Archivi tag: Pakistan

#Donnenelmondo del 10 giugno 2016

marcio-freitas-photos-themed-i-ll-a567-diaporama

Ascolta la puntata.

Pensate alle parole con cui è stata raccontata sui giornali la morte di Sara Di Pierantonio, la ragazza di 22 anni uccisa e bruciata da un uomo che invece che affrontare i suoi problemi culturali, sociali, antropologici, mentali non ha trovato di meglio da fare che uccidere la donna che si era sottratta al suo possesso. Provate un po’ a visualizzare quegli articoli – lo so, è già complicato, dato che l’enormità della vicenda è già scomparsa dai nostri giornali. Ma nei pezzi dei giorni immediatamente successivi al femminicidio di Sara troverete la descrizione della vittima. Quello che ha fatto, quello che non ha fatto, come non si sia sottratta al suo “destino” (virgolette), come persino la geolocalizzazione del suo smartphone abbia contribuito alla sua morte. Un’impostazione che, per molti, fa parte del problema. L’analisi grammaticale dell’azione della donna, la necessità di difenderla e di difendersi, che fagocita l’attenzione delle azioni del violento e di come sia arrivato ad agire come ha agito. Non è un tema solo italiano, anzi. Andiamo in Australia, dove – si legge su The Conversation – “fino a poco tempo, la violenza domestica contro donne e bambini era invisibile al pubblico. Oggi invece ampia è la copertura mediatica, ma uno studio australiano – uno dei più grandi del suo genere – sottolinea come in questa copertura, gli autori delle violenze restino ancora sostanzialmente “invisibili”. Il termine “autore invisibile” si riferisce al modo in cui quasi il 60% delle notizie di stampa su un fatto violento non fornisca praticamente alcuna informazione sull’autore di quella violenza. Il termine deriva dal nuovo studio, uno dei più grandi del suo genere, qui o all’estero. La violenza contro le donne, si legge nello studio, è commessa da un’altra persona, di solito un uomo, di solito un uomo che una donna conosce, eppure quella violenza viene spesso riportata come se l’altra persona – fidanzato, marito, compagno – non esistesse. Si fa l’esempio di un titolo del Daily Telegraph: “Un’ascia fa a pezzi una famiglia”. E chi l’ha usata l’ascia per ammazzare Tara? (Fermo restando il garantismo e la correttezza di quanto riportato, si badi). E anche quando gli autori vengono citati, spiega ancora lo studio, i giornalisti tendono ad usare – consapevolmente o meno – una costruzione passiva delle frasi, oscurando o elidendo chi ha perpetrato la violenza e con quale grado di intenti. Insomma: di recente quantità e qualità della copertura mediatica della violenza contro donne e bambini sono migliorate, ma resta un notevole margine di lavoro da fare.

Andiamo in Brasile, dove nei giorni scorsi si è tenuta una manifestazione contro la violenza sulle donne a Copacabana, a Rio de Janeiro. Sulla spiaggia sono state lasciate 420 paia di slip: si tratta del numero delle donne che subiscono violenza nel paese ogni 72 ore. A fine maggio – ricorda Huffington Post – le immagini di una ragazza di 16 anni violentata da più di 30 uomini in una favela di Rio hanno avuto ampia diffusione sui social media, acuendo il dibattito su sessismo e violenza in Brasile. Hashtag come #EstuproNuncaMais (“Mai più uno stupro”) e #EstuproNaoTemJustificativa (“Lo stupro non può essere giustificato”) si sono rapidamente diffusi su Twitter. Nel 2014 sono stati registrati in Brasile 50mila stupri, ma gli esperti ritengono che i numeri descrivano solo grossolanamente la situazione. Secondo l’Istituto brasiliano di ricerca economica applicata , nel Paese avverrebbero fino a 500mila casi di violenza sessuale ogni anno.

Ne abbiamo parlato una settimana fa nel notiziario di Radio Bullets: la proposta di legge del Consiglio dell’ideologia islamica del Pakistan, un organo consultivo, per legalizzare la violenza domestica autorizzando le botte “leggere” alle mogli. Proposta che vede come risposta la protesta su Twitter. Violenza “in forma lieve” – hanno scritto gli integralisti musulmani nella loro proposta di 163 pagine – laddove, si legge su IoDonna, le donne si rifiutano di fare sesso, lavarsi dopo avere avuto rapporti e durante le mestruazioni, oppure anche solo se non indossano quello che desidera il marito. L’hashtag è #TryBeatingMeLightly (“Prova a picchiarmi in forma lieve”, e a farlo circolare sono i ritratti, in bianco e nero, del fotografo Fahhad Rajper. Ritratti di donne pachistane che hanno preso posizione contro la proposta di legge. Tweet come: “Prova a picchiarmi in modo leggero e vedrai che ti avvelenerò… con leggerezza!”. E ancora: “Sono il sole, toccami e ti brucerai come se fossi finito all’inferno. Sono la luce, proverai a fermarmi ma non ci riuscirai. Non potrai contenere la mia energia. Sono il tipo di donna da cui prendono il nome i tifoni. Ti sfido”. L’esperta di marketing digitale Shamilah Rashid scrive: “Prova a picchiarmi in modo leggero e farò in modo che sia l’ultima cosa che farai nella tua vita patetica”. E aggiunge: “Non voglio che le ragazze crescano pensando che se un uomo ti picchia allora vuol dire che ti ama. E che un giorno il suo comportamento migliorerà: no, la violenza di genere è inaccettabile. Sempre”. Il Pakistan, si legge su IoDonna, resta uno dei paesi dove la violenza di genere è pervasiva. Almeno 4.308 i casi di violenza denunciati da donne e ragazze nei primi sei mesi dell’anno.
La polizia della città pakistana di Lahore ha arrestato una donna sospettata di aver ucciso sua figlia per essersi sposata senza il consenso della famiglia. Lo riporta la BBC. La polizia dice che il corpo di Zeenat Rafiq mostra segni di torture. È stata cosparsa di benzina e data alle fiamme. È il terzo caso del genere in un mese in Pakistan, dove sono comuni gli attacchi contro le donne che vanno contro le regole conservatrici su amore e matrimonio. La scorsa settimana – ne abbiamo parlato – una giovane insegnante, Maria Sadaqat, è morta dopo che le avevano dato fuoco a Murree vicino a Islamabad per aver rifiutato una proposta di matrimonio.

Avete presente la locandina del prossimo film di “X-Men: Apocalypse”? È uscita la scorsa settimana, ne parla il Guardian: “Quando è uscito”, scrive Laura Bates, “è apparso chiaro che chi che aveva dato il via libera a quella pubblicità non era riuscito a notare qualcosa che sembra assolutamente ovvio a molti che lo guardano. Il manifesto raffigura palesemente la violenza contro le donne drammatizzata”. È la scena in cui Mystique (interpretata da Jennifer Lawrence) viene strangolata da Apocalypse (interpretato da Oscar Isaac), e lo slogan è: “Solo i forti sopravvivranno”. “C’è un grave problema quando uomini e donne alla 20th Century Fox pensano che la violenza casuale contro le donne possa essere il modo di commercializzare un film”, dice l’attrice Rose McGowan. Certo, è una scena del film ma “nella pubblicità non viene dato alcun contesto” e alla fine si tratta di una donna strangolata. Il fatto che nessuno l’abbia rimarcato è francamente stupido e offensivo”. Hollywood, si legge ancora sul Guardian, ha una lunga e frustrante storia di utilizzo di sessismo per vendere film. Su Tumblr c’è una pagina, The Headless women of Hollywood, Le donne senza cervello di Hollywood, che raccoglie esempi indicativi. La 20th Century Fox ha risposto alle critiche con una nota: “Non ci siamo accorti subito della connotazione sconvolgente di questa immagine in forma stampata”, aggiungendo che mai “perdonerebbe la violenza contro le donne”. Ma il fatto che non ci abbiano visto da soli alcun problema, si legge sul Guardian, la dice lunga.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Tongam Rina Una giornalista che non viene messa a tacere neppure dai proiettili – se n’è beccata una nel luglio 2012 nello stomaco, proiettile che le ha sfiorato il midollo spinale. Un uomo armato l’ha aspettata insieme a dei complici all’ingresso dell’Arunachal Times a Itanagar, capitale dello stato indiano di Arunachal Pradesh. Quasi 2 anni più tardi, il presunto autore dell’attentato è stato arrestato e successivamente rilasciato. Lei continua la sua lotta alla corruzione endemica e contro i 150 progetti di dighe in cantiere nella regione di confine.

Lascia un commento

Archiviato in Donne, Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 4 marzo 2016

razan-1024x652

Dal Pakistan al Giappone, da Bristol alla Siria. Passando per tutto quello che i media non scrivono di Maya Angelou. Ascoltare per credere.

Ascolta la puntata.

A Girl in the River: the price of forgiveness di Sharmeen Obaid-Chinoy vince l’Oscar 2016 per il miglior documentario. “Ogni anno”, si legge sul sito degli Oscar, “più di 1.000 ragazze e donne sono vittima di delitti d’onore a sfondo religioso in Pakistan, soprattutto nelle zone rurali. La diciottenne Saba è una ragazza che si innamora e scappa di casa e che per questo viene presa di mira dal padre e dallo zio. Saba è sopravvissuta e ha raccontato la sua storia, mentre i suoi aggressori sono stati liberati. Per Sharmeen Obaid-Chinoy si tratta della seconda nomination all’Oscar.

Giappone. Quasi un terzo delle donne lavoratrici dichiara di aver subito molestie sessuali sul posto di lavoro: contatti fisici indesiderati, ad esempio, o commenti degradanti. È quanto emerge da uno studio realizzato dal governo giapponese: il primo del suo genere, secondo quanto riporta l’Associated Press. Il 29% delle intervistate ha dichiarato di aver subito molestie sessuali. La classifica delle molestie vede al primo posto – nel 54% dei casi – il fatto che, nel 54% dei casi la conversazione verta su aspetto o età della donna. Al secondo posto, nel 40% dei casi, ci sono i contatti fisici indesiderati e al terzo – 38% – le domande a sfondo sessuale. Seguono inviti a pranzo o ad uscire nel 27% delle risposte. Nella classifica del World Economic Forum sul gender gap, il divario di genere, il Giappone si assesta al 101esimo posto sul totale di 145 Paesi. Anche se, si legge ancora su AP, il primo ministro Shinzo Abe ha fatto dell’incoraggiamento alle donne a lavorare e fare carriera uno dei pilastri della sua politica, il progresso è stato graduale. Le donne occupano oggi circa l’8 per cento delle posizioni di leadership in imprese con più di 100 dipendenti. Nello studio governativo non vengono enunciate eventuali misure specifiche per ribaltare la situazione. In molte aziende giapponesi, le donne sono collocate su percorsi professionali diversi da quelli degli uomini. Spesso hanno un lavoro part time, anche perché la maggior parte degli uomini giapponesi raramente dà una mano nei lavori domestici. Il fenomeno per cui le donne escono dal mercato del lavoro per avere figli, per poi rientrarvi in un secondo momento, è ancora molto diffuso in Giappone. Lo studio ha rilevato anche il fenomeno delle “molestie da maternità”, ovvero la bullizzazione delle donne cui viene intimato, più o meno esplicitamente, di lasciare il lavoro quando restano incinta.

Molte testate l’hanno riportata come notizia succulenta: la decisione di una società di Bristol di introdurre la “period-policy” per le sue lavoratrici, basata sull’idea che tenere conto del ciclo mestruale mensile delle dipendenti possa essere positivo anche “per gli affari”. Coexist è un’impresa sociale, ma in realtà non ha una policy-mestruazioni come scritto da molti esimi colleghi – lo smentisce infatti sulla pagina Facebook: quello che sta portando avanti è una discussione sulla flessibilità sul posto di lavoro a supporto dei cicli naturali della vita di donne e uomini. Proprio su questo sarà incentrato l’evento del 15 marzo organizzato dall’azienda con Alexandra Pope, autrice del libro Mestruazioni che vive a Sydney, in Australia, dove lavora come psicoterapeuta. Nel corso dell’evento – si legge sul sito – Alexandra presenterà un’immagine radicalmente nuova del ciclo mestruale, descritto come una risorsa per l’intera organizzazione. Si parlerà di come imparare a massimizzare il benessere di tutti – TUTTI, maiuscolo – i dipendenti, favorendo un approccio positivo al ciclo mestruale e di come implementare l’efficienza sul posto di lavoro utilizzando i cicli naturali di uomini e donne. Si analizzerà l’opportunità di sperimentare – questo sì – una “policy-mestruazioni” in azienda e nell’organizzazione della vita quotidiana. La consapevolezza del ciclo insomma, e naturalmente la non vergogna, sono strumenti di consapevolezza per le donne ma anche per la società tutta.

E continuiamo anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Razan Zaitouneh. Scrittrice e avvocata per i diritti umani, ha fondato il Centro di Documentazione delle violazioni in Siria nel 2011, Razan Zaitouneh è stato rapita il 9 dicembre 2013 insieme al marito e due colleghi del Centro nei sobborghi di Damasco, dove si erano nascosti per sfuggire alle forze governative. Non si sa con certezza chi li abbia rapiti, ma alcune fonti hanno dichiarato che si è trattato di membri del gruppo salafita Jaysh al-Islam. Premiata con numerosi riconoscimenti tra cui il premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 2011 e l’International Women of Courage Award nel 2013, Zaitouneh sapeva di essere minacciata. In un video messaggio registrato cinque giorni prima della sua scomparsa, ha detto: “Saluto le migliaia di uomini e donne che lavorano in silenzio alle fondamenta per realizzare il loro sogno di libertà e di giustizia”.

Su Upworthy la storia di Maya Angelou, poetessa, attrice e ballerina morta il 28 maggio del 2014 a 86 anni. Nata Marguerite Ann Johnson, ha pubblicato, in mezzo secolo, un’autobiografia divisa in sette parti, tre libri di saggistica e numerose raccolte di poesia, oltre a libri per bambini, drammi teatrali, sceneggiature e programmi televisivi. In un’intervista del 2009 con Maya Angelou, Gary Younge scriveva sul Guardian: “Per conoscere la storia della vita di Maya è necessario chiedersi cosa si è fatto con la propria, di vita, ed essere felici del fatto di non essere dovuti passare attraverso la metà delle cose che ha passato lei. Prima dei 40 è stata ballerina professionista, prostituta, docente, attivista, cantante, e redattrice. Ha vissuto in Ghana e in Egitto, è stata in giro per l’Europa con un corpo di ballo e si è stabilita praticamente in quasi tutte le regioni degli Stati Uniti “. Ecco nove cose che raccontano di questa poetessa ma di cui i media non si sono occupati. Aspetti che raccontan, si legge su Upworthy, che meravigliosa essere umana Maya sia stata. 1. È stata la prima donna nera autista di una macchina a San Francisco. Aveva 14 anni. 2. Ha realizzato un documentario in 10 parti sull’influenza della cultura Afro-Americana nel panorama americano. Lo ha fatto all’epoca della morte di Martin Luther King Jr., assassinato il giorno del suo 40esimo compleanno, il 4 aprile 1968. Il tutto senza alcuna formazione formale come filmmaker. 3. Si è sempre lanciata in feste epiche. Anche a 80 anni. 4. Quando viveva in Egitto era una delle due uniche persone afroamericane a lavorare per una testata in Medio Oriente. L’altro era David Du Bois, figliastro dell’attivista e storico W.E.B. Du Bois, che ha lottato duramente per convincere The Arab Observer ad assumere Angelou. Ci riuscì e lei divenne divenne l’unica donna nella redazione del magazine. 5. Sapeva decisamente cosa fosse importante nella vita. Maya Angelou fece in modo di tenere separate vita personale e professionale. Scrivere era per lei molto importante, ma era soprattutto fondamentalmente un lavoro, e lei faceva in modo di non farlo a casa. 6. Parlava cinque lingue oltre all’inglese: francese, spagnolo, ebraico, italiano e fanti, una lingua del Ghana. 7. Sapeva quello che voleva. Quando accettava un’intervista, forniva l’intervistatore di una lista incredibilmente semplice di regole. Come ad esempio: un dialogo che è un incontro. “Angelou spesso fa una pausa prima di parlare o quando completa il suo pensiero. Si prega di trattenere il proprio pensiero fino a quando lei ha finito di parlare”. Temperatura ambiente: “Maya Angelou richiede ambienti caldi. È possibile togliere la giacca o allentare la cravatta se si trova la stanza troppo calda”. 8. Dopo essere stata abusata sessualmente da bambina, Maya ha smesso di parlare per sei anni. Non c’è niente di bello in questo, ovviamente, scrive Upworthy. Ma meraviglioso fu il modo in cui Maya ha mantenuto la sua mente acuta e sveglia: memorizzando le poesie di Edgar Allen Poe. 9. Infine, la sua musica è fantastica. Ascoltare per credere: questa è “Run Joe”.

Lascia un commento

Archiviato in Donne, Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 febbraio 2016

Shamma-Al-Mazrui

Siria, MSF: sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Zika, il Papa: contraccezione sì, aborto mai. Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni in Uganda. Dal carnevale di Rio al “silenziamento” della gestione maschile del corpo delle donne in Brasile. Oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India ha nozioni distorte di violenza domestica. E pensa sia normale. Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Torneo di beach volley in Iran: ma le donne non possono (ancora) entrare. Le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Honduras, una donna uccisa ogni 16 ore. Khadija Ismayilova è l’eroina dell’informazione della settimana, dalla classifica di RSF. 

Ascolta la puntata.

Siria. 1,9 milioni di persone vivono sotto assedio, le frontiere sono chiuse ai rifugiati e dilagano i bombardamenti contro strutture mediche e aree densamente abitate. È l’allarme lanciato dall’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere, con un appello specifico agli stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, che sono parte attiva del conflitto: devono rispettare le risoluzioni da loro stessi approvate per fermare il massacro e garantire che i loro alleati assicurino la dovuta protezione ai civili ed evitino i combattimenti in aree civili. MSF presenta l’impatto del conflitto contro i civili attraverso i dati raccolti in 70 fra gli ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione in Siria nordoccidentale, occidentale e centrale. Nel complesso, sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Il rapporto denuncia che 63 ospedali e strutture sanitarie supportate da MSF sono state attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni nel solo 2015. 12 strutture sono state distrutte e 23 membri dello staff sono rimasti uccisi.

“Alle donne esposte al virus Zika potrebbe essere permesso di usare contraccettivi per evitare le gravidanze”. Lo ha suggerito Papa Francesco nel corso della lunga conferenza stampa che come di consueto ha tenuto sul volo papale, questa volta di ritorno dal Messico. “Ma l’aborto, quello resta il “male assoluto”, un crimine”. E non dovrebbe mai essere permesso, nemmeno per quelle donne che aspettano un bambino con seri danni cerebrali causati dal virus Zika.

Una donna brasiliana vestita come l’artista messicana e icona femminista Frida Kahlo apre una lattina di birra. Altre mostrano cartelli con slogan come “Let me samba in peace”. Questo, si legge su Vice News, è stato il carnevale di Rio de Janeiro. Mulheres Rodadas – un termine slang che significa “donne che sono già state in giro” – è un gruppo nato poco più di un anno fa con l’obiettivo di combattere quello che viene definito un certo tipo di “silenziamento”, in Brasile, della discriminazione sessuale che sembra celebrare la libertà femminile ma che spesso significa tutt’altro. “La gente dice che in Brasile le donne si vestono come vogliono”, spiega Debora Thomé, “Quindi come si può volere più libertà? Ma diciamo che è come gli uomini vogliono che le donne si comportino. Una donna si può mettere quello che vuole, ma poi diventa vittima di violenza a causa di quello che indossa”. Un nuovo movimento femminista insomma, che sta crescendo in un Paese dove l’aborto è ancora illegale ad eccezione dei casi di stupro, quando la vita della madre è in pericolo, quando nel feto si riscontra una malformazione che porta alla sicura morte del bambino e nota come anencefalia. Il movimento nasce anche in risposta all’emendamento proposto da Eduardo Cunha, deputato e leader del potente blocco cristiano evangelico del Congresso. Che ha presentato un emendamento per cui per accedere all’aborto le vittime di stupro devono obbligatoriamente denunciare il crimine e sottoporsi ad esame medico forense. Di lui, le femministe brasiliane dicono: “Oh no, Eduardo Cunha vuole controllar era tua vagina”. In Brasile, spiega ancora Thomé, gli uomini sentono di avere “il diritto di controllare il corpo delle donne. Pensate a quell’emendamento”. Solo il 10% dei deputati del congresso è donna: quindi in pratica gli uomini stanno decidendo se e quando le donne possono abortire”.

Giappone: videogiochi, sesso e violenza. RapeLay, dove si gioca nei panni di un predatore sessuale, è il caso estremo, ma molti sono i giochi e i cartoni animati giapponesi che hanno un rapporto “ controverso” con questo tipo di contenuti. Alcuni provvedimenti sono già stati presi, ma ora il Comitato CEDAW (Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) chiede di più. Ed “esorta vivamente il Giappone a vietare la vendita di videogiochi o fumetti che abbiano come contenuto stupri e violenza sessuale contro le donne che così normalizzano e promuovono la violenza sessuale contro le donne e le ragazze”.

Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni. Accade a Kampala, in Uganda. Una decisione che arriva dopo che gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per l’atmosfera elettorale deteriorata che si stava creando in vista delle elezioni del 18 febbraio. La violenza sotto elezioni è un elemento che si ripete in molti Paesi africani, innescata da tensioni politiche o etniche o da processi elettorali viziati: e donne e bambini sono le persone che hanno più probabilità di subirla. Jessica Nkuuhe, coordinatrice nazionale dell’Uganda’s Women Situation Room, spiega che il centro di controllo lavorerà fino al 20 febbraio. In passato, spiega Nkuuhe, non ci sono state segnalazioni di violenze elettorali sulle donne in Uganda, ma elettrici e candidate hanno affrontato diversi tipi di violenza psicologica, e hanno fatto fronte agli sforzi portati avanti per impedire loro di votare. “Sono stati riportati anche episodi di violenza domestica derivanti da differenze nella scelta del partito o dei candidati”, spiega a Reuters. Yowecri Museveni, presidente dell’Uganda, ha governato il Paese per tre decenni da quando è salito al potere dopo una guerra-guerriglia durata cinque anni. Anche in queste elezioni Museveni è il favorito e potrebbe vincere un mandato di altri cinque anni, ma questa è per lui l’elezione più difficile. Il mese scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che vi erano state numerose segnalazioni di “eccessiva forza, ostruzionismo, dispersione di manifestazioni dell’opposizione, intimidazioni e arresti di giornalisti” da parte della polizia, in un clima elettorale definito “di paura e intimidazione”. Patricia Munaabi Babiiha, direttrice esecutiva del Forum for Women in Democracy, spiega che la sala di controllo impiega donne e giovani e coinvolge anche rappresentanti della polizia e funzionari della Commissione elettorale. Sono stati formate 450 persone, tra donne e giovani, distribuiti in 15 distretti considerati punti cruciali per l’osservazione e il monitoraggio delle elezioni da una prospettiva di genere e di violenza. Sono stati formati anche 10 giovani volontari, operatori del call center che riceve e registra le segnalazioni e fa partire gli interventi in caso di necessità. Quello della situation room di genere è un progetto realizzato dall’Angie Brooks International Center (ABIC) durante le elezioni in Liberia del 2011 e poi replicato con successo durante le elezioni in Senegal, Sierra Leone, Nigeria e Kenya.

Da un recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione emerge che oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India possiede contorte e male informate nozioni sulla violenza domestica. Lo studio ha rilevato che il 53 per cento delle ragazze in entrambi i paesi ritengono che la violenza domestica sia giustificata. Secondo i dati raccolti in India e in altri Paesi in via di sviluppo, un’alta percentuale di adolescenti maschi ha la stessa convinzione. Gli atteggiamenti regressivi sui ruoli di genere si sono infiltrati ormai così profondamente nella cultura e nella società che spesso le vittime, reali o potenziali, di violenza domestica e di violenza contro le donne, ritengono che non ci sia nulla di sbagliato in quei comportamenti. C’è una tendenza a incolpare le vittime di violenza per la loro situazione, mentre l’autore viene del tutto assolto da qualsiasi responsabilità. La struttura sociale patriarcale, si legge su The Express Tribune, la diffusa disuguaglianza di genere, contorte nozioni del concetto di onore, un quadro giuridico debole e un generale aumento della violenza nella società hanno contribuito al fatto che la violenza domestica sia considerata come una componente accettabile dell’esistenza. Una sindrome di Stoccolma a livello di società, si legge ancora, per cui nelle vittime si sviluppano sentimenti di simpatia nei confronti dei rapitori o dei violenti. Questa mentalità prepara le giovani donne a una violenza che dura per tutta la vita. I loro figli saranno esposti per la stessa violenza e da grandi alle stesse credenze.

Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Il governo indiano ha emanato specifiche direttive affinché le stazioni di polizia raccolgano le denunce di violenza sulle donne e venga fatto un lavoro in termini di istruzione e formazione tra le forze di polizia. Un portavoce del governo ha fatto sapere che si stanno portando avanti molteplici sforzi per l’empowerment delle donne, cominciando dalle forze dell’ordine e da quelle stazioni di polizia troppo al maschile. Il progetto è anche quello di aumentare del 33% la presenza femminile all’interno delle forze di polizia. Al momento è del 6-7%.

Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Le nuove nomine includono cinque donne, portando il numero totale della rappresentanza femminile al numero record di otto donne su un totale di 29 membri di gabinetto. Shamma al Mazrui, 22enne e ministra per gli Affari Giovanili, è la più giovane ministra del mondo; sarà anche a capo del Consiglio Nazionale Giovanile degli Emirati.

È cominciato in questi giorni il primo torneo di beach volley mai ospitato in Iran. Nonostante le ripetute promesse della Federazione internazionale di pallavolo, alle donne viene ancora negato l’ingresso alle partite, tra le intimidazioni dei funzionari locali. Human Right Watch ha lanciato una campagna su Twitter e Facebook per chiedere alla Federazione di mantenere le sue promesse. L’hashtag è #Watch4Women.

Che si tratti di aree urbane o rurali, di paesi sviluppati o in via di sviluppo, le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Come dichiarato da UN Women – scrive Angelique Moss su The Diplomat, donne e ragazze temono e sperimentano differenti forme di violenza sessuale negli spazi pubblici, dagli ammiccamenti alle palpate, stupri e femminicidi. Accade dappertutto: le donne che vivono in Paesi e regioni “avanzati” non sono esenti dalle molestie in pubblico. Il 20% delle donne dichiara di aver vissuto una di queste esperienze in pubblico, secondo un sondaggio condotto nel 2014 dalla no-profit statunitense Stop Street Harrassment. Nella sola Londra, il 43% delle giovani dichiara di aver subito aggressioni e molestie nel 2012. Questo vuol dire per le donne, semplicemente, restrizione delle libertà. In risposta a questi dati UN Women ha lanciato l’iniziativa Safe Cities Global Initiative, con due principali filoni: Safe Cities Free of Violence against Women and Girls, attivo in Ecuador, Egitto, India, Papua Nuova Guinea e Rwanda. L’altro è Safe and Sustainable Cities for All, programma congiunto portato avanti con UNICEF e UN-Habitat. È attivo in Brasile, Costa Rica, Honduras, Kenya, Libano, Marocco, Filippine e Tajikistan.

L’Honduras ha tra i più alti tassi di femminicidi nel mondo, e come spesso accade l’impunità dilagante perpetra e alimenta la violenza di genere con una donna uccisa ogni 16 ore. “Io sono una donna e vivere senza violenza è un mio diritto” è la nuova campagna lanciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite con il sostegno del governo honduregno per ridurre i tassi scioccanti di violenza contro le donne attraverso azioni di consapevolezza. In Honduras il tasso di femminicidi violenti è aumentato di oltre il 260 per cento tra il 2005 e il 2013. Nel solo 2014, almeno 513 donne sono state vittime di femminicidio in Honduras, secondo le statistiche CEPAL. Secondo il Centro per i diritti della donna del Paese, nel 2015 una donna è stata uccisa ogni 16 ore. L’Honduras è anche considerato tra i primi 10 paesi al mondo con il più alto tasso di impunità. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, l’impunità ha un impatto particolarmente pesante sulle donne e “alimenta l’accettazione sociale del fenomeno della violenza contro le donne”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Khadija IsmayilovaQuando è stata condannata l’anno scorso a lavorare come spazzina per le strade per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, la giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova ha risposto con un sorriso che avrebbe “ripulito questo paese dalla sporcizia”: una cosa a cui era abituata. Ismayilova è noto per le sue indagini approfondite sulla corruzione tra i più alti livelli di governo. Incluso il clan presidenziale che gestisce i settori più redditizi dell’economia e i suoi investimenti in paradisi fiscali. Ex capa della sezione dell’Azerbaijan di Radio Free Europe/Radio Liberty, lavora per una serie di organi di informazione nonché per il consorzio internazionale di giornalismo investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project. Corre considerevoli rischi a livello personale. Nel 2012 e nel 2013 è stata bersaglio di una campagna diffamatoria e di un tentativo di ricatto con scene di un video girato da una telecamera nascosta nella sua camera da letto. Nel febbraio di quest’anno un cambiamento di tattica ha portato ad accusarla questa volta di spionaggio. Secondo il pubblico ministero che l’ha interrogata per tre giorni di seguito, è stata accusata di aver trasmesso segreti di stato al Congresso degli Stati Uniti. Ma ci vuole ben altro per convincerla a smettere di portare avanti le sue inchieste.

Continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook, su Twitter e Instagram con l’account @RadioBullets, sul nostro sito www.radiobullets.com. Iscrivetevi alla nostra newsletter e, se volete, sostenete il nostro lavoro cliccate qui.

Lascia un commento

Archiviato in Donne, Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 15 luglio 2015

Laura-Bates1

Ascolta la puntata.

Andiamo subito in Pakistan, a Lahore, dove prosegue il dibattito sul Punjab Protection of Women Against Violence Bill. Lo scrive The Express Tribune. I punti su cui si sta lavorando sono diversi: tra questi l’obbligo, per chi viene accusato di violenza contro una donna, di indossare un braccialetto con localizzatore GPS. Una proposta che ha sollevato molte critiche e che ha portato alcuni a dire che non tiene conto del fatto che in realta’ potrebbe costituire un pericolo per le vittime stesse. Nelle sue raccomandazioni inviate al Dipartimento legale, la commissione di revisione ha suggerito che l’obbligo di indossare questi braccialetti venga limitato solo ai casi di abusi odiosi. Una definizione che spetterebbe ai tribunali. “Troppo spesso gli abusatori vivono sotto allo stesso tetto delle loro vittime”, spiega la deputata Azma Bokhari. “Questi uomini potrebbero considerare il braccialetto come uno stigma e costituire una minaccia ancora piu’ grande per queste donne”. Altre raccomandazioni sul disegno di legge riguardano alcune definizioni contenute come “donna” e “abusi”. Nel primo caso c’e’ il rischio di lasciare fuori dall’applicazione della futura legge le ragazze e le minori, e nel secondo caso di introdurre la parola ‘abuso’ e non solo ‘violenza’ per comprendere anche i casi di disagio economico e psicologico causato alle vittime.

Passiamo alle Fiji, dove il Women’s Crisis Centre mette nero su bianco la necessita’ di promuovere l’uguaglianza di genere a tutti i livelli. La coordinatrice Shamima Ali spiega che le cause alla radice della violenza sessuale e domestica risiedono proprio nella cultura del silenzio su questi temi, di cui la disuguaglianza di genere e’ il principale motore. Devono quindi essere fatti sforzi concreti nel’educazione delle donne e nel loro coinvolgimento nei processi decisionali grazie alla creazione di spazi in cui le donne possano finalmente poter parlare senza paura.

Nel sud della Turchia, nel comune di Adana, nel tentativo di fermare la violenza contro le donne e I casi di molestie sessuali, I veicoli del trasporto pubblico avranno da ora in avanti dei pulsanti anti-panico d’emergenza. E I conducenti verranno sottoposti a test antidroga e a valutazioni psicologiche e di istruzione senza I quali non potranno lavorare. Ne scrive l’Hurriyet Daily News. E’ un primo, piccolissimo effetto del brutale femminicidio della ventenne Özgecan Aslan lo scorso febbraio e delle molestie sessuali subite da una diciassettenne su un minibus diretto all’ospedale di Adana.

Sull’Huffington Post si parla di come la tecnologia sta aiutando le donne a combattere la violenza e a provare ad avere strumenti per sentirsi piu’ sicure, con un guest post di Hera Hussain, fondatrice e CEO di CHAYN, un progetto open source britannico di piattaforme e strumenti – hackathon (ovvero quegli eventi cui partecipano esperti di diversi settori dell’informatica) inclusi – per favorire l’empowerment delle donne. Gia’ perche’ le donne, nelle aree urbane, hanno il doppio di probabilita’ degli uomini di sperimentare episodi di violenza. I progetti piu’ di tendenza in questo momento, scrive Hera, sono quelli che permettono di realizzare report e mappe dei casi di sessismo e dei crimini correlati attraverso campagne di partecipazione e sensibilizzazione degli utenti. Applicazioni di sicurezza personale come Circle of 6 sono stati replicati in diversi mercati per aiutare le donne a mandare un segnale di SOS ad amici, familiari e servizi di emergenza. Progetti come Everyday Sexism, HarassMap e HollaBack hanno elementi di comunicazione e di storytelling. In molti casi, i dati segnalati tramite queste tecnologie hanno portato le forze dell’ordine locali a cambiare le loro abitudini e allocare risorse per creare un ambiente più sicuro per le donne. Grazie alla tecnologia, a Twitter e agli altri social media finalmente le storie femminili arrivano all’attenzione di un pubblico piu’ vasto e le campagne riescono ad attirare l’attenzione anche dell’informazione mainstream. Le donne poi stanno imparando a usare la tecnologia al di la’ del basilare, e sono sempre piu’ le sviluppatrici che in tutto il mondo diventano protagoniste in un mercato del lavoro fino ad oggi prettamente maschile.

Un tribunale marocchino ha assolto due donne, due parrucchiere di 23 e 29 anni, dall’accusa di “atti osceni” per aver indossato abiti in pubblico. Lo riporta il Telegraph. “Questa è una vittoria non solo per queste due donne, ma per tutti i membri della società civile che hanno mobilitato”, dice l’avvocato difensore Houcine Bekkar Sbai. Fouzia Assouli, a capo dell’organizzazione per i diritti delle donne LDDF, ha confermato le assoluzioni pronunciate da un tribunale nella città meridionale di Agadir. “Questa assoluzione è positivo e dimostra che indossare questo tipo di abbigliamento [un abito] non è un crimine”, ha detto la signora Assouli alla France Press. Le donne erano state arrestate lo scorso 16 giugno: mentre camminavano al mercato di Inezgane, un sobborgo di Agadir, erano state accusate di indossare abiti “immorali” dai commercianti, che le avevano circondate e infastidite.

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 aprile 2015

yazidi

Ascolta la puntata del 29 aprile 2015.

Cominciamo con l’Egitto, dove il Primo Ministro Ibrahim Mehleb annuncia l’avvio di una strategia a livello nazionale contro la violenza sulle donne, definendola una delle priorità del suo esecutivo. Lo riporta l’agenzia Meda. Mehleb ha anche aggiunto che la violenza di genere colpisce la società egiziana nel suo complesso, e che rappresenta una violazione dei valori culturali e religiosi. Il premier ha incaricato il Consiglio Nazionale per le Donne di realizzare una strategia da mettere in atto nel quinquennio 2015-2020. Il consiglio si coordinerà con le organizzazioni e le associazioni per massimizzare gli sforzi per ridurre la violenza nelle comunità e nelle famiglie e per la riabilitazione delle vittime.

Il Pakistan sta assistendo in questi giorni a un preoccupante e angosciante aumento dei casi di aggressione con l’acido e di donne con volti sfigurati o che restano cieche per tutta la vita. Sono almeno 160 le donne che quest’anno nel Paese sono state vittima di attacchi del genere.

E passiamo a un pezzo di David McFadden per l’Associated Press in cui si racconta il problema della violenza sessuale contro le lesbiche in Giamaica. Quando Angeline Jackson e un’amica sono state violentate da uomini armati appena fuori dalla capitale della Giamaica, la polizia inizialmente è apparsa preoccupata, più che dell’assalto, del fatto che la vittima fosse lesbica. Angeline Jackson ha 24 anni ed è oggi è a capo dell’unica organizzazione giamaicana per donne lesbiche e bisessuali. “Il primo poliziotto con cui ho parlato mi ha detto che avrei dovuto cambiare stile di vita e tornare in Chiesa”, ricorda lei in un’intervista con AP in cui ripercorre la violenza subita nel 2009. Un’attitudine diffusa in tutta l’isola, dove gli attivisti per i diritti dei gay affermano che gli omosessuali subiscono discriminazione pervasiva e attacchi e che le persone LGBT sono anche vittima di brutali assalti sessuali allo scopo di “guarirle” e riconvertirle all’eterosessualità o quanto meno punirle per il fatto di non adeguarsi alle norme sociali. La Giamaica, riporta AP, ha una reputazione di vecchia data di intolleranza nei confronti dell’omosessualità maschile e di convinzione diffusa che si tratti di una perversione morale importata dall’estero. Ma ora lo stigma nei confronti delle persone omosessuali e dei crimini non denunciati che vedono come vittime di violenza donne lesbiche sta ricevendo una sempre maggiore attenzione. Con una popolazione di 3 milioni di abitanti, pochi sono i casi di violenza sessuale riportati agli attivisti LGBT. Il principale gruppo che si occupa di gay right nell’isola, il J-FLAG, ha documentato una serie di casi negli anni. Come spesso accade, anche quando le violenze vengono denunciate, le indagini si rivelano difficili nell’ambito del sistema giuridico giamaicano, inefficiente e sul punto di esplodere.

Andiamo in Nord Corea. I mali del Paese, racconta il Weekly Standard, sono ben noti: campi di prigionia politica, tra le 450.000 e i 2 milioni di persone che muoiono letteralmente di fame secondo un rapporto delle Nazioni Unite che ha dichiarato il governo nordcoreano responsabile di “crimini contro l’umanità, derivanti da ‘politiche stabilite al più alto livello dello Stato,'”, tra cui “sterminio, omicidio, riduzione in schiavitù, tortura, prigionia, stupri, aborti forzati e altre forme di violenza sessuale, persecuzione per motivi politici, religiosi, razziali e di genere, trasferimento forzato delle popolazioni, sparizione forzata di persone e l’atto disumano di provocare deliberatamente una fame prolungata”. Ciò che è meno noto, si sottolinea, è la condizione delle donne, soprattutto quelle ai più bassi livelli del sistema songbun, che categorizza i nordcoreani in base alla loro fedeltà al regime. Molte, a causa della povertà estrema, sono costrette a prostituirsi. A causa della indisponibilità di cure mediche e farmaci, alcune si rivolgono all’oppio nella falsa speranza di prevenire malattie sessualmente trasmissibili. Nei campi di prigionia, le donne poi sono coloro che subiscono le peggiori crudeltà. Migliaia fuggono in Cina come rifugiate e diventano preda dei trafficanti.

E finiamo con l’Iraq, dove le schiave sessuali yazidi rapite e violentate dai militanti dell’Isis vengono sottoposte a un intervento chirurgico per “ristabilire la loro verginità” nel timore che possano essere rifiutate dai futuri mariti. Molte ragazze catturate sono riuscite a fuggire, anche se un numero imprecisato rimane ancora imprigionato e in balia dei propri carcerieri. Chi è riuscita a scappare però, soprattutto nel Kurdistan iracheno, è ora ostracizzata da comunità e famiglia per la violenza sessuale subita. Rothna Begum, esperta di diritti delle donne nel Medio Oriente per Human Rights Watch, spiega all’Independent che i test di verginità sono oggi regolarmente in corso e anche le ragazze che, rapite, non sono state violentate, vengono sottoposte a queste procedure invasive al fine di ottenere la prova della verginità in vista del matrimonio.

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 febbraio 2015

OBR-for-Justice-Kidapawan-City-Philippines

Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.
Partiamo subito con One Billion Rising che ha lanciato la terza fase della sua campagna globale per porre fine alla violenza contro le donne: la ‘One Billion Rising Revolution.

Ascolta #donnenelmondo del 3 febbraio 2015 su Radio Bullets.

Nelle Filippine, scrive l’Observer, il gruppo One Billion Rising ha documentato una crescita nel numero di casi di violenza contro le donne. Gabriela, portavoce del gruppo, spiega di aver raccolto 606 casi in nove mesi, a fronte dei 459 documentati nel 2011. Nel 2014 ogni 31 minuti una donna o una ragazza è stata assalita: l’anno prima accadeva ogni due ore. E ogni ora e 21 minuti c’è una vittima di stupro. Nel 2013 accadeva ogni ora e mezzo.
In Birmania il parlamento ha approvato all’unanimità una proposta per introdurre rapidamente una legge per proteggere le donne dalla violenza, definita “uno dei principali problemi che ostacolano gli sforzi del Paese per alleviare la povertà”. “A causa della violenza sessuale, le donne soffrono di gravidanze indesiderate, di malattie sessualmente trasmissibili e di traumi mentali, e vengono emarginate dalle loro comunità”, spiega la parlamentare Nan Say Awa.
Passiamo all’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite che lancia l’allarme: migliaia di bambini che entrano illegalmente negli Stati Uniti dall’America Centrale potrebbero beneficiare dello status di rifugiato, ma vengono deportati nel loro paese, dove si trovano ad affrontare la persecuzione delle bande criminali e dei cartelli della droga. Circa 70.000 bambini sono arrivati al confine degli Stati Uniti, soprattutto dall’Honduras, da El Salvador e dal Guatemala passando attraverso il Messico: Barack Obama l’ha definita “una situazione umanitaria urgente”. Il centro America, si legge su Reuters, è l’area con il più alto tasso di omicidi del mondo. Secondo il National Migration Institute, tra gennaio e settembre del 2014 il Messico ha rimpatriato in Honduras 6.623 bambini, mentre gli Stati Uniti ne hanno fatti rientrare 564 insieme alle loro famiglie. Le gang criminali in Honduras controllano interi quartieri attraverso l’estorsione, la violenza sessuale contro donne e ragazze, le minacce, gli omicidi e il reclutamento forzato di bambini.
E proprio negli Stati Uniti si è appena celebrato il grande rito del Super Bowl, la finale del football evento sportivo e televisivo dell’anno. E quello che balza agli occhi – scrive Ann Friedman sul New York Magazine – è che la pubblicità quest’anno si sarebbe data al femminismo. Già: questo a patto di superare gli angeli di Victoria Secret con il messaggio “definitivo” che ogni donna dovrebbe ricevere un bel regalo firmato VS, o la pubblicità interpretata da Kim Kardashian per T-Mobile. Il Tempo, qui in Italia, definisce poi – testuale: “Da ormoni a mille lo spot di Carl’s Jr. con Charlotte McKinney che esibisce un corpo mozzafiato tra battute e doppi sensi legati alle verdure degli hamburger della catena di fast food. All-Natural: come madre natura li ha fatti”. 113 milioni di persone in tv hanno visto la partita ma anche gli spot più costosi del mondo: 4 milioni e mezzo di dollari per 30 secondi, centesimo più centesimo meno. E superato lo scoglio delle succitate pubblicità, compare in effetti l’iniziativa della National Football League per No More, organizzazione “ombrello” che lotta contro la violenza domestica e la violenza sessuale: lo spot manda in onda l’ormai celebre chiamata di una donna al 911 che finge di ordinare la pizza per chiedere di essere salvata dall’uomo che la sta picchiando. O ancora la campagna #LikeAGirl o le pubblicità di Dove e Nissan dedicate finalmente non alle mamme amorevoli la cui unica realizzazione sembra essere cambiare il pannolino ma ai papà.
Il Bangladesh Indigenious Women’s Network ha presentato in questi giorni gli ultimi dati sulla violenza di genere. Numeri che dimostrano un significativo aumento degli attacchi contro le donne indigene. Mentre nel 2013 erano stati segnalate 45 aggressioni, il numero è passato a 75 nel 2014: 51 solo nel sud est del Paese, nelle Chittagong Hills. In totale, circa 117 donne hanno riferito di essere state abusate fisicamente e sessualmente.
E il Pakistan ha sottolineato la necessità di porre fine all’impunità per i responsabili di violenze contro le donne nei conflitti e di portare gli attori non statali all’applicazione del diritto internazionale umanitario. “La protezione dei civili nei conflitti armati è una delle funzioni principali del Consiglio di sicurezza nelle sue missioni di pace”, ha spiegato l’ambasciatore Masood Khan, rappresentante permanente del Pakistan alle Nazioni Unite. “Le donne e le ragazze, i soggetti più vulnerabili, portano il peso della devastazione dei conflitti”.
E per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

Lascia un commento

Archiviato in Donne, Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 27 gennaio 2015

egitto donneAscolta la puntata.

Un benvenuto a tutte e a tutti da Angela Gennaro con #donnenelmondo su Radio Bullets. Oggi è la giornata della memoria e vi raccontiamo subito la storia di Ravensbruck, il campo di concentramento femminile progettato da Hitler per eliminare le donne “non conformi”: prigioniere politiche, lesbiche, rom, prostitute, disabili e donne ritenute “inutili” dal regime. Ne parla “Vita” riprendendo un pezzo dell’Indipendent: dal maggio del 1939 al 30 aprile del 1945 sono passate da qui 130 mila donne di 20 nazioni diverse: 50mila sono morte. A scriverne è Sarah Helm, giornalista e autrice del libro “Ravensbrück: If this is a woman”: “Se questa è una donna”, evocando l’opera di Primo Levi “Se questo è un uomo”. Tante sono le ragioni per cui la storia di questo campo di concentramento non è mai balzata alle cronache. “Il campo era relativamente piccolo”, spiega Helm, “non rientrava nella narrativa dominante dell’olocausto, molti documenti poi sono stati distrutti, inoltre il lager è stato per anni nascosto dietro la cortina di ferro.” E poi c’è la riluttanza delle vittime a parlare. “Chi è riuscita a tornare a casa, spesso si vergognava per quello che aveva subito, come se fosse stata colpa sua. Parlando con diverse donne francesi mi è stato detto che l’unica domanda che veniva rivolta loro era se fossero state stuprate. Altre mi hanno raccontato che quando si decisero a parlare nessuno credette a quelle storie orribili”.

E passiamo alla 66esima Festa della Repubblica dell’India, con il presidente americano Barack Obama come ospite d’onore. In Pakistan si è colta l’occasione per portare sotto ai riflettori la questione dell’aumento dei casi di stupro in India, twittando con l’hashtag #RapePublicDay. Tweet ironici e amari – in India “lo stupro è lo sport nazionale”, si legge su Twitter – ma anche controversi giacché le violenze sono drammaticamente diffuse anche in Pakistan: secondo un report citato da First Post realizzato in base ad un sondaggio che ha coinvolto 1800 uomini pakistani, un terzo di loro pensa che violentare un bambino di strada non sia un crimine e che non sia neppure sbagliato. Lo stesso presidente Usa Barack Obama ha sollevato la questione dei diritti delle donne al termine della sua visita in India oggi. “Sappiamo per esperienza che le nazioni hanno più successo quando le loro donne hanno successo”, ha detto Obama.

In Australia Rosie Batty, una “madre coraggio”, è stata nominata “Australiana dell’anno”. Il figlio, l’undicenne Luke, è stato ucciso dal padre lo scorso anno e la battaglia di Rosie per parlare delle circostanze della sua morte ha riportato l’attenzione sulla violenza domestica. In Germania musulmani e moschee sono nel frattempo sempre più al centro di episodi di violenza islamofobica secondo la denuncia del presidente del Consiglio centrale dei musulmani tedeschi, Alman Mazyek, in un’intervista a Focus. Insulti ai musulmani e soprattutto alle donne che indossano il velo, e la violenza contro moschee e imam, si stanno trasformando in realtà quotidiana, racconta Mazyek.

In Egitto una corte d’appello ha condannato un medico a due anni e tre mesi di carcere per omicidio colposo per aver eseguito mutilazioni genitali che hanno portato alla morte di una ragazzina di 13 anni. Si tratta del primo caso che va a processo nel Paese. Il medico, Raslan Fadl, è stato inizialmente assolto nel 2013 per la morte di Sohair el-Batea, una bambina che viveva in un villaggio nella provincia di Dakahliya sul delta del Nilo. Al momento della sentenza il medico non era presente in aula e sembrerebbe aver fatto perdere le sue tracce. L’Egitto ha uno dei più alti tassi di mutilazione genitale femminile al mondo e la pratica è ancora molto diffusa nonostante sia stata resa illegale nel 2008. Il verdetto rappresenta “un precedente”, spiega all’Associated Press Phillipe Duamelle, rappresentante Unicef in Egitto, “e invia un segnale forte: le MGF, ancora colpiscono la vita di tante ragazze ogni anno, non sono più tollerate”. Un rapporto di Amnesty International denuncia che in Egitto la violenza contro le donne e le ragazze ha raggiunto un livello impressionante, sia tra le mura domestiche che in pubblico, comprese le aggressioni di gruppo e la tortura nei centri di detenzione. Recenti riforme di poco conto non hanno posto rimedio alle carenze legislative e un’impunità radicata continua ad alimentare una cultura di ordinaria violenza sessuale e di genere. “In ogni aspetto della loro vita, di fronte alle donne e alle ragazze egiziane si presenta, in onnipresente agguato, lo spettro della violenza fisica e sessuale”, spiega Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Tra le mura domestiche, molte sono sottoposte a vergognosi pestaggi, aggressioni e violenze da parte di mariti e parenti. In pubblico subiscono costanti molestie e aggressioni di gruppo, cui si aggiunge la violenza degli agenti statali”. Negli ultimi mesi, le autorità egiziane hanno annunciato alcune iniziative specifiche, come l’introduzione di una legge contro le molestie sessuali. Tuttavia, dice Amnesty, l’impegno assunto pubblicamente dal presidente Abdel Fattah al-Sisi di contrastare il fenomeno non si è ancora tradotto in una strategia coerente ed efficace. Le autorità continuano a non riconoscerne la dimensione e non assumono le misure necessarie per fermare concretamente la violenza contro le donne e la radicata discriminazione nei loro confronti.

In Italia nel frattempo un nuovo rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni registra un numero record di donne in arrivo dalla Nigeria: più di 1.200 donne nigeriane sono arrivate via mare nel nostro Paese nel 2014 a fronte delle 300 dell’anno precedente. “Le stime suggeriscono che ben l’80 per cento di questa donne sono destinate al mercato del sesso”, spiega ad Al Jazeera il portavoce dell’agenzia Flavio Di Giacomo. La Nigeria è uno dei peggiori otto paesi al mondo per traffico di esseri umani. Uno studio condotto dalla ONG italiana Be Free, che sostiene le vittime di tratta e di violenza di genere, ha rilevato che nel 2011 ci sono state 30.000 donne nigeriane costrette a prostituirsi. Molte non riescono a scappare a causa della pressione del debito contratto durante il loro viaggio per venire in Italia: debito che, secondo Francesca De Masi, co-autrice del rapporto di Be Free, può arrivare anche a 65mila euro. E per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

Lascia un commento

Archiviato in Radio