’organizzazione si rivolge anche al governo inglese che ha promesso di mettere donne e ragazze al centro dei suoi programmi di aiuto e delle sue politiche di sviluppo, affinché assuma un ruolo di leadership nell’opera di incoraggiamento per gli altri Paesi a portare avanti azioni pratiche per prevenire la violenza sulle donne. Dei 19 miliardi di sterline accantonati per perseguire a livello globale le disuguaglianze di genere tra il 2012 e il 2013, alle organizzazioni è andato meno di 270milioni. Gli appelli ai fondi diventeranno sempre più forti ora che gli Stati membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a porre fine alla violenza contro donne e ragazze entro il 2030 nell’ambito dei sustainable development goals che entreranno in vigore il 1 gennaio 2016. “Molti governi e donor vogliono solo vedere risultati immediati rispetto all’impiego di fondi “, dice Okechukwu. “Per questo finanziano edifici scolastici o altri tipi di costruzione o centri salute. Ma quello che facciamo per i diritti delle donne ha a che fare con l’advocacy e con questioni legislative – e sono cose che richiedono tempo”. I governi “non possono dire che vogliono combattere la violenza di genere e poi cercare rapide vittorie”.

L’Algeria ha approvato una legge che criminalizza la violenza contro le donne. La legge, che modifica e completa il codice penale, introduce la nozione di molestia sessuale e punisce tutte le forme di aggressione, di violenza verbale, psicologica o maltrattamenti, in particolare per i casi recidivi. Si sottolinea così che la violenza può assumere diverse forme e che le aggressioni non lasciano necessariamente segni visibili. Questa nuova legislazione vuole in particolare difendere le donne dalle violenze dei congiunti e preservarne le risorse finanziarie dalle mire di coloro che sono ancora percepiti dalle società tradizionali come i capi-famiglia. Il testo dispone che chiunque usi violenza verso una persona congiunta rischia, a seconda della gravità, da uno a 20 anni di carcere, e l’ergastolo in caso di morte. Un altro articolo prevede dai sei mesi ai due anni di prigione per “chiunque eserciti costrizioni sulla propria coniuge per disporre dei suoi beni o delle sue risorse finanziarie”. Questo testo era stato adottato a marzo dall’Assemblea nazionale ma il suo blocco al Senato da parte dei conservatori aveva sollevato inquietudini nelle organizzazioni per i diritti umani, soprattutto a ottobre in seguito alla morte di una donna di 40 anni investita da una macchina dopo aver rifiutato delle avances. Dopo la sua adozione, i conservatori avevano definito questa legge un’intrusione nell’intimità della coppia, contraria ai valori dell’islam. I rappresentanti della società civile e delle ONG avevano dal canto loro criticato il fatto che il testo preveda lo stop dell’iter giudiziario in caso di “perdono” da parte della vittima. Secondo le cifre ufficiali, nei primi nove mesi del 2015 sono stati registrati nel Paese 7.375 casi di violenza. L’Algeria diventa ora il decimo Paese del Maghreb – dopo la Tunisia – a criminalizzare la violenza contro le donne. Un progetto di legge su questo tema è allo studio in Marocco ma è oggetto di grande dibattito.

Cincinnati è la seconda città negli Stati Uniti dopo Washington DC a bannare le terapie per la “conversione” dei gay minorenni. Un risultato ottenuto a un anno dalla morte di Leelah Alcorn, una trans sottoposta dai suoi genitori al “trattamento” e morta suicida il 28 dicembre scorso a 17 anni in Ohio. La pratica è proibita anche in California, Illinois, New Jersey e Oregon.

“Sono caduto e l’ho penetrata per sbaglio”. È la difesa dall’accusa di stupro di Ehsan Abdulaziz, proprietario immobiliare di 46 anni. Nell’agosto del 2014 era uscito per una serata e aveva incontrato una giovane donna e una sua amica di vecchia data in un nightclub londinese. Dopo aver bevuto numerosi cocktail, si legge sull’Huffington Post, si era offerto di accompagnare con la propria Aston Martin le due ragazze nel suo appartamento. Qui, secondo Abdulaziz, l’amica era andata a dormire in una camera mentre la diciottenne l’aveva seguito nella sua camera da letto. Da questo momento in poi, però, le versioni divergono notevolmente. La vittima sostiene di essersi svegliata nel cuore della notte mentre l’uomo tentava di penetrarla contro la sua volontà. A quel punto si è alzata sconvolta, ha svegliato l’amica e ha chiamato la polizia. Abdulaziz, invece, ha cambiato spesso la narrazione dei fatti di quella notte: nel primo interrogatorio ha sostenuto che la ragazza lo aveva attirato a sé permettendogli di mettere le mani tra le sue gambe. Ma quando dalle analisi di laboratorio era emerso che nel corpo della diciottenne c’era traccia del suo sperma, il milionario è stato nuovamente interrogato. E qui è spuntato il racconto della caduta accidentale: “La ragazza ha portato le mie mani sulla sua vagina. Così sono caduto sopra di lei e il pene è entrato”.

Pretoria. La rappresentante delle Nazioni Unite Dubravka Simonovic in visita in Sud Africa per analizzare la situazione della violenza contro donne e bambini, rivela che, secondo i dati da lei raccolti al momento, sta crescendo la mancanza di sensibilità nei confronti dei crimini perpetrati contro queste categorie vulnerabili. Lo riporta Eyewitness News. Di questi giorni la notizia dell’uccisione di due ragazze adolescenti e di un neonato a Katlehong. Simonovic spiega che la violenza contro le donne rappresenta un fenomeno socialmente accettato in Sud Africa e che la violenza ereditata dall’apartheid risuona ancora nella società di oggi. “Il Sudafrica è ancora una democrazia giovane e le cicatrici sono ben vive nel suo tessuto sociale”.

Uganda. L’HIV peggiora la violenza contro le donne, e la trasmissione del virus ne è causa e conseguenza. Studi indicano che la vulnerabilità all’HIV tra le donne che hanno subito violenza sessuale può essere fino a tre volte superiore rispetto a chi non l’ha subita. Secondo Joyce Tibayijuka, dalla Comunità Nazionale delle donne che vivono con l’HIV/AIDS in Uganda, le donne devono affrontare la violenza sessuale soprattutto quando il loro partner è sieropositivo e loro non lo sono. Diventano spesso vittima di violenza da parte dei partner sieropositivi, quindi. Kihumuro Apuuli, direttore generale della Commissione AIDS in Uganda, spiega che l’uso del preservativo nelle coppie HIV-discordanti (quelle dove solo uno dei due partner è malato e l’altro no) è molto basso. Che spesso gli uomini non vogliono usare il profilattico e che questo diventa spesso il prologo di una violenza sessuale. La violenza del partner può aumentare il rischio di infezione da HIV di circa il 50 per cento. Vi è anche prova che la violenza mina l’accesso alle cure, all’assistenza e ai servizi di sostegno per le donne che vivono con l’HIV. In Uganda, il 60 per cento delle nuove infezioni da HIV si verificano in rapporti tra coppie HIV-discordanti.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 ottobre 2015

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Il corrispondente della PBS John Carlos Frey ha intervistato Juan Orlando Hernandez, presidente dell’Honduras. Eletto nel 2013, tra le sue priorità ha la lotta alla violenza: l’Honduras è stato infatti il Paese più pericoloso e violento del mondo, a causa del traffico di droga. Sempre più donne e bambini cercano di fuggire negli Stati Uniti. E la violenza domestica non fa che crescere: il 30% delle donne in Honduras afferma di aver subito un abuso, e il numero di femminicidi è raddoppiato in soli due anni. “Siamo particolarmente concentrati sul problema della violenza contro le donne, spesso vittima di questi conflitti tra gang”, spiega Hernandez. Si stanno anche portando avanti iniziative di prevenzione nelle parrocchie e nelle scuole: “È un programma a tutto tondo, e richiede tempo”. Le ONG che si occupano di violenza contro le donne accusano però il governo di investire in spese militari piuttosto che in programmi di prevenzione, laddove il problema resta prima di tutto di natura culturale.

La nota rivista medica britannica Lancet accusa il governo indiano di non fermare gli stupri e le violenze contro donne e ragazze. La testata, si legge su The Economic Times spiega che potrebbe commissionare nel prossimo futuro un documento di riferimento per misurare l’onere reale di tali atti di violenza in India. In un’intervista esclusiva a TOI in Messico, Richard Horton, il direttore del Lancet ha detto che il governo “ha la responsabilità primaria di proteggere le donne, responsabilità che si estende dalle questioni di sicurezza ai problemi della salute”. Secondo Horton, la “salute delle donne e delle ragazze è una questione strettamente legata agli atti di violenza”. “Possiamo fare stime su ciò che è il peso reale della violenza, ma il dato è molto scarso anche perché c’è un enorme tabù intorno alla questione”. La rivista Lancet l’anno scorso aveva pubblicato un lavoro d ricerca da cui emergeva che ogni giorno milioni di donne e di ragazze in tutto il mondo sperimentano violenza. Abusi che possono assumere molte forme: la violenza intima, fisica e sessuale, da parte del partner, le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e le spose bambine, il traffico sessuale e gli stupri.

Restiamo in India con un pezzo pubblicato su The Conversation. Nel 2013 nel Paese sono morti 1,3 milioni bambini sotto i cinque anni: si tratta di un quinto della mortalità infantile globale, scrive Seetha Menon, PhD Candidate alla University of Sussex. Mentre l’accesso alle cure sanitarie gioca un ruolo importante in queste tragedie individuali, altri fattori, come la violenza domestica, hanno un impatto altrettanto significativo. “La mia nuova ricerca”, scrive, “ha dimostrato che quasi una morte infantile su dieci di bambini più fino a un anno è attribuibile alle violenze subite dalla madre durante il matrimonio”. L’India ha istituito negli ultimi anni diversi programmi volti a ridurre il numero di queste morti infantili. Programmi basati su una sanità più equa e su un migliore accesso ai servizi sanitari pubblici, con particolare attenzione alle nascite in famiglie rurali e povere. Eppure, a dispetto di questi programmi, i dati delle Nazioni Unite suggeriscono che l’India rischia di mancare il suo obiettivo di sviluppo del Millennio – uno dei Millenium Goals dell’Onu – di ridurre entro la fine del 2015 il tasso di mortalità infantile a 42 ogni 1.000 nati vivi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 30% delle donne in tutto il mondo vive un rapporto di violenza da parte del proprio partner. La violenza domestica può causare la morte del bambino in diversi modi: trauma fisico o come conseguenza della perdita di autonomia delle donne che, magari limitate nei movimenti a causa degli abusi, non riescono ad accedere ad un’adeguata assistenza sanitaria. Le vittime di violenza hanno anche livelli più alti di stress psicologico, che è associato a fattori di rischio come la nascita di bambini sottopeso o parti prematuri. Un collegamento, quello tra violenza domestica e mortalità infantile, che si manifesta visibilmente nelle famiglie rurali.

A Kerala, in India, le lavoratrici del tè vincono contro una multinazionale e contro i loro uomini. Ne parla la giornalista Marina Forti: “Per oltre un mese le piantagioni di tè del Kerala, India meridionale, sono state il teatro di un’agitazione mai vista. Migliaia di raccoglitrici hanno bloccato strade, assediato gli uffici delle piantagioni, fermato il lavoro, ma era molto più di una semplice battaglia sindacale: quelle donne erano in lotta contro i padroni delle piantagioni e anche contro i sindacalisti, contro condizioni di lavoro da schiavi, contro i loro stessi uomini, e contro l’indifferenza dello stato e dei media. E alla fine hanno vinto: sia aumenti di salario, sia soprattutto un po’ di voce. La battaglia è cominciata ai primi di settembre”, si legge sul sito terraterra.org. “Le piantagioni di tè in India sembrano rimaste all’era coloniale, salvo che i padroni non sono più britannici: in Kerala sono ad esempio la Kannan Devan Hill Plantation (controllata dalla multinazionale Tata, proprietaria del marchio Tetley) o la Harrison Plantation, le più grandi di una cinquantina di aziende in Kerala”. Le raccoglitrici sono per lo più donne e sono dalit (fuoricasta, o “intoccabili”: lo scalino più basso e discriminato della gerarchia sociale indiana). Per i loro figli non c’è scuola; i loro mariti fanno lavoro altrettanto malpagati, oppure si consumano con l’alcool. La rabbia è esplosa quest’estate, quando la Kannan Devan Hill Plantation ha deciso di tagliare il bonus pagato fino ad allora alle lavoratrici.

Su Tumblr una pagina raccoglie le storie e i racconti delle donne che hanno affrontato episodi di violenza da parte degli uomini. La pagina si chiama When Women Refuse, Quando le donne dicono di no, e ne parla DailyMail in un articolo on line. Utenti anonimi raccontano qui gli abusi subiti per mano di colleghi, partner e sconosciuti. Storie personali di violenza fisica contro le donne nei bar, incidenti sul lavoro, aggressioni da sconosciuti e da fidanzati. La pagina è nata in risposta alle sparatorie presso l’Università della California a Santa Barbara il 23 maggio 2014, quando Elliot Rodger ha ucciso sei persone e ne ha ferite altre 14. L’assassino aveva postato un video on-line rivendicano le morti e dicendo che voleva punire le donne che lo avevano rifiutato.

La ministra somala per le donne, la famiglia e i diritti umani, Sahra Ali Samara, annuncia la creazione di piani per combattere i crimini contro l’umanità e la violenza di genere nel Paese. Mohamed Omar, il direttore del ministero, spiega che la maggioranza di Governo ha annunciato tolleranza zero nei confronti dei crimini contro le donne. Crimini che avvengono nella maggior parte dei casi in zone di conflitto. La Somalia è tra i cinque Paesi più pericolosi al mondo per le donne. In un rapporto intitolato “Ecco, Lo stupro è normale”, Human Rights Watch spiega che due decenni di conflitto civile nel paese hanno portato una vasta parte della popolazione civile ad essere vulnerabile alla violenza sessualizzate”

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 25 febbraio 2015

turkeyminiSalve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Ascolta Nel mondo delle donne – Rubrica

Anche questa settimana apriamo con le notizie dalla Turchia. Aslan Özgecan, lo ricorderete, studentessa di 20 anni, è stata violentata, uccisa e bruciata lo scorso 13 febbraio. Da allora il Paese è stato percorso da una serie di manifestazioni e proteste culminate nel funerale della ragazza, quando la bara è stata portata a spalla da delle donne. Dopo l’atroce femminicidio il presidente turco Erdogan aveva definito la violenza contro le donne una “ferita sanguinante” per il Paese, salvo poi esortare le donne stesse dallo scendere in piazza a manifestare. E fa discutere la notizia, trapelata proprio negli stessi giorni, della direttrice di un liceo che ha proposto di creare gruppi di ragazzi ‘molestatori’ per dissuadere le ragazze che indossano gonne troppo corte. La ha risposto un ragazzo, Erkan Dogan, che attraverso i social network ha lanciato una campagna: uomini in minigonna per smuovere le coscienze. Uomini in minigonna dalla parte delle donne che in Turchia subiscono violenza. Uomini in minigonna che hanno incassato anche l’appoggio di Emma Watson su Twitter, con un hashtag impronunciabile che in italiano suona, più o meno così: uomini in minigonna per Ozgecan.

In Cambogia, tre ragazze hanno ottenuto un importante riconoscimento per il loro lavoro di unione tra tecnologia e lotta alla violenza contro le donne, grave problema nel paese del sud-est asiatico. Con la vittoria alla prima edizione del Premio VXW le ragazze avranno ora fondi e assistenza per promuovere ulteriormente il loro progetto sugli smartphone e on line. Bunn Rachana, una delle vincitrici, si occupa di violenza contro le donne da otto anni. Il suo ultimo progetto, insieme alla sezione britannica di ActionAid, intende promuovere la sicurezza per le donne nelle aree urbane. Perché le molestie, in Cambogia, sono all’ordine del giorno. “Soprattutto per strada, quando siamo da sole, capita sempre di essere infastidite: baci, ammiccamenti, commenti sessuali”, spiega Rachana.

Il Daily Mail ha classificato il Marocco tra le destinazioni turistiche più pericolose al mondo per le donne. Il quotidiano britannico ha selezionato una serie di destinazioni popolari che le viaggiatrici, soprattutto se da sole, dovrebbero visitare con cautela. Il giornale ha descritto il Marocco come un paese “in cui le donne possono essere esposte a misoginia, possono essere infastidite, e in alcuni casi possono correre veri e propri pericoli”. Il Marocco ha, dice il Daily Mail, scarso rispetto dei diritti delle donne, e le viaggiatrici devono auspicabilmente vestirsi con discrezione e coprirsi. Dopo la rivoluzione del 2011, secondo il giornale, il paese è precipitato in una spirale di instabilità e ha visto un’ondata senza precedenti di violenza sessuale contro le donne. In cima alla lista delle nazioni più pericolose per le donne turiste balza comunque l’India, dove gli stupri di gruppo di donne locali e di turiste hanno raggiunto livelli preoccupanti in alcune parti del paese. Ci sono rapporti che parlano di una violenza sessuale segnalata ogni venti minuti. Al secondo posto il Brasile, seguito da Turchia e Tailandia.

In India una ragazza quattordicenne è stata violentata, presumibilmente dallo zio, nella sua stanza nel quartiere dormitorio Kanchanbagh a Hyderabad. L’accusato, secondo India Today, ha 25 anni ed è uno studente. La polizia lo avrebbe già interrogato.

E sono in aumento gli episodi di violenza verbale, spinte e sputi contro le donne col velo a Melbourne. Secondo il Sidney Morning Herald l’Islamophobia Register, che raccoglie segnalazioni di violenza e molestie contro i musulmani australiani, riporta una serie di incidenti in cui le donne sono state assalite e abusate davanti ai loro figli. Questi casi hanno avuto un picco in seguito all’assedio del Sydney Lindt Cafe – 16 ore di terrore, lo scorso dicembre, culminati con la morte del sequestratore, un iraniano accusato di omicidio e violenze sessuali, e di due ostaggi – e in occasione del recente dibattito sul divieto del burqa.

E per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 17 febbraio 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Andiamo subito in Turchia, dove l’opposizione accusa il governo di non fare abbastanza per proteggere le donne. Manifestazioni e polemiche sono letteralmente esplose in tutto il Paese in seguito all’uccisione di una studentessa e si sono inserite anche nel dibattito in corso sulla pena di morte. La vittima è Ozgecan Aslan, 20 anni, ammazzata venerdì scorso dopo aver provato a resistere, si dice, ad un’aggressione sessuale nel sud della Turchia. Il suo corpo è stato bruciato. Per il brutale femminicidio sono stati arrestati tre uomini: due ragazzi di 20 e 26 anni e il padre 50enne di uno dei due. Ozgecan Aslan sarebbe stata violentata nell’autobus che la stava portando a casa. Kemal Kilicdaroglu, presidente del Partito del Popolo Repubblicano, ha denunciato la questione femminile criticando anche i provvedimenti del governo che prevedono incentivi in contanti alle famiglie per fare più figli e alle donne per prediligere i parti naturali. Un’interferenza, dice l’opposizione, che è vera e propria “violenza contro le donne” da parte del governo. Il deputato turco Faruk Loğoğlu ha chiamato in causa l’Onu chiedendo a Ban Ki-moon di agire. Erdogan, dal canto suo, ha promesso di seguire il caso della giovane studentessa trucidata e ha dichiarato che la violenza contro le donne è una vera e propria ferita aperta per il Paese. “Vogliamo esprimere il nostro cordoglio più profondo per l’uccisione di Ozgecan Aslan”, ha twittato l’ambasciata statunitense. “Condanniamo duramente tutti i crimini e gli atti di violenza contro le donne in tutto il mondo”. Solo lo scorso anno 3mila donne sono state uccise in Turchia.

In Cile la presidente Michelle Bachelet ha mantenuto la sua promessa: ha presentato una legge per regolamentare l’aborto, che nel Paese, come in Salvador, Honduras, Repubblica Dominicana e Nicaragua, è ancora totalmente illegale. Ne parla in Italia Noi Donne: la Presidente ha firmato una proposta che verrà discussa in Parlamento a marzo e che vuole depenalizzare l’aborto qualora sussistano gravi rischi per la vita della madre, qualora il feto sia malformato o se la gravidanza è frutto di una violenza sessuale. “In una società dove le donne sono cittadine a trecentosessanta gradi e libere, né lo Stato né nessun altro può obbligarle a prendere una decisione contro il loro personale diritto e desiderio di essere madri. Ma allo stesso modo, quando la decisione della donna è quella di non continuare la gravidanza per una delle tre gravi ragioni menzionate, lo Stato deve proporre alternative fondate sui diritti delle donne, al fine di proteggerne la dignità e la vita”, ha chiarato la Presidente che è stata anche Direttora esecutiva di UNWOMEN dal 2010 al 2013.

Passiamo a Strasburgo, dove – come riporta ancora NoiDonne, il Parlamento europeo è chiamato ad esprimere il voto finale sulla Risoluzione Tarabella, dal nome del suo estensore, l’eurodeputato belga Marc Tarabella (Gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti & dei Democratici), avente ad oggetto la Relazione sulla Parità tra donne e uomini nell’Unione europea per l’anno 2013. L’appuntamento è per il 9 marzo. Il documento affronta temi come il congedo parentale, il gap salariale di genere, il divario pensionistico e l’implementazione di politiche proattive per l’occupazione femminile. Non manca il diritto delle donne di disporre del proprio corpo, per “avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto”.

Nel frattempo “50 sfumature di grigio” continua a far discutere. È di questi giorni la protesta di un gruppo di suore irlandesi davanti al cinema della cittadina di Drinagh. Sono rimastè lì, all’ingresso, cercando di dissuadere gli spettatori ad entrare in sala. E spiegando che protestano con cognizione di causa, perché il film lo hanno visto e lo definiscono violento.

Angelina Jolie, insieme al politico conservatore britannico William Hague, ha aperto il primo centro europeo contro la violenza sulle donne nelle zone di guerra. Il centro avrà sede presso la London School of Economics in Inghilterra, e si concentrerà principalmente sulle donne nelle questioni collegate ai conflitti e su una più ampia responsabilità per porre fine agli stupri e ai crimini sessuali di guerra. “Abbiamo bisogno di una nuova generazione di giovani istruiti con le menti curiose ed energia fresca, che sono disposti non solo a sedersi in classe, ma anche ad andare in campo e per le aule di tribunale facendo la differenza”, ha detto l’attrice.

Nelle Filippine una manifestazione di studenti, per la maggior parte studentesse, della Roman Catholic school, ha segnato un nuovo appuntamento nell’ambito di One Billion Rising, il movimento globale contro la violenza di genere. Una danza per chiedere la fine della violenza contro donne e ragazze. L’attrice filippina Monique Wilson, a capo del movimento nato tre anni fa, ha spiegato ancora una volta numeri che vale la pena ripetere, ovvero che le statistiche delle Nazioni Unite mostrano che una donna su tre – un miliardo in tutto il mondo – verrà aggredita o stuprata nel corso della sua vita. Come racconta l’Associated Press, anche Suor Mary Francis Dizon, presidente della scuola, ha danzato indossando una maglietta rosa “One Billion Rising”.

E anche per oggi è tutto.

Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 20 gennaio 2015

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Buongiorno a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo. Andiamo subito in Papa Nuova Guinea, dove polizia e missionari hanno salvato quattro donne accusate di stregoneria. Secondo ABC le donne erano state accusate di praticare la stregoneria (chiamata qui ‘sanguma’) in seguito a un’epidemia di morbillo che l’anno scorso ha ucciso diverse persone nella provincia di Enga.

Le donne rischiavano di essere uccise insieme ai loro figli, ma una spedizione di polizia e missionari nelle aree più remote della provincia ha portato la popolazione locale a rinunciare alla violenza. In Papua Nuova Guinea, sempre secondo ABC, le autorità ecclesiastiche combattono da anni contro queste credenze, che tuttavia continuano a diffondersi: crescenti sono infatti le segnalazioni di violenza contro le donne nelle aree più remote del Paese. Tanto che Ruth Kissam, giovane coordinatore del governo provinciale delle Western Highlands, ha descritto la violenza contro le donne accusate di stregoneria come emergenza nazionale che, in alcune parti del Paese, sta creando una vera e propria crisi di rifugiati.

E passiamo in Egitto con un articolo di Your Middle East che fa il punto della situazione questa volta sulla violenza sui bambini. Mentre la violenza contro le donne egiziane ha ricevuto un’ampia copertura mediatica, scrive Nelly Ali, ricercatrice in studi dell’infanzia, “l’enorme volume di storie avrebbe potuto portare un osservatore esterno a credere che i media avessero un vivo interesse per la vita quotidiana dei bambini di strada”. Nelly lavora da anni con ragazzi e ragazze di strada in Egitto, e quando vengono lasciati davanti alle porte dei rifugi – feriti, sparati, violentati da una gang e a volte morti – quello che viene raccontato è che non c’è stato un crimine. “Perché non vi sono cittadini coinvolti”.

Le storie dei bambini di strada non vengono raccontate. Gli articoli che si occupano di molestie sessuali e di violenza – racconta la ricercatrice – fanno spesso riferimento ad un “onore dei cittadini” violato, a dei cittadini “vittima di ingiustizie”. I bambini di strada vengono invece considerati come cittadini di seconda classe. Nelly racconta il caso di Maya, sette anni: più sono piccoli i bambini, minore è il rischio di contrarre l’HIV per gli stupratori. Viveva in strada da quattro giorni quando quattro uomini l’hanno violentata. Casi come questi passano praticamente inosservati.

E passiamo ad una notizia presente su tutti i media internazionali ma non su quelli italiani – come al solito sarei felice di smentirmi, quindi se sto sbagliando fatecelo sapere. La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, era stata invitata dall’Autorità palestinese per “ottenere informazioni di prima mano su questioni relative alla violenza contro le donne”. La sua visita sarebbe dovuta cominciare questa settimana ma è stata annullata dopo che le autorità israeliane hanno rifiutato di darle il visto. Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Paul Hirschson ha spiegato al Jerusalem Post che il problema era la lingua utilizzata per inoltrare la richiesta e l’itinerario di viaggio previsto, che non includeva una visita in Israele. La relatrice “ha chiesto di visitare la ‘Palestina’ – racconta. Le abbiamo spiegato che la Palestina non esiste. Avrebbe dovuto chiedere di visitare l’Autorità palestinese come parte di una visita in Israele: su questo non ci sarebbero stati problemi. Israele, dice ancora il portavoce, ha ottimi record nei suoi lavori con gli special investigators delle Nazioni Unite”.

Il punto è che tutti i viaggi dentro e fuori la Cisgiordania e la Striscia di Gaza sono controllati da Israele. “Per le ultime sei settimane, ho più volte cercato la collaborazione del governo di Israele per l’accesso al territorio palestinese occupato”, spiega in una dichiarazione ufficiale Rachida Manjoo, che proverà nuovamente a portare a termine una missione e che per questo ha chiesto maggiore collaborazione a Israele. “Purtroppo non ho ricevuto il supporto necessario, compreso il visto da parte del governo israeliano. Un peccato che mi sia stata negata l’opportunità di impegnarmi direttamente con le donne sopravvissute alla violenza, e che l’esercizio del mio mandato sia stato ostacolato dalla mancanza di volontà del governo di Israele, in quanto potenza occupante, di facilitare l’accesso al territorio palestinese. La mia intenzione, come da prassi durante le mie visite in tutti i paesi, è quella di sostenere l’Autorità palestinese per rafforzare la sua capacità di proteggere e promuovere i diritti delle donne e rispettare gli obblighi internazionali sui diritti umani”, ha continuato.

Andiamo infine in Libano, dove secondo un rapporto di Human Rights Watch reso noto in questi giorni le leggi basate sulla religione discriminano le donne di qualsiasi credo e non garantiscono loro i diritti fondamentali. Il Libano ha 15 leggi basate sullo status religioso dei cittadini per i credi riconosciuti, ma non ha alcun codice civile su questioni come il divorzio, i diritti di proprietà o la cura dei bambini. Le leggi vengono amministrate da tribunali religiosi autonomi con poca o nessuna sorveglianza del governo e spesso emettono sentenze che violano i diritti umani delle donne. Secondo il report il sistema in questo modo erige maggiori ostacoli per le donne che desiderano interrompere matrimoni infelici o con abusi, ma anche nella cura dei figli dopo il divorzio o nell’ambito dei diritti pecuniari di un ex coniuge. Le leggi violano poi i diritti dei bambini in modo significativo e i loro interessi in tutte le decisioni giudiziarie relative loro benessere.

E per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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