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Radio Bullets, #donnenelmondo del 26 agosto 2015

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Ascolta la puntata.

L’attore indiano Anupam Kher è stato nominato sostenitore della campagna delle Nazioni Unite sulla parità di genere #HeforShe. Il 60enne collaborerà con il resto dell’organizzazione a livello internazionale per sensibilizzare uomini e ragazzi e portarli a combattere attivamente le disuguaglianze contro le donne e le ragazze per porre fine a violenze e discriminazioni. L’attore si è detto onorato e ha espresso il suo totale sostegno agli sforzi dell’organizzazione per raggiungere la parità di genere. “La cosa più importante è avviare il cambiamento all’interno delle mura di casa. Dovete sapere come trattare vostra figlia, e non dovrebbe essere diverso dal modo in cui trattate vostro figlio”, ha detto Kher all’agenzia indiana PTI.

Su NoiDonne il rilancio dell’appello delle donne curde che chiedono di esprimere solidarietà con le firme di gruppi, associazioni, ong. “La mentalità patriarcale e la complicità fra AKP e daesh è il segno più atroce del femminicidio”, si legge. L’AKP, di cui fa parte il presidente turco Erdogan, è il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo turco, islamico-conservatore. Il daesh è il sedicente Stato Islamico. Il movimento delle donne curde in Europa e la rappresentanza internazionale del movimento delle donne curde, l’ ufficio delle donne curde per la pace CENI, la fondazione internazionale delle donne libere, la casa delle donne Utamara, la fondazione Roj women, la fondazione Helin, e tutte le assemblee popolari delle donne curde in Europa condannano fermamente l’esecuzione di Kevser Elturk (nome di battaglia Ekin Van), la combattente torturata e uccisa dai militari turchi ed esposta nuda nel centro della città di Varto nel Kurdistan turco”. Keveser Elturk “è il simbolo della resistenza delle donne curde. Come donne curde e del mondo chiediamo giustizia per questo gesto orribile. In tutte le guerre conosciute nella storia del mondo, le donne sono state utilizzate come bottino di guerra. Oggi in Irak le donne continuano ad essere vendute nei mercati della schiavitù sessuale. L’ immagine delle donne curde trainate a terra dai carri armati turchi e i loro corpi esposti nudi nei media sono ancora attuali”. La mentalità conservatrice e patriarcale non sopporta l’ ideologia della liberazione delle donne che appartiene ai valori dell’ umanità, si legge ancora. Le atrocità inflitte a Keveser Elturk sono la rappresentazione della mentalità maschile degli anni ’90 che si ripropone oggi. L’etica del disonore si concretizza con la complicità fra AKP e daesh. La cultura dello stupro che ha messo in atto il femminicidio di Ekin Van è la conseguenza della continua guerra nei confronti del diritto alla legittima difesa delle donne curde, oggi simbolo della resistenza delle donne di tutto il mondo. Come movimento delle donne curde e associazioni di donne curde denunciamo questa politica incosciente e disumana portata avanti dalla polizia dell’AKP contro le donne”.

#Whereloveisillegal è un progetto che documenta e condivide storie di discriminazione e sopravvivenza nel mondo LGBTI. Nato come lavoro fotografico del pluripremiato fotografo e attivista per i diritti umani Robin Hammond, è diventato uno strumento contro la discriminazione, persecuzione e violenza. Tra le ultime storie inserite c’è quella di Lis dal Venezuela. “Quando ero bambina ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in me perché ero diversa. Non ero femminile come i miei genitori volevano che fossi, mi piacevano le cose che facevano i maschi e avevo dei sentimenti per le altre ragazze che non riuscivo a capire. Ho scoperto l’esistenza delle lesbiche a 11 anni ed è allora che mi sono detta: ‘ Questo è quello che sono ‘, non un mostro unico e non normale come mi ero sentita fino a quel momento”. Ma la più grande discriminazione per Lis è arrivata proprio dalla sua famiglia: “I miei genitori sono sempre stati arrabbiati con me per non essere la ragazza ideale che volevano che io fossi. Hanno scoperto tutto quando avevo 13 anni, prendendo il mio cellulare senza il mio consenso. Mia madre mi ha picchiata quella notte. Nel tempo mi hanno portata dallo psicologo, dallo psichiatra, persino dal prete, cercando qualcuno che potesse “cambiarmi”. “ L’adolescenza di Lis è stata un alternarsi di rabbia, bugie, lotte domestiche, tentativi di liberazione e di espressione del sé ogni volta che usciva da casa. Si è ammalata di depressione e di disordini alimentari e racconta di aver superato quegli anni grazie ad alcuni veri amici. “E poi, dopo anni, ho provato a mettermi nei panni dei miei genitori e ho capito che non capivano. Non potevano capirmi, ma mi amavano ancora. Ho capito che erano spaventati, che non sapevano cosa fosse l’omosessualità ma conoscevano solo alcuni brutti stereotipi, e che avevano paura di cosa avrebbe detto la gente. Avevano paura che fossi infelice. Quando ho capito tutto questo ho capito anche che avrei potuto far capire loro che essere una brava persona non ha nulla a che fare con l’essere etero o gay, e che sono felice di quello che sono. Ci sono volute molte lunghe e difficili conversazioni. Ma siamo arrivati ad un punto che 10 anni fa avrei ritenuto semplicemente impossibile. Ora sanno che ho una fidanzata – anche lei ha raccontato la sua storia su #Whereloveisillegal – e che sono diventata un’attivista per i diritti LGBTI. Non amano tutto questo, ma lo rispettano”.

#BlackLivesMatter ha organizzato il #TransLiberationTuesday con azioni e manifestazioni in almeno 14 città degli Stati Uniti. Solo quest’anno è stata registrata la morte di diciotto persone transgender, soprattutto donne trans nere, più una vittima la cui identità di genere è in discussione. Si tratta, secondo quanto si legge su advocate.com, di un numero di omicidi più elevato rispetto al totale dello scorso anno, senza contare i casi non segnalati o che sono stati altrimenti classificati dalle forze dell’ordine e dai media. “Diciamo i nomi di Mya Hall, Kandis Capri, Eliseo Walker, Penombra Shuler, Ashton O’Hara, India Clarke, Amber Monroe. I nomi delle donne transessuali nere le cui vite sono strappate via”, dice Elle Hearns, strategic partner di Black Lives Matter e coordinatrice centrale regionale di GetEqual.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 25 febbraio 2015

turkeyminiSalve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Ascolta Nel mondo delle donne – Rubrica

Anche questa settimana apriamo con le notizie dalla Turchia. Aslan Özgecan, lo ricorderete, studentessa di 20 anni, è stata violentata, uccisa e bruciata lo scorso 13 febbraio. Da allora il Paese è stato percorso da una serie di manifestazioni e proteste culminate nel funerale della ragazza, quando la bara è stata portata a spalla da delle donne. Dopo l’atroce femminicidio il presidente turco Erdogan aveva definito la violenza contro le donne una “ferita sanguinante” per il Paese, salvo poi esortare le donne stesse dallo scendere in piazza a manifestare. E fa discutere la notizia, trapelata proprio negli stessi giorni, della direttrice di un liceo che ha proposto di creare gruppi di ragazzi ‘molestatori’ per dissuadere le ragazze che indossano gonne troppo corte. La ha risposto un ragazzo, Erkan Dogan, che attraverso i social network ha lanciato una campagna: uomini in minigonna per smuovere le coscienze. Uomini in minigonna dalla parte delle donne che in Turchia subiscono violenza. Uomini in minigonna che hanno incassato anche l’appoggio di Emma Watson su Twitter, con un hashtag impronunciabile che in italiano suona, più o meno così: uomini in minigonna per Ozgecan.

In Cambogia, tre ragazze hanno ottenuto un importante riconoscimento per il loro lavoro di unione tra tecnologia e lotta alla violenza contro le donne, grave problema nel paese del sud-est asiatico. Con la vittoria alla prima edizione del Premio VXW le ragazze avranno ora fondi e assistenza per promuovere ulteriormente il loro progetto sugli smartphone e on line. Bunn Rachana, una delle vincitrici, si occupa di violenza contro le donne da otto anni. Il suo ultimo progetto, insieme alla sezione britannica di ActionAid, intende promuovere la sicurezza per le donne nelle aree urbane. Perché le molestie, in Cambogia, sono all’ordine del giorno. “Soprattutto per strada, quando siamo da sole, capita sempre di essere infastidite: baci, ammiccamenti, commenti sessuali”, spiega Rachana.

Il Daily Mail ha classificato il Marocco tra le destinazioni turistiche più pericolose al mondo per le donne. Il quotidiano britannico ha selezionato una serie di destinazioni popolari che le viaggiatrici, soprattutto se da sole, dovrebbero visitare con cautela. Il giornale ha descritto il Marocco come un paese “in cui le donne possono essere esposte a misoginia, possono essere infastidite, e in alcuni casi possono correre veri e propri pericoli”. Il Marocco ha, dice il Daily Mail, scarso rispetto dei diritti delle donne, e le viaggiatrici devono auspicabilmente vestirsi con discrezione e coprirsi. Dopo la rivoluzione del 2011, secondo il giornale, il paese è precipitato in una spirale di instabilità e ha visto un’ondata senza precedenti di violenza sessuale contro le donne. In cima alla lista delle nazioni più pericolose per le donne turiste balza comunque l’India, dove gli stupri di gruppo di donne locali e di turiste hanno raggiunto livelli preoccupanti in alcune parti del paese. Ci sono rapporti che parlano di una violenza sessuale segnalata ogni venti minuti. Al secondo posto il Brasile, seguito da Turchia e Tailandia.

In India una ragazza quattordicenne è stata violentata, presumibilmente dallo zio, nella sua stanza nel quartiere dormitorio Kanchanbagh a Hyderabad. L’accusato, secondo India Today, ha 25 anni ed è uno studente. La polizia lo avrebbe già interrogato.

E sono in aumento gli episodi di violenza verbale, spinte e sputi contro le donne col velo a Melbourne. Secondo il Sidney Morning Herald l’Islamophobia Register, che raccoglie segnalazioni di violenza e molestie contro i musulmani australiani, riporta una serie di incidenti in cui le donne sono state assalite e abusate davanti ai loro figli. Questi casi hanno avuto un picco in seguito all’assedio del Sydney Lindt Cafe – 16 ore di terrore, lo scorso dicembre, culminati con la morte del sequestratore, un iraniano accusato di omicidio e violenze sessuali, e di due ostaggi – e in occasione del recente dibattito sul divieto del burqa.

E per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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