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Radio Bullets, #donnenelmondo del 25 marzo 2016

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Terrorismo e genere: mentre a Bruxelles resta alta la tensione, un’analisi sul ruolo e il destino delle donne.

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Mentre a Bruxelles, dopo gli attentati di martedì scorso, sono in corso raid, arresti e perquisizioni, questa settimana parliamo di donne e terrorismo, con alcuni interventi di Catherine Powell, Fellow for Women and Foreign Policydel Council on Foreign Relations. “Tradizionalmente,le donne nel tempo sono state viste come vittime del terrorismo. La relazione tra gender e terrorismo è in realtà molto sfaccettata”, scrive Catherine Powell. “In alcuni casi le donne vengono reclutate e radicalizzate da estremisti violenti, sostenendo le attività terroristiche con una serie di azioni. Dall’altra parte peròmolte donne giocano un ruolo vitale invece nel prevenire la radicalizzazione e l’estremismo. In particolare, in alcuni casi, le donne (ad esempio le donne Yazidi sfuggite al rapimento dei militanti del sedicente Stato Islamico) hanno la capacità di fornire intelligenza critica e conoscenza sul funzionamento interno delle organizzazioni terroristiche, potendo così aiutare i governi di tutto il mondo a combatterle”.

“Le donne”, si legge sul Council on Foreign Relations, “sono spesso vittime e sopravvissute di alcune delle peggiori atrocità perpetrate dai terroristi nei conflitti. Esattamente come accade in forme più “convenzionali” di guerra e conflitto, dove lo stupro e altre forme di violenza sessuale restano strumenti di guerra, gli estremisti violenti usano la violenza sessuale per controllare le donne ed esercitare il potere sulle comunità. I gruppi estremisti, Stato Islamico incluso, usano la violenza contro le donne, compresa la violenza sessuale, come parte della loro politica economica e come strategia del terrore. Si stima che l’ISIS abbia rapito nel 2014 almeno 3mila donne Yazidi. La maggior parte è ancora oggi prigioniera. Il gruppo sottopone queste donne a stupri organizzati, violenza sessuale, matrimoni forzati, conversioni forzate e schiavitù sessuale. Oltre a questi abusi e a queste severe restrizioni, lo Stato Islamico impone anche altri vincoli forzati a donne e ragazze: limita loro l’accesso all’istruzione e al lavoro, come sostenuto nel “Manifesto sulle donne”. Coloro che non seguono le regole o mostrano infedeltà incappano in punizioni brutali: vengono frustrati, lapidati, decapitati con vere e proprie esecuzioni pubbliche.

Ma le donne, scrive ancora Catherine Powell, “non sono solo vittime e sopravvissute: sono anche a loro volta autrici di atti terroristici e componenti attive dei gruppi estremisti. La Brigata al-Khansaa, ad esempio, è la polizia morale dell’Isis tutta al femminile, fondata a Raqqa subito dopo la conquista della città da parte del sedicente Stato Islamico. La brigata ha le proprie strutture al fine di evitare commistioni tra uomini e donne. “La Jihad non è un dovere solo degli uomini. Anche le donne devono fare la loro parte”. L’istituzione di garanti femminili per la moralità femminile ha un senso logico e logistico, se si porta il divieto di rapporti tra i sessi alle sue estreme conseguenze: pensate alle perquisizioni. E la Brigata al-Khansaa rappresenta solo uno dei gruppi femminili a sostegno degli estremisti, una piccolissima percentuale di donne nello Stato Islamico. È composto sia da donne locali Siriane – ne ha parlato il New York Times – sia da donne straniere”.

Resta il fatto che la stragrande maggioranza delle donne nello Stato Islamico in genere viene trattata come un bene mobile, come una cosa: la funzione primaria è quella di sposare i combattenti stranieri e far nascere una nuova generazione di jihadisti. “All’interno di altre organizzazioni estremiste come Boko Haram (ora tecnicamente parte del Wilayah Garb Afriqiyah, affiliati quindi allo Stato Islamico), le donne hanno portato avanti attacchi terroristici, in genere attacchi bomba kamikaze, sebbene non sia del tutto chiaro se lo facciano volontariamente o perché forzate. Mentre apparentemente lo Stato Islamico non permette alle donne di combattere in prima linea (con la possibile eccezione di coloro che vengono reclutate in Europa), alcune donne nei fatti supportano il gruppo sposando i combattenti e danno vita a nuove generazioni.

Ma le donne possono anche essere parte attiva della soluzione all’estremismo, scrive ancora la Powell. “L’empowering delle donne e della loro leadership in zone di conflitto e in altre comunità ha il potenziale di essere una strategia effettiva per combattere l’estremismo violento. Gruppi di donne come il Sisters Against Violent Extremism o il Women Without Walls Initiative, sono nella posizione di contrastare la radicalizzazione e l’estremismo all’interno delle loro comunità. Come le organizzazioni locali, il loro sguardo è sui rischi di radicalizzazione dei membri della comunità e hanno l’abilità di proporre una contro-narrazione all’estremismo nelle case, nelle scuole, e nelle comunità tutte. Spesso le donne coinvolte in queste realtà sono madri e hanno il polso sui punti deboli dei più giovani alla radicalizzazione. E soprattutto l’empowerment delle donne è come al solito correlato alla crescita economica e all’aumento della forza delle community, e questo aiuta ad affrontare molti aspetti come la povertà e la disoccupazione, spesso citate come cause profonde dei conflitti, della violenza e dell’estremismo”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del #25novembre 2015

eve ensler

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Un benvenuto a Donnenelmondo. Io sono Angela Gennaro e questa è una giornata molto particolare. È il 25 novembre ed è la giornata internazionale della violenza contro le donne, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999. Ho raccontato la storia di come è nata questa giornata esattamente un anno fa qui su Radio Bullets. E già, oggi è esattamente un anno che per me è iniziata questa avventura con Barbara, Alessia e i tanti altri colleghi che credono che l’informazione si possa fare in modo diverso. Da un anno provo a raccontarvi cosa succede alle donne nel mondo, e non solo a loro. Cosa è la violenza di genere e quanto sia necessario conoscersi e informarsi. È il mio lavoro.

Questo è il monologo dell’ISIS, scritto da Eve Eisler, drammaturga famosa in tutto il mondo per i Monologhi della vagina. Per “la Domenica” di Repubblica il 6 settembre scorso ha scritto una pièce intensa contro la violenza sulle donne, da parte dello stato islamico e non solo. Eccolo, nella traduzione di Emilia Benghi per Repubblica.

Penso al listino del mercato delle schiave sessuali dell’Is in cui donne e bambine sono prezzate come il bestiame. L’Is ha dovuto calmierare i prezzi, temeva un calo del mercato: 40 dollari per le donne tra i 40 e i 50 anni, 69 dollari per le trenta-quarantenni, 86 per le venti- trentenni fino a 172 per le bimbe da 1 a 9 anni. Quelle sopra i cinquanta non compaiono neppure in lista, considerate prive di valore di mercato. Vengono scartate come cartoni di latte scaduti. Ma non ci si limita ad abbandonarle in qualche fetida discarica. Prima probabilmente vengono torturate, stuprate, decapitate. Penso al corpicino in vendita di una bambina di un anno, a come dev’essere per un soldato trentenne, corpulento, affamato di guerra e sesso, comprarla, impacchettarla e portarsela a casa come un televisore nuovo.

Penso che nel 2015 io sto davvero leggendo un manuale online con le buone pratiche di schiavitù sessuale. Ci sono istruzioni passo per passo e regole su come trattare la tua schiava, lo pubblica un’istituzione molto ben organizzata(l’Ufficio della schiavitù sessuale) di un governo canaglia, incaricata di regolamentare gli stupri, le percosse, l’acquisto e la riduzione in schiavitù delle donne.

Ecco qualche esempio tratto dal manuale: “È permesso percuotere la schiava come [forma di] darb ta’deeb [percosse disciplinari], [ma ] è vietato [ricorrere alle ] darb al-takseer [letteralmente percosse massacranti], [darb] al-tashaffi [percosse allo scopo di ottenere gratificazione], oppure [darb] al-ta’dheeb [percosse come tortura]. Inoltre è proibito colpire al volto”. Mi chiedo come facciano i burocrati dell’Is a distinguere i pugni, i calci e lo strangolamento inflitti a scopi disciplinari dagli atti mirati alla gratificazione sessuale. Interviene una squadra tutte le volte che una schiava viene picchiata, per controllare se c’è erezione? E come fanno poi a stabilire che cosa, con esattezza, l’ha provocata? Certi uomini si eccitano soltanto nel momento in cui affermano il proprio potere. E se si stabilisce che il soldato picchia, strangola e prende a calci la sua schiava per puro piacere, qual è la punizione per lui? Verrà costretto a restituire la schiava e a perdere il deposito, dovrà pagare una multa salata, o semplicemente pregare di più?

Penso alla facilità con cui si considera l’Is una mostruosa aberrazione, mentre in realtà è l’esito di una lunga serie ininterrotta di crimini e disordini. Le atrocità sessuali inflitte dall’Is si differenziano solo nella forma e nella prassi da quelle perpetrate da molti altri signori della guerra in altri conflitti. Sconvolgente e nuovo è lo sfoggio sfrontato e impudente che si fa di questi crimini pubblicizzati su internet, lo sdoganamento commerciale di queste atrocità, le app, dove il sesso è un mezzo per reclutare. Le azioni e la rapida proliferazione dell’Is non nascono dal nulla. Sono il frutto di un’escalation legittimata da secoli di dilagante impunità della violenza sessuale. Questo mi fa venire in mente le Comfort women , le prime schiave sessuali dell’era moderna, giovani donne asiatiche rapite nel fiore degli anni dall’esercito imperiale giapponese durante la Seconda guerra mondiale e detenute nelle comfort stations , per soddisfare le esigenze sessuali dei soldati al servizio del loro Paese. Le donne subivano anche settanta stupri al giorno. Quando, esauste, non riuscivano più a muoversi, venivano incatenate al letto e stuprate ancora come sacchi molli. A queste donne la vergogna ha tappato la bocca per quarantacinque anni e per altri venticinque hanno marciato e atteso, vigili, sotto la pioggia, chiedendo giustizia. Sono rimaste in poche ormai e non più tardi di un mese fa il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha perso l’ennesima occasione di fare ammenda.

Io penso all’inerzia, al silenzio, alla paralisi che ha bloccato e impedito le indagini e l’incriminazione degli abusi sessuali ai danni delle donne musulmane, croate e serbe stuprate nei campi dell’ex Yugoslavia, delle donne e delle bambine afroamericane stuprate nelle piantagioni del Sud, delle donne e delle bambine ebree stuprate nei campi di concentramento tedeschi, delle donne e delle bambine native americane stuprate nelle riserve degli Stati Uniti. Mi sembra di sentire i lamenti delle anime in pena di donne e bambine violate in Bangladesh, Sri Lanka, Haiti, Guatemala, Filippine, Sudan, Cecenia, Nigeria, Colombia, Nepal, e la lista si allunga. Penso agli ultimi otto anni che ho trascorso nella Repubblica democratica del Congo dove un’analoga conflagrazione di capitalismo rapace, secoli di colonialismo, guerra e violenza senza fine ha lasciato migliaia di donne e bambine prive di organi, salute mentale, famiglia o futuro. E penso a parole come “ri-violentata”, sostituita ormai da “ri-ri-riviolentata”.

Vedete, è come se stessi raccontando la stessa storia da vent’anni. Ci ho provato con i numeri, il distacco, la passione, le suppliche, la disperazione esistenziale, e anche ora, mentre scrivo, mi chiedo se abbiamo creato un linguaggio adatto a questo secolo che sia più potente del pianto.

Penso che le istituzioni patriarcali non hanno saputo intervenire in maniera efficace e che le strutture come l’Onu amplificano il problema nel momento in cui le forze di peacekeeping che dovrebbero proteggere le donne e le bambine si macchiano a loro volta di stupri.

Penso all’operazione Shock and Awe (“colpisci e terrorizza”)e a come ha contribuito a scatenare questa, che potremmo definire “Stupra e decapita”. Quando noi cittadini, a milioni, in tutto il mondo, manifestavamo contro la guerra inutile e immorale in Iraq restando inascoltati, eravamo perfettamente consapevoli del dolore, dell’umiliazione e dell’oscurità che avrebbero generato quei letali tremila missili Tomahawk americani.

Penso al fondamentalismo religioso e a Dio padre, a quante donne sono state stuprate in suo nome, a quante massacrate e assassinate. Penso al concetto di stupro come preghiera, alla “teologia dello stupro”, alla religione dello stupro. Questa pratica è una delle più diffuse religioni al mondo, in crescita con centinaia di conversioni al giorno, dato che un miliardo di donne nella sua vita subirà percosse o uno stupro (i dati sono dell’Onu).

Penso alla velocità folle a cui si moltiplicano nuovi e grotteschi metodi per mercificare e profanare i corpi delle donne in un siste- ma in cui ciò che più è vivo, sia esso la terra o le donne, deve essere ridotto a oggetto e annichilito per aumentare i consumi, la crescita e l’amnesia.

Penso alle migliaia di giovani occidentali, uomini e donne, tra i quindici e i vent’anni, che si sono arruolati nell’Is. In cerca di cosa, in fuga da cosa? Povertà, alienazione, islamofobia, desiderio di avere un senso e un obiettivo?

Penso a quello che mi ha detto la mia sorella attivista in una conversazione su Skype da Baghdad questa settimana: “L’Is è un virus e l’unica cosa da fare con i virus è sterminarli”. Mi chiedo, come si stermina una mentalità, come si bombarda un paradigma? Come si fanno saltare la misoginia, il capitalismo, l’imperialismo e il fondamentalismo religioso?

Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo. Da un lato sono consapevole che l’unico modo per andare avanti è riscrivere da zero la storia attuale, procedere a un esame collettivo approfondito e ponderato delle cause che stanno alla base delle varie violenze in tutte le loro componenti economiche, psicologiche, razziali, patriarcali, che richiedono tempo. Allo stesso tempo, so che in questo preciso istante tremila donne yazide subiscono percosse, stupri e torture.

Penso alle donne, alle migliaia di donne che in tutto il mondo hanno operato senza pausa per anni e anni, esaurendo ogni fibra del loro essere per denunciare lo stupro, per porre fine a questa patologia di violenza e odio nei nostri confronti. E la razionalità, la pazienza, l’empatia, la mole della ricerca, le cifre che mostriamo, le sopravvissute che curiamo, le storie che ascoltiamo, le figlie che seppelliamo, il cancro di cui ci ammaliamo non contano: la guerra contro di noi infuria ogni giorno più metodica, più sfacciata, brutale, psicotica.

Penso che l’Is, come l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, le temperature assassine sia forse il segnale che per le donne si avvicina lo scontro finale. È giunta l’ora in cui secoli eterni di rabbia femminile devono fondersi in un’impetuosa forza vulcanica, scatenando la furia globale della vagina delle divinità femminili Kali, Oya, Pele, Mama Wati, Hera, Durga, Inanna e Ixchel, lasciando che sia la nostra ira a guidarci.

Penso alla cantante folk yazida Xate Zhangali, che dopo aver visto le teste delle sue sorelle penzolare dai pali nella piazza del suo villaggio ha chiesto al governo curdo di armare e addestrare le donne, e penso alle Sun Girls, la milizia femminile da lei creata, che combatte l’Is sulle montagne del Sinjar. E in questo momento, dopo anni di attivismo contro la violenza, sogno che migliaia di casse piene di ak47 cadano dal cielo sui villaggi, le fattorie e le terre delle donne, questi guerrieri con il seno che insorgono combattendo per la vita.

Così sono arrivata a pensare all’amore, a come il fallimento di questo secolo sia un fallimento dell’amore. Cosa siamo chiamati a fare, di che cosa siamo fatti tutti noi che siamo in vita su questo pianeta oggi. Che tipo di amore serve, quanto deve essere profondo, intenso e bruciante. Non un amore ingenuo sentimentale, neoliberista, ma un amore ossessivamente altruista.

Un amore che sconfigga i sistemi basati sullo sfruttamento di molti a vantaggio di pochi. Un amore che trasformi il nostro disgusto passivo di fronte ai crimini contro le donne e l’umanità in una resistenza collettiva inarrestabile. Un amore che veneri il mistero e dissolva la gerarchia. Un amore che trovi valore nella connessione e non nella competizione tra noi. Un amore che ci faccia aprire le braccia ai profughi in fuga invece di costruire muri per tenerli fuori, bersagliarli con i lacrimogeni o rimuovere i loro corpi gonfi dalle nostre spiagge.

Un amore che bruci di fiamma viva tanto da pervadere il nostro torpore, squagliare i nostri muri, accendere la nostra immaginazione e motivarci a uscire infine, liberi, da questa storia di morte. Un amore che ci dia la scossa,spingendoci a dare la nostra vita per la vita, se necessario.

Chi saranno i coraggiosi, furibondi, visionari autori del nostro manuale di amore rivoluzionario?

Parigi, settembre 2015. Per Yanar e le mie sorelle in Iraq e in Siria

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 26 agosto 2015

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L’attore indiano Anupam Kher è stato nominato sostenitore della campagna delle Nazioni Unite sulla parità di genere #HeforShe. Il 60enne collaborerà con il resto dell’organizzazione a livello internazionale per sensibilizzare uomini e ragazzi e portarli a combattere attivamente le disuguaglianze contro le donne e le ragazze per porre fine a violenze e discriminazioni. L’attore si è detto onorato e ha espresso il suo totale sostegno agli sforzi dell’organizzazione per raggiungere la parità di genere. “La cosa più importante è avviare il cambiamento all’interno delle mura di casa. Dovete sapere come trattare vostra figlia, e non dovrebbe essere diverso dal modo in cui trattate vostro figlio”, ha detto Kher all’agenzia indiana PTI.

Su NoiDonne il rilancio dell’appello delle donne curde che chiedono di esprimere solidarietà con le firme di gruppi, associazioni, ong. “La mentalità patriarcale e la complicità fra AKP e daesh è il segno più atroce del femminicidio”, si legge. L’AKP, di cui fa parte il presidente turco Erdogan, è il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo turco, islamico-conservatore. Il daesh è il sedicente Stato Islamico. Il movimento delle donne curde in Europa e la rappresentanza internazionale del movimento delle donne curde, l’ ufficio delle donne curde per la pace CENI, la fondazione internazionale delle donne libere, la casa delle donne Utamara, la fondazione Roj women, la fondazione Helin, e tutte le assemblee popolari delle donne curde in Europa condannano fermamente l’esecuzione di Kevser Elturk (nome di battaglia Ekin Van), la combattente torturata e uccisa dai militari turchi ed esposta nuda nel centro della città di Varto nel Kurdistan turco”. Keveser Elturk “è il simbolo della resistenza delle donne curde. Come donne curde e del mondo chiediamo giustizia per questo gesto orribile. In tutte le guerre conosciute nella storia del mondo, le donne sono state utilizzate come bottino di guerra. Oggi in Irak le donne continuano ad essere vendute nei mercati della schiavitù sessuale. L’ immagine delle donne curde trainate a terra dai carri armati turchi e i loro corpi esposti nudi nei media sono ancora attuali”. La mentalità conservatrice e patriarcale non sopporta l’ ideologia della liberazione delle donne che appartiene ai valori dell’ umanità, si legge ancora. Le atrocità inflitte a Keveser Elturk sono la rappresentazione della mentalità maschile degli anni ’90 che si ripropone oggi. L’etica del disonore si concretizza con la complicità fra AKP e daesh. La cultura dello stupro che ha messo in atto il femminicidio di Ekin Van è la conseguenza della continua guerra nei confronti del diritto alla legittima difesa delle donne curde, oggi simbolo della resistenza delle donne di tutto il mondo. Come movimento delle donne curde e associazioni di donne curde denunciamo questa politica incosciente e disumana portata avanti dalla polizia dell’AKP contro le donne”.

#Whereloveisillegal è un progetto che documenta e condivide storie di discriminazione e sopravvivenza nel mondo LGBTI. Nato come lavoro fotografico del pluripremiato fotografo e attivista per i diritti umani Robin Hammond, è diventato uno strumento contro la discriminazione, persecuzione e violenza. Tra le ultime storie inserite c’è quella di Lis dal Venezuela. “Quando ero bambina ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in me perché ero diversa. Non ero femminile come i miei genitori volevano che fossi, mi piacevano le cose che facevano i maschi e avevo dei sentimenti per le altre ragazze che non riuscivo a capire. Ho scoperto l’esistenza delle lesbiche a 11 anni ed è allora che mi sono detta: ‘ Questo è quello che sono ‘, non un mostro unico e non normale come mi ero sentita fino a quel momento”. Ma la più grande discriminazione per Lis è arrivata proprio dalla sua famiglia: “I miei genitori sono sempre stati arrabbiati con me per non essere la ragazza ideale che volevano che io fossi. Hanno scoperto tutto quando avevo 13 anni, prendendo il mio cellulare senza il mio consenso. Mia madre mi ha picchiata quella notte. Nel tempo mi hanno portata dallo psicologo, dallo psichiatra, persino dal prete, cercando qualcuno che potesse “cambiarmi”. “ L’adolescenza di Lis è stata un alternarsi di rabbia, bugie, lotte domestiche, tentativi di liberazione e di espressione del sé ogni volta che usciva da casa. Si è ammalata di depressione e di disordini alimentari e racconta di aver superato quegli anni grazie ad alcuni veri amici. “E poi, dopo anni, ho provato a mettermi nei panni dei miei genitori e ho capito che non capivano. Non potevano capirmi, ma mi amavano ancora. Ho capito che erano spaventati, che non sapevano cosa fosse l’omosessualità ma conoscevano solo alcuni brutti stereotipi, e che avevano paura di cosa avrebbe detto la gente. Avevano paura che fossi infelice. Quando ho capito tutto questo ho capito anche che avrei potuto far capire loro che essere una brava persona non ha nulla a che fare con l’essere etero o gay, e che sono felice di quello che sono. Ci sono volute molte lunghe e difficili conversazioni. Ma siamo arrivati ad un punto che 10 anni fa avrei ritenuto semplicemente impossibile. Ora sanno che ho una fidanzata – anche lei ha raccontato la sua storia su #Whereloveisillegal – e che sono diventata un’attivista per i diritti LGBTI. Non amano tutto questo, ma lo rispettano”.

#BlackLivesMatter ha organizzato il #TransLiberationTuesday con azioni e manifestazioni in almeno 14 città degli Stati Uniti. Solo quest’anno è stata registrata la morte di diciotto persone transgender, soprattutto donne trans nere, più una vittima la cui identità di genere è in discussione. Si tratta, secondo quanto si legge su advocate.com, di un numero di omicidi più elevato rispetto al totale dello scorso anno, senza contare i casi non segnalati o che sono stati altrimenti classificati dalle forze dell’ordine e dai media. “Diciamo i nomi di Mya Hall, Kandis Capri, Eliseo Walker, Penombra Shuler, Ashton O’Hara, India Clarke, Amber Monroe. I nomi delle donne transessuali nere le cui vite sono strappate via”, dice Elle Hearns, strategic partner di Black Lives Matter e coordinatrice centrale regionale di GetEqual.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 agosto 2015

umoja

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L’Isis usa la violenza sulle donne come strumento di potere, per tenere il territorio e per finanziare le proprie attività. Le donne, si legge su Public Radio International, vengono acquistate, messe all’asta e promesse alle nuove reclute. In alcuni rari casi alcune di loro riescono ad essere salvate da avvocati e attivisti, ma in generale questo sistema di schiavitù sessuale è una realtà raccapricciante per migliaia di giovani donne. Usare stupri e violenze sessuali in “ guerra” non è certo una novità, e l’ISIS ha implementato un sistema radicato di schiavitù sessuale che coinvolge le donne della minoranza religiosa yazidi. Molte di loro sono state catturate mentre tentavano di fuggire dalle montagne del Sinjar lo scorso agosto, caricate su un bus e spedite nei pressi di Mosul e in altre aree all’interno dell’Iraq. Qui molte di loro hanno sentito per la prima volta la parola “Sabaya”. “Un momento che tutte descrivono come agghiacciante”, racconta Rukmini Callimachi, la corrispondente del New York Times che ha intervistato 21 donne e ragazze fuggite ai terroristi dell’Isis. È il momento in cui capiscono che Sabaya vuol dire schiava. I leader delle comunità stimano che più di 3.000 persone siano ancora prigioniere dell’Isis. Rumini spiega sul NYTimes che l’Isis ha essenzialmente creato una burocrazia della schiavitù. “Le donne catturate vengono acquistate e vendute dai combattenti. Al momento dell’acquisto, c’è un contratto, e il contratto è nei fatti certificato, notariato da un tribunale di Stato islamico “. L’articolo è in questi giorni tra i più letti sul sito del New York Times.

Umoja – Umoja significa “unità” in Swahili – è un villaggio in Kenya dove possono vivere solo le donne. Gli uomini, semplicemente, non sono ammessi. Julie Bindel, scrittrice britannica, femminista e cofondatrice del gruppo Justice for Women, lo ha visitato e raccontato sulla testata per cui collabora, il Guardian. Jane racconta di essere stata violentata da tre uomini che indossavano uniformi Gurkha. Stava radunando le capre e le pecore del marito, scrive Julie, e che trasportano legna da ardere, quando è stata attaccata. “Provavo una tale vergogna e non sono riuscita a parlarne con altre persone. Hanno fatto cose terribili con me”, racconta Jane con gli occhi vivi di dolore. Ha 38 anni ma sembra molto, molto più vecchia. “Mi mostra una profonda cicatrice sulla gamba: si è tagliata con le pietre quando è stata spinta a terra”, racconta la scrittrice. “Alla fine ho detto alla madre di mio marito che ero malata, perché ho dovuto spiegare le lesioni e la mia depressione. Mi hanno curato con la medicina tradizionale, ma non è servito a nulla. Quando ho detto a mio marito [dello stupro], racconta ancora Jane a Julie Bindel, mi ha picchiata con un bastone. Così sono scappata e sono venuta qui con i miei figli”. “Qui” è proprio Umoja, un villaggio nelle praterie di Samburu, nel nord del Kenya, circondato da un recinto di spine. Qui vagano capre e polli, le donne producono gioielli da vendere ai turisti, i vestiti, scrive la Bindel, si asciugano stesi al sole di mezzogiorno in cima alle capanne di sterco di vacca, bambù e ramoscelli. Il paesaggio è quello tipico. Ma qui succede qualcosa di straordinario: gli uomini, qui, non possono vivere. Il villaggio è stato fondato nel 1990 da 15 donne vittime di stupri da parte dei soldati britannici locali. La popolazione di Umoja è cresciuta nel tempo e include tutte le donne in fuga per matrimonio precoce, mutilazioni genitali femminili, violenza domestica e stupro: tutte norme culturali tra i Samburu. La fondatrice è Rebecca Lolosoli: una donna alta, dalla testa rasata, veste i tradizionali ornamenti Samburu e ha ricevuto nel tempo molte minacce per quello che fa. È lei la matriarca del villaggio. L’idea le è venuta mentre era in ospedale per il pestaggio subito da un gruppo di uomini che voleva darle una lezione per aver osato parlare con le donne del suo villaggio dei loro diritti. I Samburu sono strettamente correlati alla tribù Masai, che parla un linguaggio simile. Di solito vivono in gruppi da cinque a 10 famiglie e sono pastori semi-nomadi. La loro cultura è profondamente patriarcale. Le prime abitanti di Umoja provenivano dai villaggi Samburu sparsi in tutta la valle del Rift. Da allora, le donne e le ragazze che vengono a sapere del villaggio-rifugio, scrive Julie Bindel sul Guardian, vengono qui e imparano il commercio, a crescere i loro figli e a vivere senza la paura della violenza degli uomini e delle discriminazioni. Oggi sono 47 le donne e 200 i bambini che vivono a Umoja. Queste donne e ragazze, racconta Julie Bindel, vivono in maniera frugale ma riescono a guadagnare un reddito regolare che permette loro di avere cibo, vestiti e riparo per tutti. I leader gestiscono un campo a poca distanza dal fiume, meta per i turisti che vengono qui a fare safari. Molti di loro visitano anche Umoja: le donne fanno pagare una modesta “tassa di ingresso” e sperano che i visitatori acquistino i gioielli artigianali da loro realizzati.

SheSays è un’iniziativa che intende creare un clima di tolleranza zero nei confronti della violenza sulle donne in India attraverso progetti culturali e normativi, attraverso una rete di supporto che riconosca tutti i livelli di abuso sessuale e fornisca i mezzi necessari a combatterli. Ne parla DailyNewsIndia. “Tendo a cercare su Google di tutto”, spiega Trisha Shetty, fondatrice di SheSays. “Ma quando cerco on line informazioni su cosa fare in caso di un qualsiasi tipo di abuso, su come affrontarlo eccetera, trovo solo notizie di casi di stupro in India o link a ONG e loro contatti. Per le vittime di abusi è difficile persino trovare aiuto telefonico: la mancanza di informazione è totale e forse l’idea che il processo per presentare denuncia sia così arduo funziona come un grande deterrente per le persone che spesso rinunciano ad affrontare la questione”, racconta Trisha. Ecco perché è nato il portale, “il primo sito web del suo genere che fornisce tutte le informazioni rilevanti in un unico posto”. Si trovano informazioni su come individuare gli atti di abuso sessuale riconosciuti dalla legge e presentati in maniera semplice. Si trovano le misure da prendere passo dopo passo quando si va in un ospedale, in una stazione di polizia, quando viene assegnato un avvocato, sui procedimenti giudiziari e su come affrontare le molestie sessuali sul posto di lavoro. L’informazione è accessibile anche in Hindi, Marathi e tedesco”. Il portale è stato lanciato all’inizio di agosto e nella sua fase successiva prevede la mappatura delle stazioni di polizia, degli ospedali e degli psicologi, nonché di tutti i posti dove le vittime possono trovare aiuto immediato”.

Il presidente Obama ha nominato Raffi Freedman-Gurspan Outreach and Recruitment Director della Casa Bianca. Raffi è stata advisor per il National Center for Transgender Equality e ha iniziato il suo nuovo lavoro proprio in questi giorni. Freedman-Gurspan è la prima persona dichiaratamente transgender a lavorare a Pennsylvania Avenue. “Il presidente Obama ha da tempo detto che vuole la sua amministrazione assomigli al popolo americano”, spiega a The Advocate.com Mara Keisling, direttore esecutivo di NCTE. “Che il primo incarico a una persona transgender venga assegnato a una donna transgender di colore è particolarmente significativo”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 26 maggio 2015

Feminist Gloria Steinem speaks to the media after her group of peace activists crossed the border line through the demilitarised zone (DMZ) separating the two Koreas on Sunday.

Feminist Gloria Steinem speaks to the media after her group of peace activists crossed the border line through the demilitarised zone (DMZ) separating the two Koreas on Sunday.

Salve a tutte e a tutti da Angela Gennaro, benvenuti al nostro viaggio di approfondimento nel mondo delle donne su Radio Bullets.

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Questa settimana cominciamo con lo Sri Lanka, dove le giocatrici della squadra di cricket femminile, scrive l’AdnKronos, sono state costrette a compiere favori sessuali per mantenere il loro posto nella squadra. Lo riferisce il ministero dello Sport del Paese spiegando che la prova delle molestie sessuali è stata scoperta in un’indagine avviata lo scorso anno dopo la denuncia di una giocatrice esclusa per aver rifiutato di fare sesso con alcuni funzionari di cricket. Sono già state avviate procedure disciplinari, ha detto il ministero, senza nominare gli individui coinvolti.

Medici senza Frontiere denuncia l’intensificarsi dei combattimenti in Sud Sudan che starebbe esponendo i civili a una violenza diffusa e limitando fortemente l’arrivo degli aiuti necessari. Il forte aumento di violenza negli stati di Unity, Jonglei e dell’Upper Nile ha portato alla sospensione dei servizi medici, la distruzione delle strutture sanitarie e l’evacuazione del personale medico. A Bentiu, i combattimenti e l’insicurezza delle ultime settimane hanno costretto MSF a sospendere diverse cliniche mobili nelle zone circostanti. In una zona a Nhialdiu, MSF forniva visite mediche gratuite per centinaia di persone ogni giorno. MSF continua a gestire un ospedale all’interno dei campi della “Protezione dei Civili” dell’ONU a Bentiu che ha visto più di 11.000 nuovi arrivi, di cui la maggior parte donne e bambini. Molte persone hanno raccontato a MSF la violenza da cui stavano scappando: interi villaggi rasi al suolo; famiglie separate; attentati e omicidi; l’abbandono dei feriti, e la violenza sessuale contro donne e bambini. MSF ha curato una donna incinta che è arrivata con un grave infortunio alla gamba dovuta a una mina esplosa. Non aveva ricevuto nessun tipo di assistenza medica per nove giorni.

In Canada, dove si e’ in questi giorni tenuto una marcia di Walk a Mile in Her shoes – in cui gli uomini indossano scarpe da donna con tacchi rossi e camminano per dire no alla violenza di genere – le statistiche parlano del 96 per cento delle persone che ritiene che qualsiasi attività’ sessuale debba essere consenziente. Ma uno su tre non sa definire il consenso. Ogni notte 3,300 donne canadesi e i loro 3,000 bambini dormono nelle case rifugio per donne vittima di violenza domestica.

Una campagna di fundraising contro la violenza di genere. Accade nelle isole di San Juan un arcipelago nello Stato di Washington a nord ovest degli Stati Uniti, al confine con il Canada e a poca distanza dall’Isola di Vancouver. La campagna si chiama 100 stand up men: 100 dollari dedicati alla donna della propria vita: il ricavato verrà devoluto in strumenti di pianificazione di politiche di sicurezza ma anche in prevenzione nelle scuole. Richard Lowe, unico avvocato uomo per le vittime del DVSAS, ovvero Domestic Violence and Sexual Assault Services of the San Juan Islands, spiega: “È una questione di uomini che approcciano su questo tema altri uomini. Vogliamo essere un esempio per gli altri uomini affinchè smettano di alimentare il silenzio. Non è un problema di genere, è un problema umano. ”

Sempre negli Stati Uniti sta facendo discutere l’arresto di Ray McDonald, difensore della squadra di football americano Chicago Bears, con l’accusa di violenza domestica e di messa a rischio di minori. Avrebbe aggredito una donna, e mentre teneva in braccio un bimbo. Il giocatore era già stato arrestato in passato con l’accusa di violenza, ma non erano state presentate denunce a suo carico ed era quindi stato rilasciato. La squadra lo ha esonerato.

Women Cross DMZ, una delegazione di 30 attiviste per la pace provenienti da 15 paesi diversi, ha marciato, il 23 maggio scorso, per due chilometri e mezzo lungo il recinto di filo spinato insieme a 300 tra cittadini, membri della società civile e gruppi religiosi della Corea del Sud dopo aver attraversato la zona demilitarizzata tra le due Coree. “Non eravamo certi di potercela fare, ma ci sentiamo orgogliosi per questo viaggio realizzato senza intoppi e in nome del dialogo, della pace e dei diritti umani delle donne”, ha spiegato Steinem, 81 anni.

Un gruppo di donne nere ha protestato in topless, bloccando il traffico nel centro di San Francisco, per attirare l’attenzione sull’uccisione di donne nere e di bambini da parte della polizia. La manifestazione, si legge su USA Today, faceva parte di una giornata nazionale di azione per protestare contro la morte di Aiyana Jones, Tanisha Anderson, Yvette Smith, Rekia Boyd e di altre donne e ragazze uccise da agenti delle forze dell’ordine.

Militanti dell’ISIS hanno bruciato viva una donna di 20 anni perché ha rifiutato di prendere parte a quello che viene definito un “atto sessuale estremo”. Zainab Bangura, rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale in guerra, ha recentemente condotto un tour nei campi profughi dei conflitti in Siria e in Iraq. L’ISIS – ha spiegato in un’intervista al Middle East Eye, “stupra, riduce in schiavitù sessuale, costringe alla prostituzione e compie altri atti di estrema brutalità. Abbiamo sentito il caso di una ragazza di 20 anni bruciata viva perché si rifiutava di compiere un atto sessuale estremo, e di molti altri atti sessuali sadici. Abbiamo faticato a capire la mentalità di persone che commettono tali crimini”, spiega Bagura.

SI inaugura il 31 maggio a Berlino la mostra “Sogni realizzabili? Italiane a Berlino” ideata dalla sezione berlinese di Rete Donne e.V. (l‘associazione delle donne italiane in Germania). Il tema è la nuova migrazione femminile italiana in Germania e le opere esposte la raccontano attraverso diverse prospettive le “moderne” protagoniste di un fenomeno in realtà “antico”.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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