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#Donnenelmondo del 10 giugno 2016

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Ascolta la puntata.

Pensate alle parole con cui è stata raccontata sui giornali la morte di Sara Di Pierantonio, la ragazza di 22 anni uccisa e bruciata da un uomo che invece che affrontare i suoi problemi culturali, sociali, antropologici, mentali non ha trovato di meglio da fare che uccidere la donna che si era sottratta al suo possesso. Provate un po’ a visualizzare quegli articoli – lo so, è già complicato, dato che l’enormità della vicenda è già scomparsa dai nostri giornali. Ma nei pezzi dei giorni immediatamente successivi al femminicidio di Sara troverete la descrizione della vittima. Quello che ha fatto, quello che non ha fatto, come non si sia sottratta al suo “destino” (virgolette), come persino la geolocalizzazione del suo smartphone abbia contribuito alla sua morte. Un’impostazione che, per molti, fa parte del problema. L’analisi grammaticale dell’azione della donna, la necessità di difenderla e di difendersi, che fagocita l’attenzione delle azioni del violento e di come sia arrivato ad agire come ha agito. Non è un tema solo italiano, anzi. Andiamo in Australia, dove – si legge su The Conversation – “fino a poco tempo, la violenza domestica contro donne e bambini era invisibile al pubblico. Oggi invece ampia è la copertura mediatica, ma uno studio australiano – uno dei più grandi del suo genere – sottolinea come in questa copertura, gli autori delle violenze restino ancora sostanzialmente “invisibili”. Il termine “autore invisibile” si riferisce al modo in cui quasi il 60% delle notizie di stampa su un fatto violento non fornisca praticamente alcuna informazione sull’autore di quella violenza. Il termine deriva dal nuovo studio, uno dei più grandi del suo genere, qui o all’estero. La violenza contro le donne, si legge nello studio, è commessa da un’altra persona, di solito un uomo, di solito un uomo che una donna conosce, eppure quella violenza viene spesso riportata come se l’altra persona – fidanzato, marito, compagno – non esistesse. Si fa l’esempio di un titolo del Daily Telegraph: “Un’ascia fa a pezzi una famiglia”. E chi l’ha usata l’ascia per ammazzare Tara? (Fermo restando il garantismo e la correttezza di quanto riportato, si badi). E anche quando gli autori vengono citati, spiega ancora lo studio, i giornalisti tendono ad usare – consapevolmente o meno – una costruzione passiva delle frasi, oscurando o elidendo chi ha perpetrato la violenza e con quale grado di intenti. Insomma: di recente quantità e qualità della copertura mediatica della violenza contro donne e bambini sono migliorate, ma resta un notevole margine di lavoro da fare.

Andiamo in Brasile, dove nei giorni scorsi si è tenuta una manifestazione contro la violenza sulle donne a Copacabana, a Rio de Janeiro. Sulla spiaggia sono state lasciate 420 paia di slip: si tratta del numero delle donne che subiscono violenza nel paese ogni 72 ore. A fine maggio – ricorda Huffington Post – le immagini di una ragazza di 16 anni violentata da più di 30 uomini in una favela di Rio hanno avuto ampia diffusione sui social media, acuendo il dibattito su sessismo e violenza in Brasile. Hashtag come #EstuproNuncaMais (“Mai più uno stupro”) e #EstuproNaoTemJustificativa (“Lo stupro non può essere giustificato”) si sono rapidamente diffusi su Twitter. Nel 2014 sono stati registrati in Brasile 50mila stupri, ma gli esperti ritengono che i numeri descrivano solo grossolanamente la situazione. Secondo l’Istituto brasiliano di ricerca economica applicata , nel Paese avverrebbero fino a 500mila casi di violenza sessuale ogni anno.

Ne abbiamo parlato una settimana fa nel notiziario di Radio Bullets: la proposta di legge del Consiglio dell’ideologia islamica del Pakistan, un organo consultivo, per legalizzare la violenza domestica autorizzando le botte “leggere” alle mogli. Proposta che vede come risposta la protesta su Twitter. Violenza “in forma lieve” – hanno scritto gli integralisti musulmani nella loro proposta di 163 pagine – laddove, si legge su IoDonna, le donne si rifiutano di fare sesso, lavarsi dopo avere avuto rapporti e durante le mestruazioni, oppure anche solo se non indossano quello che desidera il marito. L’hashtag è #TryBeatingMeLightly (“Prova a picchiarmi in forma lieve”, e a farlo circolare sono i ritratti, in bianco e nero, del fotografo Fahhad Rajper. Ritratti di donne pachistane che hanno preso posizione contro la proposta di legge. Tweet come: “Prova a picchiarmi in modo leggero e vedrai che ti avvelenerò… con leggerezza!”. E ancora: “Sono il sole, toccami e ti brucerai come se fossi finito all’inferno. Sono la luce, proverai a fermarmi ma non ci riuscirai. Non potrai contenere la mia energia. Sono il tipo di donna da cui prendono il nome i tifoni. Ti sfido”. L’esperta di marketing digitale Shamilah Rashid scrive: “Prova a picchiarmi in modo leggero e farò in modo che sia l’ultima cosa che farai nella tua vita patetica”. E aggiunge: “Non voglio che le ragazze crescano pensando che se un uomo ti picchia allora vuol dire che ti ama. E che un giorno il suo comportamento migliorerà: no, la violenza di genere è inaccettabile. Sempre”. Il Pakistan, si legge su IoDonna, resta uno dei paesi dove la violenza di genere è pervasiva. Almeno 4.308 i casi di violenza denunciati da donne e ragazze nei primi sei mesi dell’anno.
La polizia della città pakistana di Lahore ha arrestato una donna sospettata di aver ucciso sua figlia per essersi sposata senza il consenso della famiglia. Lo riporta la BBC. La polizia dice che il corpo di Zeenat Rafiq mostra segni di torture. È stata cosparsa di benzina e data alle fiamme. È il terzo caso del genere in un mese in Pakistan, dove sono comuni gli attacchi contro le donne che vanno contro le regole conservatrici su amore e matrimonio. La scorsa settimana – ne abbiamo parlato – una giovane insegnante, Maria Sadaqat, è morta dopo che le avevano dato fuoco a Murree vicino a Islamabad per aver rifiutato una proposta di matrimonio.

Avete presente la locandina del prossimo film di “X-Men: Apocalypse”? È uscita la scorsa settimana, ne parla il Guardian: “Quando è uscito”, scrive Laura Bates, “è apparso chiaro che chi che aveva dato il via libera a quella pubblicità non era riuscito a notare qualcosa che sembra assolutamente ovvio a molti che lo guardano. Il manifesto raffigura palesemente la violenza contro le donne drammatizzata”. È la scena in cui Mystique (interpretata da Jennifer Lawrence) viene strangolata da Apocalypse (interpretato da Oscar Isaac), e lo slogan è: “Solo i forti sopravvivranno”. “C’è un grave problema quando uomini e donne alla 20th Century Fox pensano che la violenza casuale contro le donne possa essere il modo di commercializzare un film”, dice l’attrice Rose McGowan. Certo, è una scena del film ma “nella pubblicità non viene dato alcun contesto” e alla fine si tratta di una donna strangolata. Il fatto che nessuno l’abbia rimarcato è francamente stupido e offensivo”. Hollywood, si legge ancora sul Guardian, ha una lunga e frustrante storia di utilizzo di sessismo per vendere film. Su Tumblr c’è una pagina, The Headless women of Hollywood, Le donne senza cervello di Hollywood, che raccoglie esempi indicativi. La 20th Century Fox ha risposto alle critiche con una nota: “Non ci siamo accorti subito della connotazione sconvolgente di questa immagine in forma stampata”, aggiungendo che mai “perdonerebbe la violenza contro le donne”. Ma il fatto che non ci abbiano visto da soli alcun problema, si legge sul Guardian, la dice lunga.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Tongam Rina Una giornalista che non viene messa a tacere neppure dai proiettili – se n’è beccata una nel luglio 2012 nello stomaco, proiettile che le ha sfiorato il midollo spinale. Un uomo armato l’ha aspettata insieme a dei complici all’ingresso dell’Arunachal Times a Itanagar, capitale dello stato indiano di Arunachal Pradesh. Quasi 2 anni più tardi, il presunto autore dell’attentato è stato arrestato e successivamente rilasciato. Lei continua la sua lotta alla corruzione endemica e contro i 150 progetti di dighe in cantiere nella regione di confine.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 febbraio 2016

Shamma-Al-Mazrui

Siria, MSF: sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Zika, il Papa: contraccezione sì, aborto mai. Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni in Uganda. Dal carnevale di Rio al “silenziamento” della gestione maschile del corpo delle donne in Brasile. Oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India ha nozioni distorte di violenza domestica. E pensa sia normale. Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Torneo di beach volley in Iran: ma le donne non possono (ancora) entrare. Le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Honduras, una donna uccisa ogni 16 ore. Khadija Ismayilova è l’eroina dell’informazione della settimana, dalla classifica di RSF. 

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Siria. 1,9 milioni di persone vivono sotto assedio, le frontiere sono chiuse ai rifugiati e dilagano i bombardamenti contro strutture mediche e aree densamente abitate. È l’allarme lanciato dall’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere, con un appello specifico agli stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, che sono parte attiva del conflitto: devono rispettare le risoluzioni da loro stessi approvate per fermare il massacro e garantire che i loro alleati assicurino la dovuta protezione ai civili ed evitino i combattimenti in aree civili. MSF presenta l’impatto del conflitto contro i civili attraverso i dati raccolti in 70 fra gli ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione in Siria nordoccidentale, occidentale e centrale. Nel complesso, sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Il rapporto denuncia che 63 ospedali e strutture sanitarie supportate da MSF sono state attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni nel solo 2015. 12 strutture sono state distrutte e 23 membri dello staff sono rimasti uccisi.

“Alle donne esposte al virus Zika potrebbe essere permesso di usare contraccettivi per evitare le gravidanze”. Lo ha suggerito Papa Francesco nel corso della lunga conferenza stampa che come di consueto ha tenuto sul volo papale, questa volta di ritorno dal Messico. “Ma l’aborto, quello resta il “male assoluto”, un crimine”. E non dovrebbe mai essere permesso, nemmeno per quelle donne che aspettano un bambino con seri danni cerebrali causati dal virus Zika.

Una donna brasiliana vestita come l’artista messicana e icona femminista Frida Kahlo apre una lattina di birra. Altre mostrano cartelli con slogan come “Let me samba in peace”. Questo, si legge su Vice News, è stato il carnevale di Rio de Janeiro. Mulheres Rodadas – un termine slang che significa “donne che sono già state in giro” – è un gruppo nato poco più di un anno fa con l’obiettivo di combattere quello che viene definito un certo tipo di “silenziamento”, in Brasile, della discriminazione sessuale che sembra celebrare la libertà femminile ma che spesso significa tutt’altro. “La gente dice che in Brasile le donne si vestono come vogliono”, spiega Debora Thomé, “Quindi come si può volere più libertà? Ma diciamo che è come gli uomini vogliono che le donne si comportino. Una donna si può mettere quello che vuole, ma poi diventa vittima di violenza a causa di quello che indossa”. Un nuovo movimento femminista insomma, che sta crescendo in un Paese dove l’aborto è ancora illegale ad eccezione dei casi di stupro, quando la vita della madre è in pericolo, quando nel feto si riscontra una malformazione che porta alla sicura morte del bambino e nota come anencefalia. Il movimento nasce anche in risposta all’emendamento proposto da Eduardo Cunha, deputato e leader del potente blocco cristiano evangelico del Congresso. Che ha presentato un emendamento per cui per accedere all’aborto le vittime di stupro devono obbligatoriamente denunciare il crimine e sottoporsi ad esame medico forense. Di lui, le femministe brasiliane dicono: “Oh no, Eduardo Cunha vuole controllar era tua vagina”. In Brasile, spiega ancora Thomé, gli uomini sentono di avere “il diritto di controllare il corpo delle donne. Pensate a quell’emendamento”. Solo il 10% dei deputati del congresso è donna: quindi in pratica gli uomini stanno decidendo se e quando le donne possono abortire”.

Giappone: videogiochi, sesso e violenza. RapeLay, dove si gioca nei panni di un predatore sessuale, è il caso estremo, ma molti sono i giochi e i cartoni animati giapponesi che hanno un rapporto “ controverso” con questo tipo di contenuti. Alcuni provvedimenti sono già stati presi, ma ora il Comitato CEDAW (Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) chiede di più. Ed “esorta vivamente il Giappone a vietare la vendita di videogiochi o fumetti che abbiano come contenuto stupri e violenza sessuale contro le donne che così normalizzano e promuovono la violenza sessuale contro le donne e le ragazze”.

Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni. Accade a Kampala, in Uganda. Una decisione che arriva dopo che gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per l’atmosfera elettorale deteriorata che si stava creando in vista delle elezioni del 18 febbraio. La violenza sotto elezioni è un elemento che si ripete in molti Paesi africani, innescata da tensioni politiche o etniche o da processi elettorali viziati: e donne e bambini sono le persone che hanno più probabilità di subirla. Jessica Nkuuhe, coordinatrice nazionale dell’Uganda’s Women Situation Room, spiega che il centro di controllo lavorerà fino al 20 febbraio. In passato, spiega Nkuuhe, non ci sono state segnalazioni di violenze elettorali sulle donne in Uganda, ma elettrici e candidate hanno affrontato diversi tipi di violenza psicologica, e hanno fatto fronte agli sforzi portati avanti per impedire loro di votare. “Sono stati riportati anche episodi di violenza domestica derivanti da differenze nella scelta del partito o dei candidati”, spiega a Reuters. Yowecri Museveni, presidente dell’Uganda, ha governato il Paese per tre decenni da quando è salito al potere dopo una guerra-guerriglia durata cinque anni. Anche in queste elezioni Museveni è il favorito e potrebbe vincere un mandato di altri cinque anni, ma questa è per lui l’elezione più difficile. Il mese scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che vi erano state numerose segnalazioni di “eccessiva forza, ostruzionismo, dispersione di manifestazioni dell’opposizione, intimidazioni e arresti di giornalisti” da parte della polizia, in un clima elettorale definito “di paura e intimidazione”. Patricia Munaabi Babiiha, direttrice esecutiva del Forum for Women in Democracy, spiega che la sala di controllo impiega donne e giovani e coinvolge anche rappresentanti della polizia e funzionari della Commissione elettorale. Sono stati formate 450 persone, tra donne e giovani, distribuiti in 15 distretti considerati punti cruciali per l’osservazione e il monitoraggio delle elezioni da una prospettiva di genere e di violenza. Sono stati formati anche 10 giovani volontari, operatori del call center che riceve e registra le segnalazioni e fa partire gli interventi in caso di necessità. Quello della situation room di genere è un progetto realizzato dall’Angie Brooks International Center (ABIC) durante le elezioni in Liberia del 2011 e poi replicato con successo durante le elezioni in Senegal, Sierra Leone, Nigeria e Kenya.

Da un recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione emerge che oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India possiede contorte e male informate nozioni sulla violenza domestica. Lo studio ha rilevato che il 53 per cento delle ragazze in entrambi i paesi ritengono che la violenza domestica sia giustificata. Secondo i dati raccolti in India e in altri Paesi in via di sviluppo, un’alta percentuale di adolescenti maschi ha la stessa convinzione. Gli atteggiamenti regressivi sui ruoli di genere si sono infiltrati ormai così profondamente nella cultura e nella società che spesso le vittime, reali o potenziali, di violenza domestica e di violenza contro le donne, ritengono che non ci sia nulla di sbagliato in quei comportamenti. C’è una tendenza a incolpare le vittime di violenza per la loro situazione, mentre l’autore viene del tutto assolto da qualsiasi responsabilità. La struttura sociale patriarcale, si legge su The Express Tribune, la diffusa disuguaglianza di genere, contorte nozioni del concetto di onore, un quadro giuridico debole e un generale aumento della violenza nella società hanno contribuito al fatto che la violenza domestica sia considerata come una componente accettabile dell’esistenza. Una sindrome di Stoccolma a livello di società, si legge ancora, per cui nelle vittime si sviluppano sentimenti di simpatia nei confronti dei rapitori o dei violenti. Questa mentalità prepara le giovani donne a una violenza che dura per tutta la vita. I loro figli saranno esposti per la stessa violenza e da grandi alle stesse credenze.

Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Il governo indiano ha emanato specifiche direttive affinché le stazioni di polizia raccolgano le denunce di violenza sulle donne e venga fatto un lavoro in termini di istruzione e formazione tra le forze di polizia. Un portavoce del governo ha fatto sapere che si stanno portando avanti molteplici sforzi per l’empowerment delle donne, cominciando dalle forze dell’ordine e da quelle stazioni di polizia troppo al maschile. Il progetto è anche quello di aumentare del 33% la presenza femminile all’interno delle forze di polizia. Al momento è del 6-7%.

Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Le nuove nomine includono cinque donne, portando il numero totale della rappresentanza femminile al numero record di otto donne su un totale di 29 membri di gabinetto. Shamma al Mazrui, 22enne e ministra per gli Affari Giovanili, è la più giovane ministra del mondo; sarà anche a capo del Consiglio Nazionale Giovanile degli Emirati.

È cominciato in questi giorni il primo torneo di beach volley mai ospitato in Iran. Nonostante le ripetute promesse della Federazione internazionale di pallavolo, alle donne viene ancora negato l’ingresso alle partite, tra le intimidazioni dei funzionari locali. Human Right Watch ha lanciato una campagna su Twitter e Facebook per chiedere alla Federazione di mantenere le sue promesse. L’hashtag è #Watch4Women.

Che si tratti di aree urbane o rurali, di paesi sviluppati o in via di sviluppo, le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Come dichiarato da UN Women – scrive Angelique Moss su The Diplomat, donne e ragazze temono e sperimentano differenti forme di violenza sessuale negli spazi pubblici, dagli ammiccamenti alle palpate, stupri e femminicidi. Accade dappertutto: le donne che vivono in Paesi e regioni “avanzati” non sono esenti dalle molestie in pubblico. Il 20% delle donne dichiara di aver vissuto una di queste esperienze in pubblico, secondo un sondaggio condotto nel 2014 dalla no-profit statunitense Stop Street Harrassment. Nella sola Londra, il 43% delle giovani dichiara di aver subito aggressioni e molestie nel 2012. Questo vuol dire per le donne, semplicemente, restrizione delle libertà. In risposta a questi dati UN Women ha lanciato l’iniziativa Safe Cities Global Initiative, con due principali filoni: Safe Cities Free of Violence against Women and Girls, attivo in Ecuador, Egitto, India, Papua Nuova Guinea e Rwanda. L’altro è Safe and Sustainable Cities for All, programma congiunto portato avanti con UNICEF e UN-Habitat. È attivo in Brasile, Costa Rica, Honduras, Kenya, Libano, Marocco, Filippine e Tajikistan.

L’Honduras ha tra i più alti tassi di femminicidi nel mondo, e come spesso accade l’impunità dilagante perpetra e alimenta la violenza di genere con una donna uccisa ogni 16 ore. “Io sono una donna e vivere senza violenza è un mio diritto” è la nuova campagna lanciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite con il sostegno del governo honduregno per ridurre i tassi scioccanti di violenza contro le donne attraverso azioni di consapevolezza. In Honduras il tasso di femminicidi violenti è aumentato di oltre il 260 per cento tra il 2005 e il 2013. Nel solo 2014, almeno 513 donne sono state vittime di femminicidio in Honduras, secondo le statistiche CEPAL. Secondo il Centro per i diritti della donna del Paese, nel 2015 una donna è stata uccisa ogni 16 ore. L’Honduras è anche considerato tra i primi 10 paesi al mondo con il più alto tasso di impunità. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, l’impunità ha un impatto particolarmente pesante sulle donne e “alimenta l’accettazione sociale del fenomeno della violenza contro le donne”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Khadija IsmayilovaQuando è stata condannata l’anno scorso a lavorare come spazzina per le strade per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, la giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova ha risposto con un sorriso che avrebbe “ripulito questo paese dalla sporcizia”: una cosa a cui era abituata. Ismayilova è noto per le sue indagini approfondite sulla corruzione tra i più alti livelli di governo. Incluso il clan presidenziale che gestisce i settori più redditizi dell’economia e i suoi investimenti in paradisi fiscali. Ex capa della sezione dell’Azerbaijan di Radio Free Europe/Radio Liberty, lavora per una serie di organi di informazione nonché per il consorzio internazionale di giornalismo investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project. Corre considerevoli rischi a livello personale. Nel 2012 e nel 2013 è stata bersaglio di una campagna diffamatoria e di un tentativo di ricatto con scene di un video girato da una telecamera nascosta nella sua camera da letto. Nel febbraio di quest’anno un cambiamento di tattica ha portato ad accusarla questa volta di spionaggio. Secondo il pubblico ministero che l’ha interrogata per tre giorni di seguito, è stata accusata di aver trasmesso segreti di stato al Congresso degli Stati Uniti. Ma ci vuole ben altro per convincerla a smettere di portare avanti le sue inchieste.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 24 dicembre 2015

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India, il rilascio del più giovani degli stupratori di Jyoti. In Zambia uno stupratore ambasciatore per la lotta alla violenza di genere. Violenza contro le donne musulmane in tempi di terrorismo. Egitto, donne in piazza imbavagliate. El Salvador, le vittime invisibili sono le donne.

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India: il più giovane dei sei uomini condannati per lo stupro di gruppo di Nirbhaya del 2012 è stato liberato nei giorni scorsi, dopo che un tribunale ha rigettato l’estensione di tre anni della sua condanna. Sei persone, tra cui un minorenne, avevano aggredito e violentato la ventitreenne Jyoti Singh su un autobus in corsa a sud di Delhi. Nirbhaya, trasportata in un ospedale di Singapore, è morta 13 giorni dopo, il 29 dicembre 2012. In India, secondo la polizia, viene segnalato uno stupro ogni 20 minuti, e la sentenza ha scatenato il dibattito sulla violenza contro le donne e sulle pene per i colpevoli, in questo caso un giovane. “Il giovane criminale è stato consegnata a una ONG per il momento”, spiega a Reuters Ashok Verma, uno degli avvocati che lo rappresentano. La Commissione di Delhi per le donne ha presentato immediatamente un appello contro il rilascio alla corte superiore indiana.

Zambia. Su BuzzFeed, Jina Moore, corrispondente che si occupa di diritti delle donne, riporta il caso di Clifford Dimba, musicista noto come General Kanene, condannato a 15 anni di carcere per aver violentato una minorenne e poi non solo graziato dal presidente dello Zambia Edgar Lungu ma anche nominato ambasciatore nella lotta contro la violenza di genere. Apparentemente grazie ad una canzone scritta dal musicista in cui loda la presidenza e il partito. Secondo il Lusaka Times, Dimba aveva scontato un solo anno della sua condanna. Appena quattro giorni dopo la grazia e il rilascio, a luglio, Dimba avrebbe picchiato una delle sue mogli perché non voleva fare sesso. La polizia si è rifiutata di arrestarlo. Qualche mese dopo avrebbe picchiato anche un’altra donna, giustificando il pestaggio chiamandola “prostituta”. Questa volta sarebbe stato arrestato, seppure a diversi giorni di distanza dall’accaduto. Il caso è arrivato all’attenzione delle Nazioni Unite in questi giorni. “Questo scandaloso rilascio e la nomina ad ambasciatore per la lotta contro la violenza di genere non solo traumatizzano ancora una volta le vittime ma scoraggiano le altre vittime a denunciare reati simili”, dice Dubravka Šimonović, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la violenza contro le donne. “Questo dimostra chiaramente che l’impunità per questi reati genera ancora più violenza”, aggiunge Maud de Boer-Buquicchio, giurista e relatrice speciale per le Nazioni Unite sulla vendita di bambini, la prostituzione e la pornografia infantili. Le due funzionarie hanno chiesto a Lungu a ritirare la nomina di Dimba ad ambasciatore e “garantire che non vi siano ulteriori indulti” per i condannati per violenza sessuale.

Violenza contro le donne musulmane: ne scrive Omise’eke Natasha Tinsley, professoressa associata di Studi Africani e della Diaspora africana presso l’Università del Texas a Austin e socia Public Voices per il Progetto OpEd. “Le donne di colore, le donne musulmane e tutte le donne hanno bisogno di capire che abbiamo una causa comune”, si legge sul Time. Una questione, spiega, che non viene analizzata abbastanza spesso: la violenza islamofobica contro le donne è una questione di femminismo nero. “Poche ore dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre scorso, in Europa e in Nord America si è scatenata la violenza islamofobica. Ma, al contrario della persecuzione degli uomini musulmani dopo l’11 settembre, ora la violenza sembra colpire soprattutto le donne”. Alcuni casi: a Londra, Yoshiyuki Shinohara, 81 anni, ha spinto – senza riuscire ad ucciderla – una donna musulmana che indossava l’hijab contro a un treno della metropolitana in arrivo. A New York, in una scuola media, una ragazza è stata aggredita da dei ragazzi che hanno provato a toglierle il velo chiamandola Isis mentre la picchiavano. A Toronto, una madre musulmana è stato picchiata e derubata dopo aver lasciato i figli a scuola, e nella stessa settimana due donne sono state aggredite in metropolitana da alcuni uomini che le chiamavano terroriste”. La violenza contro le donne musulmane, si legge ancora sul Time, si è acuita nuovamente dopo il massacro di San Bernardino, in California, in seguito alle immagini ampiamente diffuse di una delle persone che hanno sparato, Tashfeen Malik, con addosso l’hijab. Le donne di colore sono tra le musulmane prese di mira dalla violenza islamofobica. Lo testimonia il caso dell’artista Kameelah Rashid, una musulmana afro-americana in hijab costretta a scendere da un volo per Istanbul e interrogata per ore dall’FBI. “Non penso che ci sia una recrudescenza dell’islamofobia dopo gli attacchi di Parigi”, ha detto Rashid. “Penso che in realtà non sia mai scomparsa. Solo, sta diventando sempre più legittimata”. Più di 250mila donne musulmane nere vivono negli Stati Uniti, e nel mondo la popolazione musulmana femminile di colore è composta da decine di milioni di persone. La sola Nigeria conta 60 milioni di donne musulmane e la Guinea, il Niger e la Repubblica Democratica del Congo sono tra le nazioni africane sub-sahariane a maggioranza di popolazione musulmana. A dire il vero, scrive ancora la professoressa, molte musulmane nere non indossano l’hijab. Ma come Rashid, qualsiasi donna nera identificabile come musulmana ora è soggetta a manifestazioni di violenza. Questa violenza islamofobica contro le donne è parte di un clima sociale in cui la violenza contro donne e ragazze nere sembra sempre più essere tollerata”.

Egitto. Questa settimana al Cairo le donne sono scese in piazza con le bocche imbavagliate e tagli e lividi dipinti sui volti, per manifestare contro quella che definiscono “epidemia” di violenza di genere nel Paese. “Le donne subiscono ogni forma di violenza”, spiega una delle manifestanti a Euronews. “I mariti le picchiano per aver risposto male o per i loro comportamenti”. In Egitto ci sono diversi tipi di violenza, spiega un’altra donna, “la peggiore è quella di costringere le donne ad avere figli fino alla nascita di un maschio. Questo tipo di violenza, chiamata riproduzione obbligatoria, porta alla morte di un gran numero di donne”. Secondo le Nazioni Unite, il 35% delle donne e ragazze di tutto il mondo vive l’esperienza di una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Questi numeri, che ripetiamo spesso qui su Radio Bullets, sono in aumento in tutto il Medio Oriente e in Nord Africa, con l’escalation dei conflitti armati dopo la primavera araba. Sempre secondo i dati delle Nazioni Unite, il 99% delle donne egiziane è stata oggetto di violenza o molestie sessuali lo scorso anno, mentre circa 20.000 donne sono state violentate.

El Salvador è uno dei paesi più pericolosi al mondo. Ma gran parte del dibattito pubblico si concentra sulla violenza delle gang, ignorando gli elevati tassi di femminicidi e di donne abusate dai partner nel Paese. Migliaia di donne in El Salvador subiscono violenza fisica ed emotiva ogni anno per mano di mariti, familiari o amici, si legge su Broadly. El Salvador è il paese più pericoloso al mondo al di fuori di una zona di guerra: gli ultimi mesi hanno registrato ben 40 omicidi al giorno, con l’intensificarsi della violenza delle bande e il crimine organizzato. In un paese dove la violenza è così visibile, quella contro le donne rimane the elefante in the room, ovvero l’evidenza ovvia e appariscente che però tutti continuano a ignorare. Il problema è di grande portata, ma viene trascurato nel dibattito pubblico. El Salvador avrebbe il più alto tasso di femminicidi al mondo. I casi sono aumentati, alimentati da una cultura di impunità e macchiamo. A El Salvador, le donne occupano meno del 30 per cento delle posizioni politiche, nonostante i recenti sforzi per aumentare la rappresentanza femminile. In tutto il mondo, le donne sono sottorappresentate nelle cariche politiche, nel mondo accademico e nel settore privato.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 12 dicembre 2015

uganda

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Maggiori sforzi per organizzare e finanziare i gruppi locali: è quello che serve, secondo ActionAid, in tema di lotta alla violenza di genere. Lo riporta il Guardian. Onyinyechi Okechukwu, communication specialist per ActionAid Nigeria, già fortemente coinvolta nella campagna Bring Back Our Girls per salvare le giovani studentesse cristiane rapite dai fondamentalisti di Boko Haram in Nigeria, spiega che solo un movimento femminile locale riuscirebbe a portare cambiamenti duraturi nel Paese. Quello della mancanza di fondi è un tema ricorrente e controverso per i gruppi locali per i diritti delle donne. L’anno scorso, scrive il Guardian, gli appelli all’aumento dei fondi per le organizzazioni stavano per essere resi vani nell’ambito del nuovo documento della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne: gli attivisti hanno dovuto lavorare sodo per mantenere il testo originario. I numeri pubblicati dalla Association for Women’s Rights in Development nel report 2013 – lavoro che porta l’evocativo titolo “Annaffiare le foglie, affamare le radici” – rilevano che le entrate medie per le 740 organizzazioni femminili analizzate ammontavano a 20,000 dollari — 13,000 – sterline – all’anno. Per i gruppi dell’Africa sub-Sahariana la media scende a poco più di 12,000 dollari l’anno. Agli inizi di quest’anno, ActionAid e la Women Human Rights Defenders International Coalition hanno accusato i governi di tagliare i fondi alle realtà che si occupano di donne e comunque di ostacolare il loro lavoro. Nell’ambito della Fearless campaign, ActionAid ha lanciato il suo appello per maggiori fondi da destinare ai gruppi locali, il cui ruolo nel combattere la violenza di genere è cruciale. L’organizzazione si rivolge anche al governo inglese che ha promesso di mettere donne e ragazze al centro dei suoi programmi di aiuto e delle sue politiche di sviluppo, affinché assuma un ruolo di leadership nell’opera di incoraggiamento per gli altri Paesi a portare avanti azioni pratiche per prevenire la violenza sulle donne. Dei 19 miliardi di sterline accantonati per perseguire a livello globale le disuguaglianze di genere tra il 2012 e il 2013, alle organizzazioni è andato meno di 270milioni. Gli appelli ai fondi diventeranno sempre più forti ora che gli Stati membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a porre fine alla violenza contro donne e ragazze entro il 2030 nell’ambito dei sustainable development goals che entreranno in vigore il 1 gennaio 2016. “Molti governi e donor vogliono solo vedere risultati immediati rispetto all’impiego di fondi “, dice Okechukwu. “Per questo finanziano edifici scolastici o altri tipi di costruzione o centri salute. Ma quello che facciamo per i diritti delle donne ha a che fare con l’advocacy e con questioni legislative – e sono cose che richiedono tempo”. I governi “non possono dire che vogliono combattere la violenza di genere e poi cercare rapide vittorie”.

L’Algeria ha approvato una legge che criminalizza la violenza contro le donne. La legge, che modifica e completa il codice penale, introduce la nozione di molestia sessuale e punisce tutte le forme di aggressione, di violenza verbale, psicologica o maltrattamenti, in particolare per i casi recidivi. Si sottolinea così che la violenza può assumere diverse forme e che le aggressioni non lasciano necessariamente segni visibili. Questa nuova legislazione vuole in particolare difendere le donne dalle violenze dei congiunti e preservarne le risorse finanziarie dalle mire di coloro che sono ancora percepiti dalle società tradizionali come i capi-famiglia. Il testo dispone che chiunque usi violenza verso una persona congiunta rischia, a seconda della gravità, da uno a 20 anni di carcere, e l’ergastolo in caso di morte. Un altro articolo prevede dai sei mesi ai due anni di prigione per “chiunque eserciti costrizioni sulla propria coniuge per disporre dei suoi beni o delle sue risorse finanziarie”. Questo testo era stato adottato a marzo dall’Assemblea nazionale ma il suo blocco al Senato da parte dei conservatori aveva sollevato inquietudini nelle organizzazioni per i diritti umani, soprattutto a ottobre in seguito alla morte di una donna di 40 anni investita da una macchina dopo aver rifiutato delle avances. Dopo la sua adozione, i conservatori avevano definito questa legge un’intrusione nell’intimità della coppia, contraria ai valori dell’islam. I rappresentanti della società civile e delle ONG avevano dal canto loro criticato il fatto che il testo preveda lo stop dell’iter giudiziario in caso di “perdono” da parte della vittima. Secondo le cifre ufficiali, nei primi nove mesi del 2015 sono stati registrati nel Paese 7.375 casi di violenza. L’Algeria diventa ora il decimo Paese del Maghreb – dopo la Tunisia – a criminalizzare la violenza contro le donne. Un progetto di legge su questo tema è allo studio in Marocco ma è oggetto di grande dibattito.

Cincinnati è la seconda città negli Stati Uniti dopo Washington DC a bannare le terapie per la “conversione” dei gay minorenni. Un risultato ottenuto a un anno dalla morte di Leelah Alcorn, una trans sottoposta dai suoi genitori al “trattamento” e morta suicida il 28 dicembre scorso a 17 anni in Ohio. La pratica è proibita anche in California, Illinois, New Jersey e Oregon.

“Sono caduto e l’ho penetrata per sbaglio”. È la difesa dall’accusa di stupro di Ehsan Abdulaziz, proprietario immobiliare di 46 anni. Nell’agosto del 2014 era uscito per una serata e aveva incontrato una giovane donna e una sua amica di vecchia data in un nightclub londinese. Dopo aver bevuto numerosi cocktail, si legge sull’Huffington Post, si era offerto di accompagnare con la propria Aston Martin le due ragazze nel suo appartamento. Qui, secondo Abdulaziz, l’amica era andata a dormire in una camera mentre la diciottenne l’aveva seguito nella sua camera da letto. Da questo momento in poi, però, le versioni divergono notevolmente. La vittima sostiene di essersi svegliata nel cuore della notte mentre l’uomo tentava di penetrarla contro la sua volontà. A quel punto si è alzata sconvolta, ha svegliato l’amica e ha chiamato la polizia. Abdulaziz, invece, ha cambiato spesso la narrazione dei fatti di quella notte: nel primo interrogatorio ha sostenuto che la ragazza lo aveva attirato a sé permettendogli di mettere le mani tra le sue gambe. Ma quando dalle analisi di laboratorio era emerso che nel corpo della diciottenne c’era traccia del suo sperma, il milionario è stato nuovamente interrogato. E qui è spuntato il racconto della caduta accidentale: “La ragazza ha portato le mie mani sulla sua vagina. Così sono caduto sopra di lei e il pene è entrato”.

Pretoria. La rappresentante delle Nazioni Unite Dubravka Simonovic in visita in Sud Africa per analizzare la situazione della violenza contro donne e bambini, rivela che, secondo i dati da lei raccolti al momento, sta crescendo la mancanza di sensibilità nei confronti dei crimini perpetrati contro queste categorie vulnerabili. Lo riporta Eyewitness News. Di questi giorni la notizia dell’uccisione di due ragazze adolescenti e di un neonato a Katlehong. Simonovic spiega che la violenza contro le donne rappresenta un fenomeno socialmente accettato in Sud Africa e che la violenza ereditata dall’apartheid risuona ancora nella società di oggi. “Il Sudafrica è ancora una democrazia giovane e le cicatrici sono ben vive nel suo tessuto sociale”.

Uganda. L’HIV peggiora la violenza contro le donne, e la trasmissione del virus ne è causa e conseguenza. Studi indicano che la vulnerabilità all’HIV tra le donne che hanno subito violenza sessuale può essere fino a tre volte superiore rispetto a chi non l’ha subita. Secondo Joyce Tibayijuka, dalla Comunità Nazionale delle donne che vivono con l’HIV/AIDS in Uganda, le donne devono affrontare la violenza sessuale soprattutto quando il loro partner è sieropositivo e loro non lo sono. Diventano spesso vittima di violenza da parte dei partner sieropositivi, quindi. Kihumuro Apuuli, direttore generale della Commissione AIDS in Uganda, spiega che l’uso del preservativo nelle coppie HIV-discordanti (quelle dove solo uno dei due partner è malato e l’altro no) è molto basso. Che spesso gli uomini non vogliono usare il profilattico e che questo diventa spesso il prologo di una violenza sessuale. La violenza del partner può aumentare il rischio di infezione da HIV di circa il 50 per cento. Vi è anche prova che la violenza mina l’accesso alle cure, all’assistenza e ai servizi di sostegno per le donne che vivono con l’HIV. In Uganda, il 60 per cento delle nuove infezioni da HIV si verificano in rapporti tra coppie HIV-discordanti.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del #25novembre 2015

eve ensler

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Un benvenuto a Donnenelmondo. Io sono Angela Gennaro e questa è una giornata molto particolare. È il 25 novembre ed è la giornata internazionale della violenza contro le donne, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999. Ho raccontato la storia di come è nata questa giornata esattamente un anno fa qui su Radio Bullets. E già, oggi è esattamente un anno che per me è iniziata questa avventura con Barbara, Alessia e i tanti altri colleghi che credono che l’informazione si possa fare in modo diverso. Da un anno provo a raccontarvi cosa succede alle donne nel mondo, e non solo a loro. Cosa è la violenza di genere e quanto sia necessario conoscersi e informarsi. È il mio lavoro.

Questo è il monologo dell’ISIS, scritto da Eve Eisler, drammaturga famosa in tutto il mondo per i Monologhi della vagina. Per “la Domenica” di Repubblica il 6 settembre scorso ha scritto una pièce intensa contro la violenza sulle donne, da parte dello stato islamico e non solo. Eccolo, nella traduzione di Emilia Benghi per Repubblica.

Penso al listino del mercato delle schiave sessuali dell’Is in cui donne e bambine sono prezzate come il bestiame. L’Is ha dovuto calmierare i prezzi, temeva un calo del mercato: 40 dollari per le donne tra i 40 e i 50 anni, 69 dollari per le trenta-quarantenni, 86 per le venti- trentenni fino a 172 per le bimbe da 1 a 9 anni. Quelle sopra i cinquanta non compaiono neppure in lista, considerate prive di valore di mercato. Vengono scartate come cartoni di latte scaduti. Ma non ci si limita ad abbandonarle in qualche fetida discarica. Prima probabilmente vengono torturate, stuprate, decapitate. Penso al corpicino in vendita di una bambina di un anno, a come dev’essere per un soldato trentenne, corpulento, affamato di guerra e sesso, comprarla, impacchettarla e portarsela a casa come un televisore nuovo.

Penso che nel 2015 io sto davvero leggendo un manuale online con le buone pratiche di schiavitù sessuale. Ci sono istruzioni passo per passo e regole su come trattare la tua schiava, lo pubblica un’istituzione molto ben organizzata(l’Ufficio della schiavitù sessuale) di un governo canaglia, incaricata di regolamentare gli stupri, le percosse, l’acquisto e la riduzione in schiavitù delle donne.

Ecco qualche esempio tratto dal manuale: “È permesso percuotere la schiava come [forma di] darb ta’deeb [percosse disciplinari], [ma ] è vietato [ricorrere alle ] darb al-takseer [letteralmente percosse massacranti], [darb] al-tashaffi [percosse allo scopo di ottenere gratificazione], oppure [darb] al-ta’dheeb [percosse come tortura]. Inoltre è proibito colpire al volto”. Mi chiedo come facciano i burocrati dell’Is a distinguere i pugni, i calci e lo strangolamento inflitti a scopi disciplinari dagli atti mirati alla gratificazione sessuale. Interviene una squadra tutte le volte che una schiava viene picchiata, per controllare se c’è erezione? E come fanno poi a stabilire che cosa, con esattezza, l’ha provocata? Certi uomini si eccitano soltanto nel momento in cui affermano il proprio potere. E se si stabilisce che il soldato picchia, strangola e prende a calci la sua schiava per puro piacere, qual è la punizione per lui? Verrà costretto a restituire la schiava e a perdere il deposito, dovrà pagare una multa salata, o semplicemente pregare di più?

Penso alla facilità con cui si considera l’Is una mostruosa aberrazione, mentre in realtà è l’esito di una lunga serie ininterrotta di crimini e disordini. Le atrocità sessuali inflitte dall’Is si differenziano solo nella forma e nella prassi da quelle perpetrate da molti altri signori della guerra in altri conflitti. Sconvolgente e nuovo è lo sfoggio sfrontato e impudente che si fa di questi crimini pubblicizzati su internet, lo sdoganamento commerciale di queste atrocità, le app, dove il sesso è un mezzo per reclutare. Le azioni e la rapida proliferazione dell’Is non nascono dal nulla. Sono il frutto di un’escalation legittimata da secoli di dilagante impunità della violenza sessuale. Questo mi fa venire in mente le Comfort women , le prime schiave sessuali dell’era moderna, giovani donne asiatiche rapite nel fiore degli anni dall’esercito imperiale giapponese durante la Seconda guerra mondiale e detenute nelle comfort stations , per soddisfare le esigenze sessuali dei soldati al servizio del loro Paese. Le donne subivano anche settanta stupri al giorno. Quando, esauste, non riuscivano più a muoversi, venivano incatenate al letto e stuprate ancora come sacchi molli. A queste donne la vergogna ha tappato la bocca per quarantacinque anni e per altri venticinque hanno marciato e atteso, vigili, sotto la pioggia, chiedendo giustizia. Sono rimaste in poche ormai e non più tardi di un mese fa il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha perso l’ennesima occasione di fare ammenda.

Io penso all’inerzia, al silenzio, alla paralisi che ha bloccato e impedito le indagini e l’incriminazione degli abusi sessuali ai danni delle donne musulmane, croate e serbe stuprate nei campi dell’ex Yugoslavia, delle donne e delle bambine afroamericane stuprate nelle piantagioni del Sud, delle donne e delle bambine ebree stuprate nei campi di concentramento tedeschi, delle donne e delle bambine native americane stuprate nelle riserve degli Stati Uniti. Mi sembra di sentire i lamenti delle anime in pena di donne e bambine violate in Bangladesh, Sri Lanka, Haiti, Guatemala, Filippine, Sudan, Cecenia, Nigeria, Colombia, Nepal, e la lista si allunga. Penso agli ultimi otto anni che ho trascorso nella Repubblica democratica del Congo dove un’analoga conflagrazione di capitalismo rapace, secoli di colonialismo, guerra e violenza senza fine ha lasciato migliaia di donne e bambine prive di organi, salute mentale, famiglia o futuro. E penso a parole come “ri-violentata”, sostituita ormai da “ri-ri-riviolentata”.

Vedete, è come se stessi raccontando la stessa storia da vent’anni. Ci ho provato con i numeri, il distacco, la passione, le suppliche, la disperazione esistenziale, e anche ora, mentre scrivo, mi chiedo se abbiamo creato un linguaggio adatto a questo secolo che sia più potente del pianto.

Penso che le istituzioni patriarcali non hanno saputo intervenire in maniera efficace e che le strutture come l’Onu amplificano il problema nel momento in cui le forze di peacekeeping che dovrebbero proteggere le donne e le bambine si macchiano a loro volta di stupri.

Penso all’operazione Shock and Awe (“colpisci e terrorizza”)e a come ha contribuito a scatenare questa, che potremmo definire “Stupra e decapita”. Quando noi cittadini, a milioni, in tutto il mondo, manifestavamo contro la guerra inutile e immorale in Iraq restando inascoltati, eravamo perfettamente consapevoli del dolore, dell’umiliazione e dell’oscurità che avrebbero generato quei letali tremila missili Tomahawk americani.

Penso al fondamentalismo religioso e a Dio padre, a quante donne sono state stuprate in suo nome, a quante massacrate e assassinate. Penso al concetto di stupro come preghiera, alla “teologia dello stupro”, alla religione dello stupro. Questa pratica è una delle più diffuse religioni al mondo, in crescita con centinaia di conversioni al giorno, dato che un miliardo di donne nella sua vita subirà percosse o uno stupro (i dati sono dell’Onu).

Penso alla velocità folle a cui si moltiplicano nuovi e grotteschi metodi per mercificare e profanare i corpi delle donne in un siste- ma in cui ciò che più è vivo, sia esso la terra o le donne, deve essere ridotto a oggetto e annichilito per aumentare i consumi, la crescita e l’amnesia.

Penso alle migliaia di giovani occidentali, uomini e donne, tra i quindici e i vent’anni, che si sono arruolati nell’Is. In cerca di cosa, in fuga da cosa? Povertà, alienazione, islamofobia, desiderio di avere un senso e un obiettivo?

Penso a quello che mi ha detto la mia sorella attivista in una conversazione su Skype da Baghdad questa settimana: “L’Is è un virus e l’unica cosa da fare con i virus è sterminarli”. Mi chiedo, come si stermina una mentalità, come si bombarda un paradigma? Come si fanno saltare la misoginia, il capitalismo, l’imperialismo e il fondamentalismo religioso?

Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo. Da un lato sono consapevole che l’unico modo per andare avanti è riscrivere da zero la storia attuale, procedere a un esame collettivo approfondito e ponderato delle cause che stanno alla base delle varie violenze in tutte le loro componenti economiche, psicologiche, razziali, patriarcali, che richiedono tempo. Allo stesso tempo, so che in questo preciso istante tremila donne yazide subiscono percosse, stupri e torture.

Penso alle donne, alle migliaia di donne che in tutto il mondo hanno operato senza pausa per anni e anni, esaurendo ogni fibra del loro essere per denunciare lo stupro, per porre fine a questa patologia di violenza e odio nei nostri confronti. E la razionalità, la pazienza, l’empatia, la mole della ricerca, le cifre che mostriamo, le sopravvissute che curiamo, le storie che ascoltiamo, le figlie che seppelliamo, il cancro di cui ci ammaliamo non contano: la guerra contro di noi infuria ogni giorno più metodica, più sfacciata, brutale, psicotica.

Penso che l’Is, come l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, le temperature assassine sia forse il segnale che per le donne si avvicina lo scontro finale. È giunta l’ora in cui secoli eterni di rabbia femminile devono fondersi in un’impetuosa forza vulcanica, scatenando la furia globale della vagina delle divinità femminili Kali, Oya, Pele, Mama Wati, Hera, Durga, Inanna e Ixchel, lasciando che sia la nostra ira a guidarci.

Penso alla cantante folk yazida Xate Zhangali, che dopo aver visto le teste delle sue sorelle penzolare dai pali nella piazza del suo villaggio ha chiesto al governo curdo di armare e addestrare le donne, e penso alle Sun Girls, la milizia femminile da lei creata, che combatte l’Is sulle montagne del Sinjar. E in questo momento, dopo anni di attivismo contro la violenza, sogno che migliaia di casse piene di ak47 cadano dal cielo sui villaggi, le fattorie e le terre delle donne, questi guerrieri con il seno che insorgono combattendo per la vita.

Così sono arrivata a pensare all’amore, a come il fallimento di questo secolo sia un fallimento dell’amore. Cosa siamo chiamati a fare, di che cosa siamo fatti tutti noi che siamo in vita su questo pianeta oggi. Che tipo di amore serve, quanto deve essere profondo, intenso e bruciante. Non un amore ingenuo sentimentale, neoliberista, ma un amore ossessivamente altruista.

Un amore che sconfigga i sistemi basati sullo sfruttamento di molti a vantaggio di pochi. Un amore che trasformi il nostro disgusto passivo di fronte ai crimini contro le donne e l’umanità in una resistenza collettiva inarrestabile. Un amore che veneri il mistero e dissolva la gerarchia. Un amore che trovi valore nella connessione e non nella competizione tra noi. Un amore che ci faccia aprire le braccia ai profughi in fuga invece di costruire muri per tenerli fuori, bersagliarli con i lacrimogeni o rimuovere i loro corpi gonfi dalle nostre spiagge.

Un amore che bruci di fiamma viva tanto da pervadere il nostro torpore, squagliare i nostri muri, accendere la nostra immaginazione e motivarci a uscire infine, liberi, da questa storia di morte. Un amore che ci dia la scossa,spingendoci a dare la nostra vita per la vita, se necessario.

Chi saranno i coraggiosi, furibondi, visionari autori del nostro manuale di amore rivoluzionario?

Parigi, settembre 2015. Per Yanar e le mie sorelle in Iraq e in Siria

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 9 ottobre 2015

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Il listino prezzi del mercato del sesso dell’Isis? Lo racconta Eve Ensler su The Nation. “L’Isis ne aveva bisogno per imporre un controllo dei prezzi, preoccupati com’erano di un calo del mercato. Le donne tra i 40 e i 50 anni costano 41 dollari, 62 dollari le trentenni e le 40enni, tra i 20 e i 30 anni valgono 82 dollari, mentre le bambine da uno a nove anni costano 165 dollari. Le donne con più di 50 non sono presenti nel listino: non hanno il valore di mercato. “Buttate via come si fa con i cartoni del latte”, scrive la Ensler. “Ma prima sono probabilmente state torturate, decapitate, violentate, poi gettate in una montagna di cadaveri in decomposizione”. E ancora: “Penso al corpo di una creatura di un anno in vendita e a cosa rappresenta per un soldato trentenne, guerrafondaio e depravato, portarlo a casa come con l’acquisto di un nuovo televisore. Cosa prova o cosa pensa quando scarta la carne di quella bambina e la violenta con il suo pene dalle dimensioni del suo stesso piccolo corpo?”. Un vero e proprio manuale della schiavitù, quello dell’Isis, racconta l’autrice de I monologhi della Vagina. Con un’ala del movimento organizzata come un ufficio della schiavitù sessuale. Qui il link dell’articolo.

A Città del Messico una manifestazione per fermare la violenza sulle donne. Ni una muerta mas: non una donna uccisa in più, gridano le manifestanti, vestite in abiti strappati e con sangue finto sul volto. Ridotte come un uomo riesce a ridurre una donna. La manifestazione, si legge su Fusion.net si inserisce nell’ambito di una diffusa lotta contro la violenza di genere nei quartieri operai che circondano Città del Messico. “Ogni giorno c’è una scomparsa, un femminicidio o uno stupro”, spiega Silvana Ornelas, attivista di 20 anni, che lavora con un’organizzazione chiamata Solidaridad por las Familias (Solidarietà alle famiglie ). Recentemente alcuni casi particolarmente morbosi hanno attirato l’attenzione dei tabloid di Città del Messico, ma i femminicidi sono molto più comuni di quanto la stampa riporti, scrive Nathaniel Parish Flannery. Quasi ogni giorno viene rinvenuto il corpo di una donna, gettato ai lati della strada o nei canali fuori città. Lo Stato del Messico è noto come il Paese più pericoloso per le donne. Il numero di donne uccise supera addirittura le cifre note per Ciudad Juarez, la città di confine un tempo nota come la capitale mondiale dei femminicidi.

Bangalore, sud dell’India. Un comitato di esperti sulla prevenzione della violenza sessuale contro donne e bambini ha chiesto una relazione sul caso di una 22enne che sarebbe stata stuprata da alcuni uomini ubriachi. “La polizia ha dichiarato che tre persone sono state arrestate”, ha spiegato ai giornalisti il presidente del Comitato. “Aspettiamo il rapporto del dipartimento di polizia prima di raccomandare un’azione rigorosa contro il colpevole”, ha detto.

Con l’aumento del numero di casi di stupro, femminicidi e altre forme di violenza di genere contro le donne nel distretto di Kailahun e nel resto della Sierra Leone, politici locali e nazionali hanno recentemente firmato degli impegni espliciti per fermare la violenza nella zona. Secondo l’Unità di sostegno alle famiglie, da gennaio si sono registrati un totale di 329 casi nel distretto di Kailahun, di cui 200 con gravidanze in età adolescenziale, 5 aggressioni con tentato stupro, 5 casi di violenza sessuale, 40 casi di penetrazione sessuale finiti in tribunale e 74 casi di percosse alla moglie di cui 35 a processo. Come si legge sul sito awoko.org, i numeri reali sarebbero diversi e molti casi non vengono portati in tribunale a causa della mancanza di testimoni, della latitanza dei colpevoli, ma anche dell’interferenza del capi tradizionali delle comunità, cui si aggiunge la mancanza di risorse per le vittime per avere accesso alla giustizia e le carenze dello stesso sistema giudiziario.

Su NewEurope un intervento di Snežana Samardžić-Marković, direttrice generale Democrazia e Affari politici del Consiglio d’Europa, fa il punto sul rapporto tra sistema giudiziario e donne in Europa. “Ogni giorno le donne si vedono chiudere in faccia le porte dei tribunali”, scrive la direttrice. A causa di una serie di ostacoli: tabù, pregiudizi, stereotipi, costumi, ignoranza. Persino le stesse leggi. “Le donne hanno maggiori probabilità di vivere in povertà, problema aggravato dalle misure di austerità in corso che le riguardano in modo sproporzionato. Hanno quindi meno probabilità di essere in grado di pagare le spese per un giudizio o anche i costi di viaggio. A una donna può essere negata l’assistenza legale perché l’ammissibilità è calcolata sulla base del reddito complessivo della famiglia, che può essere controllato dal suo compagno, ovvero proprio la persona contro cui sta magari denunciando. L’intera problematica è all’ordine del giorno delle attività del Consiglio d’Europa, che sta tentando di affrontarla con l’aiuto di esperti provenienti da tutto il continente. In tribunale, prosegue ancora Snežana Samardžić-Marković, viene spesso dato meno peso alla testimonianza delle donne, che invece si trovano ad affrontare stigma, molestie e rischi di ritorsioni. Non solo: può essere loro richiesto di presentare più alti standard di prova in casi di violenza sessuale o traffico di esseri umani. In Europa, meno del 14% degli stupri denunciati finisce con una condanna, e in alcuni Paesi questa percentuale scende addirittura al 5%. Le donne poi che si battono per cambiare lo status quo corrono maggiori pericoli – rispetto agli uomini – di essere vittima di aggressioni verbali e di minacce di morte.

L’Arcivescovo Paul-André Durocher di Gatineau, Quebec, ha detto che il Sinodo dovrebbe riflettere sulla possibilità di ordinare donne diacono per aprire loro un maggior numero di opportunità nella vita della Chiesa. Lo riporta il National Catholic Reporter. “Ove possibile, donne qualificate dovrebbero avere posizioni più elevate e potere decisionale all’interno delle strutture ecclesiastiche”, spiega l’arcivescovo a Catholic News Service, “insieme a nuove opportunità nel ministero”. Attualmente, la Chiesa cattolica permette solo l’ordinazione di uomini a diaconi. Il diacono è colui che può predicare, battezzare, celebrare un funerale o un matrimonio ma non la Messa, e non può neanche ricevere confessioni.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 luglio 2015

New York Magazine

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Partiamo con la copertina del New York Magazine. Ci sono le foto in bianco e nero di 35 donne che accusano il celebre attore Bill Cosby di averle violentate. Violenze partite già negli anni 60. E c’è una sedia vuota, la sedia della prossima vittima. Il settimanale ha raccolto le loro storie, intervistando e fotografando ognuna di loro. Il copione, come riportato anche dal Washington Post, sarebbe stato più o meno sempre lo stesso: una giovane donna, spesso un’aspirante attrice, violentata da un uomo che si ritiene un mentore, magari dopo essere stata drogata e stordita. C’è Barbara Bowman, violentata da Bill Cosby secondo la sua testimonianza quando aveva solo 17 anni, o Therese Serignese che di anni ne aveva 19 all’epoca della violenza. C’è Andrea Costand, che meno di dieci anni fa ha raccontato che Cosby l’avrebbe drogata e violentata nel 2004 nella sua casa in Pennsylvania. C’è Tamara Green, avvocata, vive in California e racconta la stessa storia: lei aspirante attrice, lui che la aggredisce dopo averla drogata. Analoga la testimonianza di Janice Dickinson, ex modella.

Ma Bill Cosby non è l’unico vip a trovarsi nei guai in questi tempi. Sono infatti tornate alla ribalta le accuse di violenza sessuale sull’ex moglie Ivana al magnate e businessman Donald Trump. Secondo una biografia del 1993 Trump violentò la moglie dopo ad un litigio sui trattamenti contro la perdita di capelli. Il libro, Lost Tycoon: Le molte vite di Donald J. Trump, descrive una “violenta aggressione” di una “terrorizzata” Ivana, che a quanto pare avrebbe poi detto ai suoi amici più intimi: “Mi ha violentata.” Lo riporta il Telegraph. Trump ha già smentito, scrive Radhika Sanghani, ma la situazione è complessa: se è vero, Ivana è stato vittima di un terribile attacco, se non è vero, Trump – un candidato presidenziale – è vittima di calunnia. Certo lo stupro della moglie è un reato da tempo: fin dal 1984 nello stato di New York – quindi cinque anni prima del presunto incidente – e dal 1993 in tutti gli USA. Tanto che l’avvocato di Donald Trump ha dovuto scusarsi pubblicamente per le sue affermazioni nel corso di un’intervista e per la frase: “Non è possibile stuprare la propria moglie”

Passiamo in Polinesia. “Porre fine alla violenza è un problema che riguarda tutte le nostre comunità e dei nostri paesi”, ha detto l’Alto Commissario australiano Brett Aldam in occasione del lancio di una nuova risorsa di informazioni per le donne a Nuku’alofa, capitale del regno di Tonga. Il nuovo kit di strumenti, dal titolo “Come realizzare progetti per porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, è il primo del suo genere nel Pacifico. È stato sviluppato da UN Women attraverso il Pacific Regional Ending Violence against Women Facility Fund, con il finanziamento del governo australiano.
Una serie di studi condotti in tutto il Pacifico dimostra che due donne su tre hanno vissuto un qualche tipo di violenza nel corso della loro vita, per lo più da partner o mariti.

Andiamo infine in Nepal, dove a tre mesi dal terremoto in Nepal che il 25 aprile scorso ha provocato oltre 8.890 morti e più di 22 mila feriti, resta alta l’emergenza umanitaria soprattutto nelle zone interne del Paese e l’Oxfam, il network internazionale di organizzazioni impegnate nella lotta alla povertà e e all’ingiustizia, denuncia il rischio di violenze sulle donne nei rifugi temporanei. Ne parla Elvira Ragosta su Radio Vaticana. Secondo l’Oxfam, nel distretto di Dhading – nella zona centrale del Nepal – le donne vivono con la paura di subire abusi fisici e sessuali per la mancanza di sicurezza e di privacy dovuta alla promiscuità dei campi. L’indagine di Oxfam ha evidenziato come i bagni comuni e le aree prive di luce elettrica siano considerate i posti più insicuri. Inoltre, nei distretti più colpiti, molte famiglie sono ancora costrette a vivere all’aperto sotto teloni o in strutture fatte di lamiera. E sale anche il rischio per le epidemie, soprattutto per i bambini, perché in alcune zone l’accesso all’acqua potabile non è garantito.
E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets. Seguiteci sulla nostra pagina Facebook e su Twitter con il nostro account @RadioBullets

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