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#Donnenelmondo del 10 giugno 2016

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Ascolta la puntata.

Pensate alle parole con cui è stata raccontata sui giornali la morte di Sara Di Pierantonio, la ragazza di 22 anni uccisa e bruciata da un uomo che invece che affrontare i suoi problemi culturali, sociali, antropologici, mentali non ha trovato di meglio da fare che uccidere la donna che si era sottratta al suo possesso. Provate un po’ a visualizzare quegli articoli – lo so, è già complicato, dato che l’enormità della vicenda è già scomparsa dai nostri giornali. Ma nei pezzi dei giorni immediatamente successivi al femminicidio di Sara troverete la descrizione della vittima. Quello che ha fatto, quello che non ha fatto, come non si sia sottratta al suo “destino” (virgolette), come persino la geolocalizzazione del suo smartphone abbia contribuito alla sua morte. Un’impostazione che, per molti, fa parte del problema. L’analisi grammaticale dell’azione della donna, la necessità di difenderla e di difendersi, che fagocita l’attenzione delle azioni del violento e di come sia arrivato ad agire come ha agito. Non è un tema solo italiano, anzi. Andiamo in Australia, dove – si legge su The Conversation – “fino a poco tempo, la violenza domestica contro donne e bambini era invisibile al pubblico. Oggi invece ampia è la copertura mediatica, ma uno studio australiano – uno dei più grandi del suo genere – sottolinea come in questa copertura, gli autori delle violenze restino ancora sostanzialmente “invisibili”. Il termine “autore invisibile” si riferisce al modo in cui quasi il 60% delle notizie di stampa su un fatto violento non fornisca praticamente alcuna informazione sull’autore di quella violenza. Il termine deriva dal nuovo studio, uno dei più grandi del suo genere, qui o all’estero. La violenza contro le donne, si legge nello studio, è commessa da un’altra persona, di solito un uomo, di solito un uomo che una donna conosce, eppure quella violenza viene spesso riportata come se l’altra persona – fidanzato, marito, compagno – non esistesse. Si fa l’esempio di un titolo del Daily Telegraph: “Un’ascia fa a pezzi una famiglia”. E chi l’ha usata l’ascia per ammazzare Tara? (Fermo restando il garantismo e la correttezza di quanto riportato, si badi). E anche quando gli autori vengono citati, spiega ancora lo studio, i giornalisti tendono ad usare – consapevolmente o meno – una costruzione passiva delle frasi, oscurando o elidendo chi ha perpetrato la violenza e con quale grado di intenti. Insomma: di recente quantità e qualità della copertura mediatica della violenza contro donne e bambini sono migliorate, ma resta un notevole margine di lavoro da fare.

Andiamo in Brasile, dove nei giorni scorsi si è tenuta una manifestazione contro la violenza sulle donne a Copacabana, a Rio de Janeiro. Sulla spiaggia sono state lasciate 420 paia di slip: si tratta del numero delle donne che subiscono violenza nel paese ogni 72 ore. A fine maggio – ricorda Huffington Post – le immagini di una ragazza di 16 anni violentata da più di 30 uomini in una favela di Rio hanno avuto ampia diffusione sui social media, acuendo il dibattito su sessismo e violenza in Brasile. Hashtag come #EstuproNuncaMais (“Mai più uno stupro”) e #EstuproNaoTemJustificativa (“Lo stupro non può essere giustificato”) si sono rapidamente diffusi su Twitter. Nel 2014 sono stati registrati in Brasile 50mila stupri, ma gli esperti ritengono che i numeri descrivano solo grossolanamente la situazione. Secondo l’Istituto brasiliano di ricerca economica applicata , nel Paese avverrebbero fino a 500mila casi di violenza sessuale ogni anno.

Ne abbiamo parlato una settimana fa nel notiziario di Radio Bullets: la proposta di legge del Consiglio dell’ideologia islamica del Pakistan, un organo consultivo, per legalizzare la violenza domestica autorizzando le botte “leggere” alle mogli. Proposta che vede come risposta la protesta su Twitter. Violenza “in forma lieve” – hanno scritto gli integralisti musulmani nella loro proposta di 163 pagine – laddove, si legge su IoDonna, le donne si rifiutano di fare sesso, lavarsi dopo avere avuto rapporti e durante le mestruazioni, oppure anche solo se non indossano quello che desidera il marito. L’hashtag è #TryBeatingMeLightly (“Prova a picchiarmi in forma lieve”, e a farlo circolare sono i ritratti, in bianco e nero, del fotografo Fahhad Rajper. Ritratti di donne pachistane che hanno preso posizione contro la proposta di legge. Tweet come: “Prova a picchiarmi in modo leggero e vedrai che ti avvelenerò… con leggerezza!”. E ancora: “Sono il sole, toccami e ti brucerai come se fossi finito all’inferno. Sono la luce, proverai a fermarmi ma non ci riuscirai. Non potrai contenere la mia energia. Sono il tipo di donna da cui prendono il nome i tifoni. Ti sfido”. L’esperta di marketing digitale Shamilah Rashid scrive: “Prova a picchiarmi in modo leggero e farò in modo che sia l’ultima cosa che farai nella tua vita patetica”. E aggiunge: “Non voglio che le ragazze crescano pensando che se un uomo ti picchia allora vuol dire che ti ama. E che un giorno il suo comportamento migliorerà: no, la violenza di genere è inaccettabile. Sempre”. Il Pakistan, si legge su IoDonna, resta uno dei paesi dove la violenza di genere è pervasiva. Almeno 4.308 i casi di violenza denunciati da donne e ragazze nei primi sei mesi dell’anno.
La polizia della città pakistana di Lahore ha arrestato una donna sospettata di aver ucciso sua figlia per essersi sposata senza il consenso della famiglia. Lo riporta la BBC. La polizia dice che il corpo di Zeenat Rafiq mostra segni di torture. È stata cosparsa di benzina e data alle fiamme. È il terzo caso del genere in un mese in Pakistan, dove sono comuni gli attacchi contro le donne che vanno contro le regole conservatrici su amore e matrimonio. La scorsa settimana – ne abbiamo parlato – una giovane insegnante, Maria Sadaqat, è morta dopo che le avevano dato fuoco a Murree vicino a Islamabad per aver rifiutato una proposta di matrimonio.

Avete presente la locandina del prossimo film di “X-Men: Apocalypse”? È uscita la scorsa settimana, ne parla il Guardian: “Quando è uscito”, scrive Laura Bates, “è apparso chiaro che chi che aveva dato il via libera a quella pubblicità non era riuscito a notare qualcosa che sembra assolutamente ovvio a molti che lo guardano. Il manifesto raffigura palesemente la violenza contro le donne drammatizzata”. È la scena in cui Mystique (interpretata da Jennifer Lawrence) viene strangolata da Apocalypse (interpretato da Oscar Isaac), e lo slogan è: “Solo i forti sopravvivranno”. “C’è un grave problema quando uomini e donne alla 20th Century Fox pensano che la violenza casuale contro le donne possa essere il modo di commercializzare un film”, dice l’attrice Rose McGowan. Certo, è una scena del film ma “nella pubblicità non viene dato alcun contesto” e alla fine si tratta di una donna strangolata. Il fatto che nessuno l’abbia rimarcato è francamente stupido e offensivo”. Hollywood, si legge ancora sul Guardian, ha una lunga e frustrante storia di utilizzo di sessismo per vendere film. Su Tumblr c’è una pagina, The Headless women of Hollywood, Le donne senza cervello di Hollywood, che raccoglie esempi indicativi. La 20th Century Fox ha risposto alle critiche con una nota: “Non ci siamo accorti subito della connotazione sconvolgente di questa immagine in forma stampata”, aggiungendo che mai “perdonerebbe la violenza contro le donne”. Ma il fatto che non ci abbiano visto da soli alcun problema, si legge sul Guardian, la dice lunga.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Tongam Rina Una giornalista che non viene messa a tacere neppure dai proiettili – se n’è beccata una nel luglio 2012 nello stomaco, proiettile che le ha sfiorato il midollo spinale. Un uomo armato l’ha aspettata insieme a dei complici all’ingresso dell’Arunachal Times a Itanagar, capitale dello stato indiano di Arunachal Pradesh. Quasi 2 anni più tardi, il presunto autore dell’attentato è stato arrestato e successivamente rilasciato. Lei continua la sua lotta alla corruzione endemica e contro i 150 progetti di dighe in cantiere nella regione di confine.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 26 febbraio 2016 – #UnioniCivili

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Puntata speciale: vi raccontiamo come funziona – o non funziona – nel resto del mondo tra #unionicivili, matrimoni gay e diritti fondamentali. Per raccontarvi un po’ di più anche il nostro Paese.

Ascolta la puntata.

La mappa del mondo può descrivere attraverso colori e continenti quali sono i Paesi dove esistono le unioni civili. Ci sono Nazioni, pensate, dove la legge prevede addirittura il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Da dove vogliamo cominciare? Est o Ovest? Sud o Nord del globo? Cominciamo dal sud del mondo.

La Capitale più a sud del mondo è Wellington, in Nuova Zelanda, dove le unioni civili sono state approvate nel 2004 e l’adozione da parte di coppie omosessuali è legale dal 2007. Il 19 agosto 2013 il Corriere della Sera scrive: “Il «sì lo voglio» tra persone dello stesso sesso arriva in Nuova Zelanda. Il Paese ha celebrato domenica sera i sui primi matrimoni gay, diventando la quattordicesima nazione al mondo e la prima dell’Asia Pacifica ad autorizzare le unioni omosessuali”. E i vicini australiani? Stupirà scoprire che, dopo il prima via libera, il Governo australiano ha impugnato il provvedimento che le permetteva. Come si legge su Panorama, “L’Australia non riconosce i matrimoni gay, ma è pendente una proposta del partito Laburista che nel 2011 ha chiesto un referendum in materia, incontrando la netta opposizione del partito Liberale. Alcuni Stati australiani però autorizzano le unioni omosessuali. Nel 2010 la Tasmania è stato il primo Stato australiano a riconoscere legalmente le nozze celebrate in altre giurisdizioni, anche se solo de facto”. Dal 2012 – si legge ancora su La Stampa – lo Stato dà certificato di nulla osta per contrarre il matrimonio all’estero. Anche sulla violenza di genere l’Australia potrebbe fare di più, e ne abbiamo parlato qui a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Ancora a sud. Pretoria? Alla fine del 2006 il Sudafrica diventa il primo Paese nel continente a legalizzare le unioni omosessuali attraverso “matrimonio” o “partenariato civile”. Le coppie possono anche adottare, i single adottano già da decenni. Il resto dei Paesi africani si divide tra omosessualità illegale, omosessualità punita con la pena di morte – in Mauritania, Nigeria, Somalia – omosessualità tollerata, omosessualità legale, omosessualità “depenalizzata”.

Sempre a sud, nell’America Latina. In Argentina il matrimonio gay esiste dal 2010: il 15 luglio di quell’anno La Stampa scriveva: “In Argentina, primo Paese in America Latina e decimo nel mondo, sono diventate legali le nozze persone dello stesso sesso, che, una volta sposate, potranno anche adottare bambini. Poco dopo le 4 (le nove in Italia) del mattino di oggi, dopo un dibattito di oltre 15 ore, infarcito di luoghi comuni e di grande tensione per l’incertezza del voto finale, il Senato con 33 voti favorevoli, 27 contrari, tre astensioni e nove assenti, ha trasformato in legge il progetto, già passato alla Camera in maggio. Nel Codice civile le parole “marito e moglie” saranno sostituite con “contraenti””. Dopo l’Argentina venne l’Uruguay. La legge che ha legalizzato le nozze gay è stata approvata nel 2013, mentre nei precedenti anni l’Uruguay aveva già legalizzato le unioni civili per gli omosessuali e l’adozione dei bambini da parte di coppie formate da persone dello stesso sesso. Anche il Brasile dichiara legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso nel 2013. In Colombia e in Ecuador non esiste l’istituto delle nozze tra persone omosessuali, ma esistono le unioni civili. Bolivia, Perù e Cile non prevedono alcuna legalizzazioni delle unioni gay.

In Messico dal 2009 il matrimonio è legale nella capitale, Città del Messico e in 2 Stati della federazione. In Canada ci si sposa – tutti, nessuno escluso – dal lontano 2005. Negli Stati Uniti, si legge su Gay.it, è stata una sentenza, quella della Corte Suprema, ad obbligare di fatto tutti gli stati americani ad introdurre il matrimonio gay, rendendo gli States il 21º Paese al mondo a riconoscere il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Era il 26 giugno 2015 e la sentenza ha stabilito che negare la licenza matrimoniale a coppie omosessuali viola alcune clausole del XIV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

E veniamo a questa parte del mondo. In ordine cronologico hanno approvato i matrimoni gay: nel 2000 i Paesi Bassi, il Belgio, nel 2003, la Spagna nel 2005. Come scriveva l’Ansa, in 10 anni “oltre 31mila matrimoni fra coppie omosessuali sono stati celebrati in Spagna da quando è entrata in vigore nel giugno 2005 l’allora contestata legge sui matrimoni gay, che provocò vibranti proteste della Chiesa cattolica e dell’opposizione conservatrice. I matrimoni omosessuali ora rappresentano il 2% dell’insieme delle unioni legali nel Paese”. Seguono Svezia e Norvegia nel 2009, Portogallo e Islanda nel 2010, la Danimarca, nel 2012, Franci, Inghilterra e Galles nel 2013, Lussemburgo e Scozia nel 2014 e nel 2015 arriva anche l’Irlanda. “Svolta storica in Irlanda, terra di antiche radici cattoliche, che è diventato il primo Paese al mondo a introdurre i matrimoni gay tramite un referendum. I voti favorevoli sono stati a livello nazionale il 62,1%, con punte di oltre il 70% nelle città come Dublino, mentre i ‘no’ si sono fermati al 37,9%”.

In Russia, Turchia, Ucraina, Lituania, Latvia, Polonia, Slovacchia, Romania, Moldova, Macedonia, Albania, Montenegro, Bosnia-Herzegovina, Serbia, Kosovo, Bulgaria non esistono né matrimoni gay né tantomeno unioni civili. Esattamente come in Indonesia, Cina, India, Thailandia, Myanmar, Cambogia, Filippine, Nuova Guinea, Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Iran, Kazakistan, Yemen, Oman, Arabia Saudita, Iraq. Come si legge su Gay.it, “La Giustizia israeliana riconosce i matrimoni omosessuali contratti all’estero; è l’unico paese di tutto il continente asiatico a farlo. Tuttavia non è consentito alle coppie gay di sposarsi in territorio israeliano: non esistendo in Israele il matrimonio civile neppure per le coppie eterosessuali (tranne quando entrambi i coniugi sono non-ebrei), il matrimonio può esser formalmente eseguito solamente dalle autorità religiose. Tale restrizione impedisce non solo alle coppie gay di sposarsi, ma anche a tutte le coppie di fatto eterosessuali di essere riconosciute: qualsiasi persona desideri contrar un matrimonio non religioso deve recarsi al di fuori del paese”.

Chiudiamo con Italia e Grecia, gli unici Paesi di tutta l’Europa occidentale a non aver legiferato a riguardo. “Ci sfidiamo, insomma, per l’ambito ultimo posto”, dice lo scrittore Sebastiano Mauri che in questi giorni sta portando avanti una campagna che ha visto l’adesione di quasi 100mila persone e molti nomi famosi, da Jovanotti a Fedez, da Heather Parisi a Carlo Feltrinelli, per l’approvazione – naufragata – del disegno di legge Ciripà sulle Unioni Civili con stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner. Una sfida tuttora in corso: come si legge su La Stampa, i cugini ellenici hanno “recepito le normative europee in fatto di unioni civili, riconoscendo alle coppie non sposate e ai single il diritto di procreare mediante inseminazione artificiali. Le unioni civili regolare dal “Patto di libera convivenza” non includono le persone dello stesso sesso”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 febbraio 2016

Shamma-Al-Mazrui

Siria, MSF: sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Zika, il Papa: contraccezione sì, aborto mai. Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni in Uganda. Dal carnevale di Rio al “silenziamento” della gestione maschile del corpo delle donne in Brasile. Oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India ha nozioni distorte di violenza domestica. E pensa sia normale. Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Torneo di beach volley in Iran: ma le donne non possono (ancora) entrare. Le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Honduras, una donna uccisa ogni 16 ore. Khadija Ismayilova è l’eroina dell’informazione della settimana, dalla classifica di RSF. 

Ascolta la puntata.

Siria. 1,9 milioni di persone vivono sotto assedio, le frontiere sono chiuse ai rifugiati e dilagano i bombardamenti contro strutture mediche e aree densamente abitate. È l’allarme lanciato dall’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere, con un appello specifico agli stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, che sono parte attiva del conflitto: devono rispettare le risoluzioni da loro stessi approvate per fermare il massacro e garantire che i loro alleati assicurino la dovuta protezione ai civili ed evitino i combattimenti in aree civili. MSF presenta l’impatto del conflitto contro i civili attraverso i dati raccolti in 70 fra gli ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione in Siria nordoccidentale, occidentale e centrale. Nel complesso, sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Il rapporto denuncia che 63 ospedali e strutture sanitarie supportate da MSF sono state attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni nel solo 2015. 12 strutture sono state distrutte e 23 membri dello staff sono rimasti uccisi.

“Alle donne esposte al virus Zika potrebbe essere permesso di usare contraccettivi per evitare le gravidanze”. Lo ha suggerito Papa Francesco nel corso della lunga conferenza stampa che come di consueto ha tenuto sul volo papale, questa volta di ritorno dal Messico. “Ma l’aborto, quello resta il “male assoluto”, un crimine”. E non dovrebbe mai essere permesso, nemmeno per quelle donne che aspettano un bambino con seri danni cerebrali causati dal virus Zika.

Una donna brasiliana vestita come l’artista messicana e icona femminista Frida Kahlo apre una lattina di birra. Altre mostrano cartelli con slogan come “Let me samba in peace”. Questo, si legge su Vice News, è stato il carnevale di Rio de Janeiro. Mulheres Rodadas – un termine slang che significa “donne che sono già state in giro” – è un gruppo nato poco più di un anno fa con l’obiettivo di combattere quello che viene definito un certo tipo di “silenziamento”, in Brasile, della discriminazione sessuale che sembra celebrare la libertà femminile ma che spesso significa tutt’altro. “La gente dice che in Brasile le donne si vestono come vogliono”, spiega Debora Thomé, “Quindi come si può volere più libertà? Ma diciamo che è come gli uomini vogliono che le donne si comportino. Una donna si può mettere quello che vuole, ma poi diventa vittima di violenza a causa di quello che indossa”. Un nuovo movimento femminista insomma, che sta crescendo in un Paese dove l’aborto è ancora illegale ad eccezione dei casi di stupro, quando la vita della madre è in pericolo, quando nel feto si riscontra una malformazione che porta alla sicura morte del bambino e nota come anencefalia. Il movimento nasce anche in risposta all’emendamento proposto da Eduardo Cunha, deputato e leader del potente blocco cristiano evangelico del Congresso. Che ha presentato un emendamento per cui per accedere all’aborto le vittime di stupro devono obbligatoriamente denunciare il crimine e sottoporsi ad esame medico forense. Di lui, le femministe brasiliane dicono: “Oh no, Eduardo Cunha vuole controllar era tua vagina”. In Brasile, spiega ancora Thomé, gli uomini sentono di avere “il diritto di controllare il corpo delle donne. Pensate a quell’emendamento”. Solo il 10% dei deputati del congresso è donna: quindi in pratica gli uomini stanno decidendo se e quando le donne possono abortire”.

Giappone: videogiochi, sesso e violenza. RapeLay, dove si gioca nei panni di un predatore sessuale, è il caso estremo, ma molti sono i giochi e i cartoni animati giapponesi che hanno un rapporto “ controverso” con questo tipo di contenuti. Alcuni provvedimenti sono già stati presi, ma ora il Comitato CEDAW (Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) chiede di più. Ed “esorta vivamente il Giappone a vietare la vendita di videogiochi o fumetti che abbiano come contenuto stupri e violenza sessuale contro le donne che così normalizzano e promuovono la violenza sessuale contro le donne e le ragazze”.

Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni. Accade a Kampala, in Uganda. Una decisione che arriva dopo che gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per l’atmosfera elettorale deteriorata che si stava creando in vista delle elezioni del 18 febbraio. La violenza sotto elezioni è un elemento che si ripete in molti Paesi africani, innescata da tensioni politiche o etniche o da processi elettorali viziati: e donne e bambini sono le persone che hanno più probabilità di subirla. Jessica Nkuuhe, coordinatrice nazionale dell’Uganda’s Women Situation Room, spiega che il centro di controllo lavorerà fino al 20 febbraio. In passato, spiega Nkuuhe, non ci sono state segnalazioni di violenze elettorali sulle donne in Uganda, ma elettrici e candidate hanno affrontato diversi tipi di violenza psicologica, e hanno fatto fronte agli sforzi portati avanti per impedire loro di votare. “Sono stati riportati anche episodi di violenza domestica derivanti da differenze nella scelta del partito o dei candidati”, spiega a Reuters. Yowecri Museveni, presidente dell’Uganda, ha governato il Paese per tre decenni da quando è salito al potere dopo una guerra-guerriglia durata cinque anni. Anche in queste elezioni Museveni è il favorito e potrebbe vincere un mandato di altri cinque anni, ma questa è per lui l’elezione più difficile. Il mese scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che vi erano state numerose segnalazioni di “eccessiva forza, ostruzionismo, dispersione di manifestazioni dell’opposizione, intimidazioni e arresti di giornalisti” da parte della polizia, in un clima elettorale definito “di paura e intimidazione”. Patricia Munaabi Babiiha, direttrice esecutiva del Forum for Women in Democracy, spiega che la sala di controllo impiega donne e giovani e coinvolge anche rappresentanti della polizia e funzionari della Commissione elettorale. Sono stati formate 450 persone, tra donne e giovani, distribuiti in 15 distretti considerati punti cruciali per l’osservazione e il monitoraggio delle elezioni da una prospettiva di genere e di violenza. Sono stati formati anche 10 giovani volontari, operatori del call center che riceve e registra le segnalazioni e fa partire gli interventi in caso di necessità. Quello della situation room di genere è un progetto realizzato dall’Angie Brooks International Center (ABIC) durante le elezioni in Liberia del 2011 e poi replicato con successo durante le elezioni in Senegal, Sierra Leone, Nigeria e Kenya.

Da un recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione emerge che oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India possiede contorte e male informate nozioni sulla violenza domestica. Lo studio ha rilevato che il 53 per cento delle ragazze in entrambi i paesi ritengono che la violenza domestica sia giustificata. Secondo i dati raccolti in India e in altri Paesi in via di sviluppo, un’alta percentuale di adolescenti maschi ha la stessa convinzione. Gli atteggiamenti regressivi sui ruoli di genere si sono infiltrati ormai così profondamente nella cultura e nella società che spesso le vittime, reali o potenziali, di violenza domestica e di violenza contro le donne, ritengono che non ci sia nulla di sbagliato in quei comportamenti. C’è una tendenza a incolpare le vittime di violenza per la loro situazione, mentre l’autore viene del tutto assolto da qualsiasi responsabilità. La struttura sociale patriarcale, si legge su The Express Tribune, la diffusa disuguaglianza di genere, contorte nozioni del concetto di onore, un quadro giuridico debole e un generale aumento della violenza nella società hanno contribuito al fatto che la violenza domestica sia considerata come una componente accettabile dell’esistenza. Una sindrome di Stoccolma a livello di società, si legge ancora, per cui nelle vittime si sviluppano sentimenti di simpatia nei confronti dei rapitori o dei violenti. Questa mentalità prepara le giovani donne a una violenza che dura per tutta la vita. I loro figli saranno esposti per la stessa violenza e da grandi alle stesse credenze.

Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Il governo indiano ha emanato specifiche direttive affinché le stazioni di polizia raccolgano le denunce di violenza sulle donne e venga fatto un lavoro in termini di istruzione e formazione tra le forze di polizia. Un portavoce del governo ha fatto sapere che si stanno portando avanti molteplici sforzi per l’empowerment delle donne, cominciando dalle forze dell’ordine e da quelle stazioni di polizia troppo al maschile. Il progetto è anche quello di aumentare del 33% la presenza femminile all’interno delle forze di polizia. Al momento è del 6-7%.

Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Le nuove nomine includono cinque donne, portando il numero totale della rappresentanza femminile al numero record di otto donne su un totale di 29 membri di gabinetto. Shamma al Mazrui, 22enne e ministra per gli Affari Giovanili, è la più giovane ministra del mondo; sarà anche a capo del Consiglio Nazionale Giovanile degli Emirati.

È cominciato in questi giorni il primo torneo di beach volley mai ospitato in Iran. Nonostante le ripetute promesse della Federazione internazionale di pallavolo, alle donne viene ancora negato l’ingresso alle partite, tra le intimidazioni dei funzionari locali. Human Right Watch ha lanciato una campagna su Twitter e Facebook per chiedere alla Federazione di mantenere le sue promesse. L’hashtag è #Watch4Women.

Che si tratti di aree urbane o rurali, di paesi sviluppati o in via di sviluppo, le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Come dichiarato da UN Women – scrive Angelique Moss su The Diplomat, donne e ragazze temono e sperimentano differenti forme di violenza sessuale negli spazi pubblici, dagli ammiccamenti alle palpate, stupri e femminicidi. Accade dappertutto: le donne che vivono in Paesi e regioni “avanzati” non sono esenti dalle molestie in pubblico. Il 20% delle donne dichiara di aver vissuto una di queste esperienze in pubblico, secondo un sondaggio condotto nel 2014 dalla no-profit statunitense Stop Street Harrassment. Nella sola Londra, il 43% delle giovani dichiara di aver subito aggressioni e molestie nel 2012. Questo vuol dire per le donne, semplicemente, restrizione delle libertà. In risposta a questi dati UN Women ha lanciato l’iniziativa Safe Cities Global Initiative, con due principali filoni: Safe Cities Free of Violence against Women and Girls, attivo in Ecuador, Egitto, India, Papua Nuova Guinea e Rwanda. L’altro è Safe and Sustainable Cities for All, programma congiunto portato avanti con UNICEF e UN-Habitat. È attivo in Brasile, Costa Rica, Honduras, Kenya, Libano, Marocco, Filippine e Tajikistan.

L’Honduras ha tra i più alti tassi di femminicidi nel mondo, e come spesso accade l’impunità dilagante perpetra e alimenta la violenza di genere con una donna uccisa ogni 16 ore. “Io sono una donna e vivere senza violenza è un mio diritto” è la nuova campagna lanciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite con il sostegno del governo honduregno per ridurre i tassi scioccanti di violenza contro le donne attraverso azioni di consapevolezza. In Honduras il tasso di femminicidi violenti è aumentato di oltre il 260 per cento tra il 2005 e il 2013. Nel solo 2014, almeno 513 donne sono state vittime di femminicidio in Honduras, secondo le statistiche CEPAL. Secondo il Centro per i diritti della donna del Paese, nel 2015 una donna è stata uccisa ogni 16 ore. L’Honduras è anche considerato tra i primi 10 paesi al mondo con il più alto tasso di impunità. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, l’impunità ha un impatto particolarmente pesante sulle donne e “alimenta l’accettazione sociale del fenomeno della violenza contro le donne”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Khadija IsmayilovaQuando è stata condannata l’anno scorso a lavorare come spazzina per le strade per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, la giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova ha risposto con un sorriso che avrebbe “ripulito questo paese dalla sporcizia”: una cosa a cui era abituata. Ismayilova è noto per le sue indagini approfondite sulla corruzione tra i più alti livelli di governo. Incluso il clan presidenziale che gestisce i settori più redditizi dell’economia e i suoi investimenti in paradisi fiscali. Ex capa della sezione dell’Azerbaijan di Radio Free Europe/Radio Liberty, lavora per una serie di organi di informazione nonché per il consorzio internazionale di giornalismo investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project. Corre considerevoli rischi a livello personale. Nel 2012 e nel 2013 è stata bersaglio di una campagna diffamatoria e di un tentativo di ricatto con scene di un video girato da una telecamera nascosta nella sua camera da letto. Nel febbraio di quest’anno un cambiamento di tattica ha portato ad accusarla questa volta di spionaggio. Secondo il pubblico ministero che l’ha interrogata per tre giorni di seguito, è stata accusata di aver trasmesso segreti di stato al Congresso degli Stati Uniti. Ma ci vuole ben altro per convincerla a smettere di portare avanti le sue inchieste.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’1 settembre 2015

Palestinians try to prevent Israeli soldier from detaining a boy during a protest in the West Bank village Nabi Saleh, August 28, 2015. Reuters

Palestinians try to prevent Israeli soldier from detaining a boy during a protest in the West Bank village Nabi Saleh, August 28, 2015. Reuters

Ascolta la puntata.

I casi di violenza contro le donne in Nepal sono aumentati dal terremoto del 25 aprile a causa della distruzione degli spazi e delle infrastrutture. Ne abbiamo già parlato, ora su questi dati ritorna il Women Rehab Center che parla di 270 casi di violenza sulle donne registrati da giugno e luglio. Lo riporta l’agenzia Prensa Latina. 145 sono state le vittime di attacchi domestici di vario tipo, 22 sono state stuprate e 4 sono state vittima di tratta.

Un gruppo di esperti di diritti umani delle Nazioni Unite ha dato voce all’allarme lanciato dopo che una studentessa sudanese è stata condannata alla fustigazione pubblica e ad una pesantissima multa per “abbigliamento indecente”, mentre un’altra ha ricevuto una considerevole ammenda per le stesse accuse. Le Nazioni Unite chiedono che le sentenze vengano immediatamente ribaltate. “La condanna deve essere annullata e le ragazze immediatamente rilasciate” gli esperti del United Nations Human Rights Council spiegano in una nota. “Chiediamo anche al giverno del Sudan si intervenire su tutta la legislazione che discrimina il genere e di adeguarsi agli standard internazionali”. Entrambe hanno fatto appello ma non ci sono ancora le date dei processi.

L’israeliano Hareetz riporta la notizia di un soldato iraniano che ha provato a detenere hb minire durante gli scontri della scorsa settimana nel villaggio di Nabi Saleh nella West Bank, ma è stato fermato da alcune donne e alcuni bambini palestinesi. Secondo l’esercito, il giovane stava lanciando pietre ai soldati, che non avrebbero realizzato che si trattasse di un minore. Gli scatti di Reuters e di AFP mostrano il militare circondato da donne e bambini e in una foto viene anche morso a una mano da una giovane ragazza.

Nell’ambito del dibattito carrozze solo per donne sui treni, questo articolo di Jennifer Selway per il Daily Express puó far riflettere. “I miei genitori si sono incontrati su un treno”, scrive. “Lo dico perchè se mia madre si fosse nascosta in un Vagone per Sole Donne (come ce n’erano a quei tempi) io non sarei nata!”. Il Regno Unito infatti sta discutendo in questi giorni sulla proposta di vagoni per sole donne avanzata da Jeremy Corbyn sul modello di quelle che ci sono in Giappone, Brasile e India.

Il fratello scappa con una donna sposata, due sorelle indiane condannate a essere violentate. Lo ha deciso un consiglio tribale dell’Uttar Pradesh. Hanno 23 e 15 anni e appartengono alla casta più bassa indiana: ora sono in fuga dopo che il Consiglio tribale del loro villaggio, Baghpat ha stabilito che siano violentate e mostrate nude davanti a tutti. Meenakshi Kumari e la sorella minorenne devono essere punite perché un loro fratello si è macchiato di una grave colpa fuggendo con una donna sposata di una casta superiore.

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