Archivi tag: Sudafrica

Radio Bullets, #donnenelmondo del 26 febbraio 2016 – #UnioniCivili

slide_225388_2349397_free

Puntata speciale: vi raccontiamo come funziona – o non funziona – nel resto del mondo tra #unionicivili, matrimoni gay e diritti fondamentali. Per raccontarvi un po’ di più anche il nostro Paese.

Ascolta la puntata.

La mappa del mondo può descrivere attraverso colori e continenti quali sono i Paesi dove esistono le unioni civili. Ci sono Nazioni, pensate, dove la legge prevede addirittura il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Da dove vogliamo cominciare? Est o Ovest? Sud o Nord del globo? Cominciamo dal sud del mondo.

La Capitale più a sud del mondo è Wellington, in Nuova Zelanda, dove le unioni civili sono state approvate nel 2004 e l’adozione da parte di coppie omosessuali è legale dal 2007. Il 19 agosto 2013 il Corriere della Sera scrive: “Il «sì lo voglio» tra persone dello stesso sesso arriva in Nuova Zelanda. Il Paese ha celebrato domenica sera i sui primi matrimoni gay, diventando la quattordicesima nazione al mondo e la prima dell’Asia Pacifica ad autorizzare le unioni omosessuali”. E i vicini australiani? Stupirà scoprire che, dopo il prima via libera, il Governo australiano ha impugnato il provvedimento che le permetteva. Come si legge su Panorama, “L’Australia non riconosce i matrimoni gay, ma è pendente una proposta del partito Laburista che nel 2011 ha chiesto un referendum in materia, incontrando la netta opposizione del partito Liberale. Alcuni Stati australiani però autorizzano le unioni omosessuali. Nel 2010 la Tasmania è stato il primo Stato australiano a riconoscere legalmente le nozze celebrate in altre giurisdizioni, anche se solo de facto”. Dal 2012 – si legge ancora su La Stampa – lo Stato dà certificato di nulla osta per contrarre il matrimonio all’estero. Anche sulla violenza di genere l’Australia potrebbe fare di più, e ne abbiamo parlato qui a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Ancora a sud. Pretoria? Alla fine del 2006 il Sudafrica diventa il primo Paese nel continente a legalizzare le unioni omosessuali attraverso “matrimonio” o “partenariato civile”. Le coppie possono anche adottare, i single adottano già da decenni. Il resto dei Paesi africani si divide tra omosessualità illegale, omosessualità punita con la pena di morte – in Mauritania, Nigeria, Somalia – omosessualità tollerata, omosessualità legale, omosessualità “depenalizzata”.

Sempre a sud, nell’America Latina. In Argentina il matrimonio gay esiste dal 2010: il 15 luglio di quell’anno La Stampa scriveva: “In Argentina, primo Paese in America Latina e decimo nel mondo, sono diventate legali le nozze persone dello stesso sesso, che, una volta sposate, potranno anche adottare bambini. Poco dopo le 4 (le nove in Italia) del mattino di oggi, dopo un dibattito di oltre 15 ore, infarcito di luoghi comuni e di grande tensione per l’incertezza del voto finale, il Senato con 33 voti favorevoli, 27 contrari, tre astensioni e nove assenti, ha trasformato in legge il progetto, già passato alla Camera in maggio. Nel Codice civile le parole “marito e moglie” saranno sostituite con “contraenti””. Dopo l’Argentina venne l’Uruguay. La legge che ha legalizzato le nozze gay è stata approvata nel 2013, mentre nei precedenti anni l’Uruguay aveva già legalizzato le unioni civili per gli omosessuali e l’adozione dei bambini da parte di coppie formate da persone dello stesso sesso. Anche il Brasile dichiara legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso nel 2013. In Colombia e in Ecuador non esiste l’istituto delle nozze tra persone omosessuali, ma esistono le unioni civili. Bolivia, Perù e Cile non prevedono alcuna legalizzazioni delle unioni gay.

In Messico dal 2009 il matrimonio è legale nella capitale, Città del Messico e in 2 Stati della federazione. In Canada ci si sposa – tutti, nessuno escluso – dal lontano 2005. Negli Stati Uniti, si legge su Gay.it, è stata una sentenza, quella della Corte Suprema, ad obbligare di fatto tutti gli stati americani ad introdurre il matrimonio gay, rendendo gli States il 21º Paese al mondo a riconoscere il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Era il 26 giugno 2015 e la sentenza ha stabilito che negare la licenza matrimoniale a coppie omosessuali viola alcune clausole del XIV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

E veniamo a questa parte del mondo. In ordine cronologico hanno approvato i matrimoni gay: nel 2000 i Paesi Bassi, il Belgio, nel 2003, la Spagna nel 2005. Come scriveva l’Ansa, in 10 anni “oltre 31mila matrimoni fra coppie omosessuali sono stati celebrati in Spagna da quando è entrata in vigore nel giugno 2005 l’allora contestata legge sui matrimoni gay, che provocò vibranti proteste della Chiesa cattolica e dell’opposizione conservatrice. I matrimoni omosessuali ora rappresentano il 2% dell’insieme delle unioni legali nel Paese”. Seguono Svezia e Norvegia nel 2009, Portogallo e Islanda nel 2010, la Danimarca, nel 2012, Franci, Inghilterra e Galles nel 2013, Lussemburgo e Scozia nel 2014 e nel 2015 arriva anche l’Irlanda. “Svolta storica in Irlanda, terra di antiche radici cattoliche, che è diventato il primo Paese al mondo a introdurre i matrimoni gay tramite un referendum. I voti favorevoli sono stati a livello nazionale il 62,1%, con punte di oltre il 70% nelle città come Dublino, mentre i ‘no’ si sono fermati al 37,9%”.

In Russia, Turchia, Ucraina, Lituania, Latvia, Polonia, Slovacchia, Romania, Moldova, Macedonia, Albania, Montenegro, Bosnia-Herzegovina, Serbia, Kosovo, Bulgaria non esistono né matrimoni gay né tantomeno unioni civili. Esattamente come in Indonesia, Cina, India, Thailandia, Myanmar, Cambogia, Filippine, Nuova Guinea, Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Iran, Kazakistan, Yemen, Oman, Arabia Saudita, Iraq. Come si legge su Gay.it, “La Giustizia israeliana riconosce i matrimoni omosessuali contratti all’estero; è l’unico paese di tutto il continente asiatico a farlo. Tuttavia non è consentito alle coppie gay di sposarsi in territorio israeliano: non esistendo in Israele il matrimonio civile neppure per le coppie eterosessuali (tranne quando entrambi i coniugi sono non-ebrei), il matrimonio può esser formalmente eseguito solamente dalle autorità religiose. Tale restrizione impedisce non solo alle coppie gay di sposarsi, ma anche a tutte le coppie di fatto eterosessuali di essere riconosciute: qualsiasi persona desideri contrar un matrimonio non religioso deve recarsi al di fuori del paese”.

Chiudiamo con Italia e Grecia, gli unici Paesi di tutta l’Europa occidentale a non aver legiferato a riguardo. “Ci sfidiamo, insomma, per l’ambito ultimo posto”, dice lo scrittore Sebastiano Mauri che in questi giorni sta portando avanti una campagna che ha visto l’adesione di quasi 100mila persone e molti nomi famosi, da Jovanotti a Fedez, da Heather Parisi a Carlo Feltrinelli, per l’approvazione – naufragata – del disegno di legge Ciripà sulle Unioni Civili con stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner. Una sfida tuttora in corso: come si legge su La Stampa, i cugini ellenici hanno “recepito le normative europee in fatto di unioni civili, riconoscendo alle coppie non sposate e ai single il diritto di procreare mediante inseminazione artificiali. Le unioni civili regolare dal “Patto di libera convivenza” non includono le persone dello stesso sesso”.

Continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook, su Twitter e Instagram con l’account @RadioBullets, sul nostro sito www.radiobullets.com. Iscrivetevi alla nostra newsletter e, se volete, sostenete il nostro lavoro cliccate qui.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 novembre 2015

psa1-759

India, spot ironici spiegano alle donne come difendersi dalla violenza. Sei scienziate in missione (simulata) sulla Luna, per vedere come funziona un equipaggio di sole donne. In Galles nuova legge contro le mutilazioni genitali femminili. A Pretoria un pittore dipinge il presidente e l’opera fa scandalo. La denuncia di un gruppo di sacerdoti: la Chiesa opprime le donne. Jakarta: castrazione chimica per chi stupra un minore?

Ascolta la puntata.

India. Una società di produzione cinematografica indiana, la Eeksaurus, ha realizzato una serie di annunci di servizio pubblico con un messaggio forte rivolto a tutte le donne. Ne parla Indian Express: nei video protagoniste sono le donne che si trovano ad affrontare varie situazioni di minaccia di aggressione – in discoteca, nel treno, in ascensore, per strada – e si difendono con superpoteri e armi non convenzionali come degli occhiali laser capaci di incenerire l’aggressore direttamente nelle sue parti più intime. Oggetti, dice l’annuncio, disponibili nel 2214: nell’attesa le donne vengono invitate a chiamare il numero di servizio 103 in caso di aggressione o anche solo di situazioni dubbie. Un modo insomma per affrontare la violenza sulle donne con un certo umorismo e dare un messaggio di servizio fondamentale in un Paese in cui il problema resta di natura endemica.

Russia. Sei scienziate, di età compresa tra i 22 e i 34 anni, hanno iniziato un “viaggio di andata e ritorno verso la Luna” di 8 giorni: un viaggio simulato che l’agenzia spaziale russa Roscosmos sta realizzando per studiare il comportamento di un equipaggio composto da sole donne di fronte a una missione di questo tipo e durata. In Italia ne scrive Focus. Le sei donne-cosmonaute, si legge, sono entrate in un modulo opportunamente costruito presso l’Istituto per lo studio dei Problemi Biomedici di Mosca, noto per le ricerche sugli effetti psicologici e fisici dei viaggi nello spazio. Questo Istituto è stato in prima linea nel 2010 quando sei volontari (tutti maschi) simularono un viaggio di andata e ritorno verso Marte della durata di 520 giorni. “Per la prima volta vogliamo vedere come interagiscono sei donne sottoposte a un simile test. Sono abbastanza certo e mi auguro che non ci saranno conflitti, anche se si dice che due donne nella medesima cucina faticano a vivere insieme”, dice Sergei Ponomaryov, responsabile dell’esperimento. Le sei volontarie sono quattro ricercatrici scientifiche, una psicologa e una dottoressa. La Russia è stata la prima a inviare una donna nello Spazio, ma dopo questo primato nelle pari opportunità si è “fermata”: il numero di cosmonaute – le sovietiche – è molto inferiore rispetto a quello delle astronaute, tant’è che la quarta donna russa ad essere andata nello spazio è partita solo l’anno scorso per la Stazione Spaziale Internazionale. Si tratta di Elena Serova che peraltro partecipa anche all’esperimento in corso. Naturalmente alla conferenza stampa di presentazione del progetto non sono mancate domande stereotipare tipo: “Come farete senza trucco?”. “Siamo molto belle anche senza”, ha risposto la team leader Yelena Luchnitskaya. Il “ritorno” è previsto per mercoledì prossimo 4 novembre.

FGM. In Galles passa una nuova legge contro le mutilazioni genitali femminili. Sebbene sia un crimine nel Regno Unito, in 137mila tra donne e ragazze inglesi, la maggior parte delle quali immigrate, sostiene di aver subito questa pratica. La nuova legge, riporta l’Associated Press, richiede ai professionisti di segnalare i casi di mutilazione genitale femminile alla polizia in caso di minori di 18 anni. Ma da più parti si avverte che l’effetto potrebbe essere quello di rendere le ragazze riluttanti a cercare assistenza medica. Secondo la legge, entrata in vigore sabato, diventa un crimine per operatori sanitari, assistenti sociali o insegnanti non notificare alla polizia casi di minorenni che abbiano avuto la rimozione o il danneggiamento dei genitali per ragioni non mediche. L’obiettivo è quello di intensificare il giro di vite del governo sulla pratica di rimuovere genitali esterni alle giovani, pratica vista come una forma di abuso sui minori e di violenza sulle donne e crimine fin dal 2003. Alcuni enti di beneficenza che lavorano per proteggere le ragazze, riporta ancora AP, temono però conseguenze impreviste da questa legge che sancisce la segnalazione obbligatoria. “Non protegge le ragazze, perché la logica è quella di riportare casi di persone che hanno già subito una mutilazione genitale”, spiega Naana Otoo-Oyortey, direttore del gruppo advocacy Forward. “Sì, è necessario segnalare e perseguire. Ma tutto questo deve essere affiancato dalla prevenzione “. Le mutilazioni, nella maggior parte dei casi, avvengono all’estero. Le autorità britanniche hanno anche cercato di impedire ai genitori di portare le figlie in Africa a subire questa procedura.

Pretoria. Membri della South Africa’s African National Congress Women’s League hanno manifestato a Pretoria per difendere l’onore del presidente Jacob Zuma alla luce di una recente opera che lo raffigura nudo e nell’atto di ricevere sesso orale. Ayanda Mabulu, pittore sudafricano, ha fatto notizia il mese scorso per la sua opera dal titolo “La pornografia del potere”, che descrive come “la situazione in cui ci troviamo in Sud Africa”. La South Africa’s African National Congress Women’s League ha però trovato il dipinto offensivo e umiliante per la popolazione femminile del Paese. “In una Nazione dove abbiamo unalta incidenza di violenza contro le donne, rappresentare una donna in quel modo è solo degradante”.

Un gruppo di 12 sacerdoti cattolici ha chiesto di porre fine alla “sistematica oppressione” delle donne nella Chiesa cattolica dando loro piena uguaglianza. I sacerdoti, tra cui un certo numero di membri della Associazione dei sacerdoti cattolici come don Tony Flannery, hanno spiegato di ritenere l’esempio dato dalla Chiesa in termini di discriminazione delle donne un esempio che “incoraggia e rinforza l’abuso e la violenza contro le donne in molte culture e società “. “Nella Chiesa cattolica le donne, pur essendo uguali agli uomini in virtù del loro Battesimo, sono escluse da tutte le posizioni decisionali, e dal ministero ordinato”, dicono i sacerdoti. Che hanno ricordato anche che, nel 1994, Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato che l’esclusione delle donne dal sacerdozio non poteva nemmeno essere discussa nella Chiesa e che il concetto è stato ribadito “e addirittura rafforzato” da Papa Benedetto.

Jakarta. Una coalizione di gruppi per i diritti umani ha espresso opposizione al piano del governo indonesiano di introdurre la castrazione chimica per i reati a sfondo sessuale. Secondo l’Istituto per la riforma del sistema penale costituirebbe una chiara violazione dei diritti umani. “Il governo dovrebbe invece dare priorità ai diritti dei bambini. Nei casi di vittime minori, lo Stato deve garantire loro protezione e accesso alla riabilitazione”, spiega un ricercatore dell’Istituto secondo il Jakarta Post. Il presidente Joko “Jokowi” Widodo starebbe prendendo in considerazione l’emanazione di un regolamento del governo con valore di legge per introdurre la castrazione per gli uomini che stuprano i bambini. Castrazione chimica prevede la somministrazione di farmaci anti-androgeni per ridurre il testosterone, la libido, le fantasie sessuali compulsive e la capacità di eccitazione sessuale. Viene somministrata per mezzo di un’iniezione una volta ogni tre mesi e, a differenza della castrazione chirurgica, è reversibile quando il trattamento viene interrotto. Restano comunque duraturi effetti collaterali. Leggi che prevedono la castrazione fisica sono in vigore in diversi Stati in America, in Canada e in Paesi come la Corea del Sud, la Moldavia, la Russia e l’Estonia.

Continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook, su Twitter e Instagram, sul nostro sito www.radiobullets.com. Iscrivetevi alla nostra newsletter e se volete sostenere il nostro lavoro e Radio Bullets cliccate qui.

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 agosto 2015

This image provided by onelogin.com shows a recruitment ad for the tech startup company featuring engineer Isis Anchalee. As of Thursday afternoon, Aug. 6, 2015, more than 75,000 people used the hashtag #ILookLikeAnEngineer to post photos of themselves and promote gender diversity in technology, according to analytics firm Topsy. The campaign started when Anchalee got an avalanche of attention from the ad. (onelogin.com via AP)

This image provided by onelogin.com shows a recruitment ad for the tech startup company featuring engineer Isis Anchalee. As of Thursday afternoon, Aug. 6, 2015, more than 75,000 people used the hashtag #ILookLikeAnEngineer to post photos of themselves and promote gender diversity in technology, according to analytics firm Topsy. The campaign started when Anchalee got an avalanche of attention from the ad. (onelogin.com via AP)

Ascolta la puntata.

Reeva Steenkamp, ​​Jayde Panayiotou, Fatima Patel, Anni Dew ani, Zanele Khumalo, Dolly Tshabalala. Questi nomi hanno fatto i titoli dei giornali in Sudafrica negli ultimi anni, si legge su news channel Africa. E hanno una cosa in comune: sono tutte morte per mano dell’uomo di cui si fidavano e che amavano. Steenkamp e Khumalo sono state uccise dai loro fidanzati. Secondo le associazioni, in entrambi i casi gli uomini avrebbero dovuto ottenere pene più severe. Le famiglie di Panayiotou, Tshabalala e Patel sono ancora in attesa di sapere se otterranno giustizia. Christopher Panayiotou avrebbe assoldato un killer per uccidere la moglie Jayde. Affronterà un processo nel 2016. Anche Rameez Patel è in attesa di giudizio per la morte di sua moglie Fatima. Ridotta in uno stato per cui la famiglia l’ha a malapena riconosciuta, quando è stata ritrovata cadavere nella loro casa di Polokwane ad aprile. Patel era fuori su cauzione a luglio, quando è stato nuovamente arrestato per un altro omicidio che avrebbe avuto luogo nel luglio del 2013. Un report di novembre 2014 dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza sulla violenza domestica in Sudafrica mette nero su bianco la difficoltà di valutare l’entità della violenza contro le donne, perché questi casi non vengono tracciati in maniera efficiente. “I dati sulla reale portata di tutte le forme di violenza domestica in Sudafrica non sono disponibili”, spiega la ricercatrice Lisa Vetten. Tre donne al giorno trovano la morte per mano del partner in Sud Africa ogni giorno. La seconda causa più comune di queste morti è collegata alla decisione della donna di porre fine all relazione. Fondamentale, scrive Lisa Vette, affrontare il problema della natura disinformativa delle statistiche di polizia.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha chiesto alla comunità internazionale di impegnarsi attivamente per migliorare la salute e il benessere dei popoli indigeni. Popolazioni che devono affrontare una vasta gamma di sfide che vanno da servizi igienici inadeguati alle emergenze abitative, dagli altri tassi di diabete all’abuso di droga e alcol, nonché la mancanza di cure prenatali e la violenza sulle donne. La maggior parte di questi problemi, dice Ban Ki-moon, si possono prevenire. “Sono questioni che devono essere urgentemente affrontate come parte del programma di sviluppo post-2015, in un modo culturalmente appropriato e in grado di soddisfare le concezioni dei popoli indigeni e delle aspirazioni per il benessere”.

Su Internazionale leggiamo la storia di Isis Anchalee, una giovane ingegnera informatica di San Francisco. L’azienda in cui lavora come programmatrice, la californiana OneLogin, l’aveva scelta tra i testimonial per una campagna di assunzioni ma il suo bell’aspetto ha scatenato una serie di critiche sui social network. Diversi utenti, si legge su Internazionale, hanno criticato l’azienda con commenti di questo tenore: “Perché non hanno scelto un vero ingegnere o un’impiegata invece di una modella?”. Ecco perché Isis ha deciso di rispondere sul suo blog agli stereotipi sessisti che ancora circondano il suo ambiente. Con una domanda che è diventata una vera e propria mobilitazione: “Che aspetto dovrebbe avere un’ingegnera?”. L’hashtag #ilooklikeanengineer, scrive Internazionale, ha avuto un vasto seguito in tutto il mondo, dalla Nasa alle comunità islamiche. In media, scrive ancora Internazionale, il 30 per cento della forza lavoro nell’industria tecnologica è rappresentata da donne, e le donne sono ormai il 59 per cento del totale della forza lavoro statunitense e il 51 per cento della popolazione, secondo gli ultimi dati dell’Us census bureau. Da un altro sondaggio pubblicato nel giugno 2013, risultava che le donne occupano solo il 14,3 per cento dei posti nei consigli d’amministrazione delle cento aziende tecnologiche con il miglior fatturato negli Stati Uniti. E secondo l’organizzazione Narrow the gap, a parità di incarico, le donne impiegate nelle aziende hi-tech ricevono in media 200 dollari alla settimana in meno. Questa realtà ha spinto il presidente Barack Obama a promuovere una serie di politiche per migliorare la situazione.

Passiamo in Myanmar, dove è lotta al cyber-sex e ai cyber abusi. Chiunque utilizzi la tecnologia elettronica per disturbare, minacciare o diffamare sessualmente qualcuno potrebbe affrontare pene dai 3 ai 5 anni di carcere e ammende, si legge sul Myanmar Times. Ciò potrebbe includere l’uso di Facebook e di altri social media. “La tecnologia dell’informazione comporta svantaggi e vantaggi, e la violenza sessuale contro le donne attraverso l’uso della tecnologia è in aumento”, spiega il capo della polizia Thi Thi Myint. “Se la vittima può fornire le prove dell’abuso, noi agiremo”. Prove che possono includere telefonate e messaggi abusivi, ad esempio.

Non si placa la polemica tra Amnesty International e lo star system hollywoodiano. L’ONG si è schierata a favore della depenalizzazione della prostituzione. Sul fronte opposto invece si stanno schierando nomi di calibro internazionale e dal grande seguito: gente come le femministe Gloria Steinem ed Eve Ensler e come le attrici Kate Winslet, Anne Hathaway, Emma Thompson, Lena Dunham e Meryl Streep. Una contrapposizione di posizioni storica, che da un lato vede coloro che si schierano a favore delle lavoratrici del sesso e ne sottolineano la capacità di autodeterminazione, e dall’altro lato chi pensa che la prostituzione sia sempre una violenza e i lavoratori sempre vittime – di tratta, povertà, abusi. Amnesty ha preparato un documento in occasione dell’assemblea mondiale si Dublino con un testo non ancora approvato ufficialmente ma nel cui draft si legge che “la criminalizzazione della prostituzione non fa altro che aumentare la discriminazione nei confronti di coloro che vendono sesso, mettendoli più a rischio di persecuzioni e violenze, inclusi gli abusi da parte della polizia”. L’organizzazione chiede anche più tutela dei diritti umani dei lavoratori e lavoratici del sesso con misure che prevedono anche la depenalizzazione della prostituzione. La Coalition Against Trafficking in Women, la Coalizione contro la tratta delle donne, ha immediatamente fatto sentire la propria voce «Ogni giorno combattiamo l’appropriazione maschile del corpo delle donne, dalle mutilazioni genitali ai matrimoni forzati, dalla violenza domestica alla violazione dei loro diritti riproduttivi. Pagare denaro per una simile appropriazione non elimina la violenza che le donne subiscono nel commercio del sesso. È incomprensibile che un’organizzazione per i diritti umani della levatura di Amnesty International non riesca a riconoscere che la prostituzione è una causa e una conseguenza della diseguaglianza di genere». Tra meno di un mese la resa dei conti, a Dublino, con l’approvazione finale del documento di Amnesty International che ne costituirà la posizione ufficiale per i prossimi anni.

Lascia un commento

Archiviato in Radio