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Radio Bullets, #donnenelmondo del 4 aprile 2016

Dissident Cuban blogger Yoani Sanchez listens during a debate in Sao Paulo, Brazil, on February 21, 2013. Sanchez is on an 80-day tour, after she got a passport two weeks ago under Cuba's sweeping immigration reform that went into effect this year. The 37-year-old philologist, who found an international audience on the Internet with her award-winning blog "Generation Y," is known for her biting commentary, which has drawn the displeasure of Cuba's ruling communist party. AFP PHOTO/Yasuyoshi CHIBAYASUYOSHI CHIBA/AFP/Getty Images

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Le 14 donne più coraggiose del mondo. La donna che si fa sterilizzare e la blogger cubana. E poi lo studio che rivela: i narcisisti patologici sono più propensi alla violenza sessuale. 

Ascolta la puntata.

Chi sono le donne coraggiose di tutto il mondo? Il riconoscimento, l’International Women of Courage Award è stato assegnato negli Stati Uniti a – spiega il Segretario di Stato John Kerry – “quattordici leader, quattordici cape, quattordici donne di coraggio”. Con un chiaro messaggio: “Non accettare l’inaccettabile. Non aspettare che sia qualcun altro a farsi avanti. Agire in nome della giustizia. Agire in nome della tolleranza. Agire per conto della verità”. Un’iniziativa nata nel 2007 e dedicata all’empowerment delle donne. Ecco chi sono le donne coraggiose del 2016 premiate a Washington:

Sara Hossain, avvocata del Bangladesh, che ha contribuito a redigere i testi di legge sulla violenza contro le donne nel suo Paese e ha sostenuto i casi più significativi di fronte alla Corte Suprema.

Debra Baptist-Estrada, a capo del dipartimento immigrazione dell’aeroporto principale del Belize: ha lavorato con gli agenti americani contro corruzione e traffici illegali.

Ni Yulan, avvocata per i diritti civili e umani, è stata l’unica a non ricevere il suo premio di persona: il governo cinese le proibisce infatti di viaggiare.

– E poi c’è Latifa Ibn Ziaten, francese e musulmana praticante di origine marocchina, madre di Imad, assassinato a Tolosa nel 2012 dal terrorista islamico Mohamed Mera. In questi anni ha promosso il dialogo interreligioso contro l’estremismo.

– Ancora: la procuratrice generale Thelma Aldana del Guatemala. Ha iniziato la sua carriera come bidella di un tribunale fino ad arrivare a portare accuse di corruzione contro le personalità più in vista del suo Paese.

– E poi c’è Nagham Nawzat Hasan, una ginecologa irachena che fa parte della minoranza Yazida perseguitata nel Paese. Lavora con le ragazze rapite e stuprate dai militanti islamisti.

– Premiata anche l’attivista transgender Nisha Ayub. Un’attivista che continua a lavorare per la giustizia nonostante abbia subito abusi sessuali dopo essere stata condannata – e reclusa in una prigione maschile – per il fatto di indossare vestiti da donna. Undici anni fa infatti, quando aveva 21 anni, le autorità religiose in Malesia l’avevano condannata a tre anni di carcere (maschile appunto) per un precetto della Sharia, la legge islamica, contro qualsiasi persona di sesso maschile “che, in spazi pubblici, indossi abiti femminili o si atteggi da donna”.

– Coraggiosa è la prima avvocata donna della Mauritania, Fatimata M’baye, premiata come co-fondatrice e presidente dell’Associazione Mauritania per i diritti umani e contro la schiavitù.

– Tra le 14 donne anche la giornalista russa Zhanna Nemtsova, che ha sfidato le minacce di morte ricevute per la sua campagna per chiedere giustizia per suo padre, l’ex vice primo ministro Boris Nemtsov, assassinato l’anno scorso.

Zuzana Stevulova, direttrice della Lega per i diritti umani in Slovacchia, è la personalità più eminente per i diritti dei rifugiati che cercano di arrivare in Europa fuggendo dalle guerre in Medio Oriente.

Awadeya Mahmoud, fondatrice della Women’s Food and Tea Sellers’ Cooperative in Sudan: si batte contro il governo autoritario per i diritti delle donne che possiedono e portano avanti piccole imprese.

– L’ex giornalista della BBC Vicky Ntetema ha scritto di un argomento pericoloso, tanto da mettere la sua vita in pericolo: quello degli omicidi degli albini in Tanzania, omicidi perpetrati per raccogliere parti dei corpi – braccia, gambe, capelli e sangue – che venivano poi commercializzati (con cifre che arrivano fino a 2mila dollari) dagli stregoni per realizzare pozioni porta-fortuna, per pesche proficue, le ossa usate come metal detector. Vicky Ntetema lavora ora in una ONG che si dedica proprio alla protezione dei diritti degli albini e delle persone marginalizzate.

– Rodjaraeg Wattanapanit ha 50 anni, è tailandese e possiede una libreria a Chiang Mai. Per due volte è stata spedita in un campo di rieducazione dalla giunta militare del suo Paese. Rifiuta di arrendersi alla paura e continua ad offrire uno spazio per la libera espressione politica. È la prima donna tailandese a ricevere questo riconoscimento statunitense da quando è nato, nel 2007. http://www.bangkokpost.com/news/general/914997/chiang-mai-activist-wins-us-courage-award

Nihal Naj Ali Al-Awlaki, ministra per gli affari legali in Yemen, ha contribuito a mettere il tema dei diritti delle donne nella bozza della Costituzione ed è coinvolta in trattative per porre fine alla guerra civile nel suo Paese.

Restiamo negli Stati Uniti, dove un nuovo studio rivela che gli uomini che presentano tratti di narcisismo patologico sono più inclini a compiere crimini sessuali come l’aggressione e lo stupro. Secondo i ricercatori dell’Università della Georgia, quasi il 20% dei ragazzi del college hanno commesso un qualche tipo di aggressione sessuale, e il 4% uno stupro. Lo studio ha rivelato una forte connessione tra il narcisismo patologico e il commettere aggressioni sessuali attraverso una survey condotta su 234 studenti, soprattutto al primo o secondo anno di college. “Le persone con profili di narcisismo hanno difficoltà quando si relazionano agli altri”, spiega Emily Mouilso dalla University of Georgia. Il narcisismo non patologico, invece, può essere in qualche modo positivo, perché manifesta alti livelli di autostima e rende più facile per le persone affrontare le sconfitte, tanto che a volte viene definito dai ricercatori una forma “salutare” di narcisismo. “Come immaginavamo, gli aspetti del narcisismo che pensavamo fossero correlati, come la mancanza di empatia, in effetti lo sono. I narcisisti vulnerabili hanno sì elevati livelli di autostima, ma in realtà sono molto insicuri”, spiega Karen Calhoun. Lo studio sottolinea come gli uomini con tratti di narcisismo vulnerabile siano più propensi a usare alcol o altre droghe dello stupro per stordire le vittime e renderle incapaci di reagire: un dato che è di grande preoccupazione nei campus. “Penso che la gente non realizzi davvero quanto al college sia diffuso bere”, prosegue la ricercatrice. “Non è tanto quanto bevano in generale a rendere le donne vulnerabili: piuttosto è quanto si beve in una volta sola, l’ubriacarsi, il prendere droghe, diventando meno lucidi sul contesto e sui rischi, che mette le donne in pericolo”. E con il narcisismo si tende a credere di avere diritto a fare quello che si vuole: e rende più semplice per gli uomini razionalizzare la loro aggressività e i loro comportamenti anche illegali.

Uno dei problemi principali della violenza contro le donne è quello dei dati e della loro standardizzazione. Conoscere la portata del fenomeno aiuta a capire i settori impattati, a comprendere le cause e ad improntare delle strategie di contrasto. Senza i dati non si va lontano. Il rapporto Istat del 2015 – su dati del 2014 – sulla violenza contro le donne era stato preceduto da un analogo rapporto risalente al 2006. Le difficoltà sono enormi e l’intervento istituzionale necessario. Se ne sono accorti anche nell’Unione Europea. “Statistiche affidabili e comparabili aiutano a valutare l’efficacia delle misure politiche e dei servizi in atto, valutare le risorse necessarie per affrontare il problema e monitorare i progressi nel tempo”, si legge in una nota di alcune agenzie dell’Ue. Il lavoro dello European Institute for Gender Equality ha identificato esempi di metodi collaudati ed efficaci sulla raccolta dei dati amministrativi, ovvero sulle denunce fatte alla polizia, nei tribunali, negli ospedali. “Anche se gli Stati membri dell’UE raccolgono i dati amministrativi sulla violenza contro le donne, restano grandi ostacoli alla raccolta di dati affidabili e comparabili”. Non c’è uno standard, insomma neppure sulle definizioni di violenza domestica o sessuale. I dati non raccontano il rapporto tra vittima e carnefice, ad esempio, e questo rende molto difficile identificare alcuni tipi di violenza, come quella domestica, e fare confronti tra gli Stati membri. L’istituto europeo per l’uguaglianza di genere ha individuato delle linee guida sulle metodologie di raccolta dei dati provenienti da dieci Paesi europei. I dati e le informazioni esistenti sulla violenza di genere sono disponibili sul nuovo Gender Statistics Database.

Le Nazioni Unite e la Lega degli Stati Arabi hanno firmato un accordo per rafforzare la collaborazione in materia di prevenzione della violenza sessuale legata ai conflitti nella regione araba. L’accordo è stato firmato al Cairo, in Egitto, dal rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Zainab Hawa Bangura, e Nabil el-Araby, segretario generale della Lega degli Stati arabi. È destinato, riporta il sito delle Nazioni Unite, a formare la base su cui mobilitare l’impegno politico e collaborare nella lotta contro lo stupro e altri casi di violenza sessuale legati alle aree di conflitto, in particolare in Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. “Questo quadro di cooperazione ci offre una piattaforma per unire e rafforzare i nostri sforzi, e costruire insieme una risposta globale nei settori della sicurezza, della giustizia e dei servizi”, spiega la Rappresentante speciale Bangura, che è anche una Sottosegretaria generale delle Nazioni Unite. L’accordo includerà una più profonda condivisione di informazioni e di analisi, fare formazione e fornire servizi medici e psicosociali ai sopravvissuti e alle loro famiglie. L’accordo cita anche il ruolo della società civile, così come dei leader religiosi e tradizionali “per contribuire a spostare lo stigma della violenza sessuale dalle vittime ai carnefici” e per assicurare che i sopravvissuti e i bambini che eventualmente sono nati come conseguenza di questi crimini vengano accettati nelle loro comunità. Durante il loro incontro, la signora Bangura ha ricevuto da parte dello Sceicco Ahmed El-Tayeb, il cui titolo di Grande Imam di Al Azhar lo rende una delle più alte autorità del pensiero islamico sunnita, la garanzia dell’impegno a esprimersi contro la violenza sessuale nei conflitti, in particolare nel contesto degli atti perpetrati da gruppi estremisti come l’Isis e Boko Haram. “È un affronto ai principi più sacri e fondamentali dell’Islam come religione di pace e tolleranza”, dice la rappresentante delle Nazioni Unite, riferendosi a quello che definisce il “pervertire” dell’Islam da parte di gruppi che tentano di dare una giustificazione religiosa alla schiavitù sessuale e ad altri atti di violenza contro le donne e le ragazze.

Un report pubblicato in questi giorni dal sito Grassdoor evidenzia come le donne vengano pagate, in media, cinque centesimi a dollaro in meno rispetto agli uomini, per la stessa posizione, le stesse qualifiche e financo la stessa azienda. Lo studio, si legge su Bloomberg, ha analizzato 505.000 rapporti di stipendio di dipendenti a tempo pieno in 25 settori in base a a fattori quali età, esperienza, azienda, stato, settore, livello di istruzione e titolo di lavoro. Le scienziate informatiche sono coloro che registrano il più alto divario: ben il 28%. E molte donne non hanno la minima idea di guadagnare meno del loro collega della scrivania accanto. “Il denaro è considerato l’ultima frontiera della vergogna”, dice Sallie Krawcheck, amministratrice delegata e co-fondatrice di Ellevest, un digital advisor per le donne. “ cade che le donne sottovalutino la loro formazione nelle trattative salariali”, spiega Andrew Chamberlain, capo economista di Glassdoor. “Ci stiamo muovendo verso una forza lavoro in cui le donne sono più istruite degli uomini, in media, e se le donne non comprendono appieno il valore del loro livello, non possono chiedere il giusto rispetto a quello che meritano”. I lavori con ampi divari retributivi sono diffusi nel settore della sanità: i dentisti, i medici, gli psicologi, i farmacisti, i tecnici sanitari e gli ottici prendono dal 14 al 28 per cento in più rispetto alle loro colleghe. Il ruolo con minor divario salariale di genere è quello del coordinatore di eventi, in cui gli uomini prendono lo 0,2% più delle donne. In alcuni lavori – l’assistente sociale, il settore della comunicazione e dei social media e per gli assistenti alla ricerca si assiste addirittura ad un’oscillazione in direzione opposta, con le donne che guadagnano leggermente di più rispetto agli uomini. Quindi il consiglio alle donne è: superate il disagio e l’imbarazzo e chiedete un aumento. “Se guadagnate 85.000 dollari in un anno, arrivare allo stesso livello degli uomini significa avere fino a $ 1,7 milioni in 30 anni. Lo stress a breve termine vale quindi la pena”.

Dopo una lunga battaglia durata quattro anni, Holly Brockwell, giornalista inglese di 30 anni, ha ottenuto il diritto ad essere sterilizzata: è stata messa in lista per l’intervento chirurgico e verrà operata entro la fine dell’anno. Una decisione controversa, la sua, si legge su Huffington Post: già lo scorso anno, dopo aver rilasciato un’intervista alla BBC sui motivi della sua scelta, la giovane era stata inondata di critiche e insulti. “Non voglio avere figli, perché non c’è nulla di attraente per me nel dare la vita ad un altro essere umano”, aveva detto allora. Il sistema sanitario inglese finalmente le ha concesso di realizzare il suo desiderio. E, per festeggiare la vittoria, la giovane ha scritto una lettera, pubblicata sul Telegraph, in cui ribadisce le sue ragioni. “In quanto donna che non vuole bambini – in modo assoluto, mai – ho iniziato a chiedere la sterilizzazione fin da quando avevo 26 anni. Negli ultimi quattro anni il mio medico di base ha sempre respinto la mia richiesta. La risposta era sempre: ‘Sei troppo giovane per prendere una decisione così drastica’. Ma ora sono sulla lista per l’operazione e finalmente verrò sterilizzata entro la fine dell’anno. È una cosa che desidero da tempo, ma ciò non significa che sia stata una decisione facile da prendere. Ho fatto delle ricerche, delle considerazioni, ho pesato e eventualmente difeso i vari argomenti, più e più volte. Non tutti coloro che hanno bambini possono dire di aver fatto lo stesso – eppure non vengono interrogati o tirati in ballo così di frequente. Io sì. I commenti sono sempre gli stessi, sia che provengano da sconosciuti sia che provengano da amici o da medici. Quando qualcuno viene a conoscenza della mia decisione, pensa che io abbia soltanto pensato di farlo, senza considerare le varie implicazioni. Con gli occhi spalancati, chiedono: ‘Ma perché?’ e non c’è mai una risposta che riesca a soddisfarli. Ogni tanto sono tentata di dire loro: ‘Odio i bambini’, ma perché devo mentire? Non odio i bambini; semplicemente non li voglio. Avete presente quando incontrate un meraviglioso cane di qualcuno ma non pensereste mai di prenderlo con voi? È la stessa sensazione”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Yoani Sanchez. Filologa di formazione, Yoani Sánchez è una celebrità nel suo paese e a livello internazionale. Time Magazine l’ha inserita nel 2008 nella classifica delle 100 persone più influenti del mondo. Il suo blog Generación Y, lanciato nel 2007 con l’obiettivo di “contribuire alla costruzione di una Cuba pluralista”, parla dei problemi economici e sociali che i cubani affrontano costantemente. Come altri blogger, è stata sottoposta a vari attacchi, è stata chiamata “spregevole parassita”, insulti (come “parassiti spregevoli”), censure – il suo blog è stato bloccato dal 2008 al 2011 agli utenti cubani – e persecuzioni giudiziarie. Nei primi mesi del 2014 ha annunciato la sua intenzione di creare una piattaforma multimediale collettiva indipendente a Cuba. “Il peggio potrebbe accadere il primo giorno, ma forse semineremo i primi semi di una stampa libera a Cuba”, ha detto. Oggi Yoani ha un giornale on line, 14ymedio.com, ma per lei nel tempo non sono mancate le polemiche. Anche in Italia: Gordiano Lupi, scrittore, traduttore, conoscitore di Cuba e della sua letteratura, dopo averla conosciuta per sette anni, traducendo i suoi articoli in italiano per la Stampa, alla fine di quel contratto che li legava ha dichiarato di non credere alla sincerità della sua battaglia. E in un’intervista su Linkiesta di qualche giorno fa ipotizza che Yoani Sanchez”sia stata usata finora come pedina per creare un avvicinamento tra Cuba e gli Stati Uniti. Come simbolo funzionava: una “paladina della libertà” che però era tollerata dal regime. E poi sembra che fosse in buoni rapporti con Obama e che lui la ascoltasse. Il tutto per cosa? Per realizzare quello che vediamo oggi: un’apertura di Cuba agli Stati Uniti. Se nota, adesso non si parla più di Yoani Sanchez”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 ottobre 2015

Ascolta la puntata.

Il corrispondente della PBS John Carlos Frey ha intervistato Juan Orlando Hernandez, presidente dell’Honduras. Eletto nel 2013, tra le sue priorità ha la lotta alla violenza: l’Honduras è stato infatti il Paese più pericoloso e violento del mondo, a causa del traffico di droga. Sempre più donne e bambini cercano di fuggire negli Stati Uniti. E la violenza domestica non fa che crescere: il 30% delle donne in Honduras afferma di aver subito un abuso, e il numero di femminicidi è raddoppiato in soli due anni. “Siamo particolarmente concentrati sul problema della violenza contro le donne, spesso vittima di questi conflitti tra gang”, spiega Hernandez. Si stanno anche portando avanti iniziative di prevenzione nelle parrocchie e nelle scuole: “È un programma a tutto tondo, e richiede tempo”. Le ONG che si occupano di violenza contro le donne accusano però il governo di investire in spese militari piuttosto che in programmi di prevenzione, laddove il problema resta prima di tutto di natura culturale.

La nota rivista medica britannica Lancet accusa il governo indiano di non fermare gli stupri e le violenze contro donne e ragazze. La testata, si legge su The Economic Times spiega che potrebbe commissionare nel prossimo futuro un documento di riferimento per misurare l’onere reale di tali atti di violenza in India. In un’intervista esclusiva a TOI in Messico, Richard Horton, il direttore del Lancet ha detto che il governo “ha la responsabilità primaria di proteggere le donne, responsabilità che si estende dalle questioni di sicurezza ai problemi della salute”. Secondo Horton, la “salute delle donne e delle ragazze è una questione strettamente legata agli atti di violenza”. “Possiamo fare stime su ciò che è il peso reale della violenza, ma il dato è molto scarso anche perché c’è un enorme tabù intorno alla questione”. La rivista Lancet l’anno scorso aveva pubblicato un lavoro d ricerca da cui emergeva che ogni giorno milioni di donne e di ragazze in tutto il mondo sperimentano violenza. Abusi che possono assumere molte forme: la violenza intima, fisica e sessuale, da parte del partner, le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e le spose bambine, il traffico sessuale e gli stupri.

Restiamo in India con un pezzo pubblicato su The Conversation. Nel 2013 nel Paese sono morti 1,3 milioni bambini sotto i cinque anni: si tratta di un quinto della mortalità infantile globale, scrive Seetha Menon, PhD Candidate alla University of Sussex. Mentre l’accesso alle cure sanitarie gioca un ruolo importante in queste tragedie individuali, altri fattori, come la violenza domestica, hanno un impatto altrettanto significativo. “La mia nuova ricerca”, scrive, “ha dimostrato che quasi una morte infantile su dieci di bambini più fino a un anno è attribuibile alle violenze subite dalla madre durante il matrimonio”. L’India ha istituito negli ultimi anni diversi programmi volti a ridurre il numero di queste morti infantili. Programmi basati su una sanità più equa e su un migliore accesso ai servizi sanitari pubblici, con particolare attenzione alle nascite in famiglie rurali e povere. Eppure, a dispetto di questi programmi, i dati delle Nazioni Unite suggeriscono che l’India rischia di mancare il suo obiettivo di sviluppo del Millennio – uno dei Millenium Goals dell’Onu – di ridurre entro la fine del 2015 il tasso di mortalità infantile a 42 ogni 1.000 nati vivi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 30% delle donne in tutto il mondo vive un rapporto di violenza da parte del proprio partner. La violenza domestica può causare la morte del bambino in diversi modi: trauma fisico o come conseguenza della perdita di autonomia delle donne che, magari limitate nei movimenti a causa degli abusi, non riescono ad accedere ad un’adeguata assistenza sanitaria. Le vittime di violenza hanno anche livelli più alti di stress psicologico, che è associato a fattori di rischio come la nascita di bambini sottopeso o parti prematuri. Un collegamento, quello tra violenza domestica e mortalità infantile, che si manifesta visibilmente nelle famiglie rurali.

A Kerala, in India, le lavoratrici del tè vincono contro una multinazionale e contro i loro uomini. Ne parla la giornalista Marina Forti: “Per oltre un mese le piantagioni di tè del Kerala, India meridionale, sono state il teatro di un’agitazione mai vista. Migliaia di raccoglitrici hanno bloccato strade, assediato gli uffici delle piantagioni, fermato il lavoro, ma era molto più di una semplice battaglia sindacale: quelle donne erano in lotta contro i padroni delle piantagioni e anche contro i sindacalisti, contro condizioni di lavoro da schiavi, contro i loro stessi uomini, e contro l’indifferenza dello stato e dei media. E alla fine hanno vinto: sia aumenti di salario, sia soprattutto un po’ di voce. La battaglia è cominciata ai primi di settembre”, si legge sul sito terraterra.org. “Le piantagioni di tè in India sembrano rimaste all’era coloniale, salvo che i padroni non sono più britannici: in Kerala sono ad esempio la Kannan Devan Hill Plantation (controllata dalla multinazionale Tata, proprietaria del marchio Tetley) o la Harrison Plantation, le più grandi di una cinquantina di aziende in Kerala”. Le raccoglitrici sono per lo più donne e sono dalit (fuoricasta, o “intoccabili”: lo scalino più basso e discriminato della gerarchia sociale indiana). Per i loro figli non c’è scuola; i loro mariti fanno lavoro altrettanto malpagati, oppure si consumano con l’alcool. La rabbia è esplosa quest’estate, quando la Kannan Devan Hill Plantation ha deciso di tagliare il bonus pagato fino ad allora alle lavoratrici.

Su Tumblr una pagina raccoglie le storie e i racconti delle donne che hanno affrontato episodi di violenza da parte degli uomini. La pagina si chiama When Women Refuse, Quando le donne dicono di no, e ne parla DailyMail in un articolo on line. Utenti anonimi raccontano qui gli abusi subiti per mano di colleghi, partner e sconosciuti. Storie personali di violenza fisica contro le donne nei bar, incidenti sul lavoro, aggressioni da sconosciuti e da fidanzati. La pagina è nata in risposta alle sparatorie presso l’Università della California a Santa Barbara il 23 maggio 2014, quando Elliot Rodger ha ucciso sei persone e ne ha ferite altre 14. L’assassino aveva postato un video on-line rivendicano le morti e dicendo che voleva punire le donne che lo avevano rifiutato.

La ministra somala per le donne, la famiglia e i diritti umani, Sahra Ali Samara, annuncia la creazione di piani per combattere i crimini contro l’umanità e la violenza di genere nel Paese. Mohamed Omar, il direttore del ministero, spiega che la maggioranza di Governo ha annunciato tolleranza zero nei confronti dei crimini contro le donne. Crimini che avvengono nella maggior parte dei casi in zone di conflitto. La Somalia è tra i cinque Paesi più pericolosi al mondo per le donne. In un rapporto intitolato “Ecco, Lo stupro è normale”, Human Rights Watch spiega che due decenni di conflitto civile nel paese hanno portato una vasta parte della popolazione civile ad essere vulnerabile alla violenza sessualizzate”

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 10 giugno 2015

Anna Zhavnerovich

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Cominciamo da un pezzo di africarivista.it: Fadumo Dayib ha annunciato che si candiderà alle elezioni presidenziali che si terranno in Somalia nel 2016 perché vuole diventare il primo capo di Stato donna del suo Paese. Affrontando così una doppia sfida: alla tradizione, che vede la donna somala ai margini della società; e ai fondamentalisti islamici, che relegano le donne al ruolo di spose dei miliziani o a schiave sessuali. Fadumo ha vissuto in prima persona la tragedia della Somalia contemporanea. Nata in Kenya da una famiglia somala, è rientrata da bambina nel suo Paese, per fuggire di nuovo di fronte all’inasprirsi della guerra civile (iniziata nel 1991). È la Finlandia la sua terra di adozione. È lì che a 14 anni ha imparato a scrivere e a leggere. Ed è lì che ha continuato gli studi fino a ottenere un master in sanità e salute pubblica. Studi che le hanno permesso di affrontare una carriera al servizio dell’Unione europea e delle Nazioni Unite, dove si è occupata di temi delicati quali le migrazioni forzate, le discriminazioni di genere, la pandemia di Hiv-Aids. Come molti profughi della diaspora non ha però mai cessato di occuparsi della Somalia e, in particolare, delle donne somale. Questo suo impegno è sfociato nell’intenzione di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali. Oggi Fadumo ha 42 anni e quattro figli, per lei, se mai si terranno le elezioni e se mai verrà eletta, si aprirà un percorso difficilissimo. La Somalia oggi è un Paese in ginocchio. Il Governo federale in carica dal 2012 sopravvive grazie al sostegno internazionale. Le autorità non controllano che piccole porzioni di territorio. Il Somaliland a Nord si è dichiarato indipendente (anche se non ha riconoscimento internazionale) e ha proprie istituzioni. Il capo dello Stato ha annunciato la volontà di indire elezioni entro il 2016, ma le difficoltà logistiche sono enormi.

E passiamo alla Cina, dove la femminista Xiao Meili, 25 anni, ha lanciato sul social cinese Weibo un contest per l’uguaglianza di genere cui hanno partecipato molte donne tra cui tre delle cinque femministe arrestate lo scorso marzo e poi rilasciate dopo un mese. Protagonisti i peli delle ascelle: le partecipanti hanno inviato selfie con le braccia alzate e le ascelle non rasate. “Le donne dovrebbero avere il diritto di decidere come comportarsi con i loro corpi, incluso cosa fare con i peli sotto alle ascelle”, spiega Xiao alla CNN. “Radersi è una scelta, ma le donne non devono essere costrette a farlo dalla pressione degli stereotipi”. Il contesti si chiuderà con sei vincitori che saranno premiati con preservativi, vibratori e un orinatoio piedistallo, utilizzabile per una donna rimanendo in piedi.

Burkina Faso: una marcia contro le lesbiche. Il sito Il grande colibrì, essere LGBT nel mondo traduce un pezzo di lepays.bk:A Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, alcuni giovani hanno fatto un minaccioso giro delle case abitate da sospette lesbiche, con la benedizione dell’imam e del prete. La marcia di protesta contro le lesbiche è partita da Sikasso-Sira, uno dei vecchi quartieri di Bobo-Dioulasso, in cui alcune ragazze praticano, nella casa di famiglia, l’omosessualità: i vicini ne sono pienamente consapevoli, ma nessuno finora ne aveva parlato. I manifestanti hanno voluto mettere fine a questa pratica che considerano pericolosa per la prole. L’obiettivo, secondo il loro portavoce, è vietare l’accesso delle lesbiche alle loro case e anche al loro quartiere, pena rappresaglie. “Abbiamo paura per l’educazione dei nostri figli che, come argilla, prendono la forma degli oggetti in cui vengono plasmati”.

Secondo il report 2014 appena pubblicato dai  National Coalition on Anti-Violence Programs, negli Stati Uniti la violenza contro le persone LGBT è scesa del 32 per cento, ma sono aumentati del 13 per cento i crimini contro le persone transgender. Dai dati emerge anche un aumento nel numero degli omicidi nei confronti di individui LGBT: circa il 50 per cento delle vittime erano donne transgender, si legge sul sito di Human Rights Campaign, e il 35 per cento erano uomini gay e bisessuali. Le donne transgender sopravvissute hanno sperimentato la violenza della polizia, la violenza fisica, la discriminazione, molestie, violenza sessuale, minacce e intimidazioni.

Anna Zhavnerovich ha 28 anni ed una giornalista di un sito web di moda con sede a Mosca. Dopo essere stata picchiata fino allo svenimento dal suo fidanzato, racconta il Guardian, Anna è andata dalla polizia per denunciarlo, con la faccia ancora gonfia per le botte. E si è vista fare strane domande. “Mi hanno chiesto perché non ho avuto figli”, ricorda. “Mi hanno chiesto se ero sposata”. Insomma, un interrogatorio, che in qualche modo suggeriva che la colpa di quello che era successo era sua. Il fidanzato non ha avuto grossi guai, il caso è stato archiviato, ma lei ha rilanciato e ha scritto della sua storia. Tirando fuori quello che in Russia è, scrive il Guardian, un tabù quasi innominabile. Anna è stata letteralmente sommersa di mail e messaggi di altre donne che le hanno raccontato la stesa esperienza e la difficoltà di denunciare i fatti davanti alle autorità. Dagli anni ’90, racconta Amelia Gentleman sulla testata britannica, la politica russa ha preso in considerazione – e abbandonato –  almeno una cinquantina di progetti e disegni di legge sulla violenza domestica. Questa vota gli attivisti covano un certo, timido ottimismo grazie ad una serie di casi di alto profilo che stanno finalmente portando alla luce il problema.

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Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Modadiscio, 20 marzo 1994.

18 anni dopo un unico colpevole, un processo a porte chiuse e nulla di nuovo.

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