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#Donnenelmondo del 14 aprile 2016

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#Bringbackourgirls, due anni dopo. La prostituzione in Francia e Germania. La depenalizzazione dell’aborto in Cile. E: che ne pensate di una donna Segretaria Generale delle Nazioni Unite?

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#Bringbackourgirls, Nigeria: sono trascorsi due anni dal rapimento delle alunne di Chibok. Nel secondo anniversario del rapimento delle oltre 270 alunne di Chibok, Amnesty International ha chiesto che tutte le persone rapite da Boko haram siano rilasciate e tutti coloro le cui vite sono state devastate dal gruppo armato ricevano sostegno e giustizia. “La sofferenza di genitori che non vedono le loro figlie da due anni è inimmaginabile” – ha dichiarato M. K. Ibrahim, direttore di Amnesty International Nigeria. La sorte di 219 delle 276 alunne rapite da una scuola di Chibok resta sconosciuta, così come quella di migliaia di donne, bambine, ragazzi e bambini rapiti da Boko haram. Amnesty International chiede a Boko haram di cessare di attaccare e uccidere civili e al governo nigeriano di prendere ogni misura, nel rispetto della legge, per assicurare protezione alla popolazione civile del nord-est del paese e riportare sicurezza in quel territorio. La comunità internazionale, a sua volta, dovrà continuare a fornire assistenza al governo nigeriano di fronte alla minaccia costituita da Boko haram. “Il governo di Muhammadu Buhari deve fare più di quanto fatto finora per riportare a casa le ragazze, garantire la protezione dei civili nel nord-est del paese e assicurare l’accesso all’istruzione delle bambine e dei bambini di quella regione” – ha proseguito Ibrahim. “I responsabili delle indicibili sofferenze inflitte in questi anni devono essere portati di fronte alla giustizia, una volta per tutte”. Secondo recenti notizie di stampa, Boko haram avrebbe espresso disponibilità a rilasciare le alunne di Chibok in cambio di un riscatto. Altre fonti indicano che il governo aprirà “centri di rieducazione” per i membri di Boko haram che dimostreranno di essersi pentiti.

Quattro donne su dieci tra i 15 e i 19 anni ritengono che sia diritto di un uomo picchiare la moglie se brucia il cibo, se litiga con lui, se esce senza dirgli nulla, se trascura i figli o rifiuta di fare sesso. È stato reso noto nella scheda sulla violenza contro donne e ragazze del 2015 sull’Africa – con particolare riferimento alle attitudini maschili e femminili alla violenza di genere – pubblicato dal servizio informazioni sullo sviluppo sanitario, umano e sociale e sulla coalizione africana sulle nuove nascita, la maternità e la salute infantile. Le statistiche, si legge sul giornale on line nigeriano The Cable, rivelano che le donne, soprattutto le più giovani, sono più tolleranti di fronte alla violenza su persone del loro stesso sesso. Il 35% delle nigeriane tra i 15 e i 49 anni, credono che un uomo sia giustificato nel picchiare sua moglie se lei brucia il cibo o rifiuta i rapporti sessuali. Secondo i ricercatori, in sintesi, “la violenza contro donne e ragazze – la più evidente, sfacciata, brutale, chiara manifestazione di disuguaglianza di genere, che toglie potere e strumenti alle donne – non è stata sradicata in Africa, anzi: è in realtà oggi diffusa in maniera epidemica, istituzionalizzata,e profondamente radicata”. E quello che è più inquietante è che donne e ragazze hanno socializzato l’accettazione della violenza contro loro stesse. “L’indottrinamento istituzionalizzato di milioni di ragazze e donne africane ad accettare la violenza come normale – significativamente guidato dall’abuso e dallo sfruttamento tollerato dallo Stato delle minori tramite matrimoni forzati, tra l’altro – rappresenta un grande pericolo alla cittadinanza delle donne e ai loro diritti costituzionali e umani, e anche ad un più ampio sviluppo di tutta l’Africa a lungo termine”.

Il Cile depenalizza l’aborto per motivi terapeutici. Con 66 voti a favore e 24 contro, la camera ha approvato un progetto di legge che consente l’interruzione volontaria di gravidanza nei casi di rischio di vita per la madre, malformazione del feto e stupro. Ora la legge passa al senato. Era stata Michelle Bachelet a iniziare il processo legislativo per la depenalizzazione dell’Interruzione Volontaria di Gravidanza, si legge su NoiDonne. Depenalizzazione che, insieme ad altre riforme costituzionali e tributarie, si era collocata al centro della campagna elettorale della Presidente nel 2013. Insieme a El Salvador, il Nicaragua e l’Honduras, il Cile era rimasto l’unico paese dell’America Latina a vietare totalmente l’aborto. Una decisione di Pinochet, durante gli ultimi mesi del regime, quella di rendere l’IVG illegale in tutte le circostanze: «non si potrà eseguire alcuna azione il cui fine sia quello di provocare un aborto». In un’intervista alla BBC Mundo Lidia Casas, avvocata del Centro per i Diritti Umani dell’Università Diego Portales, aveva spiegato che nel paese «le donne abortiscono nelle più disparate condizioni». Si stima che in Cile vengano compiuti circa 120mila aborti clandestini ogni anno. Secondo l’indagine Plaza Publica-Cadem del 2015, il 74 per cento dei cileni appoggerebbe l’aborto in caso di pericolo di vita per la madre, il 72 per cento quando la donna è rimasta incinta durante una violenza e il 72 per cento lo approva se esiste un’alta probabilità che il feto non sopravviva.

Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre di quest’anno, l’attuale segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon vedrà la scadenza del suo mandato. Le manovre per la successione – non si può ancora parlare di lotta, scrive Nick Bryant sulla BBC – è tutto ancora troppo sofisticato – si stanno facendo sempre più complesse e veloci. Così come la campagna 2016 potrebbe avere come esito l’elezione della prima donna alla Casa Bianca, ci sono grandi probabilità che il prossimo capo delle Nazioni Unite sarà la prima donna segretaria generale dell’organizzazione. Questa settimana, si legge sul sito della BBC, per la prima volta in 70 anni di storia delle Nazioni Unite, i candidati ufficiali prenderanno parte ad assemblee pubbliche. Si tratta di un cambiamento radicale per un’organizzazione che rivaleggia con il Vaticano per la segretezza dei suoi processi, con le sue monocromatiche stanze sul retro che ospitano per le Nazioni Unite quello che è l’equivalente del conclave papale nella Cappella Sistina. Metà dei candidati sono ad oggi donne: tutti affronteranno in quell’occasione due ore di domande da parte degli Stati che fanno parte dell’organizzazione. Le quattro candidate ufficiali sono, fino ad oggi: Irina Bokova, 63 anni, politica bulgara e direttrice generale dell’Unesco; Helen Clark, 66, ex prima ministra della Nuova Zelanda e attualmente a capo del programma di sviluppo delle Nazioni Unite; Natalia Gherman, 47, politica moldava già vice prima ministra e ministra dell’integrazione europea; Vesna Pusic, 62, leader del Partito popolare liberale croato. È stata vice primo ministra e ministra degli affari esteri ed europei fino a gennaio di quest’anno. Con loro quattro uomini: Antonio Guterres, 66, ex primo ministro del Portogallo e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati; Srgjan Kerim, 67, economista macedone e diplomatico, è stato ministro degli esteri macedone e presidente della 62a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite; Danilo Turk, 64, ex presidente della Slovenia, già ambasciatore ONU e segretario generale delle Nazioni Unite per gli affari politici; Igor Luksic, 39, ex primo ministro del Montenegro e attuale ministro degli affari esteri.

L’Associated Press annuncia un cambio nel suo stylebook, la “bibbia” giornalistica per tutti gli editor dell’agenzia ma non solo: evitare di usare la parola “prostituta” quando si parla di bambini. Termini come “bambina prostituta”, “adolescente prostituta” e così via sono quindi banditi dal linguaggio di una delle più grandi agenzie giornalistiche di tutto il mondo. Quei termini infatti, spiega Tom Kent, AP standard editor, alla Columbia Journalism Review implicano che la bambina “sta volontariamente commercializzando sesso per soldi”. Cosa che, per definizione, non può fare. Un cambiamento richiesto anche da una petizione on line che nel tempo aveva raccolto oltre 151mila firme. Presa di mira anche la parola “mistress”, amante donna, che, nota Kent, non ha un equivalente maschile e significa cose diverse in diverse parti del mondo. AP raccomanda quindi di evitare il termine e usare invece “partner”, “friend”, “lover”.

Andiamo in Francia. Le hostess e le donne pilota di Air France potranno rifiutarsi di prestare servizio sulla tratta per Teheran. Le proteste erano nate in seguito all’invio di una circolare interna alla compagnia di bandiera francese che obbligava lo staff femminile a indossare – scrive Le Figaro – abiti lunghi o pantaloni non attillati in caso di voli per l’Iran, e a coprirsi il capo con il foulard della divisa dopo lo sbarco, pena sanzioni Il problema si è presentato in seguito alla riapertura dei voli tra Parigi e l’Iran, sospesi nel 2008 e in questi giorni riattivati con la fine delle sanzioni contro l’Iran – che resta l’unico paese che chiede il velo già allo sbarco. Ma le polemiche, per Air France, non sono finite: è nata in questi giorni una mobilitazione on line indirizzata al presidente di Air France e al segretario di Stato incaricato ai trasporti, da parte degli steward della compagnia che chiedono a loro volta il diritto di non viaggiare verso l’Iran. Nel Paese mediorientale, infatti, si legge su Elle, l’omosessualità è punita con la morte. Flore Arrighi, presidente della sezione dell’Unione del personale navigante dell’aviazione civile presso Air France, ha affermato che la «domanda di potersi sottrarre a questi viaggi è stata affrontata dall’intero personale della compagnia, senza discriminazione di sesso e orientamento sessuale». Lo staff di Air France, tuttavia, ha accordato la possibilità di rifiutare soltanto al personale femminile.

Restiamo in Francia. Negli ultimi giorni il Paese ha deciso di modificare la legge sulla prostituzione e rendere più pericoloso fare sesso a pagamento. Lo stesso è accaduto in Germania, ma con approccio diverso. Dopo quasi tre anni di discussioni parlamentari, si legge su Bloomberg, la settimana scorsa la Francia ha deciso di adottare il cosiddetto “modello svedese”, o modello nordico, applicato per l’appunto in Svezia ma anche in Islanda e Irlanda del Nord. L’approccio della Germania, che invece di fatto ha legalizzato la prostituzione nel 2002, è più sfumato. La legalizzazione ha generato un’industria enorme: stando al governo tedesco in Germania ci sarebbero 200mila prostitute, ma secondo stime non ufficiali il numero sarebbe più vicino alle 700mila. Controllare un settore di queste dimensioni è difficile. Il traffico di esseri umani è aumentato in modo significativo ed è cresciuto anche il numero dei bordelli in cui i clienti possono fare sesso con un numero illimitato di prostitute a un prezzo fisso. Dopo le elezioni federali del 2013, i partiti che formano la coalizione di governo in Germania hanno quindi presentato una legge per regolamentare in modo più efficace la prostituzione. La settimana scorsa il governo tedesco ha presentato un disegno di legge, che quasi certamente sarà approvato dal Parlamento. La proposta vieterebbe i “bordelli all-inclusive” (paghi una tariffa fissa e resti quanto vuoi) e i cosiddetti “gang bang party” (quando più clienti vanno insieme con la stessa prostituta). La legge stabilisce anche delle sanzioni per i clienti, in cui incorrerebbero però soltanto i clienti di prostitute sfruttate. Secondo Bloomberg l’approccio tedesco – che permette al settore della prostituzione di operare alla luce del giorno, ne studia il funzionamento e ne elimina gli elementi più discutibili a livello normativo – è molto più realistico di quello francese, che ha molte probabilità di risultare inefficace, soprattutto se si considera che i poliziotti francesi, già oberati di lavoro, sono restii a spiare le persone, in una cultura generalmente permissiva dal punto di vista sessuale come quella francese.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Itsmania Pineda Blatero. Fondatrice della ONG Xibalba Arte y Cultura, specializzata nelle cause del crimine e nella riabilitazione dei giovani che delinquono, la giornalista Itsmania Pineda viene costantemente minacciata online (“Ti smembriamo viva, puttana”), la sua posta elettronica e il suo blog sono stati hackerati, è stata impedita nei movimenti e costretta a chiudere gli uffici della sua associazione. Ogni volta ha presentato denuncia alla polizia ma nulla è stato fatto, sebbene alla polizia sia stato assegnato il compito di proteggerla. Come parte della “purga” in corso nella polizia dell’Honduras, due alti ufficiali responsabili della sua protezione sono stati sollevati dal loro incarico e un terzo è stato assassinato poco dopo. La responsabilità per la sua protezione è stata quindi assegnata a un giovane ufficiale con precedenti accuse di attività criminali.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 agosto 2015

This image provided by onelogin.com shows a recruitment ad for the tech startup company featuring engineer Isis Anchalee. As of Thursday afternoon, Aug. 6, 2015, more than 75,000 people used the hashtag #ILookLikeAnEngineer to post photos of themselves and promote gender diversity in technology, according to analytics firm Topsy. The campaign started when Anchalee got an avalanche of attention from the ad. (onelogin.com via AP)

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Reeva Steenkamp, ​​Jayde Panayiotou, Fatima Patel, Anni Dew ani, Zanele Khumalo, Dolly Tshabalala. Questi nomi hanno fatto i titoli dei giornali in Sudafrica negli ultimi anni, si legge su news channel Africa. E hanno una cosa in comune: sono tutte morte per mano dell’uomo di cui si fidavano e che amavano. Steenkamp e Khumalo sono state uccise dai loro fidanzati. Secondo le associazioni, in entrambi i casi gli uomini avrebbero dovuto ottenere pene più severe. Le famiglie di Panayiotou, Tshabalala e Patel sono ancora in attesa di sapere se otterranno giustizia. Christopher Panayiotou avrebbe assoldato un killer per uccidere la moglie Jayde. Affronterà un processo nel 2016. Anche Rameez Patel è in attesa di giudizio per la morte di sua moglie Fatima. Ridotta in uno stato per cui la famiglia l’ha a malapena riconosciuta, quando è stata ritrovata cadavere nella loro casa di Polokwane ad aprile. Patel era fuori su cauzione a luglio, quando è stato nuovamente arrestato per un altro omicidio che avrebbe avuto luogo nel luglio del 2013. Un report di novembre 2014 dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza sulla violenza domestica in Sudafrica mette nero su bianco la difficoltà di valutare l’entità della violenza contro le donne, perché questi casi non vengono tracciati in maniera efficiente. “I dati sulla reale portata di tutte le forme di violenza domestica in Sudafrica non sono disponibili”, spiega la ricercatrice Lisa Vetten. Tre donne al giorno trovano la morte per mano del partner in Sud Africa ogni giorno. La seconda causa più comune di queste morti è collegata alla decisione della donna di porre fine all relazione. Fondamentale, scrive Lisa Vette, affrontare il problema della natura disinformativa delle statistiche di polizia.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha chiesto alla comunità internazionale di impegnarsi attivamente per migliorare la salute e il benessere dei popoli indigeni. Popolazioni che devono affrontare una vasta gamma di sfide che vanno da servizi igienici inadeguati alle emergenze abitative, dagli altri tassi di diabete all’abuso di droga e alcol, nonché la mancanza di cure prenatali e la violenza sulle donne. La maggior parte di questi problemi, dice Ban Ki-moon, si possono prevenire. “Sono questioni che devono essere urgentemente affrontate come parte del programma di sviluppo post-2015, in un modo culturalmente appropriato e in grado di soddisfare le concezioni dei popoli indigeni e delle aspirazioni per il benessere”.

Su Internazionale leggiamo la storia di Isis Anchalee, una giovane ingegnera informatica di San Francisco. L’azienda in cui lavora come programmatrice, la californiana OneLogin, l’aveva scelta tra i testimonial per una campagna di assunzioni ma il suo bell’aspetto ha scatenato una serie di critiche sui social network. Diversi utenti, si legge su Internazionale, hanno criticato l’azienda con commenti di questo tenore: “Perché non hanno scelto un vero ingegnere o un’impiegata invece di una modella?”. Ecco perché Isis ha deciso di rispondere sul suo blog agli stereotipi sessisti che ancora circondano il suo ambiente. Con una domanda che è diventata una vera e propria mobilitazione: “Che aspetto dovrebbe avere un’ingegnera?”. L’hashtag #ilooklikeanengineer, scrive Internazionale, ha avuto un vasto seguito in tutto il mondo, dalla Nasa alle comunità islamiche. In media, scrive ancora Internazionale, il 30 per cento della forza lavoro nell’industria tecnologica è rappresentata da donne, e le donne sono ormai il 59 per cento del totale della forza lavoro statunitense e il 51 per cento della popolazione, secondo gli ultimi dati dell’Us census bureau. Da un altro sondaggio pubblicato nel giugno 2013, risultava che le donne occupano solo il 14,3 per cento dei posti nei consigli d’amministrazione delle cento aziende tecnologiche con il miglior fatturato negli Stati Uniti. E secondo l’organizzazione Narrow the gap, a parità di incarico, le donne impiegate nelle aziende hi-tech ricevono in media 200 dollari alla settimana in meno. Questa realtà ha spinto il presidente Barack Obama a promuovere una serie di politiche per migliorare la situazione.

Passiamo in Myanmar, dove è lotta al cyber-sex e ai cyber abusi. Chiunque utilizzi la tecnologia elettronica per disturbare, minacciare o diffamare sessualmente qualcuno potrebbe affrontare pene dai 3 ai 5 anni di carcere e ammende, si legge sul Myanmar Times. Ciò potrebbe includere l’uso di Facebook e di altri social media. “La tecnologia dell’informazione comporta svantaggi e vantaggi, e la violenza sessuale contro le donne attraverso l’uso della tecnologia è in aumento”, spiega il capo della polizia Thi Thi Myint. “Se la vittima può fornire le prove dell’abuso, noi agiremo”. Prove che possono includere telefonate e messaggi abusivi, ad esempio.

Non si placa la polemica tra Amnesty International e lo star system hollywoodiano. L’ONG si è schierata a favore della depenalizzazione della prostituzione. Sul fronte opposto invece si stanno schierando nomi di calibro internazionale e dal grande seguito: gente come le femministe Gloria Steinem ed Eve Ensler e come le attrici Kate Winslet, Anne Hathaway, Emma Thompson, Lena Dunham e Meryl Streep. Una contrapposizione di posizioni storica, che da un lato vede coloro che si schierano a favore delle lavoratrici del sesso e ne sottolineano la capacità di autodeterminazione, e dall’altro lato chi pensa che la prostituzione sia sempre una violenza e i lavoratori sempre vittime – di tratta, povertà, abusi. Amnesty ha preparato un documento in occasione dell’assemblea mondiale si Dublino con un testo non ancora approvato ufficialmente ma nel cui draft si legge che “la criminalizzazione della prostituzione non fa altro che aumentare la discriminazione nei confronti di coloro che vendono sesso, mettendoli più a rischio di persecuzioni e violenze, inclusi gli abusi da parte della polizia”. L’organizzazione chiede anche più tutela dei diritti umani dei lavoratori e lavoratici del sesso con misure che prevedono anche la depenalizzazione della prostituzione. La Coalition Against Trafficking in Women, la Coalizione contro la tratta delle donne, ha immediatamente fatto sentire la propria voce «Ogni giorno combattiamo l’appropriazione maschile del corpo delle donne, dalle mutilazioni genitali ai matrimoni forzati, dalla violenza domestica alla violazione dei loro diritti riproduttivi. Pagare denaro per una simile appropriazione non elimina la violenza che le donne subiscono nel commercio del sesso. È incomprensibile che un’organizzazione per i diritti umani della levatura di Amnesty International non riesca a riconoscere che la prostituzione è una causa e una conseguenza della diseguaglianza di genere». Tra meno di un mese la resa dei conti, a Dublino, con l’approvazione finale del documento di Amnesty International che ne costituirà la posizione ufficiale per i prossimi anni.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 6 maggio 2015

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Salve a tutte e a tutti da Angela Gennaro, benvenuti anche questa settimana al nostro viaggio di approfondimento nel mondo delle donne su Radio Bullets.

Ascolta la puntata.

Cominciamo subito con gli ultimi aggiornamenti della campagna delle Nazioni Unite HeforShe. Il HeForShe IMPACT 10x10x10 è una iniziativa che mira a coinvolgere un numero iniziale di 10 personalità rappresentative di governi, aziende e università di tutto il mondo impegnate in attività volte a raggiungere la parità di genere, dando priorità alle aree più arretrate evidenziate dal World Economic Forum Global Gender Gap Report 2014. La relazione evidenzia un ampio divario esistente tra uomini e donne in termini di impegno politico e opportunità e pochi miglioramenti in termini di parità per le donne sul posto di lavoro dal 2006 ad oggi. Si è scelto poi di coinvolgere anche le università perché l’impegno dei giovani rappresenta una delle più grandi opportunità per accelerare i progressi verso il raggiungimento della parità di genere e porre fine alla violenza contro le donne. All’inizio di quest’anno al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, UN Women ha presentato la fase pilota del progetto IMPACT 10x10x10, con il coinvolgimento iniziale di sei champion partner – Il primo ministro Mark Rutte dei Paesi Bassi; Il presidente Ernest Bai Koroma della Sierra Leone; Il primo ministro Stefan Löfven della Svezia; Paul Polman, CEO di Unilever; Rick Goings, Presidente e Chief Executive Officer di Tupperware Brands Corporation; e Dennis Nally, presidente di PricewaterhouseCoopers International Ltd. “Se vogliamo raggiungere la parità di genere nella nostra vita, abbiamo bisogno di approcci creativi che hanno come target i principali ostacoli al raggiungimento di questo obiettivo, spiega Phumzile Mlambo-Ngcuka, Direttrice esecutiva di UN Women e sotto-segretaria generale delle Nazioni Unite. HeForShe ha anche annunciato l’ingresso di cinque Champions universitari, che rappresentano di più di 150mila studenti in 4 continenti.

Il Consiglio d’Europa ha annunciato una nuova iniziativa per combattere la violenza di genere: un Gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (GREVIO). GREVIO monitorerà l’attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne e alla violenza domestica (Convenzione di Istanbul), un trattato prima aperta alla firma ad Istanbul il 11 maggio 2011. Le componenti del GREVIO, tutte donne, saranno in carica per quattro anni come esperte indipendenti e lavoreranno su report valutativi delle misure legislative e politiche adottate dai paesi che hanno ratificato la Convenzione di Istanbul. Il gruppo di esperte potrà anche avviare una speciale procedura di approfondimento in caso di “modelli di violenza seria, diffusa e persistente”.

In India, nella regione del Bhubaneswar, è stato appena presentato un rapporto, realizzato da cittadini e società civile, sul tema “15 anni di Odisha Governance; Promesse e Adempimenti ‘“. Il report, spiega l’Odisha Sun Times, è un compendio di rapporti analitici che si concentrano su una vasta gamma di argomenti riguardanti le fasce più povere e emarginate dello Stato. Temi come lo spostamento, la migrazione, l’acquisizione di terreni, la violenza contro le donne, la disabilità, la salute, l’istruzione, i diritti dei bambini, la corruzione, l’ambiente, la trasparenza nella gestione fiscale, l’agricoltura, l’ambiente, i diritti umani, il diritto alla terra e della governance tribale. Il rapporto, che ha esaminato la performance del governo Odisha su questi fronti negli ultimi 15 anni, ha elencato alcuni “risultati visibili” ma incolpa il governo sul fronte della sicurezza delle donne. “Nonostante il governo abbia avviato una serie di misure per ridurre i crimini contro le donne, che stanno diventando sempre più vulnerabili agli abusi sessuali, molestie, la violenza domestica, il traffico di esseri umani, stupri, torture e diverse altre atrocità”, si legge. Il numero di casi di stupro ha visto un aumento allarmante nel corso degli anni, dai 1112 del 2011, ai 1458 nel 2012, 1832 nel 2013 e nel 2011 nel 2014.

Passiamo alle elezioni nel Regno Unito, dove si voterà giovedì 7 maggio. Mentre sugli esiti del voto e della sfida tra Nicola Sturgeon, dello Scottish National Party, Nigel Farage dell’Ukip, il primo ministro in carica, David Cameron, e il capo dei laburisti, Ed Miliband regna ancora incertezza, Radhika Sanghani sul Telegraph fa il punto su 18 anni di esistenza del Ministero per le Donne. Vi segnaliamo lo spunto Quali i risultati raggiunti? Il Regno Unito ha un ministero per le Donne, da 18 anni, scrive Radica Sanghani. “Non lo sapevate? Non vi preoccupate, non siete soli”. La ministra è Nicky Morgan, che è anche Segretaria di Stato per l’educazione. Il dicastero, si legge sul Telegraph, venne introdotto nel Regno Unito nel 1997 da Tony Blair che scelse Harriet Harman, oggi deputy leader per i laburisti come Ministra delle donne. Da allora sette donne hanno ricoperto questo ruolo. L’Inghilterra è uno dei pochi paesi ad avere una figura del genere, insieme all’Australia e alla Nuova Zelanda. Danimarca e Svezia hanno un Ministero per l’uguaglianza di genere. La mancanza di conoscenza, da parte dell’opinione pubblica, dell’esistenza di questa figura vuol dire che non sta funzionando?

Vi segnalo infine un post sul blog Il ricciocorno schiattoso sulla storia di Tom Meagher. Tom, si legge, era il marito di Jill Meagher, stuprata e uccisa una notte tra il 21 e il 22 settembre 2012, mentre tornava a casa dopo una serata fuori con i colleghi di lavoro. A seguito della tragica morte della moglie, Tom si è trovato a riflettere sul fenomeno della violenza contro le donne. Adrian Bayley, l’assassino di sua moglie, è un mostro – si chiede Tom – o solo il prodotto di una società nella quale è normale abusare delle donne? “Mi ero costruito un immagine di quest’uomo, lo immaginavo come un qualcosa di non umano, di demoniaco, emerso in qualche modo dall’etere. Ma quando l’ho visto articolare nomi, verbi e pronomi per formulare delle frasi di senso compiuto, ho dovuto rivedere la mia percezione del fenomeno della violenza contro le donne e mettere in relazione Bayley e la società dalla quale proviene. Quando ho sentito Bayley parlare in Tribunale ero esterrefatto, perché avevo imparato a pensare che gli stupratori sono dei pazzi che blaterano e indossano pantaloni della tuta con sotto scarpe da sera e calzettoni al ginocchio. Invece, ed è molto più inquietante, il fatto è che la maggior parte degli stupratori sono ragazzi normali, ragazzi con i quali potremmo lavorare o fare amicizia, potrebbero essere i nostri vicini o anche membri della nostra famiglia”. Adrian Bayley aveva commesso innumerevoli violenze prima di accanirsi su Jill; racconta Tom: Aveva brutalmente violentato diverse prostitute in Australia; alla domanda “perché lo hai fatto?”, nel corso di un’intervista rispose “Avevo pagato, potevo fare di loro ciò che volevo.” 10 anni dopo, messo in libertà per buona condotta, Adrian Bayley si trova sulla strada di Jill Meagher verso casa. Oggi Tom Meagher è un attivista per i diritti delle donne. E’ un sostenitore della campagnaWhite Ribbon, e il 22 aprile di quest’anno ha partecipato al lancio della campagna irlandese “We don’t buy it”. Secondo Tom Meagher il nesso fra il fenomeno della prostituzione e la violenza sulle donne è la disumanizzazione delle donne operata dal fenomeno stesso della prostituzione.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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