Archivi tag: Messico

Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 marzo 2016

A sign advertising the online seller Etsy Inc. is seen outside the Nasdaq market site in Times Square following Etsy's initial public offering (IPO) on the Nasdaq in New York April 16, 2015. Etsy's IPO has been priced at $16 per share, a market source told Reuters, valuing the online seller of handmade goods and craft supplies at about $1.78 billion. REUTERS/Mike Segar - RTR4XM00

Etsy, Facebook, Change.org, eBay, Apple, Google, Netflix, Microsoft, Spotify & Co. raccontano come le polemiche intorno all’eventualità di una mamma-sindaca sono cose dell’altro mondo.

Ascolta la puntata.

È notizia di questa settimana che Etsy – portale dedicato all’e-commerce dell’artigianato e del vintage fondato a Brooklyn nel 2005 e quotato in borsa dieci anni dopo, l’anno scorso, ha annunciato l’introduzione del diritto a sei mesi di congedo parentale interamente versato per tutti i suoi dipendenti, indipendentemente dal sesso o se diventano genitori attraverso nascita o l’adozione. Juliet Gorman ha spiegato dall’azienda che la nuova politica è un modo di contrastare i pregiudizi inconsci contro le donne e le madri nel mondo del lavoro, consentendo ai genitori di svolgere un ruolo più egualitario a casa. Prima di ora Etsy assicurava 12 settimane di congedo alle mamme e cinque ai papà. Il trend del lungo congedo parentale assicurato ad entrambi i genitori è in crescita nelle società tech. Facebook e Apple hanno avviato nel 2014 programmi per farsi carico dei costi del congelamento e del mantenimento degli ovuli delle loro impiegate, che per non rinunciare alla loro carriera preferiscono ritardare il momento in cui dovranno affrontare una gravidanza per avere figli. Spotify offre sei mesi di congedo interamente versato. Adobe 26 settimane pagate; eBay 24. Twitter, Microsoft e Google 20. Netflix dà ai dipendenti la possibilità di prendere giorni illimitati di congedo nel primo anno di vita del bambino. Gli Stati Uniti restano l’unico paese sviluppato al mondo senza leggi federali che garantiscano congedo parentale retribuito di qualsiasi tipo. Solo le lavoratrici full time di imprese con più di 50 dipendenti – ricorda Forbes – hanno 12 settimane di congedo maternità retribuito.

In Spagna gruppi femministi invocano la sospensione di una giudice. Secondo The Local, la giudice María del Carmen Molina Mansilla, magistrata nel nord della Spagna, avrebbe chiesto a una donna che si era presentata da lei per chiedere un ordine restrittivo contro al suo presunto aggressore: “ Hai chiuso le gambe e tutti i tuoi organi femminili?”. La Clara Campoamor, associazione che prende il nome da una politica femminista nota per la sua difesa dei diritti delle donne e del suffragio durante la stesura della costituzione spagnola del 1931, ora chiede un’indagine completa sulla magistrata. Il 16 febbraio, la vittima, incinta di quattro mesi, si è presentata alla stazione di polizia locale di Vitoria, nei Paesi Baschi, per presentare denuncia contro un uomo che aveva “ripetutamente abusato di lei sia sessualmente e fisicamente”. Il giorno dopo è apparsa davanti alla giudice che, spiega dall’associazione Blanca Estrella, “ha mostrato evidente incredulità sulla testimonianza della vittima e l’ha interrogata senza permetterle di rispondere, facendo domande prepotenti e offensive”. La giudice ha chiesto più volte alla vittima se avesse provato a resistere, se “ha chiuso le gambe con decisione”, se “ha chiuso i suoi organi femminili”. Un comportamento, secondo l’associazione, abituale per la giudice María del Carmen Molina Mansilla. La Spagna ha uno dei tassi più bassi di aggressioni fisiche e stupri dell’Unione europea, ma il problema resta grave, con una donna su cinque in Spagna ritenuta vittima di violenza.

Messico. Uno studio della Executive Victims Attention Commission rivela che tra il 2010 e il 2015 sono stati segnalati circa 600mila casi di violenza sessuale, circa 1.345 casi al giorno secondo un report della TV delle Nazioni Unite. Come si legge su LatinCorrespondent, lo studio dal titolo “Le altre vittime invisibili” sottolinea come il 90 per cento delle vittime siano donne. Il rapporto include informazioni ufficiali da 16 Stati messicani. Nove attacchi su dieci sarebbero opera di uomini di età compresa tra i 16 e 45 anni. “In termini di frequenza, gli studi iniziali hanno rivelato che la metà dei crimini sessuali sono commessi nella stanza o a casa delle vittime, e il 59 per cento delle vittime conosceva l’aggressore”, spiega la direttrice della Commissione, Anita Suarez. Il report rivela anche che quattro donne vittime su dieci hanno meno di 15 anni.

“Ieri mi hanno uccisa”. Una studentessa paraguaiana, Guadalupe Acosta, ha raccontato su Facebook il femminicidio di due turiste argentine, Maria Coni e Marina Menegazzo, in Ecuador. Ne ha parlato per noi Stefania Cingia qui su Radio Bullets. Da quel post, e dall’inaccettabilità di assunti come: “Avrebbero fatto meglio a starsene a casa” e “Viaggiavano da sole” – che, come fa notare Stefania, è un’affermazione falsa (erano in due) ma è traducibile come “erano da sole senza un uomo” – è partita una campagna virale con l’hashtag #ViajoSola, Viaggio da sola. Donne in viaggio che rivendicano la libertà, la fotografano e la postano pure. “Sono appena tornata da due anni di viaggio intorno al mondo con solo il mio zaino, ormai sporco, come compagno”, scrive Hannah Meyes su ABC. “Potrei parlare per ore della magia di quei giorni, ma ci sono stati anche momenti in cui quella magia si è trasformata in paura. Una notte, ad esempio, quando un armadio d’uomo si è fatto strada nella mia stanza a Nuova Delhi. Sono stata fortunata, allora: l’arrivo fortuito del personale dell’hotel mi ha salvato dall’aggressione, ma all’uomo è stato permesso di rimanere in albergo, quindi di bussare ripetutamente alla mia porta e ruggire “inviti a cena”. Ero terrorizzata. C’è stato anche il momento in cui mi sono ritrovata su una strada secondaria alle cinque del mattino in Ecuador per scappare dal capo di un ritiro di meditazione che mi aveva chiesto di incontrarlo privatamente, aggredendomi con mani violentemente vaganti. Anche in quel caso sono sfuggita, ma quell’esperienza mi ha lasciato con il cuore in gola per quelli che moi sono sembrati giorni. E poi ci sono stati tutti quegli uomini che all’estero mi hanno seguita per le strade delle città. A volte per ore. Tutti quei fischi pietosi, quel chiamarmi come fossi un gatto, in coda all’aeroporto o sull’autobus. La frequenza con cui le donne subiscono questo tipo di violazioni durante i loro viaggi ha portato lo scrittore Lee Tulloch a parlare sulla rivista Traveller Magazine di questo mese del fatto che alcuni Paesi “presentino troppi rischi” per le donne che viaggiano per conto loro. Tulloch consiglia alle donne di “stare lontane da quei Paesi in cui i politici e la polizia danno notoriamente la colpa alle vittime”. Un consiglio che viene dato sempre più spesso. “Stai attenta, non andare lì”. Ma non si tratta di consigli che ci lasciano da esplorare una porzione troppo piccola di mondo? Juliet Bennett, direttrice del Sydney Peace Foundation, insiste sul fatto che le donne continuino a viaggiare da sole. I costi sono sovrastimati, i benefici sottovalutati. Perché viaggiando le donne possono affrontare nuove sfide, e il ruolo che le turiste hanno nei Paesi che opprimono le donne è importante. Le donne che viaggiano da sole – con tutte le estreme cautele del caso, l’attenzione ai pericoli, la protezione estrema di sé stesse, possono essere di ispirazione per le altre a fare lo stesso, e mostrare così anche alle donne che vivono culture più oppressive che ci sono alternative possibili. Abbiamo il diritto di andare; aiutiamoci a vicenda a tornare e condividere le nostre storie.

Il Kenya la scorsa settimana ha approvato un nuovo piano d’azione per il miglioramento dei diritti delle donne, nell’ambito dell’attuazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1325, che promette una maggiore partecipazione delle donne nella prevenzione dei conflitti e nella costruzione della pace e una migliore protezione per le donne e le ragazze nelle aree di conflitto. Il Piano d’azione nazionale in Kenya – il “KNAP”, scrive Skye Wheeler su AllAfrica, contiene di tutto, dai progetti per informare l’opinione pubblica della risoluzione, a quello della creazione di una banca dati delle donne che potrebbero prestare servizio nell’ambito di processi di pace regionali, al monitoraggio delle promesse della nuova Costituzione del Kenya del 2010 per una maggiore presenza di donne nel governo. Sforzi che cercano di superare ciò che il piano descrive come “una duratura discriminazione di genere” e “l’impunità della violenza contro le donne”. Il piano però riserva poca attenzione alle vittime di stupri e alla violenza sessuale post-elettorale del Kenya nel 2007-2008: riferimenti a quelle violenze sono anzi state rimossi dalla parte finale del progetto. Un recente rapporto di Human Rights Watch ha scoperto che, soprattutto dal momento che il governo ha ignorato queste donne, molte di loro sono ancora alle prese con problemi irrisolti di salute fisica e mentale. Molte sono diventate negli anni più povere, isolate e stigmatizzate, a volte madri di bambini nati in seguito a stupri di gruppo. Eppure, scrive Wheeler, il piano d’azione potrebbe cambiare le cose. Promette più servizi per le donne in situazioni di conflitto e crisi umanitarie, un fondo risarcimento per le vittime di violenza sessuale e di genere nei conflitti, e promette che le istituzioni di governo monitoreranno quanti risarcimenti riceveranno queste donne e ragazze.

E fa discutere una legge emanata nella più ricca e popolosa delle quattro province pakistane, il Punjab, per proteggere le donne da stalking, crimini informatici, violenza sessuale e abusi emotivi. La legge infatti ha fatto infuriare i gruppi di estrema destra, che hanno minacciato proteste a livello nazionale se il testo non venisse ritirato. La legge, approvata dall’Assemblea del Punjab a febbraio, prevede azioni per aiutare le vittime di violenza e criminalizza tutte le forme di violenza contro le donne, istituendo un numero verde e centri speciali per rimuovere tutti quegli ostacoli burocratici che rendono complesso l’accesso alla giustizia. Ma la lobby religiosa è andata su tutte le furie. L’atto viene descritto come “non islamico” e i gruppi religiosi hanno deciso di incontrarsi di nuovo a Islamabad il 2 aprile per decidere la loro linea di condotta. I leader religiosi dicono, ad esempio, che è “degradante” che gli imputati possano essere ammanettati con i braccialetti elettronici per ordine di un tribunale.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Malahat Nasibova. Quando i giornalisti hanno iniziato a intervistare i parenti di un uomo trovato morto presso l’ufficio locale del Ministero della Sicurezza Nazionale (MNS) nella regione autonoma (e isolata) di Nakhchivan in Azerbaigian nell’agosto del 2011, è scattato l’intervento degli agenti del ministero che sono intervenuti pet afferrare microfoni e telecamere. E uno dei giornalisti presenti, Malahat Nasibova dell’agenzia di stampa indipendente Turan, è stata etichettata come “nemico del popolo. Quello è stato solo l’inizio. A causa della sua ostinazione nel seguire quella storia, Malahat ha ricevuto molte minacce di morte nelle settimane successive. Mai si è scoraggiata, in 15 anni di aggressioni, molestie, minacce per le sue battaglie per la libertà di informazione. In una regione conosciuta come “la Corea del Nord dell’Azerbaijan” per la sua repressione e mancanza di pluralismo, affronta qualsiasi argomento a testa alta: corruzione, violazioni dei diritti umani, problemi di salute pubblica e frode elettorale. Nel 2002 ha fondato l’ONG Centro Risorse per la Democrazia e lo Sviluppo.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Donne, Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 febbraio 2016

Shamma-Al-Mazrui

Siria, MSF: sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Zika, il Papa: contraccezione sì, aborto mai. Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni in Uganda. Dal carnevale di Rio al “silenziamento” della gestione maschile del corpo delle donne in Brasile. Oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India ha nozioni distorte di violenza domestica. E pensa sia normale. Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Torneo di beach volley in Iran: ma le donne non possono (ancora) entrare. Le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Honduras, una donna uccisa ogni 16 ore. Khadija Ismayilova è l’eroina dell’informazione della settimana, dalla classifica di RSF. 

Ascolta la puntata.

Siria. 1,9 milioni di persone vivono sotto assedio, le frontiere sono chiuse ai rifugiati e dilagano i bombardamenti contro strutture mediche e aree densamente abitate. È l’allarme lanciato dall’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere, con un appello specifico agli stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, che sono parte attiva del conflitto: devono rispettare le risoluzioni da loro stessi approvate per fermare il massacro e garantire che i loro alleati assicurino la dovuta protezione ai civili ed evitino i combattimenti in aree civili. MSF presenta l’impatto del conflitto contro i civili attraverso i dati raccolti in 70 fra gli ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione in Siria nordoccidentale, occidentale e centrale. Nel complesso, sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Il rapporto denuncia che 63 ospedali e strutture sanitarie supportate da MSF sono state attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni nel solo 2015. 12 strutture sono state distrutte e 23 membri dello staff sono rimasti uccisi.

“Alle donne esposte al virus Zika potrebbe essere permesso di usare contraccettivi per evitare le gravidanze”. Lo ha suggerito Papa Francesco nel corso della lunga conferenza stampa che come di consueto ha tenuto sul volo papale, questa volta di ritorno dal Messico. “Ma l’aborto, quello resta il “male assoluto”, un crimine”. E non dovrebbe mai essere permesso, nemmeno per quelle donne che aspettano un bambino con seri danni cerebrali causati dal virus Zika.

Una donna brasiliana vestita come l’artista messicana e icona femminista Frida Kahlo apre una lattina di birra. Altre mostrano cartelli con slogan come “Let me samba in peace”. Questo, si legge su Vice News, è stato il carnevale di Rio de Janeiro. Mulheres Rodadas – un termine slang che significa “donne che sono già state in giro” – è un gruppo nato poco più di un anno fa con l’obiettivo di combattere quello che viene definito un certo tipo di “silenziamento”, in Brasile, della discriminazione sessuale che sembra celebrare la libertà femminile ma che spesso significa tutt’altro. “La gente dice che in Brasile le donne si vestono come vogliono”, spiega Debora Thomé, “Quindi come si può volere più libertà? Ma diciamo che è come gli uomini vogliono che le donne si comportino. Una donna si può mettere quello che vuole, ma poi diventa vittima di violenza a causa di quello che indossa”. Un nuovo movimento femminista insomma, che sta crescendo in un Paese dove l’aborto è ancora illegale ad eccezione dei casi di stupro, quando la vita della madre è in pericolo, quando nel feto si riscontra una malformazione che porta alla sicura morte del bambino e nota come anencefalia. Il movimento nasce anche in risposta all’emendamento proposto da Eduardo Cunha, deputato e leader del potente blocco cristiano evangelico del Congresso. Che ha presentato un emendamento per cui per accedere all’aborto le vittime di stupro devono obbligatoriamente denunciare il crimine e sottoporsi ad esame medico forense. Di lui, le femministe brasiliane dicono: “Oh no, Eduardo Cunha vuole controllar era tua vagina”. In Brasile, spiega ancora Thomé, gli uomini sentono di avere “il diritto di controllare il corpo delle donne. Pensate a quell’emendamento”. Solo il 10% dei deputati del congresso è donna: quindi in pratica gli uomini stanno decidendo se e quando le donne possono abortire”.

Giappone: videogiochi, sesso e violenza. RapeLay, dove si gioca nei panni di un predatore sessuale, è il caso estremo, ma molti sono i giochi e i cartoni animati giapponesi che hanno un rapporto “ controverso” con questo tipo di contenuti. Alcuni provvedimenti sono già stati presi, ma ora il Comitato CEDAW (Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) chiede di più. Ed “esorta vivamente il Giappone a vietare la vendita di videogiochi o fumetti che abbiano come contenuto stupri e violenza sessuale contro le donne che così normalizzano e promuovono la violenza sessuale contro le donne e le ragazze”.

Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni. Accade a Kampala, in Uganda. Una decisione che arriva dopo che gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per l’atmosfera elettorale deteriorata che si stava creando in vista delle elezioni del 18 febbraio. La violenza sotto elezioni è un elemento che si ripete in molti Paesi africani, innescata da tensioni politiche o etniche o da processi elettorali viziati: e donne e bambini sono le persone che hanno più probabilità di subirla. Jessica Nkuuhe, coordinatrice nazionale dell’Uganda’s Women Situation Room, spiega che il centro di controllo lavorerà fino al 20 febbraio. In passato, spiega Nkuuhe, non ci sono state segnalazioni di violenze elettorali sulle donne in Uganda, ma elettrici e candidate hanno affrontato diversi tipi di violenza psicologica, e hanno fatto fronte agli sforzi portati avanti per impedire loro di votare. “Sono stati riportati anche episodi di violenza domestica derivanti da differenze nella scelta del partito o dei candidati”, spiega a Reuters. Yowecri Museveni, presidente dell’Uganda, ha governato il Paese per tre decenni da quando è salito al potere dopo una guerra-guerriglia durata cinque anni. Anche in queste elezioni Museveni è il favorito e potrebbe vincere un mandato di altri cinque anni, ma questa è per lui l’elezione più difficile. Il mese scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che vi erano state numerose segnalazioni di “eccessiva forza, ostruzionismo, dispersione di manifestazioni dell’opposizione, intimidazioni e arresti di giornalisti” da parte della polizia, in un clima elettorale definito “di paura e intimidazione”. Patricia Munaabi Babiiha, direttrice esecutiva del Forum for Women in Democracy, spiega che la sala di controllo impiega donne e giovani e coinvolge anche rappresentanti della polizia e funzionari della Commissione elettorale. Sono stati formate 450 persone, tra donne e giovani, distribuiti in 15 distretti considerati punti cruciali per l’osservazione e il monitoraggio delle elezioni da una prospettiva di genere e di violenza. Sono stati formati anche 10 giovani volontari, operatori del call center che riceve e registra le segnalazioni e fa partire gli interventi in caso di necessità. Quello della situation room di genere è un progetto realizzato dall’Angie Brooks International Center (ABIC) durante le elezioni in Liberia del 2011 e poi replicato con successo durante le elezioni in Senegal, Sierra Leone, Nigeria e Kenya.

Da un recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione emerge che oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India possiede contorte e male informate nozioni sulla violenza domestica. Lo studio ha rilevato che il 53 per cento delle ragazze in entrambi i paesi ritengono che la violenza domestica sia giustificata. Secondo i dati raccolti in India e in altri Paesi in via di sviluppo, un’alta percentuale di adolescenti maschi ha la stessa convinzione. Gli atteggiamenti regressivi sui ruoli di genere si sono infiltrati ormai così profondamente nella cultura e nella società che spesso le vittime, reali o potenziali, di violenza domestica e di violenza contro le donne, ritengono che non ci sia nulla di sbagliato in quei comportamenti. C’è una tendenza a incolpare le vittime di violenza per la loro situazione, mentre l’autore viene del tutto assolto da qualsiasi responsabilità. La struttura sociale patriarcale, si legge su The Express Tribune, la diffusa disuguaglianza di genere, contorte nozioni del concetto di onore, un quadro giuridico debole e un generale aumento della violenza nella società hanno contribuito al fatto che la violenza domestica sia considerata come una componente accettabile dell’esistenza. Una sindrome di Stoccolma a livello di società, si legge ancora, per cui nelle vittime si sviluppano sentimenti di simpatia nei confronti dei rapitori o dei violenti. Questa mentalità prepara le giovani donne a una violenza che dura per tutta la vita. I loro figli saranno esposti per la stessa violenza e da grandi alle stesse credenze.

Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Il governo indiano ha emanato specifiche direttive affinché le stazioni di polizia raccolgano le denunce di violenza sulle donne e venga fatto un lavoro in termini di istruzione e formazione tra le forze di polizia. Un portavoce del governo ha fatto sapere che si stanno portando avanti molteplici sforzi per l’empowerment delle donne, cominciando dalle forze dell’ordine e da quelle stazioni di polizia troppo al maschile. Il progetto è anche quello di aumentare del 33% la presenza femminile all’interno delle forze di polizia. Al momento è del 6-7%.

Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Le nuove nomine includono cinque donne, portando il numero totale della rappresentanza femminile al numero record di otto donne su un totale di 29 membri di gabinetto. Shamma al Mazrui, 22enne e ministra per gli Affari Giovanili, è la più giovane ministra del mondo; sarà anche a capo del Consiglio Nazionale Giovanile degli Emirati.

È cominciato in questi giorni il primo torneo di beach volley mai ospitato in Iran. Nonostante le ripetute promesse della Federazione internazionale di pallavolo, alle donne viene ancora negato l’ingresso alle partite, tra le intimidazioni dei funzionari locali. Human Right Watch ha lanciato una campagna su Twitter e Facebook per chiedere alla Federazione di mantenere le sue promesse. L’hashtag è #Watch4Women.

Che si tratti di aree urbane o rurali, di paesi sviluppati o in via di sviluppo, le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Come dichiarato da UN Women – scrive Angelique Moss su The Diplomat, donne e ragazze temono e sperimentano differenti forme di violenza sessuale negli spazi pubblici, dagli ammiccamenti alle palpate, stupri e femminicidi. Accade dappertutto: le donne che vivono in Paesi e regioni “avanzati” non sono esenti dalle molestie in pubblico. Il 20% delle donne dichiara di aver vissuto una di queste esperienze in pubblico, secondo un sondaggio condotto nel 2014 dalla no-profit statunitense Stop Street Harrassment. Nella sola Londra, il 43% delle giovani dichiara di aver subito aggressioni e molestie nel 2012. Questo vuol dire per le donne, semplicemente, restrizione delle libertà. In risposta a questi dati UN Women ha lanciato l’iniziativa Safe Cities Global Initiative, con due principali filoni: Safe Cities Free of Violence against Women and Girls, attivo in Ecuador, Egitto, India, Papua Nuova Guinea e Rwanda. L’altro è Safe and Sustainable Cities for All, programma congiunto portato avanti con UNICEF e UN-Habitat. È attivo in Brasile, Costa Rica, Honduras, Kenya, Libano, Marocco, Filippine e Tajikistan.

L’Honduras ha tra i più alti tassi di femminicidi nel mondo, e come spesso accade l’impunità dilagante perpetra e alimenta la violenza di genere con una donna uccisa ogni 16 ore. “Io sono una donna e vivere senza violenza è un mio diritto” è la nuova campagna lanciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite con il sostegno del governo honduregno per ridurre i tassi scioccanti di violenza contro le donne attraverso azioni di consapevolezza. In Honduras il tasso di femminicidi violenti è aumentato di oltre il 260 per cento tra il 2005 e il 2013. Nel solo 2014, almeno 513 donne sono state vittime di femminicidio in Honduras, secondo le statistiche CEPAL. Secondo il Centro per i diritti della donna del Paese, nel 2015 una donna è stata uccisa ogni 16 ore. L’Honduras è anche considerato tra i primi 10 paesi al mondo con il più alto tasso di impunità. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, l’impunità ha un impatto particolarmente pesante sulle donne e “alimenta l’accettazione sociale del fenomeno della violenza contro le donne”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Khadija IsmayilovaQuando è stata condannata l’anno scorso a lavorare come spazzina per le strade per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, la giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova ha risposto con un sorriso che avrebbe “ripulito questo paese dalla sporcizia”: una cosa a cui era abituata. Ismayilova è noto per le sue indagini approfondite sulla corruzione tra i più alti livelli di governo. Incluso il clan presidenziale che gestisce i settori più redditizi dell’economia e i suoi investimenti in paradisi fiscali. Ex capa della sezione dell’Azerbaijan di Radio Free Europe/Radio Liberty, lavora per una serie di organi di informazione nonché per il consorzio internazionale di giornalismo investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project. Corre considerevoli rischi a livello personale. Nel 2012 e nel 2013 è stata bersaglio di una campagna diffamatoria e di un tentativo di ricatto con scene di un video girato da una telecamera nascosta nella sua camera da letto. Nel febbraio di quest’anno un cambiamento di tattica ha portato ad accusarla questa volta di spionaggio. Secondo il pubblico ministero che l’ha interrogata per tre giorni di seguito, è stata accusata di aver trasmesso segreti di stato al Congresso degli Stati Uniti. Ma ci vuole ben altro per convincerla a smettere di portare avanti le sue inchieste.

Continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook, su Twitter e Instagram con l’account @RadioBullets, sul nostro sito www.radiobullets.com. Iscrivetevi alla nostra newsletter e, se volete, sostenete il nostro lavoro cliccate qui.

Lascia un commento

Archiviato in Donne, Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 febbraio 2016

boxing

Roosh V e i raduni neomaschilisti annullati per “questioni di sicurezza”. Una donna poliziotta a capo del dipartimento contro la violenza su donne e bambini a Istanbul. One Billion Rising, appuntamento al 14 febbraio. La visita di Papa Francesco in Messico e l’appello di Amnesty International per i diritti umani. Australia, le nuove tecnologie arma contro le donne? Migrazione e questioni di genere, la sfida del femminismo. Milka Tadic Mijovic, dal Montenegro l’eroina dell’informazione di Reporter senza Frontiere di questa settimana.

Ascolta la puntata.

Le avventure di Dariush Valizadeh, meglio noto come Roosh V. Ne abbiamo parlato la settimana scorsa: il gruppo online “neomaschilista” che fa riferimento al 36enne del Maryland, sedicente artista e scrittore antifemminista e i cui sostenitori credono che lo stupro dovrebbe essere legalizzato se “consumato” nella proprietà privata, si sarebbe dovuto riunire per la prima volta off line, il 6 febbraio, con incontri in tutto il mondo, Roma compresa. I meeting sono stati annullati con un post sul blog del movimento “Return of Kings”, il Ritorno dei Re, dopo che in Rete si è scatenato l’inferno, tra sostenitori dei diritti delle donne, membri di Anonymous e anche club di boxe femminile a Toronto che hanno iniziato rapidamente ad organizzare delle contro-proteste. “La polizia era in allerta”, si legge su Vox.com. “Decine di migliaia di persone nel Regno Unito, in Scozia e in Australia hanno firmato petizioni per mantenere Roosh e i suo discorsi misogini fuori dai loro Paesi. Roosh ha annunciato che avrebbe annullato i suoi eventi, perché non poteva “più garantire la sicurezza o la privacy degli uomini”. Anonymous l’ha, come si dice in gergo, “ doxed” , ovvero ha cercato, trovato e pubblicato in Rete informazioni su Roosh, compreso il suo indirizzo di casa. E lui ha tenuto una conferenza stampa a Washington incolpando le “bugie” dei media per tutto quello che stava accadendo. Ha negato anche di approvare lo stupro, spiegando che la proposta di legalizzarlo altro non è che satira, e ha definito gli incontri solo un modo per costruire solidarietà contro ciò che definiscono l’oppressione femminista. Incontri o meno, nel tempo è stato il contenuto delle proposte veicolate attraverso il sito Return of Kings ad essere al centro delle polemiche. Roosh, si legge ancora su Vox.com, promuove alcune idee nocive che disumanizzano le donne e che contribuiscono alla cultura dello stupro, e la resistenza dimostrata da parte del pubblico a questo tipo di idee è parte fondamentale della lotta per i diritti delle donne. Allo stesso tempo, però, lo stesso Roosh è probabilmente meno potente e meno pericoloso di quanto si pensi – e questo incidente potrebbe essere stato in realtà una trovata per far parlare di sé e ottenere più seguaci. Daryush Valizadeh è figlio di immigrati armeni e iraniani. Secondo il Daily Mail vive con la madre a Silver Spring, nel Maryland. Lui nega, e dice che vive “da qualche parte in Europa”. Si è auto-pubblicato 15 libri, molti dei quali sono guide per il sesso in diversi Paesi del mondo. Consiglia il Brasile, perché lì in genere “le ragazze sono più belle e più facili delle americane – almeno il 50% in più”. Non andate in Danimarca, avverte, perché i suoi robusti programmi di assicurazione sociale rendono le donne troppo indipendenti dagli uomini per essere facilmente sedotte. Chiama la sua “filosofia” “neomaschilismo” e ritiene che le donne non siano in grado di regolare il proprio comportamento o prendere decisioni e che debbano essere controllate dagli uomini. Misogino e omofobo, Roosh dice anche che “il valore di una donna dipende in modo significativo dalla sua fertilità e dalla bellezza”, mentre il femminismo e la modernità hanno portato alla rovina della società occidentale e all’oppressione degli uomini. Il suo sito web, Il Ritorno del Re, ha in home page un dal titolo “9 segreti sulla natura femminile rivelati da una ragazza hot che sta morendo di cancro”. Nel pezzo tale Bob Smith racconta delle rivelazioni che gli avrebbe fatto questa molto bionda e molto hot trentenne allo stadio terminale del suo tumore che, data la morte imminente, avrebbe deciso di rivelare cosa siano davvero le donne. Ecco i segreti in questione: le donne sono come i bambini; le donne falsificano praticamente tutto; se una donna ti dice “se non c’è la fiducia, non c’è nulla” in sostanza ti sta tradendo o sta pensando di farlo; le donne sono molto più eccitate e insaziabili degli uomini (e, spoiler, fanno sesso con i cani, ecco perché hanno tutte cani maschi, o ancora, spoiler, sono “ recipienti per il cazzo”, così biologicamente progettate, e nulla le fa sentire meglio di essere “riempite” con più peni); le donne non hanno amiche, solo competizione femminile; le donne mentono sempre sul numero di partner sessuali che hanno avuto; tutte le donne non si piacciono; le donne vogliono sempre quello che non possono avere (cfr. il fidanzato dell’amica); tutte le donne sono masochiste. Sulla questione dello stupro, infine. Nel pezzo definito di “satira”, il ragionamento di Roosh era: se lo stupro fosse legale nella proprietà privata, allora le donne ci penserebbero bene prima di andare a casa di qualcuno. Peccato che 4 stupri su cinque avvengano per mano del partner o dell’ex, preferibilmente in una casa.

Una donna poliziotta a capo del nuovo dipartimento della Polizia di Istanbul specializzato nella violenza domestica contro donne e bambini: è Kiymet Bilir Degerli, 39 anni. La Turchia ha creato nuovi uffici di polizia in tutte le 81 province del Paese per combattere la violenza domestica che coinvolge donne e bambini: il provvedimento fa parte delle strategie del ministero della Famiglia e delle Politiche Sociali e del ministero degli Interni per affrontare il problema. Gli agenti di polizia che lavorano presso questi uffici si occuperanno di portare le donne che hanno subito violenza in spazi speciali che permettano loro di avere tranquillità, comunicando alle donne tutti i loro diritti e coordinando le successive azioni di supporto psicologico, provvedendo anche, in caso di necessità, alla sicurezza personale delle donne. “La vittima dovrebbe rivolgersi alla polizia. Otterrà il supporto sociale e psicologico che si aspetta”, spiega Degerli. Le donne dovrebbero collaborare con gli agenti, aggiunge, criticando la mentalità mediatica generalizzata che sostanzialmente giustifica la violenza di genere. “I bambini sono i soggetti più colpiti dalla violenza. E la violenza, così, si ‘normalizza’ nelle loro menti” anche a causa di quanto mostrato nelle trasmissioni televisive. Degerli ha invitato a unirsi alle attività dei nuovi dipartimenti anche tutti i volontari che vorranno prendere parte alla lotta alla violenza domestica, anche a causa del fatto che il numero di agenti impegnati resta basso: 300, soprattutto donne, ma il numero potrebbe essere aumentato a seconda delle esigenze locali. “Abbiamo bisogno di volontari per aiutarci: terapeuti, sociologi e traduttori simultanei”, spiega.

Secondo le Nazioni Unite 1 donna su 3 nel mondo – per un totale di un miliardo di ragazze e donne (su una popolazione di 7 miliardi di persone) – verranno picchiate o stuprate nel corso della loro vita. Per il quarto anno consecutivo, attiviste e attivisti di One Billion Rising stanno progettando in tutto il mondo eventi, performance artistiche, tavole rotonde, conferenze stampa, film, articoli, incontri in occasione del 14 febbraio. La campagna quest’anno vedrà aumentare le azioni collettive in tutto il mondo per amplificare la richiesta di cambiamenti “di sistema” per porre fine alla violenza contro le donne e le ragazze. “Abbiamo ballato, abbiamo chiesto giustizia, abbiamo preteso cambiamenti”, spiega Monique Wilson, direttrice globale di One Billion Rising. “Quest’anno stiamo radicalizzando le nostre azioni – stiamo ampliando la rivoluzione. Dobbiamo continuare a smuovere le coscienze ed essere più coraggiosi, audaci, creativi e determinati”. La campagna quest’anno si concentra in particolare sulle donne e le ragazze emarginate. “Stiamo evolvendo la nostra lotta contro la violenza nei confronti delle donne, sapendo che se non mettiamo gli emarginati al comando, se non contrastiamo imperialismo, guerra, cambiamento climatico, razzismo, patriarcato, disuguaglianza economica, e se non lottiamo per i diritti dei lavoratori, non riusciremo mai a porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, aggiunge Eve Ensler, fondatrice di OBR e autrice dei Monologhi della Vagina.

Le tecnologie come nuovo strumento per fare stalking, minacciare e molestare le donne: è il contenuto di un intervento al Parlamento australiano del laburista Tim Watts. Un abuso, sottolinea, spesso perpetrato anche in questo caso tra le mura di casa. E ci sono declinazioni – la “vendetta pornografica”, ad esempio – a cui le leggi spesso non sono in grado di rispondere in maniera efficace. In alcuni casi, le immagini sessuali private ​vengono utilizzate come strumento per controllare le donne in relazioni già violente, o come ricatto per costringerle a sottostare ad abusi di natura sessuale. Da uno studio in cui sono stati intervistati 3.000 adulti australiani di età compresa tra i 18 e i 54 anni – è emerso che le minacce, le molestie sessuali e la condivisione non consensuale di immagini di nudo sono estremamente comuni. Non è la tecnologia a mettere in pericolo le donne: sono le persone che la usano. Che sono, ancora una volta – come per le aggressioni in strada, le violenze sessuali, gli abusi dei partner – uomini.

Alla vigilia della visita di stato di Papa Francesco in Messico, prevista tra il 12 e il 18 febbraio, Amnesty International dichiara in una nota che il paese sta affrontando una crisi dei diritti umani di dimensioni epidemiche, di cui sparizioni, torture e brutali omicidi costituiscono il tratto dominante. “Non appena arriverà a Città del Messico, papa Francesco si troverà faccia a faccia con una delle più preoccupanti crisi dei diritti umani dell’intero continente americano”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International. “Dalle decine di migliaia di persone scomparse al massiccio uso della tortura, dal crescente numero di uccisioni di donne alla profonda incapacità di svolgere indagini, le violazioni dei diritti umani sono diventate un fatto abituale in Messico”. “Sollecitiamo papa Francesco a usare la sua grande influenza per convincere il presidente Peña Nieto a prendere sul serio questa terribile crisi dei diritti umani, assicurando alla giustizia tutti i responsabili di violazioni dei diritti umani. Solo assumendo un’azione concreta e decisiva per portare i responsabili di questi crimini di fronte alla giustizia, il governo messicano potrà cominciare a contrastare questa crisi che ha radici profonde” – ha concluso Guevara-Rosas.

Il New York Post pubblica un intervento di Carrie Lukas, amministratrice delegata dell’International Women’s Forum e vice president per l’Independent Women’s voice, sulla questione migrazione e violenza sulle donne. “Le femministe europee”, scrive, “sono in un vicolo cieco”. Perché l’attuale crisi della violenza verso le donne da parte dei migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente sta mettendo in crisi due dei più “sacri” principi del femminismo: “incolpare l’uomo bianco e, in casi di stupro, credere sempre a quello che dice la donna rispetto a quello che dice l’uomo”. L’ultimo caso è quello della aggressione sessuale a una ragazza tredicenne russo-tedesca che ha prima sostenuto di essere stata rapita e violentata da tre migranti e ha poi ammesso di aver inventato quella storia sfruttando i fatti di Colonia di Capodanno. “Il presunto stupro era diventato un caso internazionale”. Le femministe, scrive Carrie Lukas, vogliono stare dalla parte dei rifugiati, una minoranza oppressa, che in quanto tale dovrebbe far parte della coalizione femminista per combattere il patriarcato bianco del Vecchio Mondo. Ma le masse di profughi includono molti, moltissimi uomini: si stima che il 75% delle persone che hanno raggiunto l’Europa lo scorso anno siano uomini. Uomini non esattamente entusiasti di prendere parte alla lotta per i diritti delle donne. Gli attacchi contro le donne da parte di gruppi di uomini immigrati nella notte di Capodanno a Colonia, in Germania, ma anche in altre città europee hanno occupato tutte le prime pagine dei giornali, ma difficilmente sono i primi del loro genere. Il femminismo si è diviso: alcune hanno scelto di ignorare la questione migrazione, concentrandosi a dare la colpa agli uomini. In un dibattito sul giornale tedesco Der Spiegel, Alice Schnauzer (definita “la gran dama del femminismo tedesco”) ha riconosciuto i problemi peculiari creati da questa ondata di immigrazione, mentre Anne Wizorek,he rappresenta la generazione più giovane di femministe tedesche, ha lamentato il fatto che la questione della violenza sessuale possa diventare uno strumento politico. “Il fatto che uomini con un background di immigrazione abbiano commesso violenze sessuali viene strumentalizzato per stigmatizzarli come gruppo”, dice. La violenza contro le donne non è una novità, scrive Carrie Lukas, ma chiunque si occupi di diritti delle donne dovrebbe riconoscere che qualcosa sta andando storto, soprattutto di fronte alle parole della sindaca di Colonia che dopo Capodanno ha suggerito alle donne di tenersi distanti dagli uomini negli spazi pubblici: un modo di dare la responsabilità della violenza alla vittima. Un modo che dovrebbe vedere le femministe mettersi sul piede di guerra. Anche la storia del falso stupro creata dall’adolescente russo-tedesca a Berlino da un lato rinforza la posizione femminista in tema di migrazione, ma dall’altra, prosegue la managing director, dà un duro colpo al presupposto che le donne vanno sempre credute perché non potrebbero mai mentire su una cosa così intimamente distruttiva come lo stupro. Una via d’uscita, dice Carrie Lukas, c’è: focalizzarsi nuovamente sul principio fondamentale della parità di diritti delle donne e del trattamento equo. Riconoscendo che l’Occidente, uomini inclusi, ha effettivamente percorso un lungo cammino nel proteggere le donne e la loro sicurezza fisica e consentendo loro partecipazione alla sfera pubblica. Un progresso che non può essere sacrificato in nome del multiculturalismo e che dovrebbe essere comunicato a chi in Europa arriva dopo essere fuggito dal Medio Oriente o dal Nord Africa.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Milka Tadic Mijovic.  Fin da prima del crollo della Jugoslavia di Tito, Milka Tadic Mijovic è stata parte di uno dei progetti pionieri della democrazia nei Balcani, The Monitor, primo settimanale indipendente del Montenegro. I suoi articoli in difesa della pace e delle minoranze etniche e sulla lotta contro la corruzione hanno vinto riconoscimenti a livello internazionali e le hanno portato guai. È stata la prima giornalista licenziata per aver criticato le politiche aggressive di Milosevic. Dal 2006, quando il Montenegro è diventato indipendente, i suoi problemi sono aumentati e hanno incluso minacce fisiche, pressioni finanziarie e persecuzione giudiziaria. Ora direttrice del Monitor, ha un triste primato in comune con i quotidiani Vijesti e Dan: quello di aver pagato più di 300.000 euro di danni negli ultimi anni.

Continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook, su Twitter e Instagram con l’account @RadioBullets, sul nostro sito www.radiobullets.com. Iscrivetevi alla nostra newsletter e, se volete, sostenete il nostro lavoro anche nel 2016 al link qui. Passo e chiudo.

Lascia un commento

Archiviato in Donne, Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 4 agosto 2015

niunamenos

Ascolta la puntata.

Violenza sulle donne e sport. Il dibattito è in corso in Australia – e non solo. Le statistiche, si legge sul NewDaily, sono scioccanti: quasi ogni settimana una donna muore per mano del suo compagno o del suo ex, e secondo alcune ricerche i numeri potrebbero essere più elevati. Una donna su tre ha subito violenze fisiche dall’età di 15. Una su quattro ha subito un abuso emotivo dal’attuale partner o dall’ex. In Australia le donne hanno tre volte in più degli uomini probabilità di subire violenza L’Australian Football League, la National Rugby League, Netball Australia e l’Australian Rugby Union – hanno intensificato la lotta per prevenire la violenza contro donne e bambini. Ognuna di queste realtà ha ricevuto dall’Our Watch Sport Engagement Program 250mila dollari per creare ambienti inclusivi, sicuri e accoglienti, aumentare la consapevolezza e diffondere il messaggio che la violenza non è mai una scelta o una soluzione.

Passiamo a Cleveland, in Ohio, dove i giocatori di football dei licei Benedectine, Jerome Baker, e S. Edward, Alex Stump, lo scorso agosto hanno aiutato il lancio di un “signing day”, una raccolta firme in tutta la regione tra gli atleti delle superiori per prendere un impegno contro molestie e violenza sessuale. Baker, si legge su highschoolsports.cleveland.com si è recentemente recato a Washington con l’attivista Ty White per cercare supporto per l’US Senate 355, il Teach Safe Relationships Act. “L’obiettivo del disegno di legge è quello di insegnare agli studenti delle scuole superiori come rispettare e trattare le donne”. Sabato prossimo sarà la volta del secondo signing day, aperto agli atleti di tutte le discipline, che firmeranno l’impegno al rispetto di donne e ragazze e ad entrare in azione se si trovassero ad essere testimoni di violenza.

A due mesi di distanza da #NiUnaMenos, la marcia che si è tenuta in Argentina il 3 giugno scorso per protestare contro femminicidi e violenza di genere, i candidati alla presidenza – le elezioni si terranno in autunno – devono ancora presentare piani concreti per porre fine alla violenza contro le donne. Ne scrive il Buenos Aires Herald. Gli organizzatori della mobilitazione hanno tutta l’intenzione di mettere pressione sui candidati presidenziali. “Chiediamo ai candidati di pubblicare le loro piattaforme sulla violenza di genere e presentare le loro strategie per sconfiggere i femminicidio”, spiega all’Herald Florencia Abbate, leader del movimento. “Ok gli spot elettorali, ma per fermare la violenza sono necessarie azioni concrete”. Si chiede in particolare l’effettiva implementazione del Piano di Prevenzione, Assistenza ed Eliminazione della violenza contro le donne, e l’accesso garantito alla giustizia per tutte le vittime della violenza di genere, così come la gratuità di protezione e di assistenza legale. Si chiede poi anche l’attuazione di una formazione specifica rivolta alle forze di polizia e funzionari giudiziari e lo sviluppo di un piano di formazione scolastica per combattere la violenza sessista contro le donne. I movimenti femministi sottolineano poi come le risorse siano distribuite in maniera disuguale tra i vari distretti. “Chiediamo anche l’estensione a tutto il Paese dei 137 servizi che forniscono assistenza telefonica”, aggiunge Abbate, aggiungendo che il servizio h24 è disponibile solo per chi risiede a Buonos Aires.

In Messico è esplosa la protesta sui social media per la morte del fotoreporter Ruben Espinosa, trovato cadavere a Città del Messico venerdì scorso insieme a quattro donne di cui le autorità non avrebbero ancora diffuso l’identità. L’hashtag è #FueElEstado: molti utenti e attivisti stanno infatti accusando, si legge su Vocativ, il governo del Messico di questi che vengono definiti omicidi. Espinosa era fuggito a giugno nella Capitale scappando dallo dello Stato di Veracuz dove il suo lavoro giornalistico si è concentrato sui movimenti sociali locali. Secondo molti report Ruben ha ricevuto minacce e aggressioni in seguito alla pubblicazione di alcuni suoi lavori critici nei confronti del governo. Quattro delle cinque vittime sono donne e molti hanno descritto l’evento come femminicidio: un’attivista ha detto al Guardian che le donne sarebbero state anche violentate e torturate. Secondo la giornalista messicana Lydia Cacho due di loro sarebbero Nadia Vera, attivista del movimento sociale YoSoy123, e Yesenia Quiroz Alfaro, che avrebbe lavorato con Espinosa ad alcuni rapporti investigativi.

In West New Britain, in Papua Nuova Guinea, quattro mesi fa il ciclone tropicale Pam ha lasciato la popolazione in situazione critica e bisogosa di assistenza umanitaria. La Croce Rossa sta lavorando e formando i propri volontari su promozione dell’igiene, interventi di emergenza e su violenza di genere. “Ho avuto una formazione in risposta alle emergenze, promozione dell’igiene e la violenza di genere”, spiega Daisy, una volontaria, sul sito dell’organizzazione. «Ho imparato a fare riferimento i casi di violenza contro le donne e gli abusi sui minori. Questa è una novità per me, ma è importante perché è per la nostra sicurezza”.

Infine la Convenzione di Instanbul: Albania, Andorra, Malta, Serbia e Turchia, Austria, Francia, Germania, Portogallo e Spagna sono tra i 18 Stati che l’hanno ratificata. L’Italia l’ha fatto nel giugno del 2013. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, adottata a Istanbul nel 2011, è entrata in vigore da noi il 1 agosto del 2014 ed è il primo strumento internazionale vincolante sul piano giuridico per prevenire e contrastare la violenza contro le donne e la violenza domestica. L’articolo 66 della citata Convenzione di Istanbul prevede l’istituzione di un Gruppo di esperti indipendenti avente il compito di monitorarne l’attuazione, denominato GREVIO – Group of experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence. che alla fine dell’anno comincerà la sua attività per verificare che i Paesi aderenti stiano rispettando i dettami della legge. Il Regno Unito, si legge sull’Independent, sta ancora valutando se le leggi del paese sono conformi alla convenzione di Istanbul, e questo ritardo sta letteralmente facendo infuriare gli attivisti. Ci sono sospetti che la convenzione sarebbe di difficile realizzazione e applicazione a causa dei tagli alla spesa. La convenzione dà ad esempio alle donne vittime di abusi e violenze domestiche il diritto formale alla consulenza. La Convenzione di Instanbul è “uno strumento davvero potente” ed è “deludente” che il Regno Unito non l’abbia ancora ratificata, spiega Hilary Fisher, director of policy at Women’s Aid. “È davvero incomprensibile”. Eppure, si sottolinea, la Gran Bretagna è in prima linea: ha ospitato tre summit internazionali, e uno di questi era quello dell’Unicef dello scorso anno sulle mutilazioni genitali femminili. “Il Regno Unito si racconta come un Paese fuoriclasse in termini di diritti di donne e ragazze”, tuona Liz McKean da Amnesty International. “Non aver ancora ratificato la convenzione aggiunge messaggi contrastanti, è una vera e propria contraddizione”. Nel 2014, secondo un recente report, sono stati 107mila i crimini violenti contro le donne – come stupro e abusi domestici – perseguiti nel Regno Unito.

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 22 aprile 2015

RedHeelsBenvenuti a tutte le ascoltatrici e a tutti gli ascoltatori di Radio Bullets ad una nuova puntata di #donnenelmondo. Io sono Angela Gennaro e insieme cercheremo anche questa settimana di allargare il nostro sguardo alle notizie sulla condizione femminile a livello internazionale.

Ascolta la puntata.

Cominciamo con il raccontarvi di due campagne contro la violenza sulle donne. La prima, “End violence against women” dell’artista cubano Erik Ravelo, è balzata recentemente agli onori delle cronache perché oscurata da Facebook per violazione delle “linee guida sulla pubblicità del social network”. Si tratta della fotografia di una donna nuda, o meglio del suo pube coperto dalle mani evocativamente bucate al centro, ferite come da un proiettile. “Su Facebook si trova di tutto: ho visto promuovere post di società di armi, alcolici, intimo per donne mostrate come due chiappe e punto” è lo sfogo dell’artista. “C’è gente che fa sesso, chi spara agli animali, per non parlare delle pagine razziste o ancor peggio naziste“. Erik Ravelo è lo stesso artista che nel 2011 è finito al centro delle polemiche per la campagna Benetton “Unhate” in cui venivano ritratte coppie che si baciavano sulla bocca: coppie formate da Benedetto XVI e l’immam del Cairo, Barack Obama e il leader cinese Hu Jintao, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

E passiamo ad un’altra campagna, questa volta non oscurata. Si chiama #BriefMessage ed è stata lanciata dall’artista e attivista italiano Alexsandro Palombo, che ha chiesto alle donne di diventare protagoniste della sua nuova performance artistica scrivendo un messaggio contro la violenza di genere sui propri slip. Tante le risposte, con moltissime donne – ma anche, come sempre più spesso accade, molti uomini – che hanno raccolto la sfida e partecipato inviando il proprio scatto di denuncia.

Spostiamoci in Australia e Nuova Zelanda, dove una società di noleggio camper, la Campers Wicked, da tempo fa discutere per gli slogan spesso politicamente scorretti, spesso accusati di sessismo, presenti sui suoi van. “Non voglio spiegare a mia figlia cosa quei disegni vogliano dire”, dice Liz Upham, una delle attiviste in prima fila contro i messaggi veicolati dall’azienda.
“Alcuni dicono che si tratta solo di slogan divertenti. Ma quando si parla di messaggi che suggeriscono stupri e rapimenti di donne per me in realtà si stanno solo promuovendo stupri e violenza contro le donne”.

Passiamo in Arizona, dove i cadetti dei Naval Reserve Officers Training Corps hanno avuto modo di scoprire cosa vuol dire vestire i panni di una donna, partecipando ad una manifestazione della campagna contro la violenza di genere “Walk a Mile in Her Shoes” e indossando scarpe rosse dai tacchi altissimi. Come riporta il Washington Times, lo scorso anno la partecipazione all’iniziativa era volontaria, mentre quest’anno è stata resa obbligatoria.

In Palestina, come scrive su Your Middle East Ebru Buyukoglu, i movimenti femministi arabi avrebbero fallito nel raggiungimento dei diritti per le donne. Due anni fa, proprio di questi tempi, Mona Mahajna, 30 anni, madre di tre figli, è stato trovata ucciso nel suo appartamento in Umm al-Fahm. Dopo il divorzio aveva preso la decisione coraggiosa di iniziare una nuova vita. Il che, scrive Buyukoglu, suona ammirevole, ma in una società patriarcale dove le donne divorziate sono spesso disumanizzate e ridicolizzate, Mona pagato la libertà con il prezzo più alto: quello della sua vita. D’altro canto i report parlano chiaro, a cominciare da quello non più recentissimo del 2012 del Palestinian Central Bureau of Statistics che evidenzia come il 37 per cento delle donne sposate nei territori occupati sia stata sottoposta ad una qualche forma di violenza domestica da parte dei mariti. Non solo: nel 2013 i “delitti d’onore” in Cisgiordania e Gaza sono raddoppiati.

Chiudiamo con il Messico, dove l’Italia pare essere tristemente famosa. Parliamo del Denim Day, una marcia cui i messicani tutti sono invitati a partecipare indossando dei jeans per dare un segnale contro la violenza sulle donne. Perché proprio i jeans? La scelta intende ricordare la sentenza del 6 novembre 1998 con cui la Cassazione ha annullato la condanna a due anni e dieci mesi decisa dalla corte d’Appello di Potenza contro Carmine C., 45 anni, istruttore di guida, portato in tribunale da una ragazza di 18 anni, Rosa.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

Lascia un commento

Archiviato in Donne, Radio