Archivi tag: Radio Bullets

Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 aprile 2015

yazidi

Ascolta la puntata del 29 aprile 2015.

Cominciamo con l’Egitto, dove il Primo Ministro Ibrahim Mehleb annuncia l’avvio di una strategia a livello nazionale contro la violenza sulle donne, definendola una delle priorità del suo esecutivo. Lo riporta l’agenzia Meda. Mehleb ha anche aggiunto che la violenza di genere colpisce la società egiziana nel suo complesso, e che rappresenta una violazione dei valori culturali e religiosi. Il premier ha incaricato il Consiglio Nazionale per le Donne di realizzare una strategia da mettere in atto nel quinquennio 2015-2020. Il consiglio si coordinerà con le organizzazioni e le associazioni per massimizzare gli sforzi per ridurre la violenza nelle comunità e nelle famiglie e per la riabilitazione delle vittime.

Il Pakistan sta assistendo in questi giorni a un preoccupante e angosciante aumento dei casi di aggressione con l’acido e di donne con volti sfigurati o che restano cieche per tutta la vita. Sono almeno 160 le donne che quest’anno nel Paese sono state vittima di attacchi del genere.

E passiamo a un pezzo di David McFadden per l’Associated Press in cui si racconta il problema della violenza sessuale contro le lesbiche in Giamaica. Quando Angeline Jackson e un’amica sono state violentate da uomini armati appena fuori dalla capitale della Giamaica, la polizia inizialmente è apparsa preoccupata, più che dell’assalto, del fatto che la vittima fosse lesbica. Angeline Jackson ha 24 anni ed è oggi è a capo dell’unica organizzazione giamaicana per donne lesbiche e bisessuali. “Il primo poliziotto con cui ho parlato mi ha detto che avrei dovuto cambiare stile di vita e tornare in Chiesa”, ricorda lei in un’intervista con AP in cui ripercorre la violenza subita nel 2009. Un’attitudine diffusa in tutta l’isola, dove gli attivisti per i diritti dei gay affermano che gli omosessuali subiscono discriminazione pervasiva e attacchi e che le persone LGBT sono anche vittima di brutali assalti sessuali allo scopo di “guarirle” e riconvertirle all’eterosessualità o quanto meno punirle per il fatto di non adeguarsi alle norme sociali. La Giamaica, riporta AP, ha una reputazione di vecchia data di intolleranza nei confronti dell’omosessualità maschile e di convinzione diffusa che si tratti di una perversione morale importata dall’estero. Ma ora lo stigma nei confronti delle persone omosessuali e dei crimini non denunciati che vedono come vittime di violenza donne lesbiche sta ricevendo una sempre maggiore attenzione. Con una popolazione di 3 milioni di abitanti, pochi sono i casi di violenza sessuale riportati agli attivisti LGBT. Il principale gruppo che si occupa di gay right nell’isola, il J-FLAG, ha documentato una serie di casi negli anni. Come spesso accade, anche quando le violenze vengono denunciate, le indagini si rivelano difficili nell’ambito del sistema giuridico giamaicano, inefficiente e sul punto di esplodere.

Andiamo in Nord Corea. I mali del Paese, racconta il Weekly Standard, sono ben noti: campi di prigionia politica, tra le 450.000 e i 2 milioni di persone che muoiono letteralmente di fame secondo un rapporto delle Nazioni Unite che ha dichiarato il governo nordcoreano responsabile di “crimini contro l’umanità, derivanti da ‘politiche stabilite al più alto livello dello Stato,'”, tra cui “sterminio, omicidio, riduzione in schiavitù, tortura, prigionia, stupri, aborti forzati e altre forme di violenza sessuale, persecuzione per motivi politici, religiosi, razziali e di genere, trasferimento forzato delle popolazioni, sparizione forzata di persone e l’atto disumano di provocare deliberatamente una fame prolungata”. Ciò che è meno noto, si sottolinea, è la condizione delle donne, soprattutto quelle ai più bassi livelli del sistema songbun, che categorizza i nordcoreani in base alla loro fedeltà al regime. Molte, a causa della povertà estrema, sono costrette a prostituirsi. A causa della indisponibilità di cure mediche e farmaci, alcune si rivolgono all’oppio nella falsa speranza di prevenire malattie sessualmente trasmissibili. Nei campi di prigionia, le donne poi sono coloro che subiscono le peggiori crudeltà. Migliaia fuggono in Cina come rifugiate e diventano preda dei trafficanti.

E finiamo con l’Iraq, dove le schiave sessuali yazidi rapite e violentate dai militanti dell’Isis vengono sottoposte a un intervento chirurgico per “ristabilire la loro verginità” nel timore che possano essere rifiutate dai futuri mariti. Molte ragazze catturate sono riuscite a fuggire, anche se un numero imprecisato rimane ancora imprigionato e in balia dei propri carcerieri. Chi è riuscita a scappare però, soprattutto nel Kurdistan iracheno, è ora ostracizzata da comunità e famiglia per la violenza sessuale subita. Rothna Begum, esperta di diritti delle donne nel Medio Oriente per Human Rights Watch, spiega all’Independent che i test di verginità sono oggi regolarmente in corso e anche le ragazze che, rapite, non sono state violentate, vengono sottoposte a queste procedure invasive al fine di ottenere la prova della verginità in vista del matrimonio.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 27 gennaio 2015

egitto donneAscolta la puntata.

Un benvenuto a tutte e a tutti da Angela Gennaro con #donnenelmondo su Radio Bullets. Oggi è la giornata della memoria e vi raccontiamo subito la storia di Ravensbruck, il campo di concentramento femminile progettato da Hitler per eliminare le donne “non conformi”: prigioniere politiche, lesbiche, rom, prostitute, disabili e donne ritenute “inutili” dal regime. Ne parla “Vita” riprendendo un pezzo dell’Indipendent: dal maggio del 1939 al 30 aprile del 1945 sono passate da qui 130 mila donne di 20 nazioni diverse: 50mila sono morte. A scriverne è Sarah Helm, giornalista e autrice del libro “Ravensbrück: If this is a woman”: “Se questa è una donna”, evocando l’opera di Primo Levi “Se questo è un uomo”. Tante sono le ragioni per cui la storia di questo campo di concentramento non è mai balzata alle cronache. “Il campo era relativamente piccolo”, spiega Helm, “non rientrava nella narrativa dominante dell’olocausto, molti documenti poi sono stati distrutti, inoltre il lager è stato per anni nascosto dietro la cortina di ferro.” E poi c’è la riluttanza delle vittime a parlare. “Chi è riuscita a tornare a casa, spesso si vergognava per quello che aveva subito, come se fosse stata colpa sua. Parlando con diverse donne francesi mi è stato detto che l’unica domanda che veniva rivolta loro era se fossero state stuprate. Altre mi hanno raccontato che quando si decisero a parlare nessuno credette a quelle storie orribili”.

E passiamo alla 66esima Festa della Repubblica dell’India, con il presidente americano Barack Obama come ospite d’onore. In Pakistan si è colta l’occasione per portare sotto ai riflettori la questione dell’aumento dei casi di stupro in India, twittando con l’hashtag #RapePublicDay. Tweet ironici e amari – in India “lo stupro è lo sport nazionale”, si legge su Twitter – ma anche controversi giacché le violenze sono drammaticamente diffuse anche in Pakistan: secondo un report citato da First Post realizzato in base ad un sondaggio che ha coinvolto 1800 uomini pakistani, un terzo di loro pensa che violentare un bambino di strada non sia un crimine e che non sia neppure sbagliato. Lo stesso presidente Usa Barack Obama ha sollevato la questione dei diritti delle donne al termine della sua visita in India oggi. “Sappiamo per esperienza che le nazioni hanno più successo quando le loro donne hanno successo”, ha detto Obama.

In Australia Rosie Batty, una “madre coraggio”, è stata nominata “Australiana dell’anno”. Il figlio, l’undicenne Luke, è stato ucciso dal padre lo scorso anno e la battaglia di Rosie per parlare delle circostanze della sua morte ha riportato l’attenzione sulla violenza domestica. In Germania musulmani e moschee sono nel frattempo sempre più al centro di episodi di violenza islamofobica secondo la denuncia del presidente del Consiglio centrale dei musulmani tedeschi, Alman Mazyek, in un’intervista a Focus. Insulti ai musulmani e soprattutto alle donne che indossano il velo, e la violenza contro moschee e imam, si stanno trasformando in realtà quotidiana, racconta Mazyek.

In Egitto una corte d’appello ha condannato un medico a due anni e tre mesi di carcere per omicidio colposo per aver eseguito mutilazioni genitali che hanno portato alla morte di una ragazzina di 13 anni. Si tratta del primo caso che va a processo nel Paese. Il medico, Raslan Fadl, è stato inizialmente assolto nel 2013 per la morte di Sohair el-Batea, una bambina che viveva in un villaggio nella provincia di Dakahliya sul delta del Nilo. Al momento della sentenza il medico non era presente in aula e sembrerebbe aver fatto perdere le sue tracce. L’Egitto ha uno dei più alti tassi di mutilazione genitale femminile al mondo e la pratica è ancora molto diffusa nonostante sia stata resa illegale nel 2008. Il verdetto rappresenta “un precedente”, spiega all’Associated Press Phillipe Duamelle, rappresentante Unicef in Egitto, “e invia un segnale forte: le MGF, ancora colpiscono la vita di tante ragazze ogni anno, non sono più tollerate”. Un rapporto di Amnesty International denuncia che in Egitto la violenza contro le donne e le ragazze ha raggiunto un livello impressionante, sia tra le mura domestiche che in pubblico, comprese le aggressioni di gruppo e la tortura nei centri di detenzione. Recenti riforme di poco conto non hanno posto rimedio alle carenze legislative e un’impunità radicata continua ad alimentare una cultura di ordinaria violenza sessuale e di genere. “In ogni aspetto della loro vita, di fronte alle donne e alle ragazze egiziane si presenta, in onnipresente agguato, lo spettro della violenza fisica e sessuale”, spiega Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Tra le mura domestiche, molte sono sottoposte a vergognosi pestaggi, aggressioni e violenze da parte di mariti e parenti. In pubblico subiscono costanti molestie e aggressioni di gruppo, cui si aggiunge la violenza degli agenti statali”. Negli ultimi mesi, le autorità egiziane hanno annunciato alcune iniziative specifiche, come l’introduzione di una legge contro le molestie sessuali. Tuttavia, dice Amnesty, l’impegno assunto pubblicamente dal presidente Abdel Fattah al-Sisi di contrastare il fenomeno non si è ancora tradotto in una strategia coerente ed efficace. Le autorità continuano a non riconoscerne la dimensione e non assumono le misure necessarie per fermare concretamente la violenza contro le donne e la radicata discriminazione nei loro confronti.

In Italia nel frattempo un nuovo rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni registra un numero record di donne in arrivo dalla Nigeria: più di 1.200 donne nigeriane sono arrivate via mare nel nostro Paese nel 2014 a fronte delle 300 dell’anno precedente. “Le stime suggeriscono che ben l’80 per cento di questa donne sono destinate al mercato del sesso”, spiega ad Al Jazeera il portavoce dell’agenzia Flavio Di Giacomo. La Nigeria è uno dei peggiori otto paesi al mondo per traffico di esseri umani. Uno studio condotto dalla ONG italiana Be Free, che sostiene le vittime di tratta e di violenza di genere, ha rilevato che nel 2011 ci sono state 30.000 donne nigeriane costrette a prostituirsi. Molte non riescono a scappare a causa della pressione del debito contratto durante il loro viaggio per venire in Italia: debito che, secondo Francesca De Masi, co-autrice del rapporto di Be Free, può arrivare anche a 65mila euro. E per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 13 gennaio 2015

OneBillionRising.FarragutSquare.WDC.14February2013-crowd

Buongiorno da Angela Gennaro, e un benvenuto a #donnenelmondo a tutte le ascoltatrici e gli ascoltatori di Radio Bullets.

Ascolta #Donnenelmondo del 13 gennaio 2015 — Radio Bullets

Andiamo subito in Canada dove il nuovo report dell’Inter-American Commission on Human Rights sottolinea l’obbligo da parte delle leggi internazionali sui diritti umani di prevenire la violenza contro le donne attraverso misure per affrontare la povertà e altri fattori socio-economici. Il rapporto sottolinea come tra le cause profonde della violenza di genere in Canada ci siano la storia di colonizzazione del Paese, la disuguaglianza e l’emarginazione economica e sociale. La Commissione ha avviato un’indagine sulle donne scomparse e assassinate nel British Columbia nel 2012 su richiesta della Native Women’s Association of Canada e della Canadian Feminist Alliance for International Action. Circa 1.200 tra donne e ragazze canadesi sono state uccise o sono scomparse in Canada tra il 1980 e il 2012.

E passiamo a Taiwan, dove la drammaturga e attivista Eve Ensler — quella dei Monologhi della vagina, per intenderci — ha partecipato nei giorni scorsi a una manifestazione “One Billion Rising” contro la violenza di genere. “Negli ultimi anni, i casi di stupro e di violenza domestica a Taipei sono aumentati in maniera costante”, spiega il sindaco Ko Wen-je. Ensler, racconta il Taipei Times, è colei che ha dato il via nel 1998 al movimento dei V-day per porre fine alla violenza contro le donne e promuovere la parità di genere, lanciando poi la campagna “One Billion Rising” nel 2012, dove “one billion”, un miliardo, rappresenta il numero stimato di persone che hanno subito violenze domestiche o abusi sessuali in tutto il mondo.

E andiamo in Australia dove 30 anni dopo il femminicidio della sorella Anita Cobby, Kathryn Szyszka continua la sua lotta contro la violenza di genere. È il 2 febbraio del 1986 quando Anita, 26 anni, viene rapita mentre cammina per strada a Blacktown. Cinque uomini — John Travers, Michael Murdoch e il fratello Leslie, Michael e Gary Murphy — la violentano brutalmente e la uccidono.

Continua a leggere su Medium.

Lascia un commento

Archiviato in Radio