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Radio Bullets, #donnenelmondo del 6 maggio 2015

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Salve a tutte e a tutti da Angela Gennaro, benvenuti anche questa settimana al nostro viaggio di approfondimento nel mondo delle donne su Radio Bullets.

Ascolta la puntata.

Cominciamo subito con gli ultimi aggiornamenti della campagna delle Nazioni Unite HeforShe. Il HeForShe IMPACT 10x10x10 è una iniziativa che mira a coinvolgere un numero iniziale di 10 personalità rappresentative di governi, aziende e università di tutto il mondo impegnate in attività volte a raggiungere la parità di genere, dando priorità alle aree più arretrate evidenziate dal World Economic Forum Global Gender Gap Report 2014. La relazione evidenzia un ampio divario esistente tra uomini e donne in termini di impegno politico e opportunità e pochi miglioramenti in termini di parità per le donne sul posto di lavoro dal 2006 ad oggi. Si è scelto poi di coinvolgere anche le università perché l’impegno dei giovani rappresenta una delle più grandi opportunità per accelerare i progressi verso il raggiungimento della parità di genere e porre fine alla violenza contro le donne. All’inizio di quest’anno al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, UN Women ha presentato la fase pilota del progetto IMPACT 10x10x10, con il coinvolgimento iniziale di sei champion partner – Il primo ministro Mark Rutte dei Paesi Bassi; Il presidente Ernest Bai Koroma della Sierra Leone; Il primo ministro Stefan Löfven della Svezia; Paul Polman, CEO di Unilever; Rick Goings, Presidente e Chief Executive Officer di Tupperware Brands Corporation; e Dennis Nally, presidente di PricewaterhouseCoopers International Ltd. “Se vogliamo raggiungere la parità di genere nella nostra vita, abbiamo bisogno di approcci creativi che hanno come target i principali ostacoli al raggiungimento di questo obiettivo, spiega Phumzile Mlambo-Ngcuka, Direttrice esecutiva di UN Women e sotto-segretaria generale delle Nazioni Unite. HeForShe ha anche annunciato l’ingresso di cinque Champions universitari, che rappresentano di più di 150mila studenti in 4 continenti.

Il Consiglio d’Europa ha annunciato una nuova iniziativa per combattere la violenza di genere: un Gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (GREVIO). GREVIO monitorerà l’attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne e alla violenza domestica (Convenzione di Istanbul), un trattato prima aperta alla firma ad Istanbul il 11 maggio 2011. Le componenti del GREVIO, tutte donne, saranno in carica per quattro anni come esperte indipendenti e lavoreranno su report valutativi delle misure legislative e politiche adottate dai paesi che hanno ratificato la Convenzione di Istanbul. Il gruppo di esperte potrà anche avviare una speciale procedura di approfondimento in caso di “modelli di violenza seria, diffusa e persistente”.

In India, nella regione del Bhubaneswar, è stato appena presentato un rapporto, realizzato da cittadini e società civile, sul tema “15 anni di Odisha Governance; Promesse e Adempimenti ‘“. Il report, spiega l’Odisha Sun Times, è un compendio di rapporti analitici che si concentrano su una vasta gamma di argomenti riguardanti le fasce più povere e emarginate dello Stato. Temi come lo spostamento, la migrazione, l’acquisizione di terreni, la violenza contro le donne, la disabilità, la salute, l’istruzione, i diritti dei bambini, la corruzione, l’ambiente, la trasparenza nella gestione fiscale, l’agricoltura, l’ambiente, i diritti umani, il diritto alla terra e della governance tribale. Il rapporto, che ha esaminato la performance del governo Odisha su questi fronti negli ultimi 15 anni, ha elencato alcuni “risultati visibili” ma incolpa il governo sul fronte della sicurezza delle donne. “Nonostante il governo abbia avviato una serie di misure per ridurre i crimini contro le donne, che stanno diventando sempre più vulnerabili agli abusi sessuali, molestie, la violenza domestica, il traffico di esseri umani, stupri, torture e diverse altre atrocità”, si legge. Il numero di casi di stupro ha visto un aumento allarmante nel corso degli anni, dai 1112 del 2011, ai 1458 nel 2012, 1832 nel 2013 e nel 2011 nel 2014.

Passiamo alle elezioni nel Regno Unito, dove si voterà giovedì 7 maggio. Mentre sugli esiti del voto e della sfida tra Nicola Sturgeon, dello Scottish National Party, Nigel Farage dell’Ukip, il primo ministro in carica, David Cameron, e il capo dei laburisti, Ed Miliband regna ancora incertezza, Radhika Sanghani sul Telegraph fa il punto su 18 anni di esistenza del Ministero per le Donne. Vi segnaliamo lo spunto Quali i risultati raggiunti? Il Regno Unito ha un ministero per le Donne, da 18 anni, scrive Radica Sanghani. “Non lo sapevate? Non vi preoccupate, non siete soli”. La ministra è Nicky Morgan, che è anche Segretaria di Stato per l’educazione. Il dicastero, si legge sul Telegraph, venne introdotto nel Regno Unito nel 1997 da Tony Blair che scelse Harriet Harman, oggi deputy leader per i laburisti come Ministra delle donne. Da allora sette donne hanno ricoperto questo ruolo. L’Inghilterra è uno dei pochi paesi ad avere una figura del genere, insieme all’Australia e alla Nuova Zelanda. Danimarca e Svezia hanno un Ministero per l’uguaglianza di genere. La mancanza di conoscenza, da parte dell’opinione pubblica, dell’esistenza di questa figura vuol dire che non sta funzionando?

Vi segnalo infine un post sul blog Il ricciocorno schiattoso sulla storia di Tom Meagher. Tom, si legge, era il marito di Jill Meagher, stuprata e uccisa una notte tra il 21 e il 22 settembre 2012, mentre tornava a casa dopo una serata fuori con i colleghi di lavoro. A seguito della tragica morte della moglie, Tom si è trovato a riflettere sul fenomeno della violenza contro le donne. Adrian Bayley, l’assassino di sua moglie, è un mostro – si chiede Tom – o solo il prodotto di una società nella quale è normale abusare delle donne? “Mi ero costruito un immagine di quest’uomo, lo immaginavo come un qualcosa di non umano, di demoniaco, emerso in qualche modo dall’etere. Ma quando l’ho visto articolare nomi, verbi e pronomi per formulare delle frasi di senso compiuto, ho dovuto rivedere la mia percezione del fenomeno della violenza contro le donne e mettere in relazione Bayley e la società dalla quale proviene. Quando ho sentito Bayley parlare in Tribunale ero esterrefatto, perché avevo imparato a pensare che gli stupratori sono dei pazzi che blaterano e indossano pantaloni della tuta con sotto scarpe da sera e calzettoni al ginocchio. Invece, ed è molto più inquietante, il fatto è che la maggior parte degli stupratori sono ragazzi normali, ragazzi con i quali potremmo lavorare o fare amicizia, potrebbero essere i nostri vicini o anche membri della nostra famiglia”. Adrian Bayley aveva commesso innumerevoli violenze prima di accanirsi su Jill; racconta Tom: Aveva brutalmente violentato diverse prostitute in Australia; alla domanda “perché lo hai fatto?”, nel corso di un’intervista rispose “Avevo pagato, potevo fare di loro ciò che volevo.” 10 anni dopo, messo in libertà per buona condotta, Adrian Bayley si trova sulla strada di Jill Meagher verso casa. Oggi Tom Meagher è un attivista per i diritti delle donne. E’ un sostenitore della campagnaWhite Ribbon, e il 22 aprile di quest’anno ha partecipato al lancio della campagna irlandese “We don’t buy it”. Secondo Tom Meagher il nesso fra il fenomeno della prostituzione e la violenza sulle donne è la disumanizzazione delle donne operata dal fenomeno stesso della prostituzione.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 1 aprile 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Cominciamo questa settimana con la storia dello Yarl’s Wood Immigration Removal Centre, un centro di detenzione per immigrati a Milton Ernest, nel Bedfordshire, Inghilterra. Aperto dalla fine del 2001, può ospitare fino a 900 persone ed era all’epoca tra i più grandi centri di detenzione per immigrati in tutta Europa. È stato spesso al centro di episodi controversi, come scioperi della fame e rivolte, e accuse di molestie contro le donne. L’anno scorso la struttura ha negato l’accesso a Rachida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne. Stesso destino per le telecamere. Lo racconta Myriam Francois-Cerrah, una giornalista freelance, su newstatesman.com, spiegando che, secondo l’organizzazione benefica Medical Justice alcune donne incinta, detenute a Yarl’s Wood, stanno ricevendo cure mediche al di sotto degli standard, mettendo la vita di madri e bimbi in serio pericolo. Anche perché i periodi di detenzione di queste persone, in teoria “transiti”, in realtà si trasformano per molti in mesi e anni. Sebbene la descrizione della struttura, secondo il sito ufficiale dello Yarl’s Wood, sia in stile hotel – racconta ancora Myriam Francois-Cerrah, due ex detenuti da lei intervistati, un uomo e la moglie incinta, parlano di esperienza “peggiore che nel terzo mondo”. La questione del trattamento delle donne in attesa era balzata agli onori delle cronache già nel 2011, quando uscì la notizia del collasso di una detenuta incinta per aver sopportato un viaggio di quattro giorni da Belfast a Yarl’s Wood via Scozia e Manchester. In un altro caso più recente un’altra detenuta ha avuto un aborto spontaneo dopo essere collassato all’interno della struttura. Una recente inchiesta di Channel 4 News ha raccontato gli abusi e le molestie alle donne all’interno del centro, insieme alle devastanti conseguenze sulle loro condizioni fisiche e mentali: molte di loro, infatti, erano tra l’altro già vittime di violenza sessuale, tratta e varie forme di violenza nei loro paesi di origine .

E torniamo in Afghanistan, dove la morte della 27enne Farkhunda per mano di una gang di animali che l’hanno pestata a morte e ne hanno poi bruciato il corpo accusandola di una falsità – aver dato fuoco a delle pagine del Corano – ha shoccato il Paese. Le immagini della sua brutale morte sono diventate virali e questa volta, sottolinea TOLO News, l’oltraggio ha portato gli afghani in piazza e per le strade. Facebook e gli altri social media. La scorsa settimana folle di persone in più aree del Paese hanno cantato per le strade per giorni, chiedendo giustizia per Farkhunda e la morte per i suoi assassini.

Passiamo alla Repubblica Democratica del Congo per raccontarvi la storia insieme al movimento One Billion Rising della Città della Gioia, una comunità per le donne vittime di violenza che si trova a Bukavu. Una realtà concepita e gestita da congolesi, nata nel giugno 2011 e che, per la “guarigione” delle donne attraverso un percorso che dal trauma passa per la terapia e l’investimento sulle competenze come elementi essenziali per andare avanti nella vita, nell’amore e nella comunità. La situazione in Congo, spiega il sito di One Billion Rising, è ancora “volatile”: acqua, elettricità, lavoro, cibo, assistenza sanitaria e strade rappresentano ancora un problema enorme e la violenza è una vera e propria epidemia. Nonostante le azioni della comunità internazionale, milioni di congolesi vivono in condizioni di povertà e violenza, mentre le multinazionali continuano a saccheggiare le loro risorse. In questi quattro anni lo staff della Città della Gioia ha fatto enormi progressi in termini di professionalità, dedicando le proprie competenze ed energie al percorso di trasformazione delle 88 giovani donne che si trovano qui.

A Baghdad, in Al-Mutanabbi Street, centro intellettuale della città nell’ottavo secolo e oggi via costellata da bancarelle-librerie, apre la prima gestita da una donna, la 22enne Ruqaya Fawziya. A raccontarlo è il sito illibraio.it. Al-Mutanabbi Street, è tristemente famosa per l’attentato del 2007, che ha coinvolto 27 persone, rimaste uccise. In seguito, è partito il progetto “Al Mutanabbi Street Starts Here”, su iniziativa di un libraio californiano che, per mostrare la propria solidarietà ai librai e ai lettori di Baghdad, ha raccolto “pubblicazioni” di 260 artisti da tutto il mondo, dando vita a una mostra itinerante. Come racconta Ruqaya la sua famiglia e le persone a cui raccontava l’idea di vendere libri per strada, hanno iniziato a sostenerla solo una volta intrapreso il progetto; quanto ai passanti e ai clienti, invece (come racconta jl sito bookpatrol.net, da cui sono tratte le immagini), la libraia racconta: “Non ho affrontato molestie di alcun genere dalle persone che visitano Al-Mutanabi Street; ma, a volte, la gente mi guarda con sorpresa, forse perché non ha familiarità con una donna che vende libri. Ma ci sono anche molte persone che, al contrario, mi incoraggiano”.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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