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Radio Bullets, #donnenelmondo del 25 marzo 2016

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Terrorismo e genere: mentre a Bruxelles resta alta la tensione, un’analisi sul ruolo e il destino delle donne.

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Mentre a Bruxelles, dopo gli attentati di martedì scorso, sono in corso raid, arresti e perquisizioni, questa settimana parliamo di donne e terrorismo, con alcuni interventi di Catherine Powell, Fellow for Women and Foreign Policydel Council on Foreign Relations. “Tradizionalmente,le donne nel tempo sono state viste come vittime del terrorismo. La relazione tra gender e terrorismo è in realtà molto sfaccettata”, scrive Catherine Powell. “In alcuni casi le donne vengono reclutate e radicalizzate da estremisti violenti, sostenendo le attività terroristiche con una serie di azioni. Dall’altra parte peròmolte donne giocano un ruolo vitale invece nel prevenire la radicalizzazione e l’estremismo. In particolare, in alcuni casi, le donne (ad esempio le donne Yazidi sfuggite al rapimento dei militanti del sedicente Stato Islamico) hanno la capacità di fornire intelligenza critica e conoscenza sul funzionamento interno delle organizzazioni terroristiche, potendo così aiutare i governi di tutto il mondo a combatterle”.

“Le donne”, si legge sul Council on Foreign Relations, “sono spesso vittime e sopravvissute di alcune delle peggiori atrocità perpetrate dai terroristi nei conflitti. Esattamente come accade in forme più “convenzionali” di guerra e conflitto, dove lo stupro e altre forme di violenza sessuale restano strumenti di guerra, gli estremisti violenti usano la violenza sessuale per controllare le donne ed esercitare il potere sulle comunità. I gruppi estremisti, Stato Islamico incluso, usano la violenza contro le donne, compresa la violenza sessuale, come parte della loro politica economica e come strategia del terrore. Si stima che l’ISIS abbia rapito nel 2014 almeno 3mila donne Yazidi. La maggior parte è ancora oggi prigioniera. Il gruppo sottopone queste donne a stupri organizzati, violenza sessuale, matrimoni forzati, conversioni forzate e schiavitù sessuale. Oltre a questi abusi e a queste severe restrizioni, lo Stato Islamico impone anche altri vincoli forzati a donne e ragazze: limita loro l’accesso all’istruzione e al lavoro, come sostenuto nel “Manifesto sulle donne”. Coloro che non seguono le regole o mostrano infedeltà incappano in punizioni brutali: vengono frustrati, lapidati, decapitati con vere e proprie esecuzioni pubbliche.

Ma le donne, scrive ancora Catherine Powell, “non sono solo vittime e sopravvissute: sono anche a loro volta autrici di atti terroristici e componenti attive dei gruppi estremisti. La Brigata al-Khansaa, ad esempio, è la polizia morale dell’Isis tutta al femminile, fondata a Raqqa subito dopo la conquista della città da parte del sedicente Stato Islamico. La brigata ha le proprie strutture al fine di evitare commistioni tra uomini e donne. “La Jihad non è un dovere solo degli uomini. Anche le donne devono fare la loro parte”. L’istituzione di garanti femminili per la moralità femminile ha un senso logico e logistico, se si porta il divieto di rapporti tra i sessi alle sue estreme conseguenze: pensate alle perquisizioni. E la Brigata al-Khansaa rappresenta solo uno dei gruppi femminili a sostegno degli estremisti, una piccolissima percentuale di donne nello Stato Islamico. È composto sia da donne locali Siriane – ne ha parlato il New York Times – sia da donne straniere”.

Resta il fatto che la stragrande maggioranza delle donne nello Stato Islamico in genere viene trattata come un bene mobile, come una cosa: la funzione primaria è quella di sposare i combattenti stranieri e far nascere una nuova generazione di jihadisti. “All’interno di altre organizzazioni estremiste come Boko Haram (ora tecnicamente parte del Wilayah Garb Afriqiyah, affiliati quindi allo Stato Islamico), le donne hanno portato avanti attacchi terroristici, in genere attacchi bomba kamikaze, sebbene non sia del tutto chiaro se lo facciano volontariamente o perché forzate. Mentre apparentemente lo Stato Islamico non permette alle donne di combattere in prima linea (con la possibile eccezione di coloro che vengono reclutate in Europa), alcune donne nei fatti supportano il gruppo sposando i combattenti e danno vita a nuove generazioni.

Ma le donne possono anche essere parte attiva della soluzione all’estremismo, scrive ancora la Powell. “L’empowering delle donne e della loro leadership in zone di conflitto e in altre comunità ha il potenziale di essere una strategia effettiva per combattere l’estremismo violento. Gruppi di donne come il Sisters Against Violent Extremism o il Women Without Walls Initiative, sono nella posizione di contrastare la radicalizzazione e l’estremismo all’interno delle loro comunità. Come le organizzazioni locali, il loro sguardo è sui rischi di radicalizzazione dei membri della comunità e hanno l’abilità di proporre una contro-narrazione all’estremismo nelle case, nelle scuole, e nelle comunità tutte. Spesso le donne coinvolte in queste realtà sono madri e hanno il polso sui punti deboli dei più giovani alla radicalizzazione. E soprattutto l’empowerment delle donne è come al solito correlato alla crescita economica e all’aumento della forza delle community, e questo aiuta ad affrontare molti aspetti come la povertà e la disoccupazione, spesso citate come cause profonde dei conflitti, della violenza e dell’estremismo”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 14 ottobre 2015

lou reed

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Una nuova biografia di Lou Reed, scritta da Howard Sounes e in uscita il prossimo 22 ottobre, afferma che il fondatore dei Velvet Underground ha nel suo passato una storia di abusi contro le donne. Lo riporta il Guardian. Il libro si intitola Notes from the Velvet Underground: The Life of Lou Reed e si focalizza sul “processo creativo dell’artista, i suoi problemi di salute mentale, la sua bisessualità, i suoi tre matrimoni, e le sue dipendenze da droga e alcol”. Sounes ha parlato con 140 amici e collaboratori di Reed, tra cui personaggi dell’industria musicale, componenti della band, celebrità, familiari, ex mogli e amanti.

Esperti e istituzioni del settore della sanità si sono riuniti, si legge sul Trinidad Express, presso l’Organizzazione panamericana della sanità (Pan America Health Organisation) con la promessa di migliorare la capacità, da parte dei sistemi sanitari, di prevenire e rispondere alla violenza contro le donne. “In tutto il mondo e nel nostro emisfero, la violenza contro le donne è una vera e propria epidemia in termini di portata e di impatto”, spiega Cuauhtemoc Ruiz, a capo del dipartimento per la famiglia, il genere e il ciclo vitale. “Si tratta di un problema di salute pubblica che ha bisogno di una risposta forte da parte dei sistemi sanitari. Dobbiamo fare di più per preparare gli operatori sanitari nella cura delle donne vittime di violenza, e abbiamo bisogno di intensificare la ricerca e la programmazione per imparare il modo migliore per prevenirla”.

Perché gli uomini non si occupano delle questioni femminili e della violenza di genere? Se lo chiede su Women’s Agenda Scott Holmes della YMCA in Australia, la Young Men’s Christian Association (Associazione Giovanile Maschile Cristiana), organizzazione cristiana di supporto ai giovani, uomini e donne. “Nel mio lavoro negli ultimi quasi cinque anni come professionista della prevenzione della violenza maschile contro le donne ho condotto workshop e presentazioni in cui molti dei partecipanti erano uomini, soprattutto nei luoghi di lavoro e in altri contesti”, scrive Holmes. “In genere ho fiducia nel fatto che questi uomini vadano via al termine di questi incontri colpiti dalle statistiche sulla prevalenza e l’impatto delle esperienze femminili di violenza maschile. A volte conoscono le vittime, anche molto bene. Quando spiego la connessione tra questa violenza e la disuguaglianza di genere e gli stereotipi, sembrano per lo più a capire. Ma questa comprensione si traduce poi in cambiamenti reali nei comportamenti e atteggiamenti?”. Molto meno, spiega Scott Holmes. La violenza maschile contro le donne è stata vista in passato solo come una questione prettamente femminile, mentre è ormai necessario che gli uomini capiscano che è anche affar loro. Holmes aggiunge un altro elemento al tema: il linguaggio. “Tutto, tutto, della nostra vita viene proiettato attraverso una lente binaria maschio / femmina. Dal momento in cui nasciamo dividiamo la nostra società in due specie diverse e tutto ciò che riguarda la nostra vita è sottomesso a questo sistema di classificazione. I nostri nomi, i nostri vestiti, i nostri interessi, i nostri giocattoli, il modo in cui la gente ci parla, il modo in cui siamo trattati a scuola, le carriere che siamo incoraggiati a prendere, i doveri”. Insomma, spiega, una stessa cosa non può essere allo stesso tempo un problema maschile e femminile.

E sempre in Australia, su The Conversation un intervento sulla violenza economica contro le donne. L’abuso economico include comportamenti che limitano la capacità di una persona di acquisire e utilizzare le risorse economiche. Le donne sono più propense degli uomini ad essere vittime di questa forma di abuso. Una ricerca ha identificato quattro tipologie di comportamenti: Il controllo dell’acquisizione da parte di un partner di risorse economiche (nonché l’interferenza con l’istruzione e l’occupazione); l’impedire l’utilizzo delle risorse da parte del partner; generare debiti a danno del partner o usare deliberatamente le sue risorse; rifiutarsi di contribuire alle spese. Non si tratta insomma di disaccordi sui soldi ma di controllo e di comportamenti umilianti, abusi perpetrati per minare la sicurezza economica delle donne e la loro indipendenza.

Un nuovo rapporto su donne, pace e sicurezza è stato lanciato in questi giorni, in concomitanza con il 15° anniversario della storica risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione. Il report mette in evidenza gli importanti vantaggi che porta la maggiore emancipazione delle donne nella promozione della pace. “Dal 2000, quando è stata adottata la risoluzione 1325, le Nazioni Unite hanno riconosciuto che la leadership delle donne e l’uguaglianza sono la chiave per la pace e la sicurezza internazionale”, spiega Phumzile Mlambo-Ngcuka, UN Women Executive Director. “Si tratta ormai di una norma globalmente accettata” ma troppo spesso ignorata nella pratica. “L’empowerment delle donne contribuisce al successo dei colloqui di pace, così come accelera la ripresa economica dopo il conflitto e contrasta l’estremismo violento”. Negli ultimi anni l’impatto positivo della partecipazione delle donne è stato notato in Colombia e nelle Filippine, anche se “questi casi sono ancora valori anomali piuttosto che la regola”. Il progresso insomma, si legge sul sito delle Nazioni Unite, è ancora troppo lento, con ad esempio il solo tre per cento delle forze di pace militari costituite da donne.

Nei giorni di Navarathri, in cui gli indù celebrano la dea per 10 giorni, e in una religione che celebra le sue divinità femminili allo stesso modo di quelle maschili – scrive Visithra Manikam su MalaysiaKini, “è abbastanza triste vedere come trattiamo le donne”. La scorsa settimana, una donna è stata brutalmente picchiata dal marito e un suo amico a Port Dickson. La scena è stata ripresa in video. Era in condizioni critiche per la gravità delle ferite riportate, mentre la polizia ha catturato i sospetti rapidamente, il giorno stesso. L’autrice racconta di aver monitorato nell’ultima settimana controverse pagine Facebook indiane. In meno di 24 ore è spuntato un altro video in cui una una voce fuori campo accusa la vittima di tradire il marito, motivo per cui quest’ultimo le ha fatto fare la fine che ha fatto. Non c’era un volto dietro quella voce, e nessuna certezza delle affermazioni contenute, ma il video ha iniziato a rimbalzare qua e là, molto più di quello in cui era stata ripresa la violenza. Con un esito prevedibile: in tanti hanno cominciato a considerare il marito un eroe, con affermazioni del tipo “se lo merita”, “nessun uomo picchia senza una ragione”, “che questo serva da lezione a tutte le donne traditrici”.

Una donna di Mumbai ha tirato fuori una pistola, dopo che due uomini hanno presumibilmente cercato di molestarla, mentre stava facendo la spesa in un negozio di vendita al dettaglio a Karol Bagh a Delhi. Lo riporta l’International Business Times. La donna, che lavora come modella, stava facendo spesa vicino alla stazione della metropolitana con i suoi amici. Secondo la polizia, la donna stava aspettando il suo turno alla cassa quando ha improvvisamente tirato fuori una pistola. Alla polizia ha spiegato che due uomini l’avevano toccata in modo inappropriato e stavano passando a commenti volgari. Gli uomini sono fuggiti immediatamente dalla scena. Delhi ha più volte fatto notizia su episodi di violenza sessuale contro le donne. La scorsa settimana, una bambina di quattro anni è stata brutalmente stuprata e sodomizzata a Keshav Puram da quattro uomini che l’hanno poi abbandonata nei pressi di una linea ferroviaria. Secondo alcune statistiche, sono più di 1.500 i casi di stupro registrati fino ad oggi quest’anno.

Quasi un terzo delle donne dei paesi del G20 ha affrontato molestie sul luogo di lavoro. Ma la maggior parte – il 61% – soffre in silenzio, anche se le donne indiane sono ormai più propense a riportarlo dopo il fatale stupro di gruppo che nel 2012 ha scatenato diffuse proteste contro gli abusi sessuali. Lo rivela un sondaggio condotto dalla Reuters Foundation e dalla Thomson Rockefeller Foundation che sottolinea come le donne vedano le molestie come un problema nel mondo del lavoro, terzo per menzione dopo quello dell’equilibrio tra vita privata e carriera e del divario retributivo tra i sessi. Turchia, Messico e Argentina sono in cima alla lista delle nazioni del G20 in cui le donne sono più preoccupate per le molestie sul posto di lavoro. Le donne in India, tuttavia, sono ormai più propense a parlare, con il 53 per cento che dichiara di riportare i casi di molestie. Seguono gli Stati Uniti, il Canada e il Messico. In Russia, Corea del Sud, Brasile, Giappone e Indonesia le intervistate dichiarano di non riferire mai, o di farlo raramente.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 9 settembre 2015

Hillary Rodham Clinton Signs Copies Of Her Book 'Hard Choices' In New York

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In Sierra Leone la ministra degli enti locali e dello sviluppo rurale, Finda Diana Konomanyi ha aderito ad un movimento internazionale per i diritti umani – cui partecipano molte donne del suo stesso Paese, per esprimere costernazione e preoccupazione per l’ondata di crimini contro le donne, in particolare le ragazze adolescenti in varie parti del Paese e ha invitato i capi e le altre autorità a contribuire ad affrontare la situazione. A metà agosto molte donne sono scese in piazza per una marcia pacifica in seguito alla morte di una ragazza in spiaggia ad Aberdeen, vittima, sembra, di uno stupro di gruppo. Morte che è solo l’ultima di una serie, di giovani vittime di stupro e brutali femminicidi.

A giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha fatto la storia stabilendo che le coppie gay e lesbiche devono essere autorizzate a sposarsi. Da quel momento, scrive Parker Molloy su Upworthy, sposarsi è, in teoria, semplice: basta recarsi davanti ad un ufficiale del registro della contea, compilare un po’ di scartoffie e ritirare la propria licenza. In teoria. La scorsa settimana infatti un segretario di Contea del Kentucky ha negato licenze di matrimonio a delle coppie perché contro le sue convinzioni religiose personali. Per dimostrare che però non va sempre così, Parker Molloy raccnta su Upworthy la storia di un’eroina non celebrata della storia LGBT: Clela Rorex, ex impiegata della segreteria della Contea di Bulder. Nel 1975, Rorex era in servizio presso la contea di Boulder quando due uomini si sono presentati per chiedere una licenza di matrimonio. Rorex aveva iniziato il suo lavoro da appena tre mesi, ma avrebbe emesso una sentenza che sarebbe rimasta nella storia, si legge ancora su Upworthy. Lo ha spiegato lei stessa a StoryCorps. “Era la prima volta che incontravo persone apertamente gay. “Non so se posso farlo”, gli ho spiegato. Poi sono andata dal procuratore distrettuale, che mi ha detto che il codice del matrimonio del Colorado non specifica che l’unione sia tra un uomo e una donna. E così l’ho fatto”. Epperò. Da allora la Rorex ha ricevuto lettere minacciose, i giornali hanno scritto parole dure sul suo conto, la sua famiglia è stata molestata. “Non avrei mai immaginato questo livello di odio”, racconta. “Oltre alle minacce di morte intere congregazioni ecclesiastiche mi hanno scritto che far sposare coppie dello stesso sesso significava portare Sodoma e Gomorra nella zona”.

A proposito di Stati Uniti, sono passati 20 anni dal discorso di Hillary Clinton alla quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne, il 5 settembre 1995. Su Bustle.com si trovano alcune citazioni di quell’intervento, da leggere per riflettere su quanto sia – o non sia – cambiato in 20 anni. “Dobbiamo capire che non c’è una formula secondo la quale le donne dovrebbero condurre la propria vita. Ecco perchè dobbiamo rispettare le scelte che ogni singola donna fa per se stessa e per la sua famiglia. Ogni donna merita la possibilità di realizzare il potenziale che Dio le ha dato. Ma dobbiamo riconoscere che le donne non guadagneranno mai piena dignità finché i loro diritti umani non saranno rispettati e protetti”. E ancora: “È una violazione dei diritti umani quando ai bambini viene negato il cibo, o quando vengono annegati o soffocati, o quando le loro spine dorsali vengono rotte, solo perché quei bambini sono nati femmine. È una violazione dei diritti umani quando donne e ragazze sono vendute nella schiavitù della prostituzione per avidità umana – e il genere di ragioni che viene utilizzato per giustificare questa pratica non dovrebbe più essere tollerato”. E ancora: “È una violazione dei diritti umani quando le donne vengono cosparse di benzina, date alle fiamme, e bruciate a morte perché la loro dote matrimonio considerata troppo esigua. È una violazione dei diritti umani quando singole donne vengono stuprate nelle loro comunità e, quando migliaia di donne sono sottoposte a stupro come tattica o premio di guerra”.

Islamofobia in Gran Bretagna: i crimini che hanno per matrice l’odio islamico sono saliti del 70% a Londra. E la maggior parte delle vittime sono di sesso femminile. Ne parla Radhika Sanghani sul Telegraph. “Sono stata sputata in in strada mentre indossavo il mio velo”, le racconta Sara Khan. “Sono stata chiamata ‘la moglie di Osama Bin Laden’. Con gente che mi si è avvicinata e dicendo parolacce e tentando di accecarmi persino mentre spingevo la carrozzina con mia figlia di sei mesi dentro”. Non si tratta di episodi isolati, spiega Radhika. La Metropolitan Police ha rilasciato in questi giorni nuovi report da cui emerge che i crimini motivati dall’odio contro i musulmani in Gran Bretagna sono aumentati del 70 per cento rispetto all’anno scorso. Tell Mama, un’organizzazione che monitora gli attacchi islamofobici, dice che il 60 per cento di queste aggressioni sono rivolte alle donne, e avviene per strada. Le donne diventano, dice Fiyaz Mughal, fondatore di Tell Mama, evidenti obiettivi per i razzisti che dirigono i loro attacchi a elementi visibili, quindi l’hijab – il velo – e il niqab, il velo integrale.

E sempre nel Regno Unito il governo ha ordinato un’inchiesta per ridurre la violenza contro le donne nelle università. Ai dirigenti universitari è stato ordinato di condurre una task force per esaminare il problema ed elaborare un codice di condotta “per portare avanti il ​​cambiamento culturale”. Le associazioni studentesche hanno accolto con favore la decisione, sottolineando come sessismo e molestie siano a livello pandemico.

Le donne nel movimento per i diritti in Kenya hanno chiesto al presidente Uhuru Kenyatta – in questi giorni in Italia per una visita ufficiale – di ritirare la rimozione del Vice Ispettore Generale Grace Kaindi, sostenendo una cospirazione continua contro le donne che ricoprono posizioni di rilievo nel servizio pubblico. Al di là della vicenda interna alla Polizia in questo caso, “Il movimento delle donne in Kenya è disturbato dalla tendenza costante di perseguitare donne leader nei pubblici uffici”, spiega Teresa Omondi, vice direttore esecutivo di FIDA. Il movimento, si legge su Standard Digital News, promette di arrivare in tribunale se il presidente non dovesse rivedere la sua decisione.

La stessa FIDA, Federazione internazionale delle donne avvocato, esprime – questa volta in Nigeria – preoccupazione per l’aumento della violenza contro le donne, in particolare di stupri, violenze sessuali, circoncisioni femminili e mutilazioni genitali. Hauwa Shekarau, la Presidente Nazionale della federazione, ha fatto appello ai media per condurre un’azione all’avanguardia nella lotta contro tutte le pratiche dannose e discriminatorie per donne, bambini e non solo.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 luglio 2015

New York Magazine

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Partiamo con la copertina del New York Magazine. Ci sono le foto in bianco e nero di 35 donne che accusano il celebre attore Bill Cosby di averle violentate. Violenze partite già negli anni 60. E c’è una sedia vuota, la sedia della prossima vittima. Il settimanale ha raccolto le loro storie, intervistando e fotografando ognuna di loro. Il copione, come riportato anche dal Washington Post, sarebbe stato più o meno sempre lo stesso: una giovane donna, spesso un’aspirante attrice, violentata da un uomo che si ritiene un mentore, magari dopo essere stata drogata e stordita. C’è Barbara Bowman, violentata da Bill Cosby secondo la sua testimonianza quando aveva solo 17 anni, o Therese Serignese che di anni ne aveva 19 all’epoca della violenza. C’è Andrea Costand, che meno di dieci anni fa ha raccontato che Cosby l’avrebbe drogata e violentata nel 2004 nella sua casa in Pennsylvania. C’è Tamara Green, avvocata, vive in California e racconta la stessa storia: lei aspirante attrice, lui che la aggredisce dopo averla drogata. Analoga la testimonianza di Janice Dickinson, ex modella.

Ma Bill Cosby non è l’unico vip a trovarsi nei guai in questi tempi. Sono infatti tornate alla ribalta le accuse di violenza sessuale sull’ex moglie Ivana al magnate e businessman Donald Trump. Secondo una biografia del 1993 Trump violentò la moglie dopo ad un litigio sui trattamenti contro la perdita di capelli. Il libro, Lost Tycoon: Le molte vite di Donald J. Trump, descrive una “violenta aggressione” di una “terrorizzata” Ivana, che a quanto pare avrebbe poi detto ai suoi amici più intimi: “Mi ha violentata.” Lo riporta il Telegraph. Trump ha già smentito, scrive Radhika Sanghani, ma la situazione è complessa: se è vero, Ivana è stato vittima di un terribile attacco, se non è vero, Trump – un candidato presidenziale – è vittima di calunnia. Certo lo stupro della moglie è un reato da tempo: fin dal 1984 nello stato di New York – quindi cinque anni prima del presunto incidente – e dal 1993 in tutti gli USA. Tanto che l’avvocato di Donald Trump ha dovuto scusarsi pubblicamente per le sue affermazioni nel corso di un’intervista e per la frase: “Non è possibile stuprare la propria moglie”

Passiamo in Polinesia. “Porre fine alla violenza è un problema che riguarda tutte le nostre comunità e dei nostri paesi”, ha detto l’Alto Commissario australiano Brett Aldam in occasione del lancio di una nuova risorsa di informazioni per le donne a Nuku’alofa, capitale del regno di Tonga. Il nuovo kit di strumenti, dal titolo “Come realizzare progetti per porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, è il primo del suo genere nel Pacifico. È stato sviluppato da UN Women attraverso il Pacific Regional Ending Violence against Women Facility Fund, con il finanziamento del governo australiano.
Una serie di studi condotti in tutto il Pacifico dimostra che due donne su tre hanno vissuto un qualche tipo di violenza nel corso della loro vita, per lo più da partner o mariti.

Andiamo infine in Nepal, dove a tre mesi dal terremoto in Nepal che il 25 aprile scorso ha provocato oltre 8.890 morti e più di 22 mila feriti, resta alta l’emergenza umanitaria soprattutto nelle zone interne del Paese e l’Oxfam, il network internazionale di organizzazioni impegnate nella lotta alla povertà e e all’ingiustizia, denuncia il rischio di violenze sulle donne nei rifugi temporanei. Ne parla Elvira Ragosta su Radio Vaticana. Secondo l’Oxfam, nel distretto di Dhading – nella zona centrale del Nepal – le donne vivono con la paura di subire abusi fisici e sessuali per la mancanza di sicurezza e di privacy dovuta alla promiscuità dei campi. L’indagine di Oxfam ha evidenziato come i bagni comuni e le aree prive di luce elettrica siano considerate i posti più insicuri. Inoltre, nei distretti più colpiti, molte famiglie sono ancora costrette a vivere all’aperto sotto teloni o in strutture fatte di lamiera. E sale anche il rischio per le epidemie, soprattutto per i bambini, perché in alcune zone l’accesso all’acqua potabile non è garantito.
E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets. Seguiteci sulla nostra pagina Facebook e su Twitter con il nostro account @RadioBullets

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 22 luglio 2015

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Dal Consiglio Ue la sollecitazione a superare il divario uomo-donna sulle pensioni. La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia perché non garantisce le coppie gay. La storia di Lacey Schwartz, filmmaker dalla doppia identità. Oltre 4mila donne potrebbero morire per le complicazioni del parto nei paesi colpiti dall’epidemia di Ebola. La polizia egiziana ha arrestato 84 persone per molestie sessuali. In Australia la Croce Rossa e Mezzaluna Rossa: fermare l’escalation della violenza contro le donne nei conflitti in Medio Oriente.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 marzo 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Ascolta #donnenelmondo del 3 marzo 2015 su Radio Bullets.

Apriamo con il Nepal. Una donna di 30 anni è stata violentata sabato nel distretto di Dhanusha, nel Nepal Centrale, da un branco di uomini, una decina, che, secondo The Himalayan Times, dopo averla stuprata le hanno mutilato gli organi genitali. La donna, mamma di un bambino di undici anni con cui viveva, otto anni fa aveva abbandonato il marito, senza divorziare. Il branco è entrato in casa forzando la porta di ingresso, ha sottoposto la trentenne a ripetute violenze, ha mutilato i suoi genitali con un coltello e ha rubato gioielli e denaro prima di andarsene. La vittima e’ stata ricoverata in un ospedale e la polizia ha arrestato sette sospettati.

“Una brava ragazza non se ne va in giro alle nove di sera”. Parola di Mukesh Singh, autista di autobus che ha partecipato, nel dicembre del 2012 allo stupro di gruppo di Jyoti, una studentessa di 23 anni rea di trovarsi sul suo autobus a Delhi, in India. “Una ragazza è molto più responsabile di stupro di un ragazzo. Ragazzi e ragazze non sono uguali”, spiega in un’intervista alla BBC dal carcere. Singh ha abusato di Jyoti con un palo di metallo insieme ad altri uomini. La ragazza è morta due settimane dopo a causa delle ferite riportate e la sua morte ha scatenato un’ondata di repulsione e proteste in tutto il mondo. I lavori di casa e le pulizie sono per le ragazze, spiega l’uomo. Non certo andare in giro per discoteche e bar a fare cose sbagliate indossando i vestiti sbagliati. La percentuale di ragazze definite “buone” da Sigh? Il 20%.

Secondo le statistiche nazionali ufficiali, ogni giorno vengono stuprate 93 tra donne e ragazze in India.

Egitto, Il Cairo. La storia di Samah Hamdi è le storia di tutte quelle giovani egiziane che alla soglia dei 30 anni sono considerate donne a metà perché non ancora mogli e madri. Ne parla Zenab Ataalla su NOIDONNE. Leggiamolo insieme. “In Egitto, dopo gli studi superiori o universitari le donne hanno il dovere di sposarsi, e se questo non accade, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Nel tentativo di fare luce su questa questione, Samah Hamdi decide di realizzare un video con il tentativo di rompere con l’idea tradizionale, condivisa peraltro dalla maggioranza della società, che l’obiettivo principale di una donna sia quello di trovare marito e formare una famiglia. Intenzionata a protestare contro questi pregiudizi, decide così di indossare un abito da sposa e camminare per le strade della capitale egiziana, cercando di cogliere le reazioni delle persone che incontra per strada. Un racconto fatto di immagini che si snoda in tre giorni di riprese e fotografie volte ad immortalare la vita quotidiana della ragazza che esce di casa, cammina tra la gente, prende la metro ed arriva al lavoro, raccogliendo complimenti e a volte le derisioni di chi la incrocia.

E finiamo con la Turchia dove da un recente sondaggio dalla Direzione generale della sicurezza emerge che tutte le intervistate hanno dichiarato di essere state esposte a violenza sessuale o fisica dopo aver compiuto 15 anni. Una violenza operata da uomini vicini, partner, famigliari, famigliari del marito, parenti vari, persone a scuola o al lavoro. Il 7% delle donne ha aggiunto di aver subito violenza prima dei 15 anni. Tre donne su dieci con un livello di istruzione superiore hanno detto di essere state esposte a violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita. Anche le donne sposate sono vittime di violenza in Turchia. Il 39 per cento di loro è stata esposta a violenza fisica, mentre il 15 per cento è stata vittima di violenza sessuale. Il tasso di violenza emotiva e psicologica contro le donne sposate è ancora più elevato e arriva al 44 per cento. Quasi un quarto delle donne intervistate ha detto che il marito o il partner non consente loro di lavorare. Il 23 per cento racconta di essere stata costretta da marito o partner a lasciare il posto di lavoro.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Empowerment, la vera sfida della comunicazione sociale sulla violenza contro le donne

Fare comunicazione sociale non è semplice. Il settore è complesso, i messaggi da veicolare spesso delicati e controversi. Ma poiché quello della violenza contro le donne è un problema profondamente sociale e culturale, un fenomeno che viene da lontano e che si innesta (e si nasconde) in tutti i gangli del vivere civile, una problematica che merita di essere affrontata in senso ampio per avere finalmente effetti che richiedono sì tempo e lavoro ma che sarebbero realmente penetranti, ecco che la comunicazione appare cruciale.

Il corso di formazione BeFree 2014 – “La violenza di genere, i diritti umani delle donne, il traffico degli esseri umani a scopo di sfruttamento” – ha raccontato un approccio che non posso che trovare l’unico possibile: quello di spiegare, sensibilizzare e far vivere la violenza contro le donne come una questione che deve coinvolgere anche gli uomini. L’approccio iperfemminista per cui il mondo maschile è il nemico assoluto, da abbattere al massimo, non è, a mio avviso, né corretto né efficace. Parlare alle donne per le donne solo di donne, creando un fronte comune – anzi, un vero e proprio muro – contro tutto quello che è il maschile non solo è un errore che abbiamo già fatto. Ma permette di dare a quelle donne risposte di breve periodo, forse sfoghi, magari agghiaccianti verità. Non aiuterà quelle donne a vivere in un mondo migliore, né aiuterà i loro figli, maschi e femmine.

Altro deve essere, appunto, l’approccio. Un discorso che si collega alla ragione per cui le donne non sono e non vanno chiamate “vittime”, ma maltrattate. In questa storia sia le donne che gli uomini hanno una parte attiva. E’ a quella parte attiva che bisogna parlare. E’ alla reattività degli esseri umani che è necessario rivolgersi per cambiare finalmente le cose. Il processo sarà lungo, il momento è caotico: i ruoli sono in crisi, la tradizione in bilico, il mondo noto sta crollando letteralmente sotto i nostri piedi. Anzi: è già crollato.

La rivoluzione dei generi vive un momento di stallo, con il maschile in pieno terrore di comprensione e collocamento, il femminile in bilico tra paura, onnipotenza e remissività. La violenza, credo, nasce anche da questo quadro. Un uomo che non sa più chi è, dove va, che non è abituato, che nessuno ha formato da piccolo con i racconti e il vissuto di un mondo ormai diverso, è un uomo che perde il lume della ragione.

E che si rifugia nel non coraggio: qualunque forma questo possa assumere. Continua a leggere

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