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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 febbraio 2016

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Roosh V e i raduni neomaschilisti annullati per “questioni di sicurezza”. Una donna poliziotta a capo del dipartimento contro la violenza su donne e bambini a Istanbul. One Billion Rising, appuntamento al 14 febbraio. La visita di Papa Francesco in Messico e l’appello di Amnesty International per i diritti umani. Australia, le nuove tecnologie arma contro le donne? Migrazione e questioni di genere, la sfida del femminismo. Milka Tadic Mijovic, dal Montenegro l’eroina dell’informazione di Reporter senza Frontiere di questa settimana.

Ascolta la puntata.

Le avventure di Dariush Valizadeh, meglio noto come Roosh V. Ne abbiamo parlato la settimana scorsa: il gruppo online “neomaschilista” che fa riferimento al 36enne del Maryland, sedicente artista e scrittore antifemminista e i cui sostenitori credono che lo stupro dovrebbe essere legalizzato se “consumato” nella proprietà privata, si sarebbe dovuto riunire per la prima volta off line, il 6 febbraio, con incontri in tutto il mondo, Roma compresa. I meeting sono stati annullati con un post sul blog del movimento “Return of Kings”, il Ritorno dei Re, dopo che in Rete si è scatenato l’inferno, tra sostenitori dei diritti delle donne, membri di Anonymous e anche club di boxe femminile a Toronto che hanno iniziato rapidamente ad organizzare delle contro-proteste. “La polizia era in allerta”, si legge su Vox.com. “Decine di migliaia di persone nel Regno Unito, in Scozia e in Australia hanno firmato petizioni per mantenere Roosh e i suo discorsi misogini fuori dai loro Paesi. Roosh ha annunciato che avrebbe annullato i suoi eventi, perché non poteva “più garantire la sicurezza o la privacy degli uomini”. Anonymous l’ha, come si dice in gergo, “ doxed” , ovvero ha cercato, trovato e pubblicato in Rete informazioni su Roosh, compreso il suo indirizzo di casa. E lui ha tenuto una conferenza stampa a Washington incolpando le “bugie” dei media per tutto quello che stava accadendo. Ha negato anche di approvare lo stupro, spiegando che la proposta di legalizzarlo altro non è che satira, e ha definito gli incontri solo un modo per costruire solidarietà contro ciò che definiscono l’oppressione femminista. Incontri o meno, nel tempo è stato il contenuto delle proposte veicolate attraverso il sito Return of Kings ad essere al centro delle polemiche. Roosh, si legge ancora su Vox.com, promuove alcune idee nocive che disumanizzano le donne e che contribuiscono alla cultura dello stupro, e la resistenza dimostrata da parte del pubblico a questo tipo di idee è parte fondamentale della lotta per i diritti delle donne. Allo stesso tempo, però, lo stesso Roosh è probabilmente meno potente e meno pericoloso di quanto si pensi – e questo incidente potrebbe essere stato in realtà una trovata per far parlare di sé e ottenere più seguaci. Daryush Valizadeh è figlio di immigrati armeni e iraniani. Secondo il Daily Mail vive con la madre a Silver Spring, nel Maryland. Lui nega, e dice che vive “da qualche parte in Europa”. Si è auto-pubblicato 15 libri, molti dei quali sono guide per il sesso in diversi Paesi del mondo. Consiglia il Brasile, perché lì in genere “le ragazze sono più belle e più facili delle americane – almeno il 50% in più”. Non andate in Danimarca, avverte, perché i suoi robusti programmi di assicurazione sociale rendono le donne troppo indipendenti dagli uomini per essere facilmente sedotte. Chiama la sua “filosofia” “neomaschilismo” e ritiene che le donne non siano in grado di regolare il proprio comportamento o prendere decisioni e che debbano essere controllate dagli uomini. Misogino e omofobo, Roosh dice anche che “il valore di una donna dipende in modo significativo dalla sua fertilità e dalla bellezza”, mentre il femminismo e la modernità hanno portato alla rovina della società occidentale e all’oppressione degli uomini. Il suo sito web, Il Ritorno del Re, ha in home page un dal titolo “9 segreti sulla natura femminile rivelati da una ragazza hot che sta morendo di cancro”. Nel pezzo tale Bob Smith racconta delle rivelazioni che gli avrebbe fatto questa molto bionda e molto hot trentenne allo stadio terminale del suo tumore che, data la morte imminente, avrebbe deciso di rivelare cosa siano davvero le donne. Ecco i segreti in questione: le donne sono come i bambini; le donne falsificano praticamente tutto; se una donna ti dice “se non c’è la fiducia, non c’è nulla” in sostanza ti sta tradendo o sta pensando di farlo; le donne sono molto più eccitate e insaziabili degli uomini (e, spoiler, fanno sesso con i cani, ecco perché hanno tutte cani maschi, o ancora, spoiler, sono “ recipienti per il cazzo”, così biologicamente progettate, e nulla le fa sentire meglio di essere “riempite” con più peni); le donne non hanno amiche, solo competizione femminile; le donne mentono sempre sul numero di partner sessuali che hanno avuto; tutte le donne non si piacciono; le donne vogliono sempre quello che non possono avere (cfr. il fidanzato dell’amica); tutte le donne sono masochiste. Sulla questione dello stupro, infine. Nel pezzo definito di “satira”, il ragionamento di Roosh era: se lo stupro fosse legale nella proprietà privata, allora le donne ci penserebbero bene prima di andare a casa di qualcuno. Peccato che 4 stupri su cinque avvengano per mano del partner o dell’ex, preferibilmente in una casa.

Una donna poliziotta a capo del nuovo dipartimento della Polizia di Istanbul specializzato nella violenza domestica contro donne e bambini: è Kiymet Bilir Degerli, 39 anni. La Turchia ha creato nuovi uffici di polizia in tutte le 81 province del Paese per combattere la violenza domestica che coinvolge donne e bambini: il provvedimento fa parte delle strategie del ministero della Famiglia e delle Politiche Sociali e del ministero degli Interni per affrontare il problema. Gli agenti di polizia che lavorano presso questi uffici si occuperanno di portare le donne che hanno subito violenza in spazi speciali che permettano loro di avere tranquillità, comunicando alle donne tutti i loro diritti e coordinando le successive azioni di supporto psicologico, provvedendo anche, in caso di necessità, alla sicurezza personale delle donne. “La vittima dovrebbe rivolgersi alla polizia. Otterrà il supporto sociale e psicologico che si aspetta”, spiega Degerli. Le donne dovrebbero collaborare con gli agenti, aggiunge, criticando la mentalità mediatica generalizzata che sostanzialmente giustifica la violenza di genere. “I bambini sono i soggetti più colpiti dalla violenza. E la violenza, così, si ‘normalizza’ nelle loro menti” anche a causa di quanto mostrato nelle trasmissioni televisive. Degerli ha invitato a unirsi alle attività dei nuovi dipartimenti anche tutti i volontari che vorranno prendere parte alla lotta alla violenza domestica, anche a causa del fatto che il numero di agenti impegnati resta basso: 300, soprattutto donne, ma il numero potrebbe essere aumentato a seconda delle esigenze locali. “Abbiamo bisogno di volontari per aiutarci: terapeuti, sociologi e traduttori simultanei”, spiega.

Secondo le Nazioni Unite 1 donna su 3 nel mondo – per un totale di un miliardo di ragazze e donne (su una popolazione di 7 miliardi di persone) – verranno picchiate o stuprate nel corso della loro vita. Per il quarto anno consecutivo, attiviste e attivisti di One Billion Rising stanno progettando in tutto il mondo eventi, performance artistiche, tavole rotonde, conferenze stampa, film, articoli, incontri in occasione del 14 febbraio. La campagna quest’anno vedrà aumentare le azioni collettive in tutto il mondo per amplificare la richiesta di cambiamenti “di sistema” per porre fine alla violenza contro le donne e le ragazze. “Abbiamo ballato, abbiamo chiesto giustizia, abbiamo preteso cambiamenti”, spiega Monique Wilson, direttrice globale di One Billion Rising. “Quest’anno stiamo radicalizzando le nostre azioni – stiamo ampliando la rivoluzione. Dobbiamo continuare a smuovere le coscienze ed essere più coraggiosi, audaci, creativi e determinati”. La campagna quest’anno si concentra in particolare sulle donne e le ragazze emarginate. “Stiamo evolvendo la nostra lotta contro la violenza nei confronti delle donne, sapendo che se non mettiamo gli emarginati al comando, se non contrastiamo imperialismo, guerra, cambiamento climatico, razzismo, patriarcato, disuguaglianza economica, e se non lottiamo per i diritti dei lavoratori, non riusciremo mai a porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, aggiunge Eve Ensler, fondatrice di OBR e autrice dei Monologhi della Vagina.

Le tecnologie come nuovo strumento per fare stalking, minacciare e molestare le donne: è il contenuto di un intervento al Parlamento australiano del laburista Tim Watts. Un abuso, sottolinea, spesso perpetrato anche in questo caso tra le mura di casa. E ci sono declinazioni – la “vendetta pornografica”, ad esempio – a cui le leggi spesso non sono in grado di rispondere in maniera efficace. In alcuni casi, le immagini sessuali private ​vengono utilizzate come strumento per controllare le donne in relazioni già violente, o come ricatto per costringerle a sottostare ad abusi di natura sessuale. Da uno studio in cui sono stati intervistati 3.000 adulti australiani di età compresa tra i 18 e i 54 anni – è emerso che le minacce, le molestie sessuali e la condivisione non consensuale di immagini di nudo sono estremamente comuni. Non è la tecnologia a mettere in pericolo le donne: sono le persone che la usano. Che sono, ancora una volta – come per le aggressioni in strada, le violenze sessuali, gli abusi dei partner – uomini.

Alla vigilia della visita di stato di Papa Francesco in Messico, prevista tra il 12 e il 18 febbraio, Amnesty International dichiara in una nota che il paese sta affrontando una crisi dei diritti umani di dimensioni epidemiche, di cui sparizioni, torture e brutali omicidi costituiscono il tratto dominante. “Non appena arriverà a Città del Messico, papa Francesco si troverà faccia a faccia con una delle più preoccupanti crisi dei diritti umani dell’intero continente americano”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International. “Dalle decine di migliaia di persone scomparse al massiccio uso della tortura, dal crescente numero di uccisioni di donne alla profonda incapacità di svolgere indagini, le violazioni dei diritti umani sono diventate un fatto abituale in Messico”. “Sollecitiamo papa Francesco a usare la sua grande influenza per convincere il presidente Peña Nieto a prendere sul serio questa terribile crisi dei diritti umani, assicurando alla giustizia tutti i responsabili di violazioni dei diritti umani. Solo assumendo un’azione concreta e decisiva per portare i responsabili di questi crimini di fronte alla giustizia, il governo messicano potrà cominciare a contrastare questa crisi che ha radici profonde” – ha concluso Guevara-Rosas.

Il New York Post pubblica un intervento di Carrie Lukas, amministratrice delegata dell’International Women’s Forum e vice president per l’Independent Women’s voice, sulla questione migrazione e violenza sulle donne. “Le femministe europee”, scrive, “sono in un vicolo cieco”. Perché l’attuale crisi della violenza verso le donne da parte dei migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente sta mettendo in crisi due dei più “sacri” principi del femminismo: “incolpare l’uomo bianco e, in casi di stupro, credere sempre a quello che dice la donna rispetto a quello che dice l’uomo”. L’ultimo caso è quello della aggressione sessuale a una ragazza tredicenne russo-tedesca che ha prima sostenuto di essere stata rapita e violentata da tre migranti e ha poi ammesso di aver inventato quella storia sfruttando i fatti di Colonia di Capodanno. “Il presunto stupro era diventato un caso internazionale”. Le femministe, scrive Carrie Lukas, vogliono stare dalla parte dei rifugiati, una minoranza oppressa, che in quanto tale dovrebbe far parte della coalizione femminista per combattere il patriarcato bianco del Vecchio Mondo. Ma le masse di profughi includono molti, moltissimi uomini: si stima che il 75% delle persone che hanno raggiunto l’Europa lo scorso anno siano uomini. Uomini non esattamente entusiasti di prendere parte alla lotta per i diritti delle donne. Gli attacchi contro le donne da parte di gruppi di uomini immigrati nella notte di Capodanno a Colonia, in Germania, ma anche in altre città europee hanno occupato tutte le prime pagine dei giornali, ma difficilmente sono i primi del loro genere. Il femminismo si è diviso: alcune hanno scelto di ignorare la questione migrazione, concentrandosi a dare la colpa agli uomini. In un dibattito sul giornale tedesco Der Spiegel, Alice Schnauzer (definita “la gran dama del femminismo tedesco”) ha riconosciuto i problemi peculiari creati da questa ondata di immigrazione, mentre Anne Wizorek,he rappresenta la generazione più giovane di femministe tedesche, ha lamentato il fatto che la questione della violenza sessuale possa diventare uno strumento politico. “Il fatto che uomini con un background di immigrazione abbiano commesso violenze sessuali viene strumentalizzato per stigmatizzarli come gruppo”, dice. La violenza contro le donne non è una novità, scrive Carrie Lukas, ma chiunque si occupi di diritti delle donne dovrebbe riconoscere che qualcosa sta andando storto, soprattutto di fronte alle parole della sindaca di Colonia che dopo Capodanno ha suggerito alle donne di tenersi distanti dagli uomini negli spazi pubblici: un modo di dare la responsabilità della violenza alla vittima. Un modo che dovrebbe vedere le femministe mettersi sul piede di guerra. Anche la storia del falso stupro creata dall’adolescente russo-tedesca a Berlino da un lato rinforza la posizione femminista in tema di migrazione, ma dall’altra, prosegue la managing director, dà un duro colpo al presupposto che le donne vanno sempre credute perché non potrebbero mai mentire su una cosa così intimamente distruttiva come lo stupro. Una via d’uscita, dice Carrie Lukas, c’è: focalizzarsi nuovamente sul principio fondamentale della parità di diritti delle donne e del trattamento equo. Riconoscendo che l’Occidente, uomini inclusi, ha effettivamente percorso un lungo cammino nel proteggere le donne e la loro sicurezza fisica e consentendo loro partecipazione alla sfera pubblica. Un progresso che non può essere sacrificato in nome del multiculturalismo e che dovrebbe essere comunicato a chi in Europa arriva dopo essere fuggito dal Medio Oriente o dal Nord Africa.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Milka Tadic Mijovic.  Fin da prima del crollo della Jugoslavia di Tito, Milka Tadic Mijovic è stata parte di uno dei progetti pionieri della democrazia nei Balcani, The Monitor, primo settimanale indipendente del Montenegro. I suoi articoli in difesa della pace e delle minoranze etniche e sulla lotta contro la corruzione hanno vinto riconoscimenti a livello internazionali e le hanno portato guai. È stata la prima giornalista licenziata per aver criticato le politiche aggressive di Milosevic. Dal 2006, quando il Montenegro è diventato indipendente, i suoi problemi sono aumentati e hanno incluso minacce fisiche, pressioni finanziarie e persecuzione giudiziaria. Ora direttrice del Monitor, ha un triste primato in comune con i quotidiani Vijesti e Dan: quello di aver pagato più di 300.000 euro di danni negli ultimi anni.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 2 febbraio 2016

abeer saady

Barbie bassa e formosa: 33 nuovi modelli e una notizia che ha conquistato anche la copertina del Time. I “neomaschilisti” del gruppo Il Ritorno dei Re si danno appuntamento a Sidney e in altre 43 città in tutto il mondo: per loro, lo stupro andrebbe legalizzato. Una ragazza turca di 20 anni è stata uccisa dal fidanzato tedesco a Colonia. Lo Zimbabwe dichiara illegali i matrimoni di ragazze minorenni. In India corsi di arti marziali e autodifesa nelle scuole. Sempre in India, violentata in ospedale una ragazza ricoverata per violenza sessuale. L’eroina dell’informazione della settimana è la giornalista egiziana Abeer Saady.

Ascolta la puntata.

Barbie bassa e formosa. Sono andata a cercare la storia della Barbie e ho scoperto un particolare che mi era onestamente ignoto, forse per la mia vocazione all’evitare bambole e dintorni e preferire Lego, pallone e Mio Mini Pony. Comunque: la prima Barbie, 57 anni fa, il 9 marzo 1959, aveva un costume zebrato e i capelli neri raccolti in una coda. Da allora è diventata biondo platino e ha rappresentato nell’immaginario comune lo stereotipo della ragazza perfetta, quasi anoressica, e sostanzialmente stupida. Ora però la Mattel vuole “cambiare verso”: Barbara Millicent Roberts, nome completo di Barbie, per la quale l’azienda nel tempo ha costruito una vera e propria biografia, amici, stirpe e fidanzato con cui è anche stata in crisi, non sarà più solo bionda e filiforme. La Mattel ha lanciato tre nuove versioni della bambola più famosa del mondo: quella “minuta”, quella “tall”, alta e quella “curvy”, ovvero formosa. Taglie alla misura di tutti, forme di più tipi e più “normali”. I nuovi modelli hanno anche diversi tipi di colore di pelle e acconciature e colori di capelli di ogni genere. “Siamo convinti di avere la responsabilità nei confronti di ragazze e genitori di riflettere una visione più ampia della bellezza”, dice Evelyn Mazzocco, vice presidente e global manager di Barbie. “Barbie riflette il mondo che le ragazze vedono intorno a loro”, aggiunge il chief operating officer Richard Dickson. “La sua capacità di evolvere e di crescere con i tempi pur rimanendo fedele al suo spirito, è fondamentale”. 33 sono i nuovi modelli a disposizione entro la fine dell’anno e prenotabili fin da ora, mentre la notizia ha già conquistato anche la copertina del Time.

Un gruppo online “neomaschilista” – i cui sostenitori credono che lo stupro dovrebbe essere legalizzato se “consumato” nella proprietà privata e che le donne sono biologicamente fatte per seguire gli ordini degli uomini – si riunirà per la prima volta off line a Sydney sabato prossimo, il 6 febbraio. Un incontro che avrà luogo anche in altre 43 sedi città tutto il mondo compresa Roma, di sera, davanti alla scalinata di Piazza di Spagna. Il leader del movimento “Return of Kings”, il Ritorno dei Re, è Daryush “Roosh” Valizadeh, 36enne del Maryland e scrittore antifemminista. Alla manifestazione, spiega, donne e uomini transgender e omosessuali non sono invitati. Il sito The Return of Kings esiste dal 2012 e ha oltre 12.500 fan su Facebook. “Il valore di una donna dipende in maniera significativa dalla sua fertilità e dalla sua bellezza”, si legge sul sito. “Quello di un uomo dalle sue risorse, dall’intelletto, dal carattere”. Vengono pubblicati articoli in cui si sostiene che le donne non dovrebbero votare, che lo stupro nella proprietà privata dovrebbe essere legalizzato, che le donne transgender che vanno a letto con uomini eterosessuali sono sostanzialmente delle stupratrici.

Una ragazza turca di 20 anni è stata uccisa dal suo fidanzato tedesco vicino alla sua casa di Colonia, in Germania. Gizem Peker, studentessa dell’università di Aachen, è stata accoltellata a morte dal suo fidanzato tedesco nel quartiere Ostheim. Secondo i media tedeschi la giovane donna si stava recando a casa dei genitori per il fine settimana quando il fidanzato, da cui si era recentemente separata, l’ha fermata e l’ha cominciata a colpire. Il 21enne, di cui la polizia non ha svelato l’identità, è stato fermato e messo in prigione, mentre il corpo della ragazza, la cui famiglia è originaria della città di Elazig, nella Turchia orientale, è stato riconsegnato ai genitori dopo l’autopsia. Secondo la polizia la vittima ha riportato ferite multiple nella parte superiore del corpo e l’attacco è avvenuto in una zona appartata. I dati del ministero tedesco della Famiglia parlano di una donna su sette vittima di violenza sessuale e di una donna su quattro di violenza domestica.

Il 21 gennaio scorso l’Alta corte dello Zimbabwe ha dichiarato illegali i matrimoni di ragazze di età inferiore ai 18 anni, abrogando una norma che finora aveva consentito a bambine anche di 12 anni di sposarsi col consenso dei genitori. Nel paese dell’Africa orientale un terzo delle ragazze si sposa prima dei 18 anni e il 4% prima dei 15, ha detto Tendai Biti, uno degli avvocati dei diritti umani che ha chiesto alla Corte costituzionale di modificare la legislazione. Da adesso “sotto i 18 anni non si potrà contrarre nessun tipo di matrimonio”, spiega Vernanda Ziyambi, uno dei nove giudici che ha approvato all’unanimità la legge. Biti e gli altri avvocati hanno rappresentato due donne, Loveness Mudzuru e Ruvimbo Tsopodzi, che si erano sposate all’età di 16 e 12 anni e che non volevano che altre bambine patissero un destino simile. “Ora aspettiamo che il Parlamento approvi severe sanzioni per garantire che la legge sia applicata”, ha detto Biti. “Sono veramente contenta di aver contribuito a rendere lo Zimbabwe un Paese più sicuro per le ragazze” ha detto Mudzuru che ha avuto due bambini prima dei 18 anni. Dietro al fenomeno delle spose bambine, si legge sul blog di Amnesty International sul Corriere della Sera, c’è la povertà: i genitori danno via le figlie in modo da avere meno bocche da sfamare e prendere, se c’è, la dote. “Le ragazze che si sposano presto fanno figli presto nella più totale povertà, è un circolo vizioso – ha raccontato Mudzuru alla Thomson Reuters Foundation, la mia vita è stata un inferno. E’ difficile allevare un figlio quando sei una bambina anche tu. Sarei dovuta andare a scuola, invece”. Nel mondo ogni anni 15 milioni di bambine vengono date in sposa. Nell’Africa sub-sahariana il 20% delle bambine subisce questo destino.

“Ho imparato lo Jiu Jitsu, che è una forma di auto-difesa, e so che un paio di altre ragazze hanno fatto lo stesso”, racconta Shreya Kukar, studentessa di New Delhi. “Sono assolutamente convinta che imparare queste cose renda più forti le donne. Solo il fatto di sapere cosa fare in caso di situazione spiacevole aiuta a sentirsi meglio, anche se solo mentalmente”. La violenza sessuale, si legge sull’International Business Times, è un grave problema in India. Spesso abbiamo parlato qui su Radio Bullets dello stupro di gruppo e della morte della studentessa Jyoti Singh nel 2012 a Delhi. Da allora sempre più donne e ragazze hanno intrapreso lezioni di arti marziali e autodifesa. Nel 2014 sono stati segnalati dalla polizia più di 36mila stupri, e la verità è che il numero effettivo rischia di essere significativamente più alto. Continuano ad essere segnalati anche attacchi brutali contro le ragazze, tanto che i governi statali hanno annunciato l’inserimento di corsi di autodifesa all’interno dei percorsi scolastici. I più critici hanno sottolineato che senza un intervento alla fonte del problema, tuttavia, senza una migliore azione di polizia e senza la garanzia di un sistema legale a vantaggio delle vittime, i tassi di violenza sessuale continueranno ad aumentare in India. La percentuale di condanne per stupro nel 2014 era solo del 28%: questo alimenta un senso di impunità. E proprio dall’India arriva in queste ore la notizia dell’ennesima violenza. Una ragazza di quindici anni, in ospedale in seguito a una violenza sessuale, ha raccontato di essere stata violentata di nuovo da una guardia di sicurezza dell’ospedale. La ragazza era stata ricoverata alcuni giorni prima dopo aver denunciato alla polizia di essere stata stuprata da un adolescente nel suo quartiere. L’imputato, un minorenne, è stato arrestato e mandato in una casa di custodia cautelare giovanile.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Abeer Saady. Ben nota al mondo dei media egiziani, scrive RSF, Abeer Saady scrive in arabo e in inglese sulle più importanti tematiche da 23 anni. Cha sia sul fronte libico o per le strade del Cairo, sembra essere dappertutto. Centinaia di giornalisti in tutto il Medio Oriente la conoscono, anche perché Abeer si occupa di formazione per i giornalisti che lavorano nelle aree ostili – come in Egitto, Siria, Libia, Tunisia, Yemen, Iraq, Turchia, Giordania, Barhein. Oltre ad essere vice direttrice del quotidiano Al-Akhbar, è stata eletta vice-presidente e componente del consiglio di amministrazione del sindacato egiziano dei giornalisti per tre mandati, e ne ha gestito il dipartimento di formazione, ospitando seminari e corsi di formazione. Ora però ne ha avuto abbastanza. Ha criticato pubblicamente il silenzio del sindacato di fronte a tutti gli arresti, le violenze e gli omicidi mirati di giornalisti, e ha annunciato la fine del suo coinvolgimento nell’organizzazione. Ha esortato i suoi colleghi a prendere in considerazione le conseguenze catastrofiche “del silenzio in risposta a questo attacco alla sicurezza, alla protezione e la dignità dei giornalisti”. Dodici giornalisti sono stati uccisi in Egitto dal 2011 e più di 20 sono attualmente in stato di detenzione.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 dicembre 2015

Rasha Hefzi

In Arabia Saudita le prime elezioni con donne candidate ed elette. Il milionario londinese assolto dall’accusa di stupro: “Sono caduto e l’ho penetrata”. Turchia, le aziende in campo per l’uguaglianza di genere. Liberia, la campagna degli artisti contro la violenza di genere. Il 2015 dei transgender negli Stati Uniti.

Ascolta la puntata.

Secondo il Time, le elezioni di sabato scorso in Arabia Saudita, elezioni in cui le donne per la prima volta hanno votato e sono state elette in posizioni politiche, potrebbero essere un passo in avanti di apertura in quello che è un Paese tradizionalmente repressivo per le donne. Gli elettori sauditi hanno eletto come rappresentanti locali 20 donne. Si è trattato delle prime elezioni nella storia del Paese in cui le donne hanno votato e si sono candidate. Le 20 elette rappresentano l’1% dei circa 2.100 consigli municipali coinvolti, ma quanto accaduto, scrive Aya Batrawy per l’Associated Press, rappresenta comunque un passo in avanti per le donne, fino ad ora completamente tagliate fuori dalle elezioni. E anche da molte altre attività: alle donne in Arabia Saudita non è permesso guidare e sono soggette a regole che danno agli uomini la parola finale su aspetti della loro vita come matrimonio, viaggi ed educazione superiore. Sebbene non ci fossero quote per le rappresentanti femminili nei consigli, sono stati disposti 1.050 seggi in più con l’approvazione del re, che potrebbe usare i suoi poteri per assicurare una maggiore rappresentanza femminile. Circa 7mila candidati, di cui 979 donne, hanno corso per ottenere un seggio nei consigli municipali, unici organi di governo eletti dai cittadini sauditi. Le due precedenti tornate elettorali del 2005 e del 2011 erano aperte solo agli uomini. La capitale conservatrice Riyadh ha visto il numero più alto di candidate vincitrici, quattro. Nella provincia orientale, dove si concentra la minoranza sciita, due sono state le donne elette. Anche la seconda città più grande e cosmopolìta dell’Arabia Saudita, Jeddah, ha visto l’elezione di due donne. E lo stesso è accaduto in una delle regioni più conservatrici, Qassim. Un’altra donna è stata eletta a Medina. Molte candidate hanno condotto la loro campagna elettorale su piattaforme che promettevano più asili nido e un numero più alto di ore di servizio, insieme alla creazione di centri giovanili per attività sportive e culturali, strade migliori, interventi per la raccolta dei rifiuti e città più verdi. La maggior parte ha portato avanti la campagna elettorale on line, usando i social media anche a causa delle rigide regole di segregazione di genere che vietano a uomini e donne di mescolarsi in pubblico: in sostanza i candidati non potevano rivolgersi direttamente e parlare al sesso opposto. Nel tentativo di creare una maggiore parità per le donne che indossano il tradizionale velo integrale, il Comitato generale per le Elezioni ha vietato a tutti i candidati, uomini e donne, di mostrare i loro volti sui cartelloni e on line o di apparire in TV. 106mila sono le donne che sono andate al voto sulle 130mila registrate. A prendere parte alle elezioni è stato in totale il 47% degli elettori registrati.

E torniamo su una notizia di cui abbiamo parlato la scorsa settimana. Secondo i giudici è davvero “caduto penetrando accidentalmente la ragazza”. Succede in Inghilterra: l’imputato era il milionario 46enne Ehsna Abdulaziz, accusato di aver stuprato una 18enne. Nell’udienza presso la Southwark Crown Court, il 46enne aveva dichiarato di non aver violentato nessuno ma di essere caduto e di aver “penetrato la ragazza per sbaglio”. A scriverne è ancora l’Huffington Post: “Dopo aver raccolto prove e dettagli la Southwark Crown Court, in soli 30 minuti, lo ha scagionato dalle accuse di stupro. La ricostruzione di quel che avvenne nell’agosto del 2014, quando il milionario era uscito per una serata e aveva incontrato una giovane donna e una sua amica di vecchia data in un nightclub londinese, è che l’uomo avesse sì fatto sesso, ma soltanto consensuale e con una delle due donne: la più grande di 24 anni. Dopo il rapporto – in una situazione di alterazione dovuta all’alcol – l’uomo si sarebbe preoccupato per la 18enne, che dormiva sul divano, andando da lei per vedere se aveva bisogno di “una coperta, un taxi o qualcosa”. A questo punto, è la tesi di Abdulaziz, la giovane gli avrebbe messo le mani dietro la nuca per avvicinarlo a lei e l’uomo sarebbe caduto e l’avrebbe accidentalmente penetrata. Lo sperma rinvenuto all’interno della vagina di lei sarebbe dunque dovuto al precedente rapporto. “Sono fragile…e sono caduto…ma non è successo nulla fra noi” assicura l’uomo. E la corte lo ha scagionato. La stampa inglese sottolinea però come, in maniera anomala, il giudice Martin Griffiths abbia acconsentito a una testimonianza privata da parte di Abdulaziz durata oltre 20 minuti.

Turchia. Le principali organizzazioni aziendali turche hanno messo nero su bianco in un libro quelli che sono i passi necessari da intraprendere sui luoghi di lavoro per combattere la violenza contro le donne. Il libro, si legge su HurriyetDailyNews, sottolinea come quello della violenza di genere sia ancora un problema dirimente sia in Turchia che all’estero. Cansen Başaran Symes, presidente dell’associazione turca Industria e Business, pone l’accento sulla questione dell’uguaglianza di genere e spiega che la violenza contro le donne è “una vera violazione dei diritti umani”, che danneggia l’accesso delle donne al mondo del lavoro, degli affari e della produttività. “Sempre più aziende devono aggiungere alle loro realtà il principio di ‘uguaglianza di genere sociale’. Chiedo a tutti i rappresentanti del mondo del business di unirsi a questo ideale. Dobbiamo creare un ambiente in cui le donne non siano esposte alla violenza”. Il “Libro per lo sviluppo e l’attuazione delle politiche sul posto di lavoro nella lotta alla violenza domestica contro le donne” è stato introdotto in un incontro a Istanbul organizzato dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e dall’Università di Sabanci. “Tra i colletti bianchi circa il 75% delle donne – per lo più laureate – è stato esposto almeno una volta a violenza domestica. E circa il 40 per cento degli uomini ha commesso atti di violenza contro le loro partner”, si legge nel libro. I dati si basano sui risultati di un sondaggio condotto su 1.715 donne occupate in 20 differenti realtà, e mettono in luce l’impatto negativo della violenza contro le donne sulla sostenibilità economica. Il 16 per cento delle intervistate non è stato in grado di porre fine alla relazione con il partner violento per motivi economici.

India, Nuova Delhi: “Il nome di mia figlia era Jyoti Singh e non mi vergogno a dirlo pubblicamente”. Nel terzo anniversario dello stupro di gruppo di Nirbhaya, la madre della vittima ha rivelato il nome della figlia, dicendo che non c’era alcuna vergogna nel farlo. “Il nome di mia figlia è Jyoti Singh”, ha detto Asha Devi durante una manifestazione sottolineando che sono coloro che commettono crimini atroci come lo stupro a doversi vergognare, non le vittime o le loro famiglie. Gli attivisti, si legge su ZeeNews, spiegano che le donne continuano a subire violenza in ogni sfera della loro vita e che solo la certezza di giustizia porterebbe a un cambiamento, non la severità della stessa. Sei persone, tra cui un minorenne, avevano aggredito e violentato la ventitreenne su un autobus in corsa a sud di Delhi. Nirbhaya, trasportata in un ospedale di Singapore, è morta 13 giorni dopo, il 29 dicembre 2012. Secondo il padre, giustizia non è stata fatta.

In Liberia i protagonisti dell’industria musicale condannano la violenza contro donne e bambini, e qualsiasi atto che li disumanizzi. “I musicisti si sono resi conto che hanno un ruolo da svolgere nella società”, spiega il rapper Tan Tan B, “e sono impegnati a porre fine alla violenza contro le donne come hanno fatto per sconfiggere Ebola in Liberia. Conosciamo tutti l’importanza di una campagna per porre fine alla violenza contro donne e bambini. Potrebbe trattarsi di tua sorella o di tua mamma. Donne e bambine hanno dei diritti che devono essere protetti”. Nei prossimi mesi, il rapper e il suo gruppo realizzeranno nuove canzoni e video a supporto della campagna.

Il 2015 è stato un anno importante per le persone transgender negli Stati Uniti, scrive sul canale femminile di Vice, Broadly, Diana Tourjee. Con passi in avanti, produzioni Hollywood transcentriche e campagne per gli Oscar. Ma il 2015 è stato anche l’anno in cui 23 donne trans sono state uccise con estrema violenza. Nel 2014 i casi riportati erano stati 12. E questi numeri non descrivono con ogni probabilità la reale crisi in atto. “Sappiamo che i casi sono di gran lunga superiori”, dice Harper Jean Tobin del Centro Nazionale per la Transgender Equality. “Anche l’FBI dice che sono così incoerenti da essere privi di significato”. 13 su 23 donne transgender uccise quest’anno avevano meno di 25 anni. Da uno studio pubblicato questo mese sulle donne transgender sex workers emerge che le donne trans di colore hanno il 44% di probabilità in più di lavorare nel mercato del sesso, quelle di origine latina il 33%.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 dicembre 2015

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Un’attrice marocchina mostra il volto tumefatto su Al Arabiya. FGM bandite in Gambia. Violenza contro le donne in Turchia, aumentano i casi e l’intensità. Gli Stati Uniti e il “terrorismo antiabortista”.

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Marisa Maghreb è un’attrice marocchina. Qualche giorno fa ha fatto la sua comparsa in uno show del mattino di Al Arabiya indossando degli occhiali da sole. Quando li ha tolti, si legge su Haaretz, ha mostrato un occhio nero, prova della violenza subita. Maghreb sta conducendo una campagna per le donne dallo slogan “Non nascondere la violenza verso di te”. Le foto del suo volto tumefatto sono apparse sui suoi profili Instagram e Twitter, insieme a quelle di molte altre donne arabe che hanno deciso di mostrare il volto della violenza maschile nei loro confronti e di uomini che appoggiano la campagna. “Quello che è importante per le donne è rompere il muro del silenzio”, spiega l’attrice nell’intervista in tv. “ Dobbiamo far crescere la consapevolezza nei confronti della violenza sulle donne, e noi non dobbiamo nasconderla”. “Non l’hanno accusata del fatto che il suo appello a mostrare la violenza domestica porterà alla rovina delle famiglie?”, le chiede il presentatore. “Non faccio appello alla distruzione delle famiglie”, ha replicato lei, “e non tutta la violenza deve finire con un divorzio. Ci sono modi per trattare la violenza, e non cominciano necessariamente in tribunale”. Maghrabi ha evitato di rispondere ad una domanda diretta sulla violenza su di lei da parte dell’ex marito, l’uomo d’affari Ahmed Badi, cittadino degli Emirati Arabi. Ha detto che non ha subito solo violenza psicologica ma anche fisica. Anche il femminile online Anazahra di Dubai si è unito alla campagna, si legge ancora su Haaretz. Nell’ultimo numero del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il magazine ha pubblicato una serie di articoli sulla violenza di genere e su come prevenirla.

Mutilazioni genitali femminili. In Gambia il Comitato sulle pratiche tradizionali che incidono sulla salute delle donne e dei bambini nel Paese ha celebrato la Giornata internazionale per porre fine alla violenza contro le donne con una cerimonia nella Central River Region. L’evento, si legge su AllAfrica.com, ha anche visto la dichiarazione pubblica dell’abbandono della pratica del taglio nei distretti Niamina e Fulladu. Yahya Jammeh, presidente del Gambia, ha annunciato alcuni giorni fa che il Paese bandisce le mutilazioni genitali femminili con effetto immediato. Lo ha riportato il Guardian, promotore dallo scorso anno insieme all’attivista Jaha Dukureh di una campagna internazionale per la messa al bando delle MGF che proprio un paio di settimane fa aveva toccato lo stesso Gambia. Secondo il quotidiano britannico nel Paese la mutilazione genitale femminile viene tuttora imposta al 76% delle donne e che il 56% delle bambine con meno di 14 anni l’ha subita.

Il Kosovo entra a far parte della campagna per fermare la violenza sulle donne con una serie di eventi nell’ambito della campagna internazionale di 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere, fino al 10 dicembre. Ne parla Balkan Insight. “Ogni anno dobbiamo alzare la nostra voce e incoraggiare le persone a combattere questo fenomeno non solo durante i 16 giorni, ma per tutto l’anno”, dice a BIRN Alessandra Roccasalvo, il rappresentante del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite in Kosovo. I problemi del Paese in termini di violenza contro le donne e di fallimento delle risposte “sono stati evidenziati ancora una volta nel mese di ottobre di quest’anno, quando Zejnepe Bytyqi Berisha di Suhareka è stata uccisa dal marito Nebi Berisha, dopo essere stata oggetto delle sue violenze fisiche e psicologiche per 16 anni. L’ha uccisa con 10 coltellate sotto agli occhi dei quattro figli. Zejnepe aveva più volte denunciato la violenza del marito alla polizia kossovara. Fin dal 2002. Ma lui non è mai stato arrestato. “Questo caso racconta il fallimento del sistema, che dovrebbe aiutare e proteggere le vittime”, dice il capo della missione OSCE in Kosovo, Jean-Claude Schlumberger. Da un sondaggio dell’Istituto di statistica del Kosovo e dell’Unicef condotto nel 2013-14 emerge che oltre il 42 per cento delle donne intervistate ha affermato di meritare la punizione fisica di un componente maschile della famiglia quando si macchia di certi “errori”. Quali? Rendere il marito geloso, rifiutarsi di fare sesso, bruciare il cibo, non rispettare i doveri familiari e non prestare attenzione ai figli.

La violenza contro le donne in Turchia aumenta sia in numero che in brutalità. “Ciò che noi chiamiamo femminicidio è in realtà un omicidio di donne che si rivoltano contro gli abusi e lottano per l’indipendenza”, dicono dalla piattaforma Will Stop Femicides. Ma gli uomini, si legge su Hurriyet – ovvero partner, ex, componenti della famiglia – rispondono a questa ritrovata indipendenza con ancora più violenza, mentre i meccanismi di protezione non riescono a proteggere le vittime. E si parla, secondo i soggetti in prima linea, non solo di un aumento delle donne sottoposte a violenza nell’arco degli ultimi dieci anni, ma anche di un aumento dell’intensità di quella violenza, ai limiti della tortura. Murice Kadan, avvocata che si occupa di questi temi, racconta: “Una donna venuta da noi per chiedere protezione legale lo scorso anno era stato accoltellato 42 volte dal marito”. “Queste donne non vengono solo uccise ma mutilate e sottoposte a violenza prima e dopo l’assassinio. Una violenze che confina con la tortura. Le cosiddette notizie di terza notizie pagina sui femminicidi comprendono decapitazioni, tentativi di bruciare il corpo o tagliarlo a pezzi”.

Stati Uniti. Dal 1993, 11 persone sono state uccise in attacchi legati alla questione aborto – medici, personale delle cliniche, e la settimana scorsa, un agente di polizia e due visitatori entrati sulla linea di fuoco in una clinica di pianificazione familiare a Colorado Springs. David Cohen, professore di diritto presso la Drexel University, dice che lo stalking e le molestie costituiscono una minaccia molto comune per chi pratica l’aborto e per le loro famiglie. Nel libro “Vivere nel mirino: Le storie mai raccontate del terrorismo anti-abortista”, Cohen e la co-autrice Kristen Connon hanno intervistato 87 operatori in 34 Stati – proprietari di cliniche, medici e altri dipendenti. ProPublica ha intervistato Cohen sulle loro scoperte. Ecco alcuni stralci dell’intervista. Ci sono i picchetti. “Si tratta di una forma particolarmente invadente di molestia, perché la casa è dove ci rifugiamo per sfuggire dal mondo e dalla vita pubblica. Gli estremisti vanno a casa nei fine settimana con cartelli tipo “Qui vive un assassino”, urlando ai vicini di fare qualcosa per quella terribile persona in mezzo a loro”. Il messaggio, secondo Cohen, non è per niente sottile: “Sappiamo dove vivi, sappiamo dove trovare la tua famiglia, e forse faremo qualcosa di più”. Insieme ai picchetti ci sono lettere minatorie a casa e al lavoro, ma anche il puntare i familiari presentandosi per esempio a scuola”. Tutto questo insomma “ha un profondo impatto sulla loro vita. Per alcuni è così costante e così pervasivo che lo percepiscono come normale. Un medico ci ha raccontato che si sentiva come un soldato sul campo, un poliziotto di quartiere, un vigile del fuoco che sta per entrare in un edificio in fiamme. Molti di loro si sentono come bersagli, sono in pericolo, devono essere vigili per tutto il tempo. Sono traumatizzati. Peccato che non siano soldati in battaglia ma personale medico che lavora in ufficio”. La clinica di Colorado Springs, chiede Nina Martin per ProPublica, in cui si è verificata la sparatoria della scorsa settimana aveva telecamere ovunque, vetro antiproiettile e una cassetta di sicurezza. Che tipo di precauzioni vengono prese per proteggersi da violenze e molestie? “Alcuni non fanno nulla, spiega David Cohen. Altri mettono un altro nome presso la propria abitazione o sulla cassetta delle lettere. Si travestono, prendono ogni giorno strade diverse per andare a lavoro, fanno accordi con le compagnie aeree per cambiare volo all’ultimo, in modo che i manifestanti non conoscano i loro programmi. C’è chi porta delle armi addosso. “Uno dei medici di cui abbiamo parlato ha detto: “Se qualcuno, quando sono andato a studiare medicina, mi avesse detto che sarei finito per andare al lavoro armato e con giubbotto anti-proiettile, lo avrei preso per pazzo. Ma ho un giubbotto antiproiettile e in questi giorni vado in clinica armato”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 26 agosto 2015

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L’attore indiano Anupam Kher è stato nominato sostenitore della campagna delle Nazioni Unite sulla parità di genere #HeforShe. Il 60enne collaborerà con il resto dell’organizzazione a livello internazionale per sensibilizzare uomini e ragazzi e portarli a combattere attivamente le disuguaglianze contro le donne e le ragazze per porre fine a violenze e discriminazioni. L’attore si è detto onorato e ha espresso il suo totale sostegno agli sforzi dell’organizzazione per raggiungere la parità di genere. “La cosa più importante è avviare il cambiamento all’interno delle mura di casa. Dovete sapere come trattare vostra figlia, e non dovrebbe essere diverso dal modo in cui trattate vostro figlio”, ha detto Kher all’agenzia indiana PTI.

Su NoiDonne il rilancio dell’appello delle donne curde che chiedono di esprimere solidarietà con le firme di gruppi, associazioni, ong. “La mentalità patriarcale e la complicità fra AKP e daesh è il segno più atroce del femminicidio”, si legge. L’AKP, di cui fa parte il presidente turco Erdogan, è il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo turco, islamico-conservatore. Il daesh è il sedicente Stato Islamico. Il movimento delle donne curde in Europa e la rappresentanza internazionale del movimento delle donne curde, l’ ufficio delle donne curde per la pace CENI, la fondazione internazionale delle donne libere, la casa delle donne Utamara, la fondazione Roj women, la fondazione Helin, e tutte le assemblee popolari delle donne curde in Europa condannano fermamente l’esecuzione di Kevser Elturk (nome di battaglia Ekin Van), la combattente torturata e uccisa dai militari turchi ed esposta nuda nel centro della città di Varto nel Kurdistan turco”. Keveser Elturk “è il simbolo della resistenza delle donne curde. Come donne curde e del mondo chiediamo giustizia per questo gesto orribile. In tutte le guerre conosciute nella storia del mondo, le donne sono state utilizzate come bottino di guerra. Oggi in Irak le donne continuano ad essere vendute nei mercati della schiavitù sessuale. L’ immagine delle donne curde trainate a terra dai carri armati turchi e i loro corpi esposti nudi nei media sono ancora attuali”. La mentalità conservatrice e patriarcale non sopporta l’ ideologia della liberazione delle donne che appartiene ai valori dell’ umanità, si legge ancora. Le atrocità inflitte a Keveser Elturk sono la rappresentazione della mentalità maschile degli anni ’90 che si ripropone oggi. L’etica del disonore si concretizza con la complicità fra AKP e daesh. La cultura dello stupro che ha messo in atto il femminicidio di Ekin Van è la conseguenza della continua guerra nei confronti del diritto alla legittima difesa delle donne curde, oggi simbolo della resistenza delle donne di tutto il mondo. Come movimento delle donne curde e associazioni di donne curde denunciamo questa politica incosciente e disumana portata avanti dalla polizia dell’AKP contro le donne”.

#Whereloveisillegal è un progetto che documenta e condivide storie di discriminazione e sopravvivenza nel mondo LGBTI. Nato come lavoro fotografico del pluripremiato fotografo e attivista per i diritti umani Robin Hammond, è diventato uno strumento contro la discriminazione, persecuzione e violenza. Tra le ultime storie inserite c’è quella di Lis dal Venezuela. “Quando ero bambina ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in me perché ero diversa. Non ero femminile come i miei genitori volevano che fossi, mi piacevano le cose che facevano i maschi e avevo dei sentimenti per le altre ragazze che non riuscivo a capire. Ho scoperto l’esistenza delle lesbiche a 11 anni ed è allora che mi sono detta: ‘ Questo è quello che sono ‘, non un mostro unico e non normale come mi ero sentita fino a quel momento”. Ma la più grande discriminazione per Lis è arrivata proprio dalla sua famiglia: “I miei genitori sono sempre stati arrabbiati con me per non essere la ragazza ideale che volevano che io fossi. Hanno scoperto tutto quando avevo 13 anni, prendendo il mio cellulare senza il mio consenso. Mia madre mi ha picchiata quella notte. Nel tempo mi hanno portata dallo psicologo, dallo psichiatra, persino dal prete, cercando qualcuno che potesse “cambiarmi”. “ L’adolescenza di Lis è stata un alternarsi di rabbia, bugie, lotte domestiche, tentativi di liberazione e di espressione del sé ogni volta che usciva da casa. Si è ammalata di depressione e di disordini alimentari e racconta di aver superato quegli anni grazie ad alcuni veri amici. “E poi, dopo anni, ho provato a mettermi nei panni dei miei genitori e ho capito che non capivano. Non potevano capirmi, ma mi amavano ancora. Ho capito che erano spaventati, che non sapevano cosa fosse l’omosessualità ma conoscevano solo alcuni brutti stereotipi, e che avevano paura di cosa avrebbe detto la gente. Avevano paura che fossi infelice. Quando ho capito tutto questo ho capito anche che avrei potuto far capire loro che essere una brava persona non ha nulla a che fare con l’essere etero o gay, e che sono felice di quello che sono. Ci sono volute molte lunghe e difficili conversazioni. Ma siamo arrivati ad un punto che 10 anni fa avrei ritenuto semplicemente impossibile. Ora sanno che ho una fidanzata – anche lei ha raccontato la sua storia su #Whereloveisillegal – e che sono diventata un’attivista per i diritti LGBTI. Non amano tutto questo, ma lo rispettano”.

#BlackLivesMatter ha organizzato il #TransLiberationTuesday con azioni e manifestazioni in almeno 14 città degli Stati Uniti. Solo quest’anno è stata registrata la morte di diciotto persone transgender, soprattutto donne trans nere, più una vittima la cui identità di genere è in discussione. Si tratta, secondo quanto si legge su advocate.com, di un numero di omicidi più elevato rispetto al totale dello scorso anno, senza contare i casi non segnalati o che sono stati altrimenti classificati dalle forze dell’ordine e dai media. “Diciamo i nomi di Mya Hall, Kandis Capri, Eliseo Walker, Penombra Shuler, Ashton O’Hara, India Clarke, Amber Monroe. I nomi delle donne transessuali nere le cui vite sono strappate via”, dice Elle Hearns, strategic partner di Black Lives Matter e coordinatrice centrale regionale di GetEqual.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 15 luglio 2015

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Andiamo subito in Pakistan, a Lahore, dove prosegue il dibattito sul Punjab Protection of Women Against Violence Bill. Lo scrive The Express Tribune. I punti su cui si sta lavorando sono diversi: tra questi l’obbligo, per chi viene accusato di violenza contro una donna, di indossare un braccialetto con localizzatore GPS. Una proposta che ha sollevato molte critiche e che ha portato alcuni a dire che non tiene conto del fatto che in realta’ potrebbe costituire un pericolo per le vittime stesse. Nelle sue raccomandazioni inviate al Dipartimento legale, la commissione di revisione ha suggerito che l’obbligo di indossare questi braccialetti venga limitato solo ai casi di abusi odiosi. Una definizione che spetterebbe ai tribunali. “Troppo spesso gli abusatori vivono sotto allo stesso tetto delle loro vittime”, spiega la deputata Azma Bokhari. “Questi uomini potrebbero considerare il braccialetto come uno stigma e costituire una minaccia ancora piu’ grande per queste donne”. Altre raccomandazioni sul disegno di legge riguardano alcune definizioni contenute come “donna” e “abusi”. Nel primo caso c’e’ il rischio di lasciare fuori dall’applicazione della futura legge le ragazze e le minori, e nel secondo caso di introdurre la parola ‘abuso’ e non solo ‘violenza’ per comprendere anche i casi di disagio economico e psicologico causato alle vittime.

Passiamo alle Fiji, dove il Women’s Crisis Centre mette nero su bianco la necessita’ di promuovere l’uguaglianza di genere a tutti i livelli. La coordinatrice Shamima Ali spiega che le cause alla radice della violenza sessuale e domestica risiedono proprio nella cultura del silenzio su questi temi, di cui la disuguaglianza di genere e’ il principale motore. Devono quindi essere fatti sforzi concreti nel’educazione delle donne e nel loro coinvolgimento nei processi decisionali grazie alla creazione di spazi in cui le donne possano finalmente poter parlare senza paura.

Nel sud della Turchia, nel comune di Adana, nel tentativo di fermare la violenza contro le donne e I casi di molestie sessuali, I veicoli del trasporto pubblico avranno da ora in avanti dei pulsanti anti-panico d’emergenza. E I conducenti verranno sottoposti a test antidroga e a valutazioni psicologiche e di istruzione senza I quali non potranno lavorare. Ne scrive l’Hurriyet Daily News. E’ un primo, piccolissimo effetto del brutale femminicidio della ventenne Özgecan Aslan lo scorso febbraio e delle molestie sessuali subite da una diciassettenne su un minibus diretto all’ospedale di Adana.

Sull’Huffington Post si parla di come la tecnologia sta aiutando le donne a combattere la violenza e a provare ad avere strumenti per sentirsi piu’ sicure, con un guest post di Hera Hussain, fondatrice e CEO di CHAYN, un progetto open source britannico di piattaforme e strumenti – hackathon (ovvero quegli eventi cui partecipano esperti di diversi settori dell’informatica) inclusi – per favorire l’empowerment delle donne. Gia’ perche’ le donne, nelle aree urbane, hanno il doppio di probabilita’ degli uomini di sperimentare episodi di violenza. I progetti piu’ di tendenza in questo momento, scrive Hera, sono quelli che permettono di realizzare report e mappe dei casi di sessismo e dei crimini correlati attraverso campagne di partecipazione e sensibilizzazione degli utenti. Applicazioni di sicurezza personale come Circle of 6 sono stati replicati in diversi mercati per aiutare le donne a mandare un segnale di SOS ad amici, familiari e servizi di emergenza. Progetti come Everyday Sexism, HarassMap e HollaBack hanno elementi di comunicazione e di storytelling. In molti casi, i dati segnalati tramite queste tecnologie hanno portato le forze dell’ordine locali a cambiare le loro abitudini e allocare risorse per creare un ambiente più sicuro per le donne. Grazie alla tecnologia, a Twitter e agli altri social media finalmente le storie femminili arrivano all’attenzione di un pubblico piu’ vasto e le campagne riescono ad attirare l’attenzione anche dell’informazione mainstream. Le donne poi stanno imparando a usare la tecnologia al di la’ del basilare, e sono sempre piu’ le sviluppatrici che in tutto il mondo diventano protagoniste in un mercato del lavoro fino ad oggi prettamente maschile.

Un tribunale marocchino ha assolto due donne, due parrucchiere di 23 e 29 anni, dall’accusa di “atti osceni” per aver indossato abiti in pubblico. Lo riporta il Telegraph. “Questa è una vittoria non solo per queste due donne, ma per tutti i membri della società civile che hanno mobilitato”, dice l’avvocato difensore Houcine Bekkar Sbai. Fouzia Assouli, a capo dell’organizzazione per i diritti delle donne LDDF, ha confermato le assoluzioni pronunciate da un tribunale nella città meridionale di Agadir. “Questa assoluzione è positivo e dimostra che indossare questo tipo di abbigliamento [un abito] non è un crimine”, ha detto la signora Assouli alla France Press. Le donne erano state arrestate lo scorso 16 giugno: mentre camminavano al mercato di Inezgane, un sobborgo di Agadir, erano state accusate di indossare abiti “immorali” dai commercianti, che le avevano circondate e infastidite.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 maggio 2015

Farkhunda

Salve a tutte e a tutti da Angela Gennaro, benvenuti anche questa settimana al nostro viaggio di approfondimento nel mondo delle donne su Radio Bullets.

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Cosa hanno in comune eutanasia e violenza di genere? La storia di una donna indiana, morta a 67 anni dopo averne passati 42 in stato praticamente vegetativo – ne ha parlato anche Alessia Cerantola nel corso del notiziario. Aruna Shanbaug, un’infermiera, aveva solo 24 anni quando è stata aggredita nel seminterrato dell’ospedale King Edward Memorial di Mumbai da un inserviente delle pulizie che l’ha sodomizzata, soffocata con una catena per cani e lasciata lì credendola morta. Ma Aruna non era morta: è rimasta cieca, paralizzata e il suo cervello gravemente danneggiato. La sua storia, racconta Amanda Hodge, corrispondente dall’Asia del Sud per l’Australian, ha scatenato un dibattito nazionale sull’eutanasia e portato nel tempo ad una legge di riferimento che consente l'”eutanasia passiva”. Aruna è morta in questi giorni di polmonite, mettendo fine ad una battaglia di quattro decenni portata avanti dai sostenitori della dolce morte. L’uomo che ha portato Aruna a passare 42 anni in questo stato, Sohanlal Walmiki, è stato sì processato e condannato, ma solo per rapina e tentato omicidio: mai è stato accusato – né condannato – per stupro. I medici hanno presumibilmente nascosto le prove del reato per “proteggere la reputazione della vittima”. L’attivismo femminile indiano parla di questo delitto come dell’esempio del fallimento del Paese nella protezione delle donne dalla violenza sessuale e nella giustizia nei loro confronti. “Sono sollevata del fatto che la sofferenza di Aruna sia finita”, dice la segretaria generale della Federazione nazionale delle donne indiane Annie Raja. “Ma allo stesso tempo provo angoscia e rabbia perché, dopo tutti questi anni, non ha ottenuto giustizia”. La tutela giuridica delle donne ha avuto negli ultimi anni dei miglioramenti, spiega Raja, “tutti però ottenuti sui cadaveri di donne indiane”.

C’è un aggiornamento anche nella storia di Farkhunda, l’insegnante 27enne linciata da una folla di uomini a Kabul perché accusata falsamente di aver bruciato il Corano. 11 agenti della polizia sono stati condannati a un anno di carcere per complicità in quello che è accaduto lo scorso 19 marzo, mentre altri otto sono stati assolti per insufficienza di prove. Il 6 maggio scorso un altro giudice aveva già condannato a morte 4 persone e altre 8 a 16 anni di prigione.
La nuova sentenza lascia esasperati molti afghani – e molte afghane – che erano scese in piazza e avevano sperato, scrive il Guardian, che il governo facesse passi in avanti nella lotta per la difesa dei diritti delle donne, di cui Farkhunda è diventata suo malgrado simbolo. L’unica colpa dell’insegnante, peraltro, era stata quella di aver discusso con un religioso che vendeva amuleti per strada, pratica ritenuta da alcuni come non islamica: il religioso aveva replicato accusando Farkhunda di aver bruciato il Corano ed è qui che la violenza ha avuto inizio. Nei giorni successivi al linciaggio ha circolato sui social network un video, poi usato anche in tribunale, che mostrava i poliziotti non muovere un dito per fermare la rabbia cieca del centinaio di persone che si sono accanite sulla ragazza dilaniandola. Afghanistan Today ha raccontato la storia di Farkhunda – la sua morte, le proteste e i processi – in un fumetto.

E passiamo in Turchia dove una ragazza di 19 anni, Mutlu Kaya, è in condizioni critiche dopo essere stata sparata alla testa da uno sconosciuto mentre era a casa sua nella provincia sudorientale di Diyarbakir. Secondo le prime ricostruzioni si tratta di una “ punizione” per la decisione della ragazza di partecipare a un talent show televisivo musicale nonostante l’opinione contraria della famiglia. Una persona sospetta sarebbe stata arrestata e interrogata dalla polizia. Secondo alcuni giornali locali la ragazza avrebbe riferito alla produzione dello show di avere ricevuto minacce di morte. Un report della Stop Women Homicides Platform evidenzia come nel 2014 siano state 294 le donne uccise in Turchia: il 47% per la loro scelta di prendere decisioni indipendenti. Nel 2015 le morti sono già 91.

Gli Stati Uniti d’America hanno partecipato alla seconda Universal Periodic Review (UPR), ovvero l’esame periodico destinato a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite sulla loro situazione in tema di diritti umani. Nell’ambito della “Convenzione sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione contro le Donne”, la piattaforma che contiene l’enunciazione di tutti i principi fondamentali sui diritti delle donne e alla quale ogni singolo Paese firmatario si dovrebbe uniformare per ciò che concerne la tutela delle donne stessi in materia di lavoro, di maternità e di parità fra i coniugi, la Serbia e la Danimarca hanno rimarcato i progressi raggiunti dagli Stati Uniti ma hanno anche sottolineato come aperti restino i fronti della parità di retribuzione a parità di lavoro e delle violenze sessuali nelle forze armate.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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