Barack Obama, femminista

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“Ci sono un sacco di aspetti complicati nell’essere Presidente. Ma ci sono anche alcune ricompense. Il fatto di incontrare persone straordinarie in tutto il Paese. Avere un ruolo per cui puoi fare la differenza nella vita della nostra Nazione. L’Air Force One”. Barack Obama ha appena compiuto 55 anni. Quello del 4 agosto scorso è stato l’ultimo compleanno che il 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America ha trascorso alla Casa Bianca. Spera, a novembre, di lasciare in eredità lo Studio Ovale a Hillary Clinton, che diventerebbe la prima donna presidente della storia. Obama comincia così un lungo contributo pubblicato su Glamour, in cui semplicemente si definisce femminista. Ecco la traduzione integrale per Radio Bullets.

Qui il podcast.


Ci sono un sacco di aspetti complicati nell’essere Presidente. Ma ci sono anche alcune ricompense. Il fatto di incontrare persone straordinarie in tutto il Paese. Avere un ruolo per cui puoi fare la differenza nella vita della nostra Nazione. L’Air Force One. Ma forse il più grande, inaspettato regalo che ho avuto da questo lavoro è stato quello di fare “casa-bottega”.

Per molti anni la mia vita è stata consumata da lunghi pendolarismi —dalla mia casa a Chicago a Springfield, nell’Illinois, come senatore dello Stato, e poi a Washington, D.C., come senatore degli Stati Uniti. E questo ha spesso significato dover lavorare ancora più duramente per essere il tipo di marito e di padre che voglio essere. Ma negli ultimi sette anni e mezzo quegli spostamenti si sono ridotti ad appena 45 secondi—il tempo che ci vuole per andare dal mio soggiorno allo Studio Ovale. Come risultato di questa novità sono stato in grado di passare molto più tempo ad osservare le mie figlie crescere e diventare delle intelligenti, divertenti, gentili, meravigliose giovani donne. Non che sia sempre stato semplice – guardarle mentre si preparano ad abbandonare il nido. Ma una cosa che mi rende ottimista per loro è che questa è un’epoca straordinaria per essere una donna. Il progresso che siamo riusciti a raggiungere negli ultimi 100, 50 – e sì, anche negli ultimi otto anni – ha reso la vita migliore in maniera significativa per le mie figlie rispetto a quella delle mie nonne. E non lo dico solo da Presidente. Lo dico da femminista.

Nel corso della mia vita siamo passati da un mercato del lavoro che confinava di base le donne a una manciata di lavori scarsamente retribuiti ad uno in cui le donne non solo costituiscono circa metà della forza lavoro, ma sono anche leader i. tutti i settori: dallo sport allo spazio, da Hollywood alla Corte Suprema. Ho potuto assistere a come le donne abbiano conquistato la libertà di fare le proprie scelte su come vivere — sul proprio corpo, sulla propria formazione, sulla carriera, sui soldi. I tempi in cui avevate bisogno di un marito per avere una carta di credito sono ormai andati. Nei fatti oggi più donne che mai, sposate o single, sono indipendenti a livello finanziario.

Non dovremmo sottovalutare quanto siamo andati lontano. Faremmo un torto a tutti coloro che hanno speso le loro vite lottando per la giustizia. Ma allo stesso tempo c’è ancora un sacco di lavoro che dobbiamo fare per migliorare le prospettive di donne e ragazze qui e in tutto il mondo. E mentre continueró a lavorare su politiche virtuose – dalla parità di salario a paritá di ruolo alla protezione dei diritti riproduttivi – ci sono alcuni cambiamenti che non hanno nulla a che vedere con l’approvazione di nuove leggi.

E il cambiamento più grande nei fatti puó anche essere quello più difficile: cambiare noi stessi.

È qualcosa di cui ho parlato a lungo a giugno, nel primissimo Summit on the United State of Women alla Casa Bianca.

Al punto in cui siamo arrivati, troppo spesso siamo tutti ancora inquadrati in stereotipi su come uomini e donne dovrebbero comportarsi. Una delle mie eroine è Shirley Chisholm (prima donna nera eletta al Congresso degli Stati Uniti, ndr.), che è stata la prima afro-americana a correre per un partito di maggioranza per una nomination presidenziale. Una volta ha detto: “Lo stereotipo emotivo, sessuale e psicologico delle donne comincia quando il dottore dice ‘È una femmina’”.

Sappiamo che questi stereotipi influiscono su come le ragazze si vedono fin dalla più giovane età, facendo loro percepire che se non sembrano in un certo modo o se non agiscono in una certa maniera sono meno degne. Gli stereotipi di genere influenzano nei fatti tutti noi, a prescindere dal genere, dall’identità di genere o dall’orientamento sessuale.

Ora: le persone più importanti nella mia vita sono sempre state donne. Sono stato cresciuto da una mamma single, che ha speso la maggior parte della sua carriera a far crescere l’empowerment delle donne in Paesi in via di sviluppo. Ho visto come mia nonna, che ha dato una mano nel crescermi, ha fatto carriera in una banca solo per sbattere contro a un “soffitto di cristall”o. Ho visto come Michelle ha equilibrato le esigenze di una carriera impegnata con quelle del crescere una famiglia. Come tante mamme che lavorano, si è preoccupata delle aspettative e dei giudizi su come avrebbe dovuto gestire i compromessi, sapendo che ben poche persone avrebbero avuto da ridire sulle mie scelte. E la verità è che quando le nostre figlie erano più piccole, io ero spesso via da casa servendo la legislatura e destreggiandomi allo stesso tempo anche tra le mie responsabilità da insegnante in qualità di professore di diritto. Posso guardarmi indietro ora e riconoscere che, quando ho dato una mano, l’ho fatto a seconda dei miei tempi e dei miei impegni. Tutto il carico è ricaduto in maniera squilibrata e ingiusta su Michelle.

Vorrei quindi pensare che sono stato abbastanza consapevole delle sfide uniche che le donne affrontano – ed è ciò che ha formato il mio femminismo. Ma devo anche ammettere che quando sei padre di due figlie diventi ancora più consapevole di come gli stereotipi di genere pervadano la nostra società. Si possono vedere i segnali sociali, sottili e non sottili, trasmessi attraverso la cultura. È possibile percepire l’enorme pressione a cui la ragazze sono sottoposte per apparire, comportarsi e persino pensare in un certo modo.

E quegli stessi stereotipi hanno segnato anche me come giovane uomo. Crescendo senza un padre, ho passato un sacco di tempo a cercare di capire chi fossi, come il mondo mi percepisse e che tipo di uomo volessi essere. È facile assorbire tutti i messaggi sulla mascolinità e arrivare a credere che esista un modo giusto e un modo sbagliato di essere un uomo. Ma crescendo ho realizzato che quelle idee sull’essere un uomo duro o un fico semplicemente non mi appartenevano. Erano piuttosto la manifestazione della mia giovinezza e della mia insicurezza. La vita è diventata molto più semplice quando, semplicemente, ho cominciato ad essere me stesso.

Dobbiamo quindi fare breccia attraverso questi limiti. Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che cresce le nostre figlie riservate e i nostri figli assertivi. Che critica le ragazze se parlano ad alta voce e i ragazzi se versano una lacrima. Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che punisce le donne per la sessualità e premia gli uomini per la loro.

Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che permette la routine delle aggressioni alle donne, che stiano camminando per strada o che osino andare on line. Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che insegna agli uomini a sentirsi minacciati dalla presenza e dal successo delle donne.

Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che ci fa congratulare con gli uomini se cambiano un pannolino, stigmatizzare i papà full-time e penalizzare le mamme che lavorano. Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che valuta l’essere sicuro, competitivo e ambizioso sul posto di lavoro — a meno che tu non sia una donna. E allora sei stata troppo dispotica, e all’improvviso quelle qualità che pensavi fossero necessarie per il successo finiscono per tenerti indietro.

Dobbiamo continuare a cambiare una cultura che brilla di una luce particolarmente spietata sulle donne e sulle ragazze di colore. Michelle ne ha parlato spesso. Anche dopo aver raggiunto il successo, nel suo pieno diritto, aveva ancora dei dubbi; si doveva preoccupare del fatto di aver avuto il giusto sguardo o il giusto comportamento – se era stata troppo assertiva o troppo aggressiva.

Come genitore, aiutare i tuoi figli a crescere al di sopra di questi vincoli è un costante processo di apprendimento. Michelle e io abbiamo cresciuto le nostre figlie insegnando loro a parlare ad alta voce quando vedono dei doppi standard o si sentono ingiustamente giudicati in base al loro genere e alla loro razza—o quando notano che sta accadendo a qualcun altro. È importante per loro vedere dei modelli di ruolo nel mondo che scalino i più alti livelli di qualunque campo scelgano. E sì, è importante che il loro padre sia femminista, perché ora è quello che si aspettano da tutti gli uomini.

È, in maniera assoluta, responsabilità anche degli uomini combattere il sessismo. Come mariti, partner e fidanzati, dobbiamo lavorare duramente per essere impegnati nel creare delle relazioni realmente egualitarie.

La buona notizia è che ovunque vada in giro per il Paese e per il mondo vedo persone rimandare al mittente assunzioni datate sui ruoli di genere. Dai giovani uomini che si sono uniti alla nostra campagna per porre fine alle aggressioni sessuali nei campus, It’s On Us, alle giovani che sono diventate le prime Army Ranger donne nella storia della nostra nazione, la vostra generazione si rifiuta di essere confinata in vecchi modi di pensare. E state aiutando tutti noi a capire che obbligare le persone ad aderire a nozioni di identità rigide e ormai fuori moda non è un bene per nessuno—uomini, donne, gay, etero, transgender, o altro. Questi stereotipi limitano la nostra possibilità di essere, semplicemente, noi stessi.

Questo autunno abbiamo davanti a noi delle elezioni storiche. 240 anni dopo che la nostra nazione è stata fondata, e quasi un secolo dopo che le donne hanno finalmente conquistato il diritto di voto, per la prima donna una donna rappresenta la nomina di un partito politico di maggioranza. A prescindere dalle convinzioni politiche, questo è un momento storico per l’America. Ed è ancora una volta un ulteriore esempio di quanto lontano sia andato il cammino che le donne hanno fatto verso l’uguaglianza.

Voglio che i nostri figli e le nostre figlie vedano chiaramente che questa è anche la loro eredità. Voglio che sappiano che non è stata solo una questione di Benjamin ma è sempre stata anche una questione di Tubman. E voglio che diano una mano a fare la loro parte nell’assicurare che l’America sia un posto dove ogni singola bambina può fare della propria vita ciò che desidera.

Questo è il femminismo del 21esimo secolo: l’idea che quando tutti sono uguali, siamo tutti più liberi.

Barack Obama è il 44esimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

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#Donnenelmondo del 10 giugno 2016

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Ascolta la puntata.

Pensate alle parole con cui è stata raccontata sui giornali la morte di Sara Di Pierantonio, la ragazza di 22 anni uccisa e bruciata da un uomo che invece che affrontare i suoi problemi culturali, sociali, antropologici, mentali non ha trovato di meglio da fare che uccidere la donna che si era sottratta al suo possesso. Provate un po’ a visualizzare quegli articoli – lo so, è già complicato, dato che l’enormità della vicenda è già scomparsa dai nostri giornali. Ma nei pezzi dei giorni immediatamente successivi al femminicidio di Sara troverete la descrizione della vittima. Quello che ha fatto, quello che non ha fatto, come non si sia sottratta al suo “destino” (virgolette), come persino la geolocalizzazione del suo smartphone abbia contribuito alla sua morte. Un’impostazione che, per molti, fa parte del problema. L’analisi grammaticale dell’azione della donna, la necessità di difenderla e di difendersi, che fagocita l’attenzione delle azioni del violento e di come sia arrivato ad agire come ha agito. Non è un tema solo italiano, anzi. Andiamo in Australia, dove – si legge su The Conversation – “fino a poco tempo, la violenza domestica contro donne e bambini era invisibile al pubblico. Oggi invece ampia è la copertura mediatica, ma uno studio australiano – uno dei più grandi del suo genere – sottolinea come in questa copertura, gli autori delle violenze restino ancora sostanzialmente “invisibili”. Il termine “autore invisibile” si riferisce al modo in cui quasi il 60% delle notizie di stampa su un fatto violento non fornisca praticamente alcuna informazione sull’autore di quella violenza. Il termine deriva dal nuovo studio, uno dei più grandi del suo genere, qui o all’estero. La violenza contro le donne, si legge nello studio, è commessa da un’altra persona, di solito un uomo, di solito un uomo che una donna conosce, eppure quella violenza viene spesso riportata come se l’altra persona – fidanzato, marito, compagno – non esistesse. Si fa l’esempio di un titolo del Daily Telegraph: “Un’ascia fa a pezzi una famiglia”. E chi l’ha usata l’ascia per ammazzare Tara? (Fermo restando il garantismo e la correttezza di quanto riportato, si badi). E anche quando gli autori vengono citati, spiega ancora lo studio, i giornalisti tendono ad usare – consapevolmente o meno – una costruzione passiva delle frasi, oscurando o elidendo chi ha perpetrato la violenza e con quale grado di intenti. Insomma: di recente quantità e qualità della copertura mediatica della violenza contro donne e bambini sono migliorate, ma resta un notevole margine di lavoro da fare.

Andiamo in Brasile, dove nei giorni scorsi si è tenuta una manifestazione contro la violenza sulle donne a Copacabana, a Rio de Janeiro. Sulla spiaggia sono state lasciate 420 paia di slip: si tratta del numero delle donne che subiscono violenza nel paese ogni 72 ore. A fine maggio – ricorda Huffington Post – le immagini di una ragazza di 16 anni violentata da più di 30 uomini in una favela di Rio hanno avuto ampia diffusione sui social media, acuendo il dibattito su sessismo e violenza in Brasile. Hashtag come #EstuproNuncaMais (“Mai più uno stupro”) e #EstuproNaoTemJustificativa (“Lo stupro non può essere giustificato”) si sono rapidamente diffusi su Twitter. Nel 2014 sono stati registrati in Brasile 50mila stupri, ma gli esperti ritengono che i numeri descrivano solo grossolanamente la situazione. Secondo l’Istituto brasiliano di ricerca economica applicata , nel Paese avverrebbero fino a 500mila casi di violenza sessuale ogni anno.

Ne abbiamo parlato una settimana fa nel notiziario di Radio Bullets: la proposta di legge del Consiglio dell’ideologia islamica del Pakistan, un organo consultivo, per legalizzare la violenza domestica autorizzando le botte “leggere” alle mogli. Proposta che vede come risposta la protesta su Twitter. Violenza “in forma lieve” – hanno scritto gli integralisti musulmani nella loro proposta di 163 pagine – laddove, si legge su IoDonna, le donne si rifiutano di fare sesso, lavarsi dopo avere avuto rapporti e durante le mestruazioni, oppure anche solo se non indossano quello che desidera il marito. L’hashtag è #TryBeatingMeLightly (“Prova a picchiarmi in forma lieve”, e a farlo circolare sono i ritratti, in bianco e nero, del fotografo Fahhad Rajper. Ritratti di donne pachistane che hanno preso posizione contro la proposta di legge. Tweet come: “Prova a picchiarmi in modo leggero e vedrai che ti avvelenerò… con leggerezza!”. E ancora: “Sono il sole, toccami e ti brucerai come se fossi finito all’inferno. Sono la luce, proverai a fermarmi ma non ci riuscirai. Non potrai contenere la mia energia. Sono il tipo di donna da cui prendono il nome i tifoni. Ti sfido”. L’esperta di marketing digitale Shamilah Rashid scrive: “Prova a picchiarmi in modo leggero e farò in modo che sia l’ultima cosa che farai nella tua vita patetica”. E aggiunge: “Non voglio che le ragazze crescano pensando che se un uomo ti picchia allora vuol dire che ti ama. E che un giorno il suo comportamento migliorerà: no, la violenza di genere è inaccettabile. Sempre”. Il Pakistan, si legge su IoDonna, resta uno dei paesi dove la violenza di genere è pervasiva. Almeno 4.308 i casi di violenza denunciati da donne e ragazze nei primi sei mesi dell’anno.
La polizia della città pakistana di Lahore ha arrestato una donna sospettata di aver ucciso sua figlia per essersi sposata senza il consenso della famiglia. Lo riporta la BBC. La polizia dice che il corpo di Zeenat Rafiq mostra segni di torture. È stata cosparsa di benzina e data alle fiamme. È il terzo caso del genere in un mese in Pakistan, dove sono comuni gli attacchi contro le donne che vanno contro le regole conservatrici su amore e matrimonio. La scorsa settimana – ne abbiamo parlato – una giovane insegnante, Maria Sadaqat, è morta dopo che le avevano dato fuoco a Murree vicino a Islamabad per aver rifiutato una proposta di matrimonio.

Avete presente la locandina del prossimo film di “X-Men: Apocalypse”? È uscita la scorsa settimana, ne parla il Guardian: “Quando è uscito”, scrive Laura Bates, “è apparso chiaro che chi che aveva dato il via libera a quella pubblicità non era riuscito a notare qualcosa che sembra assolutamente ovvio a molti che lo guardano. Il manifesto raffigura palesemente la violenza contro le donne drammatizzata”. È la scena in cui Mystique (interpretata da Jennifer Lawrence) viene strangolata da Apocalypse (interpretato da Oscar Isaac), e lo slogan è: “Solo i forti sopravvivranno”. “C’è un grave problema quando uomini e donne alla 20th Century Fox pensano che la violenza casuale contro le donne possa essere il modo di commercializzare un film”, dice l’attrice Rose McGowan. Certo, è una scena del film ma “nella pubblicità non viene dato alcun contesto” e alla fine si tratta di una donna strangolata. Il fatto che nessuno l’abbia rimarcato è francamente stupido e offensivo”. Hollywood, si legge ancora sul Guardian, ha una lunga e frustrante storia di utilizzo di sessismo per vendere film. Su Tumblr c’è una pagina, The Headless women of Hollywood, Le donne senza cervello di Hollywood, che raccoglie esempi indicativi. La 20th Century Fox ha risposto alle critiche con una nota: “Non ci siamo accorti subito della connotazione sconvolgente di questa immagine in forma stampata”, aggiungendo che mai “perdonerebbe la violenza contro le donne”. Ma il fatto che non ci abbiano visto da soli alcun problema, si legge sul Guardian, la dice lunga.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Tongam Rina Una giornalista che non viene messa a tacere neppure dai proiettili – se n’è beccata una nel luglio 2012 nello stomaco, proiettile che le ha sfiorato il midollo spinale. Un uomo armato l’ha aspettata insieme a dei complici all’ingresso dell’Arunachal Times a Itanagar, capitale dello stato indiano di Arunachal Pradesh. Quasi 2 anni più tardi, il presunto autore dell’attentato è stato arrestato e successivamente rilasciato. Lei continua la sua lotta alla corruzione endemica e contro i 150 progetti di dighe in cantiere nella regione di confine.

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#Donnenelmondo del 27 maggio 2016

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Racconti da Idomeni. Libia, nuova Costituzione e donne. Tunisia, la lotta per i diritti lgbti. Indonesia, castrazione chimica per chi violenta i bambini. Thailandia, Jiew difende la libertà di stampa.

Ascolta la puntata.

Nada è una ragazza di 28 anni, originaria della città di Deir Sur in Siria, ha vissuto per mesi nel campo di Idomeni e il 24 maggio è stata portata via con il primo gruppo di persone e ora si trova nel campo di New Kavala. Dopo aver camminato per più di un’ora per avere cibo e latte per i suoi bambini, ha rilasciato questa testimonianza a un operatore umanitario di Medici Senza Frontiere, che ha offerto supporto psicologico ad alcuni pazienti come lei. “Ieri sono arrivati a Idomeni molti agenti di polizia, andavano ovunque a dire che ce ne saremmo dovuti andare. Avevamo paura che avrebbero usato gas lacrimogeni. Io ho sette figli ed ero preoccupata di cosa sarebbe potuto succedere. Tutti erano spaventati: la polizia era armata e tutti temevano per i propri figli. Quelli che avevano i soldi hanno già attraversato la frontiera illegalmente. Quelli che non li avevano invece speravano che la frontiera sarebbe stata riaperta oppure che le nostre condizioni di vita, qui, sarebbero migliorate. Ma la nostra situazione nel nuovo campo è terribile: il cibo è pessimo, i bagni e le docce non sono pulite. Siamo stanchi, ne abbiamo abbastanza di vivere in queste condizioni. Era meglio Idomeni. Siamo arrivati qui perché speravamo che l’Europa fosse civilizzata, ma dov’è la civiltà? È così che si trattano le persone nei paesi civili? Siamo arrivati in Europa in cerca di asilo, è nostro diritto richiederlo. I miei bambini sono sconvolti: non posso fargli il bagno perché la fonte d’acqua è molto lontana dalla nostra tenda e l’acqua è talmente calda che non riesco ad utilizzarla. Sono preoccupata per la mancanza d’igiene nel nuovo campo, potremmo prendere la scabbia. I miei bambini hanno paura. Vorrei morire e fuggire da questa situazione. Non è sicuro stare in Siria (e qui scoppia a piangere, l’intervista viene interrotta – si legge nella nota di Medici senza Frontiere – ma lei vuole continuare). Ci hanno trattato male in Siria, in Turchia e ora ci trattano male in Europa. Perché? Non siamo lo stesso esseri umani? Io non sono umana? Non ho il diritto di vivere come loro (gli europei)? Sarebbe stato meglio morire. Ci hanno dato tante false speranze dicendo che il confine sarebbe stato aperto così tante volte. Ora ci dicono che una commissione verrà per ricollocarci in paesi diversi ma non ci credo. Sono tutte bugie. Ci sentiamo umiliati, e non abbiamo più soldi. Ci hanno dato i documenti prima di lasciare Idomeni con scritto “Apolide”. Siamo apolidi?”

In Libia la nuova costituzione non cambierà la vita delle donne. A scriverlo è il regista Khalifa Abo Khraisse in un articolo scritto per Internazionale. “Ad aprile l’assemblea costituente della Libia ha finalmente concluso la stesura della costituzione, malgrado le marce indietro e il caos dietro le quinte, e il fatto che alcuni suoi componenti abbiano boicottato gli incontri perché, come hanno spiegato, “l’assemblea costituente non ha il diritto né l’autorità di modificare in alcun modo il quorum dato che le modifiche spettano all’autorità legislativa”. I tanti difetti della nuova carta passano in secondo piano, secondo il regista, quando si legge l’articolo 8: “L’islam è la religione di stato e la legge islamica (sharia) è la fonte della legislazione in accordo con le dottrine e la giurisprudenza islamica, senza opporsi al parere di una certa giurisprudenza islamica in alcune questioni discrezionali, e con le disposizioni della costituzione costruita in armonia con queste”. In altre parole: questa non è una vera costituzione ma linee guida soggette all’interpretazione di figure religiose, dice ancora lo sceneggiatore su Internazionale. L’articolo 57, relativo ai diritti delle donne, comincia così: “Le donne sono sorelle degli uomini”. Il resto dell’articolo non aggiunge granché a questa apertura a effetto. Il 23 ottobre 2011 il Consiglio nazionale di transizione aveva annunciato la liberazione della Libia dopo otto mesi di guerra. Il leader Mustafa Abdel Jalil aveva dichiarato: “In quanto nazione musulmana, abbiamo assunto la sharia islamica come fonte della legislazione. Perciò qualsiasi norma che contraddica i princìpi dell’islam è annullata per legge, comprese le vecchie norme che vietavano a un uomo di avere più di una moglie. Ciascun libico può avere quattro mogli”. Nel 2014, racconta ancora Khalifa, quando gli scontri a Tripoli hanno innescato una guerra civile totale il paese si è diviso in due fazioni, due governi, due eserciti. “Da allora niente è stato più lo stesso, ci hanno rubato di nuovo la piazza dei Martiri”. “Mi ricordo che nel 2013 un gruppo di donne coraggiose organizzò una manifestazione a Tripoli per chiedere diritti e protestare contro la violenza e il sessismo della società. È stato il primo e ultimo tentativo di questo genere in Libia. Conosco le tre organizzatrici della manifestazione: la mia docente di storia dell’arte Aicha Almagrabi, l’attivista Rouwaida Ali e l’avvocata Hanan Al Newaisery. Hanno fondato un’organizzazione per difendere i diritti delle donne, e tutte e tre hanno dovuto lasciare il paese nel 2014, dopo aver ricevuto minacce di morte, e subìto tentativi di rapimento e molestie. Adesso vivono in Francia, Svezia e Tunisia.

“Ero al parco con la mia ragazza, ci stavamo baciando. Uno sconosciuto ci faceva delle foto. Ci ha minacciate di farle vedere a tutti se non facevamo ciò che ci chiedeva. Ha detto alla mia ragazza di andarsene….e ha cercato di costringermi a fare sesso con lui. La mia ragazza si è rifiutata di andarsene e siamo riuscite a scappare via”. Queste sono le parole di Samira, 17enne lesbica che riceve quotidianamente minacce sessuali per le strade della sua città, in Tunisia. Nel 2015 un uomo aveva cercato di violentarla. Come Samira, scrive Amnesty International, tante altre persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuate in Tunisia rischiano di essere arrestate o perseguite sulla base del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere. Da anni gli attivisti per i diritti lgbti combattono la discriminazione e portano avanti campagne per il riconoscimento dei diritti lgbti dalla società tunisina. Il Codice penale tunisino criminalizza i rapporti sessuali consensuali tra persone adulte dello stesso sesso. L’articolo 230 del codice penale prevede fino a tre anni di reclusione e una multa per “sodomia e lesbismo” e l’articolo 226, che punisce con sei mesi di reclusione gli atti osceni e ritenuti offensivi per la morale pubblica, viene utilizzato anche contro le persone lgbti. Amnesty ha lanciato una mobilitazione per chiedere al Primo Ministro di porre fine alla discriminazione, di diritto e di fatto, nei confronti delle persone lgbti e di abrogare l’articolo 230 del Codice penale.

I giudici indonesiani possono ora forzare uomini che commettono abusi sessuali nei confronti dei bambini ad essere castrati chimicamente, dopo che il Presidente Joko Widodo ha approvato un decreto di emergenza in risposta a quella che definisce una vera e propria “crisi” di violenza contro ai bambini nel Paese. La mossa, scrive il Time, arriva dopo che una teenager ha subito uno stupro di gruppo ed è stata uccisa da 14 uomini e ragazzi mentre tornava a casa da scuola a Sumatra a inizio maggio. L’attacco ha scatenato l’indignazione degli attivisti per i diritti delle donne e ad appellai governo affinché si mobilitasse e rispondesse con urgenza alla violenza sessuale. Secondo il New York Times il decreto presidenziale ha modificato la legge nazionale del 2002 sulla protezione dei bambini e dà ai giudici la discrezionalità di poter applicare come pena la castrazione chimica a coloro che sono stati condannati per violenza sessuale.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta della thailandese Chiranuch Premchaiporn, più conosciuta con il suo pseudonimo, Jiew, lavora per il giornale on-line Prachatai. Nel 2010 è stata arrestata e processata per lesa maestà. Secondo quanto prevede il draconiano Computer Crimes Act, rischiava fino a 50 anni di carcere. Le prove erano scarse: è stata accusata di non riuscire a rimuovere tempestivamente, nel 2008, commenti anti-monarchici dal sito. È stata perseguita per più di tre anni, durante i quali ha fatto tutto il possibile per contrastare la censura del suo sito, prima che le venisse data una sospensione condizionale della pena di otto mesi di reclusione e una multa di 20.000 baht ($635) nel 2012. Determinata a far valere i suoi diritti e vincere il suo caso, ha presentato ricorso contro la decisione della corte. Ma il sistema legale ha rifiutato di muoversi. La battaglia di Premchaiporn per la libertà di stampa è indicativa della durezza del sistema giudiziario thailandese e della natura punitiva di alcune delle sue leggi, che, invece di proteggere la monarchia, sono utilizzate come armi politiche contro le voci critiche e indipendenti.

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Donna impresa: il mondo delle piccole imprese rosa su Donne sul Web

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Com’è cambiato il mondo delle imprese femminili in Italia in questi 10 anni? Poco o nulla. “I problemi sono gli stessi, ma oggi ci sono nuove soluzioni. Peccato che la politica le ignori”. A spiegarlo è Giulia Amara, responsabile del network Donne sul Web, che lancia lo spazio Donna Impresa, dove si dà voce al milione di aziende fatte da donne nel nostro Paese, raccontando le loro storie, con interviste, articoli, video, ma anche iniziative offline.

Che il mondo delle imprese femminili in Italia sia una grande risorsa lo dicono tutti. Peccato poi che questo non si traduca nella pratica in qualcosa di concreto. Le donne al potere sono sempre le stesse e l’oltre milione di piccole medie imprese femminili non vengono valorizzate né ascoltate. Questo mondo oggi viene rappresentato online con il progetto Donna Impresa, dove si dà spazio a tutte le donne che vogliono raccontarsi: imprenditrici, creative, casalinghe – “Perché anche una casalinga fa economia” fa notare Giulia Amara – tramite un format editoriale basato su storie, interviste e video. Si racconta il mondo delle piccole imprese rosa italiane grazie a un team dedicato interamente al tema, che percorre l’Italia da nord a sud (senza dimenticare le isole) per dare voce a tutte le imprese femminili.

Dal 2006 a oggi, cos’è cambiato?

Il progetto ha radici lontane: “Abbiamo iniziato nel 2006 con il primo grande evento dedicato all’economia al rosa, Women’s Economics” spiega Giulia Amara, promotrice dell’iniziativa e responsabile del network Donne sul Web. “Un grande successo: uno spazio di convergenza tra imprese e istituzioni che favoriva visibilità e scambi. Ma era solo la base di partenza e in questi 10 anni non ci siamo fermate: abbiamo continuato a monitorare e raccontare la realtà del mercato del lavoro in Italia dal punto di vista delle donne tramite vari format editoriali”.

Dieci anni in cui, come sappiamo, è successo di tutto, trasformazioni politiche, sociali e culturali e soprattutto la famigerata “crisi”. Ma come sappiamo in Italia tutto cambia per non cambiare e i problemi di oggi sono gli stessi di ieri: “Probabilmente l’evento nel 2006 ha anticipato una realtà allora e tuttora sommersa o della quale nessuno parla” continua Amara. “Uno spaccato dell’economia italiana che emerge una volta all’anno nei dati Unioncamere, a parte qualche fenomeno isolato a livello locale o alcune dichiarazioni d’intenti di politici che non si traducono mai in fatti. Il mondo donna impresa era già frammentato e lo è ancora, così come l’associazionismo o altre realtà che se convergessero trarrebbero solo degli enormi vantaggi”.

Donna impresa, un grande racconto del mondo femminile

Le difficoltà sono sempre le stesse: “Tre soprattutto: burocrazia, difficoltà a reperire il credito, mancanza di visibilità o comunicazione. Elementi fondamentali per fare impresa. Non bastano i social: ci sono aziende che pensano di essersi adeguate alle sfide del mercato globale perché hanno aperto una pagina Facebook. Non è così.”

Dall’osservatorio di Donna Impresa quello che emerge è che, se i problemi sono gli stessi di 10 anni fa, le soluzioni oggi possono essere diverse. Non solo online, ma anche offline: “La capacità di fare network non si deve limitare al mondo digitale, anche se è quello in cui viviamo e lavoriamo. Servono iniziative mirate che mettano in evidenza non solo i numeri delle aziende in rosa sul territorio, ma che favoriscano realmente scambi e idee” continua Giulia Amara. L’obiettivo di Donna Impresa e di Donne sul Web è anche questo: un continuo racconto del mondo femminile del lavoro, ma anche la creazione di eventi offline, incontri, scambi e anche iniziative come il nuovo premio regionale L’ Economia delle Donne, un premio al merito per le imprese rosa.

Raccontare non solo i successi, ma anche le difficoltà

“Quante donne vorrebbero crearsi un lavoro ma manca l’idea? O spesso semplicemente non è quella vincente. Non basta imparare un business plan: un tempo forse sì, ma ora non più”. Il talento e le idee in Italia non mancano, e non è retorica o facile patriottismo, ma una realtà: “Ci sono tanti casi di successo in Italia” spiega l’Amara. “Nomi noti li troviamo nel vino, nella moda, nella tecnologia. Ma personalmente, delle centinaia di donne con cui ho parlato e delle migliaia di storie raccontate, ho particolarmente ammirato le donne in agricoltura. Nello specifico le donne del riso, quelle che una volta venivano definite mondine, o le donne del formaggio. Storie vere che non avrei mai immaginato”.

Non solo storie di successi su Donna Impresa, ma anche storie di fallimenti e difficoltà. Prima di tutto per liberarsi della retorica che ci mette tutti d’accordo ma che poi ci ancora a una realtà che non cambia, e poi perché, conclude l’Amara, “è altrettanto utile raccontare le molte imprese che non sono riuscite ad andare avanti, conoscere i limiti che hanno incontrato, capire perché, cos’è successo. E partire proprio da lì”.

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#Donnenelmondo del 14 aprile 2016

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#Bringbackourgirls, due anni dopo. La prostituzione in Francia e Germania. La depenalizzazione dell’aborto in Cile. E: che ne pensate di una donna Segretaria Generale delle Nazioni Unite?

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#Bringbackourgirls, Nigeria: sono trascorsi due anni dal rapimento delle alunne di Chibok. Nel secondo anniversario del rapimento delle oltre 270 alunne di Chibok, Amnesty International ha chiesto che tutte le persone rapite da Boko haram siano rilasciate e tutti coloro le cui vite sono state devastate dal gruppo armato ricevano sostegno e giustizia. “La sofferenza di genitori che non vedono le loro figlie da due anni è inimmaginabile” – ha dichiarato M. K. Ibrahim, direttore di Amnesty International Nigeria. La sorte di 219 delle 276 alunne rapite da una scuola di Chibok resta sconosciuta, così come quella di migliaia di donne, bambine, ragazzi e bambini rapiti da Boko haram. Amnesty International chiede a Boko haram di cessare di attaccare e uccidere civili e al governo nigeriano di prendere ogni misura, nel rispetto della legge, per assicurare protezione alla popolazione civile del nord-est del paese e riportare sicurezza in quel territorio. La comunità internazionale, a sua volta, dovrà continuare a fornire assistenza al governo nigeriano di fronte alla minaccia costituita da Boko haram. “Il governo di Muhammadu Buhari deve fare più di quanto fatto finora per riportare a casa le ragazze, garantire la protezione dei civili nel nord-est del paese e assicurare l’accesso all’istruzione delle bambine e dei bambini di quella regione” – ha proseguito Ibrahim. “I responsabili delle indicibili sofferenze inflitte in questi anni devono essere portati di fronte alla giustizia, una volta per tutte”. Secondo recenti notizie di stampa, Boko haram avrebbe espresso disponibilità a rilasciare le alunne di Chibok in cambio di un riscatto. Altre fonti indicano che il governo aprirà “centri di rieducazione” per i membri di Boko haram che dimostreranno di essersi pentiti.

Quattro donne su dieci tra i 15 e i 19 anni ritengono che sia diritto di un uomo picchiare la moglie se brucia il cibo, se litiga con lui, se esce senza dirgli nulla, se trascura i figli o rifiuta di fare sesso. È stato reso noto nella scheda sulla violenza contro donne e ragazze del 2015 sull’Africa – con particolare riferimento alle attitudini maschili e femminili alla violenza di genere – pubblicato dal servizio informazioni sullo sviluppo sanitario, umano e sociale e sulla coalizione africana sulle nuove nascita, la maternità e la salute infantile. Le statistiche, si legge sul giornale on line nigeriano The Cable, rivelano che le donne, soprattutto le più giovani, sono più tolleranti di fronte alla violenza su persone del loro stesso sesso. Il 35% delle nigeriane tra i 15 e i 49 anni, credono che un uomo sia giustificato nel picchiare sua moglie se lei brucia il cibo o rifiuta i rapporti sessuali. Secondo i ricercatori, in sintesi, “la violenza contro donne e ragazze – la più evidente, sfacciata, brutale, chiara manifestazione di disuguaglianza di genere, che toglie potere e strumenti alle donne – non è stata sradicata in Africa, anzi: è in realtà oggi diffusa in maniera epidemica, istituzionalizzata,e profondamente radicata”. E quello che è più inquietante è che donne e ragazze hanno socializzato l’accettazione della violenza contro loro stesse. “L’indottrinamento istituzionalizzato di milioni di ragazze e donne africane ad accettare la violenza come normale – significativamente guidato dall’abuso e dallo sfruttamento tollerato dallo Stato delle minori tramite matrimoni forzati, tra l’altro – rappresenta un grande pericolo alla cittadinanza delle donne e ai loro diritti costituzionali e umani, e anche ad un più ampio sviluppo di tutta l’Africa a lungo termine”.

Il Cile depenalizza l’aborto per motivi terapeutici. Con 66 voti a favore e 24 contro, la camera ha approvato un progetto di legge che consente l’interruzione volontaria di gravidanza nei casi di rischio di vita per la madre, malformazione del feto e stupro. Ora la legge passa al senato. Era stata Michelle Bachelet a iniziare il processo legislativo per la depenalizzazione dell’Interruzione Volontaria di Gravidanza, si legge su NoiDonne. Depenalizzazione che, insieme ad altre riforme costituzionali e tributarie, si era collocata al centro della campagna elettorale della Presidente nel 2013. Insieme a El Salvador, il Nicaragua e l’Honduras, il Cile era rimasto l’unico paese dell’America Latina a vietare totalmente l’aborto. Una decisione di Pinochet, durante gli ultimi mesi del regime, quella di rendere l’IVG illegale in tutte le circostanze: «non si potrà eseguire alcuna azione il cui fine sia quello di provocare un aborto». In un’intervista alla BBC Mundo Lidia Casas, avvocata del Centro per i Diritti Umani dell’Università Diego Portales, aveva spiegato che nel paese «le donne abortiscono nelle più disparate condizioni». Si stima che in Cile vengano compiuti circa 120mila aborti clandestini ogni anno. Secondo l’indagine Plaza Publica-Cadem del 2015, il 74 per cento dei cileni appoggerebbe l’aborto in caso di pericolo di vita per la madre, il 72 per cento quando la donna è rimasta incinta durante una violenza e il 72 per cento lo approva se esiste un’alta probabilità che il feto non sopravviva.

Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre di quest’anno, l’attuale segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon vedrà la scadenza del suo mandato. Le manovre per la successione – non si può ancora parlare di lotta, scrive Nick Bryant sulla BBC – è tutto ancora troppo sofisticato – si stanno facendo sempre più complesse e veloci. Così come la campagna 2016 potrebbe avere come esito l’elezione della prima donna alla Casa Bianca, ci sono grandi probabilità che il prossimo capo delle Nazioni Unite sarà la prima donna segretaria generale dell’organizzazione. Questa settimana, si legge sul sito della BBC, per la prima volta in 70 anni di storia delle Nazioni Unite, i candidati ufficiali prenderanno parte ad assemblee pubbliche. Si tratta di un cambiamento radicale per un’organizzazione che rivaleggia con il Vaticano per la segretezza dei suoi processi, con le sue monocromatiche stanze sul retro che ospitano per le Nazioni Unite quello che è l’equivalente del conclave papale nella Cappella Sistina. Metà dei candidati sono ad oggi donne: tutti affronteranno in quell’occasione due ore di domande da parte degli Stati che fanno parte dell’organizzazione. Le quattro candidate ufficiali sono, fino ad oggi: Irina Bokova, 63 anni, politica bulgara e direttrice generale dell’Unesco; Helen Clark, 66, ex prima ministra della Nuova Zelanda e attualmente a capo del programma di sviluppo delle Nazioni Unite; Natalia Gherman, 47, politica moldava già vice prima ministra e ministra dell’integrazione europea; Vesna Pusic, 62, leader del Partito popolare liberale croato. È stata vice primo ministra e ministra degli affari esteri ed europei fino a gennaio di quest’anno. Con loro quattro uomini: Antonio Guterres, 66, ex primo ministro del Portogallo e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati; Srgjan Kerim, 67, economista macedone e diplomatico, è stato ministro degli esteri macedone e presidente della 62a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite; Danilo Turk, 64, ex presidente della Slovenia, già ambasciatore ONU e segretario generale delle Nazioni Unite per gli affari politici; Igor Luksic, 39, ex primo ministro del Montenegro e attuale ministro degli affari esteri.

L’Associated Press annuncia un cambio nel suo stylebook, la “bibbia” giornalistica per tutti gli editor dell’agenzia ma non solo: evitare di usare la parola “prostituta” quando si parla di bambini. Termini come “bambina prostituta”, “adolescente prostituta” e così via sono quindi banditi dal linguaggio di una delle più grandi agenzie giornalistiche di tutto il mondo. Quei termini infatti, spiega Tom Kent, AP standard editor, alla Columbia Journalism Review implicano che la bambina “sta volontariamente commercializzando sesso per soldi”. Cosa che, per definizione, non può fare. Un cambiamento richiesto anche da una petizione on line che nel tempo aveva raccolto oltre 151mila firme. Presa di mira anche la parola “mistress”, amante donna, che, nota Kent, non ha un equivalente maschile e significa cose diverse in diverse parti del mondo. AP raccomanda quindi di evitare il termine e usare invece “partner”, “friend”, “lover”.

Andiamo in Francia. Le hostess e le donne pilota di Air France potranno rifiutarsi di prestare servizio sulla tratta per Teheran. Le proteste erano nate in seguito all’invio di una circolare interna alla compagnia di bandiera francese che obbligava lo staff femminile a indossare – scrive Le Figaro – abiti lunghi o pantaloni non attillati in caso di voli per l’Iran, e a coprirsi il capo con il foulard della divisa dopo lo sbarco, pena sanzioni Il problema si è presentato in seguito alla riapertura dei voli tra Parigi e l’Iran, sospesi nel 2008 e in questi giorni riattivati con la fine delle sanzioni contro l’Iran – che resta l’unico paese che chiede il velo già allo sbarco. Ma le polemiche, per Air France, non sono finite: è nata in questi giorni una mobilitazione on line indirizzata al presidente di Air France e al segretario di Stato incaricato ai trasporti, da parte degli steward della compagnia che chiedono a loro volta il diritto di non viaggiare verso l’Iran. Nel Paese mediorientale, infatti, si legge su Elle, l’omosessualità è punita con la morte. Flore Arrighi, presidente della sezione dell’Unione del personale navigante dell’aviazione civile presso Air France, ha affermato che la «domanda di potersi sottrarre a questi viaggi è stata affrontata dall’intero personale della compagnia, senza discriminazione di sesso e orientamento sessuale». Lo staff di Air France, tuttavia, ha accordato la possibilità di rifiutare soltanto al personale femminile.

Restiamo in Francia. Negli ultimi giorni il Paese ha deciso di modificare la legge sulla prostituzione e rendere più pericoloso fare sesso a pagamento. Lo stesso è accaduto in Germania, ma con approccio diverso. Dopo quasi tre anni di discussioni parlamentari, si legge su Bloomberg, la settimana scorsa la Francia ha deciso di adottare il cosiddetto “modello svedese”, o modello nordico, applicato per l’appunto in Svezia ma anche in Islanda e Irlanda del Nord. L’approccio della Germania, che invece di fatto ha legalizzato la prostituzione nel 2002, è più sfumato. La legalizzazione ha generato un’industria enorme: stando al governo tedesco in Germania ci sarebbero 200mila prostitute, ma secondo stime non ufficiali il numero sarebbe più vicino alle 700mila. Controllare un settore di queste dimensioni è difficile. Il traffico di esseri umani è aumentato in modo significativo ed è cresciuto anche il numero dei bordelli in cui i clienti possono fare sesso con un numero illimitato di prostitute a un prezzo fisso. Dopo le elezioni federali del 2013, i partiti che formano la coalizione di governo in Germania hanno quindi presentato una legge per regolamentare in modo più efficace la prostituzione. La settimana scorsa il governo tedesco ha presentato un disegno di legge, che quasi certamente sarà approvato dal Parlamento. La proposta vieterebbe i “bordelli all-inclusive” (paghi una tariffa fissa e resti quanto vuoi) e i cosiddetti “gang bang party” (quando più clienti vanno insieme con la stessa prostituta). La legge stabilisce anche delle sanzioni per i clienti, in cui incorrerebbero però soltanto i clienti di prostitute sfruttate. Secondo Bloomberg l’approccio tedesco – che permette al settore della prostituzione di operare alla luce del giorno, ne studia il funzionamento e ne elimina gli elementi più discutibili a livello normativo – è molto più realistico di quello francese, che ha molte probabilità di risultare inefficace, soprattutto se si considera che i poliziotti francesi, già oberati di lavoro, sono restii a spiare le persone, in una cultura generalmente permissiva dal punto di vista sessuale come quella francese.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Itsmania Pineda Blatero. Fondatrice della ONG Xibalba Arte y Cultura, specializzata nelle cause del crimine e nella riabilitazione dei giovani che delinquono, la giornalista Itsmania Pineda viene costantemente minacciata online (“Ti smembriamo viva, puttana”), la sua posta elettronica e il suo blog sono stati hackerati, è stata impedita nei movimenti e costretta a chiudere gli uffici della sua associazione. Ogni volta ha presentato denuncia alla polizia ma nulla è stato fatto, sebbene alla polizia sia stato assegnato il compito di proteggerla. Come parte della “purga” in corso nella polizia dell’Honduras, due alti ufficiali responsabili della sua protezione sono stati sollevati dal loro incarico e un terzo è stato assassinato poco dopo. La responsabilità per la sua protezione è stata quindi assegnata a un giovane ufficiale con precedenti accuse di attività criminali.

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#Donnenel mondo del 6 aprile 2016: Panama Papers

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Panama women: chi sono le donne coinvolte nella più grande fuga di notizie della finanza internazionale. Finora.

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Panama Papers e donne. Il più grande leak, come si dice oggi, la più grande fuga di notizie della storia della finanza internazionale, 11 milioni e mezzo di pagine che raccontano 40 anni di affari offshore: sono questi i Panama Papers, ovvero lo scandalo di globale che vede coinvolti i leader e i vip di tutto il mondo tirato fuori dall’International consortium of investigative journalism grazie a un informatore, un whistleblower. I Panama Papers hanno origine in uno studio legale internazionale, Mossack Fonseca, specializzato in paradisi fiscali e i 307 reporter dell’International Consortium of Investigative Journalists hanno spulciato le carte per mesi, più di un anno.

Perché questo imponente lavoro giornalistico riguardi tutti noi lo spiega Elisa Bacciotti, di Oxfam Italia. “Viviamo nell’epoca dell’abbondanza e al tempo stesso della grande disuguaglianza. Mentre i super-ricchi occultano risorse nei paradisi fiscali, potenti multinazionali trasferiscono artificialmente e esentasse gli utili prodotti altrove, verso paesi a fiscalità agevolata. I cittadini e i governi vengono così privati ogni anno di miliardi di dollari. Una situazione resa possibile dall’iniquità del sistema fiscale internazionale, dall’agguerrita concorrenza fiscale tra i Paesi e dall’opacità del sistema”.

Non mancano nomi di personalità femminili. A cominciare da quello di Marie Le Pen, la leader del Front National. Due suoi fedelissimi sono infatti sotto accusa: si tratta, scrive Le Monde, dell’imprenditore Frédéric Chatillon e dell’esperto contabile Nicolas Crochet, entrambi già sotto inchiesta per presunte irregolarità nel finanziamento delle campagne elettorali del partito francese di estrema destra nel 2012. Le Monde ha preso parte all’inchiesta e parla di un «sistema offshore sofisticato tra Hong Kong, Singapore, isole Vergini britanniche e Panama» con lo scopo di «far uscire denaro dalla Francia attraverso società schermo e fatture false con la volontà di sfuggire ai servizi antiriciclaggio francesi». Al centro di questa “ ingegneria finanziaria” Frédéric Chatillon, un tempo a capo di un gruppo studentesco di estrema destra, il Groupe union défense, ha incontrato Marine Le Pen all’università, all’inizio degli anni ’90. Un’amicizia consolidatasi poi quando la sua società, Riwal, è diventata le responsabile della comunicazione elettorale del Front National, in esclusiva per la campagna presidenziale e parlamentare del 2012. In quell’anno, subito dopo le presidenziali e a meno di un mese dalle elezioni legislative, Chatillon, con l’aiuto di Nicolas Crochet, si organizza per far uscire 316mila euro di proprietà della Riwal con un giro di fatture false e società offshore, per poi reinvestirli nella società di un amico con sede a Singapore. I Panama Papers danno anche una pista su dove sarebbe andato a finire il “tesoro” del fondatore del Front National nonché padre di Marine, Jean-Marie Le Pen. È stata “dissimulata” attraverso una società offshore creata nei Caraibi nel 2000, la Balerton Marketing Limited, creata nei Caraibi nel 2000. Il “tesoro” di Le Pen è intestato al prestanome Gerald Gerin, ex maggiordomo di Jean-Marie e della moglie Jany Le Pen e comprenderebbe monete d’oro, lingotti, banconote. Il Front National smentisce qualsiasi implicazione nella vicenda e annuncia in una nota che «non tollererà che vengano fatte scandalose connessioni».

Dai Panama Papers emerge anche che alle donne viene volentieri assegnato il ruolo di prestanome e beneficiarie in questi immensi e irrintracciabili spostamenti di capitali: su questo fa il punto Marta Serafini sul Corriere della Sera. C’è la first lady dell’Azerbaigian, Mehriban Aliyeva, 51 anni, moglie del presidente Ilham Aliyev, a capo dell’Azerbaijan’s Heydar Aliyev Foundation. Dai documenti emerge come la first lady risulti essere manager di due società con sede a Panama e in due offshore con sede alle Isole Vergini.

Tatiana Navka, 40 anni, pattinatrice e campionessa olimpica, è sposata con Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin dal 2015. I due hanno una figlia. Il suo nome appare nei leaks come beneficiaria della Carina Global Assets, di stanza nelle Isole Vergini con introiti per un 1 milione di dollari. Ma lei ha negato qualsiasi coinvolgimento.

Anna Sigurlaug Palsdottir, classe 1974 come indicato sui documenti di Panama Papers, è la moglie del primo ministro islandese , messo sotto accusa proprio per lo scandalo finanziario. Secondo quanto emerso dai documenti, Gunnlaugsson ha acquisito la società offshore Wintris Inc., con sede nelle Isole Vergini britanniche nel 2007, trasferendo il 50% della quota alla moglie per la somma di un dollaro.

Mamadie Touré è la vedova di Lansana Conté, ex dittatore e presidente della Guinea. Anche il suo nome appare nei leaks. Le autorità statunitensi avevano accusato la donna di aver incassato una tangente da 5.3 milioni di dollari per una concessione mineraria. La donna risulta intestataria di proprietà, immobili, ristoranti e una catena di gelati negli Stati Uniti per il valore di 1 milione di dollari.

Micaela Domecq Solis-Beaumont è la moglie di Miguel Arias Cañete, il commissario europeo per l’azione per il clima e l’energia nella commissione Juncker dal 1º novembre 2014. Viene da una nobilissima famiglia spagnola. Il suo nome è legato alla società offshore Rinconada Investments Group, ma per Bruxelles il caso non pone problema in quanto inattiva da anni e su cui è comunque stata regolarizzata la posizione fiscale in Spagna. «La dichiarazione d’interessi del commissario rispetta le regole, incluse le attività della moglie con potenziale conflitto d’interessi», ha dichiarato il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas, affermando che «la società è inattiva da anni e da molto tempo prima che Canete prendesse servizio» a Bruxelles.

E poi c’è la storia di Marianna Olszewski, scrittrice, esperta di finanze e “life coach”, primo nome statunitense coinvolto nello scandalo. Ne parla la BBC. Otto anni fa, scrive Richard Bilton, la guru ha un problema. L’autrice di Live it, Love it, Earn it (A Woman’s Guide to Financial Freedom) – ovvero “ Vivila, amala, guadagnala (Una guida di donna alla libertà finanziaria) offre consulenza finanziaria alle donne americane. Parte della sua fortuna è stata investita usando una società segreta off-shore. Ma nel 2008, al culmine della crisi finanziaria, Marianna decide che vuole riavere indietro i suoi soldi: un milione e ottocentomila dollari. Il problema è che da un lato la banca che tiene i fondi non intende rilasciare il denaro senza sapere chi c’è dietro la società off-shore – e dall’altro la signora Olszewski vuole disperatamente mantenere la sua identità segreta. È qui che compare Mossack Fonseca offrendosi di fornire la via d’uscita: qualcuno che avrebbe finto di essere il vero proprietario del denaro o il suo beneficiario. Una e-mail del gennaio 2009 di un dirigente dello studio legale a Marianna Olszewski spiega come fare a trarre in inganno la banca: “Potremmo utilizzare una persona fisica che agirà come beneficiario … il cui nome sarà comunicato alla banca. Poiché si tratta di una questione molto delicata, la tariffa è piuttosto elevata”. Marianna ci sta: “Penso”, risponde, “si debba andare avanti con questa “persona reale”. Voglio comunque che mi venga assicurato che… tratterete la faccenda nel modo più delicato possibile”. La persona reale trovata da Mossack Fonseca è un cittadino novantenne britannico. A che prezzo? Le tariffe erano normalmente di $30,000 per il primo anno e 15mila per ogni anno successivo. Alla scrittrice viene offerto uno sconto: $10,000 per il primo anno e $7,500 per ogni anno successivo. Una mail dello studio legale spiega i dettagli: “Abbiamo bisogno di assumere l’Intestatario, la Persona fisica, lo paghiamo, gli dobbiamo far firmare un sacco di documenti per coprirci, fargli firmare le dimissioni, fargli ottenere alcune prove evidenziando che egli ha la capacità economica per collocare una tale quantità di denaro, le lettere di referenza, la prova di domicilio, eccetera eccetera”. Si tratta, scrive la BBC, di una palese violazione delle norme anti-riciclaggio, ma la signora Olszewski firma ugualmente. Marianna Olszewski non ha risposto quando Panorama ha tentato di mettersi in contatto con lei per telefono, e-mail e lettera in merito a questa storia. E Mossack Fonseca nega di offrire “servizi” del genere: “Non mettiamo a disposizione strutture apparentemente progettate per nascondere l’identità dei veri proprietari: le accuse sono completamente false e prive di fondamento”.

Andiamo in India: secondo The Indian Express Aishwarya Rai Bachchan, Miss Mondo 1994, nuora dell’attore Amitabh Bachchan, era direttrice e azionista di una società offshore liquidata nel 2008. Il consulente mediatico della ex vincitrice di Miss Mondo ha respinto i documenti come “totalmente falsi e non veritieri”. Il suocero Amitabh, star di Bollywood, sarebbe presidente di quattro «offshore shipping companies» registrate nel 1993, sei anni prima che la legge indiana permettesse l’uscita di capitali dall’India verso società straniere. Nonostante le quattro società fossero a capitale iniziale molto ridotto – tra 5000 e 50mila dollari – pare gestissero business navali da milioni di dollari. Come fa notare China files “in India non è illegale aprire delle società offshore, a patto che vengano dichiarate al fisco indiano e l’investimento non superi quota 250mila dollari. Ma le particolarità delle società offshore – riservatezza e zero tasse sui guadagni – ne fanno potenzialmente uno strumento di evasione fiscale e riciclaggio di denaro, aggirando le leggi indiane in materia”. Per questo la lista di nomi tirata fuori dai giornalisti di Indian Express – più di cinquecento, secondo una prima analisi di oltre 36mila documenti – non indica necessariamente degli evasori fiscali, ma semplicemente dei cittadini indiani che hanno società registrate a Panama. Poi, cosa ci facciano con quelle società e se siano state dichiarate al fisco indiano, è ancora tutto da vedere e provare.

Vengono infine dalla Cina altri nomi femminili presenti nei Panama Papers. Si tratta di Li Xiaolin, figlia dell’ex premier Li Peng, e di Jasmine Li, nipote di un ex funzionario di alto rango, Jia Qinglin. Li Xiaolin possedeva una società offshore, la Cofic Investments Ltd, incorporata nelle Isole Vergini Britanniche, mentre Jasmine Li ha ricevuto una società offshore da adolescente. Le due donne non hanno risposto alle richieste di commento dei giornalisti.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 4 aprile 2016

Dissident Cuban blogger Yoani Sanchez listens during a debate in Sao Paulo, Brazil, on February 21, 2013. Sanchez is on an 80-day tour, after she got a passport two weeks ago under Cuba's sweeping immigration reform that went into effect this year. The 37-year-old philologist, who found an international audience on the Internet with her award-winning blog "Generation Y," is known for her biting commentary, which has drawn the displeasure of Cuba's ruling communist party. AFP PHOTO/Yasuyoshi CHIBAYASUYOSHI CHIBA/AFP/Getty Images

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Le 14 donne più coraggiose del mondo. La donna che si fa sterilizzare e la blogger cubana. E poi lo studio che rivela: i narcisisti patologici sono più propensi alla violenza sessuale. 

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Chi sono le donne coraggiose di tutto il mondo? Il riconoscimento, l’International Women of Courage Award è stato assegnato negli Stati Uniti a – spiega il Segretario di Stato John Kerry – “quattordici leader, quattordici cape, quattordici donne di coraggio”. Con un chiaro messaggio: “Non accettare l’inaccettabile. Non aspettare che sia qualcun altro a farsi avanti. Agire in nome della giustizia. Agire in nome della tolleranza. Agire per conto della verità”. Un’iniziativa nata nel 2007 e dedicata all’empowerment delle donne. Ecco chi sono le donne coraggiose del 2016 premiate a Washington:

Sara Hossain, avvocata del Bangladesh, che ha contribuito a redigere i testi di legge sulla violenza contro le donne nel suo Paese e ha sostenuto i casi più significativi di fronte alla Corte Suprema.

Debra Baptist-Estrada, a capo del dipartimento immigrazione dell’aeroporto principale del Belize: ha lavorato con gli agenti americani contro corruzione e traffici illegali.

Ni Yulan, avvocata per i diritti civili e umani, è stata l’unica a non ricevere il suo premio di persona: il governo cinese le proibisce infatti di viaggiare.

– E poi c’è Latifa Ibn Ziaten, francese e musulmana praticante di origine marocchina, madre di Imad, assassinato a Tolosa nel 2012 dal terrorista islamico Mohamed Mera. In questi anni ha promosso il dialogo interreligioso contro l’estremismo.

– Ancora: la procuratrice generale Thelma Aldana del Guatemala. Ha iniziato la sua carriera come bidella di un tribunale fino ad arrivare a portare accuse di corruzione contro le personalità più in vista del suo Paese.

– E poi c’è Nagham Nawzat Hasan, una ginecologa irachena che fa parte della minoranza Yazida perseguitata nel Paese. Lavora con le ragazze rapite e stuprate dai militanti islamisti.

– Premiata anche l’attivista transgender Nisha Ayub. Un’attivista che continua a lavorare per la giustizia nonostante abbia subito abusi sessuali dopo essere stata condannata – e reclusa in una prigione maschile – per il fatto di indossare vestiti da donna. Undici anni fa infatti, quando aveva 21 anni, le autorità religiose in Malesia l’avevano condannata a tre anni di carcere (maschile appunto) per un precetto della Sharia, la legge islamica, contro qualsiasi persona di sesso maschile “che, in spazi pubblici, indossi abiti femminili o si atteggi da donna”.

– Coraggiosa è la prima avvocata donna della Mauritania, Fatimata M’baye, premiata come co-fondatrice e presidente dell’Associazione Mauritania per i diritti umani e contro la schiavitù.

– Tra le 14 donne anche la giornalista russa Zhanna Nemtsova, che ha sfidato le minacce di morte ricevute per la sua campagna per chiedere giustizia per suo padre, l’ex vice primo ministro Boris Nemtsov, assassinato l’anno scorso.

Zuzana Stevulova, direttrice della Lega per i diritti umani in Slovacchia, è la personalità più eminente per i diritti dei rifugiati che cercano di arrivare in Europa fuggendo dalle guerre in Medio Oriente.

Awadeya Mahmoud, fondatrice della Women’s Food and Tea Sellers’ Cooperative in Sudan: si batte contro il governo autoritario per i diritti delle donne che possiedono e portano avanti piccole imprese.

– L’ex giornalista della BBC Vicky Ntetema ha scritto di un argomento pericoloso, tanto da mettere la sua vita in pericolo: quello degli omicidi degli albini in Tanzania, omicidi perpetrati per raccogliere parti dei corpi – braccia, gambe, capelli e sangue – che venivano poi commercializzati (con cifre che arrivano fino a 2mila dollari) dagli stregoni per realizzare pozioni porta-fortuna, per pesche proficue, le ossa usate come metal detector. Vicky Ntetema lavora ora in una ONG che si dedica proprio alla protezione dei diritti degli albini e delle persone marginalizzate.

– Rodjaraeg Wattanapanit ha 50 anni, è tailandese e possiede una libreria a Chiang Mai. Per due volte è stata spedita in un campo di rieducazione dalla giunta militare del suo Paese. Rifiuta di arrendersi alla paura e continua ad offrire uno spazio per la libera espressione politica. È la prima donna tailandese a ricevere questo riconoscimento statunitense da quando è nato, nel 2007. http://www.bangkokpost.com/news/general/914997/chiang-mai-activist-wins-us-courage-award

Nihal Naj Ali Al-Awlaki, ministra per gli affari legali in Yemen, ha contribuito a mettere il tema dei diritti delle donne nella bozza della Costituzione ed è coinvolta in trattative per porre fine alla guerra civile nel suo Paese.

Restiamo negli Stati Uniti, dove un nuovo studio rivela che gli uomini che presentano tratti di narcisismo patologico sono più inclini a compiere crimini sessuali come l’aggressione e lo stupro. Secondo i ricercatori dell’Università della Georgia, quasi il 20% dei ragazzi del college hanno commesso un qualche tipo di aggressione sessuale, e il 4% uno stupro. Lo studio ha rivelato una forte connessione tra il narcisismo patologico e il commettere aggressioni sessuali attraverso una survey condotta su 234 studenti, soprattutto al primo o secondo anno di college. “Le persone con profili di narcisismo hanno difficoltà quando si relazionano agli altri”, spiega Emily Mouilso dalla University of Georgia. Il narcisismo non patologico, invece, può essere in qualche modo positivo, perché manifesta alti livelli di autostima e rende più facile per le persone affrontare le sconfitte, tanto che a volte viene definito dai ricercatori una forma “salutare” di narcisismo. “Come immaginavamo, gli aspetti del narcisismo che pensavamo fossero correlati, come la mancanza di empatia, in effetti lo sono. I narcisisti vulnerabili hanno sì elevati livelli di autostima, ma in realtà sono molto insicuri”, spiega Karen Calhoun. Lo studio sottolinea come gli uomini con tratti di narcisismo vulnerabile siano più propensi a usare alcol o altre droghe dello stupro per stordire le vittime e renderle incapaci di reagire: un dato che è di grande preoccupazione nei campus. “Penso che la gente non realizzi davvero quanto al college sia diffuso bere”, prosegue la ricercatrice. “Non è tanto quanto bevano in generale a rendere le donne vulnerabili: piuttosto è quanto si beve in una volta sola, l’ubriacarsi, il prendere droghe, diventando meno lucidi sul contesto e sui rischi, che mette le donne in pericolo”. E con il narcisismo si tende a credere di avere diritto a fare quello che si vuole: e rende più semplice per gli uomini razionalizzare la loro aggressività e i loro comportamenti anche illegali.

Uno dei problemi principali della violenza contro le donne è quello dei dati e della loro standardizzazione. Conoscere la portata del fenomeno aiuta a capire i settori impattati, a comprendere le cause e ad improntare delle strategie di contrasto. Senza i dati non si va lontano. Il rapporto Istat del 2015 – su dati del 2014 – sulla violenza contro le donne era stato preceduto da un analogo rapporto risalente al 2006. Le difficoltà sono enormi e l’intervento istituzionale necessario. Se ne sono accorti anche nell’Unione Europea. “Statistiche affidabili e comparabili aiutano a valutare l’efficacia delle misure politiche e dei servizi in atto, valutare le risorse necessarie per affrontare il problema e monitorare i progressi nel tempo”, si legge in una nota di alcune agenzie dell’Ue. Il lavoro dello European Institute for Gender Equality ha identificato esempi di metodi collaudati ed efficaci sulla raccolta dei dati amministrativi, ovvero sulle denunce fatte alla polizia, nei tribunali, negli ospedali. “Anche se gli Stati membri dell’UE raccolgono i dati amministrativi sulla violenza contro le donne, restano grandi ostacoli alla raccolta di dati affidabili e comparabili”. Non c’è uno standard, insomma neppure sulle definizioni di violenza domestica o sessuale. I dati non raccontano il rapporto tra vittima e carnefice, ad esempio, e questo rende molto difficile identificare alcuni tipi di violenza, come quella domestica, e fare confronti tra gli Stati membri. L’istituto europeo per l’uguaglianza di genere ha individuato delle linee guida sulle metodologie di raccolta dei dati provenienti da dieci Paesi europei. I dati e le informazioni esistenti sulla violenza di genere sono disponibili sul nuovo Gender Statistics Database.

Le Nazioni Unite e la Lega degli Stati Arabi hanno firmato un accordo per rafforzare la collaborazione in materia di prevenzione della violenza sessuale legata ai conflitti nella regione araba. L’accordo è stato firmato al Cairo, in Egitto, dal rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Zainab Hawa Bangura, e Nabil el-Araby, segretario generale della Lega degli Stati arabi. È destinato, riporta il sito delle Nazioni Unite, a formare la base su cui mobilitare l’impegno politico e collaborare nella lotta contro lo stupro e altri casi di violenza sessuale legati alle aree di conflitto, in particolare in Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. “Questo quadro di cooperazione ci offre una piattaforma per unire e rafforzare i nostri sforzi, e costruire insieme una risposta globale nei settori della sicurezza, della giustizia e dei servizi”, spiega la Rappresentante speciale Bangura, che è anche una Sottosegretaria generale delle Nazioni Unite. L’accordo includerà una più profonda condivisione di informazioni e di analisi, fare formazione e fornire servizi medici e psicosociali ai sopravvissuti e alle loro famiglie. L’accordo cita anche il ruolo della società civile, così come dei leader religiosi e tradizionali “per contribuire a spostare lo stigma della violenza sessuale dalle vittime ai carnefici” e per assicurare che i sopravvissuti e i bambini che eventualmente sono nati come conseguenza di questi crimini vengano accettati nelle loro comunità. Durante il loro incontro, la signora Bangura ha ricevuto da parte dello Sceicco Ahmed El-Tayeb, il cui titolo di Grande Imam di Al Azhar lo rende una delle più alte autorità del pensiero islamico sunnita, la garanzia dell’impegno a esprimersi contro la violenza sessuale nei conflitti, in particolare nel contesto degli atti perpetrati da gruppi estremisti come l’Isis e Boko Haram. “È un affronto ai principi più sacri e fondamentali dell’Islam come religione di pace e tolleranza”, dice la rappresentante delle Nazioni Unite, riferendosi a quello che definisce il “pervertire” dell’Islam da parte di gruppi che tentano di dare una giustificazione religiosa alla schiavitù sessuale e ad altri atti di violenza contro le donne e le ragazze.

Un report pubblicato in questi giorni dal sito Grassdoor evidenzia come le donne vengano pagate, in media, cinque centesimi a dollaro in meno rispetto agli uomini, per la stessa posizione, le stesse qualifiche e financo la stessa azienda. Lo studio, si legge su Bloomberg, ha analizzato 505.000 rapporti di stipendio di dipendenti a tempo pieno in 25 settori in base a a fattori quali età, esperienza, azienda, stato, settore, livello di istruzione e titolo di lavoro. Le scienziate informatiche sono coloro che registrano il più alto divario: ben il 28%. E molte donne non hanno la minima idea di guadagnare meno del loro collega della scrivania accanto. “Il denaro è considerato l’ultima frontiera della vergogna”, dice Sallie Krawcheck, amministratrice delegata e co-fondatrice di Ellevest, un digital advisor per le donne. “ cade che le donne sottovalutino la loro formazione nelle trattative salariali”, spiega Andrew Chamberlain, capo economista di Glassdoor. “Ci stiamo muovendo verso una forza lavoro in cui le donne sono più istruite degli uomini, in media, e se le donne non comprendono appieno il valore del loro livello, non possono chiedere il giusto rispetto a quello che meritano”. I lavori con ampi divari retributivi sono diffusi nel settore della sanità: i dentisti, i medici, gli psicologi, i farmacisti, i tecnici sanitari e gli ottici prendono dal 14 al 28 per cento in più rispetto alle loro colleghe. Il ruolo con minor divario salariale di genere è quello del coordinatore di eventi, in cui gli uomini prendono lo 0,2% più delle donne. In alcuni lavori – l’assistente sociale, il settore della comunicazione e dei social media e per gli assistenti alla ricerca si assiste addirittura ad un’oscillazione in direzione opposta, con le donne che guadagnano leggermente di più rispetto agli uomini. Quindi il consiglio alle donne è: superate il disagio e l’imbarazzo e chiedete un aumento. “Se guadagnate 85.000 dollari in un anno, arrivare allo stesso livello degli uomini significa avere fino a $ 1,7 milioni in 30 anni. Lo stress a breve termine vale quindi la pena”.

Dopo una lunga battaglia durata quattro anni, Holly Brockwell, giornalista inglese di 30 anni, ha ottenuto il diritto ad essere sterilizzata: è stata messa in lista per l’intervento chirurgico e verrà operata entro la fine dell’anno. Una decisione controversa, la sua, si legge su Huffington Post: già lo scorso anno, dopo aver rilasciato un’intervista alla BBC sui motivi della sua scelta, la giovane era stata inondata di critiche e insulti. “Non voglio avere figli, perché non c’è nulla di attraente per me nel dare la vita ad un altro essere umano”, aveva detto allora. Il sistema sanitario inglese finalmente le ha concesso di realizzare il suo desiderio. E, per festeggiare la vittoria, la giovane ha scritto una lettera, pubblicata sul Telegraph, in cui ribadisce le sue ragioni. “In quanto donna che non vuole bambini – in modo assoluto, mai – ho iniziato a chiedere la sterilizzazione fin da quando avevo 26 anni. Negli ultimi quattro anni il mio medico di base ha sempre respinto la mia richiesta. La risposta era sempre: ‘Sei troppo giovane per prendere una decisione così drastica’. Ma ora sono sulla lista per l’operazione e finalmente verrò sterilizzata entro la fine dell’anno. È una cosa che desidero da tempo, ma ciò non significa che sia stata una decisione facile da prendere. Ho fatto delle ricerche, delle considerazioni, ho pesato e eventualmente difeso i vari argomenti, più e più volte. Non tutti coloro che hanno bambini possono dire di aver fatto lo stesso – eppure non vengono interrogati o tirati in ballo così di frequente. Io sì. I commenti sono sempre gli stessi, sia che provengano da sconosciuti sia che provengano da amici o da medici. Quando qualcuno viene a conoscenza della mia decisione, pensa che io abbia soltanto pensato di farlo, senza considerare le varie implicazioni. Con gli occhi spalancati, chiedono: ‘Ma perché?’ e non c’è mai una risposta che riesca a soddisfarli. Ogni tanto sono tentata di dire loro: ‘Odio i bambini’, ma perché devo mentire? Non odio i bambini; semplicemente non li voglio. Avete presente quando incontrate un meraviglioso cane di qualcuno ma non pensereste mai di prenderlo con voi? È la stessa sensazione”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Yoani Sanchez. Filologa di formazione, Yoani Sánchez è una celebrità nel suo paese e a livello internazionale. Time Magazine l’ha inserita nel 2008 nella classifica delle 100 persone più influenti del mondo. Il suo blog Generación Y, lanciato nel 2007 con l’obiettivo di “contribuire alla costruzione di una Cuba pluralista”, parla dei problemi economici e sociali che i cubani affrontano costantemente. Come altri blogger, è stata sottoposta a vari attacchi, è stata chiamata “spregevole parassita”, insulti (come “parassiti spregevoli”), censure – il suo blog è stato bloccato dal 2008 al 2011 agli utenti cubani – e persecuzioni giudiziarie. Nei primi mesi del 2014 ha annunciato la sua intenzione di creare una piattaforma multimediale collettiva indipendente a Cuba. “Il peggio potrebbe accadere il primo giorno, ma forse semineremo i primi semi di una stampa libera a Cuba”, ha detto. Oggi Yoani ha un giornale on line, 14ymedio.com, ma per lei nel tempo non sono mancate le polemiche. Anche in Italia: Gordiano Lupi, scrittore, traduttore, conoscitore di Cuba e della sua letteratura, dopo averla conosciuta per sette anni, traducendo i suoi articoli in italiano per la Stampa, alla fine di quel contratto che li legava ha dichiarato di non credere alla sincerità della sua battaglia. E in un’intervista su Linkiesta di qualche giorno fa ipotizza che Yoani Sanchez”sia stata usata finora come pedina per creare un avvicinamento tra Cuba e gli Stati Uniti. Come simbolo funzionava: una “paladina della libertà” che però era tollerata dal regime. E poi sembra che fosse in buoni rapporti con Obama e che lui la ascoltasse. Il tutto per cosa? Per realizzare quello che vediamo oggi: un’apertura di Cuba agli Stati Uniti. Se nota, adesso non si parla più di Yoani Sanchez”.

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