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#Donnenelmondo del 27 maggio 2016

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Racconti da Idomeni. Libia, nuova Costituzione e donne. Tunisia, la lotta per i diritti lgbti. Indonesia, castrazione chimica per chi violenta i bambini. Thailandia, Jiew difende la libertà di stampa.

Ascolta la puntata.

Nada è una ragazza di 28 anni, originaria della città di Deir Sur in Siria, ha vissuto per mesi nel campo di Idomeni e il 24 maggio è stata portata via con il primo gruppo di persone e ora si trova nel campo di New Kavala. Dopo aver camminato per più di un’ora per avere cibo e latte per i suoi bambini, ha rilasciato questa testimonianza a un operatore umanitario di Medici Senza Frontiere, che ha offerto supporto psicologico ad alcuni pazienti come lei. “Ieri sono arrivati a Idomeni molti agenti di polizia, andavano ovunque a dire che ce ne saremmo dovuti andare. Avevamo paura che avrebbero usato gas lacrimogeni. Io ho sette figli ed ero preoccupata di cosa sarebbe potuto succedere. Tutti erano spaventati: la polizia era armata e tutti temevano per i propri figli. Quelli che avevano i soldi hanno già attraversato la frontiera illegalmente. Quelli che non li avevano invece speravano che la frontiera sarebbe stata riaperta oppure che le nostre condizioni di vita, qui, sarebbero migliorate. Ma la nostra situazione nel nuovo campo è terribile: il cibo è pessimo, i bagni e le docce non sono pulite. Siamo stanchi, ne abbiamo abbastanza di vivere in queste condizioni. Era meglio Idomeni. Siamo arrivati qui perché speravamo che l’Europa fosse civilizzata, ma dov’è la civiltà? È così che si trattano le persone nei paesi civili? Siamo arrivati in Europa in cerca di asilo, è nostro diritto richiederlo. I miei bambini sono sconvolti: non posso fargli il bagno perché la fonte d’acqua è molto lontana dalla nostra tenda e l’acqua è talmente calda che non riesco ad utilizzarla. Sono preoccupata per la mancanza d’igiene nel nuovo campo, potremmo prendere la scabbia. I miei bambini hanno paura. Vorrei morire e fuggire da questa situazione. Non è sicuro stare in Siria (e qui scoppia a piangere, l’intervista viene interrotta – si legge nella nota di Medici senza Frontiere – ma lei vuole continuare). Ci hanno trattato male in Siria, in Turchia e ora ci trattano male in Europa. Perché? Non siamo lo stesso esseri umani? Io non sono umana? Non ho il diritto di vivere come loro (gli europei)? Sarebbe stato meglio morire. Ci hanno dato tante false speranze dicendo che il confine sarebbe stato aperto così tante volte. Ora ci dicono che una commissione verrà per ricollocarci in paesi diversi ma non ci credo. Sono tutte bugie. Ci sentiamo umiliati, e non abbiamo più soldi. Ci hanno dato i documenti prima di lasciare Idomeni con scritto “Apolide”. Siamo apolidi?”

In Libia la nuova costituzione non cambierà la vita delle donne. A scriverlo è il regista Khalifa Abo Khraisse in un articolo scritto per Internazionale. “Ad aprile l’assemblea costituente della Libia ha finalmente concluso la stesura della costituzione, malgrado le marce indietro e il caos dietro le quinte, e il fatto che alcuni suoi componenti abbiano boicottato gli incontri perché, come hanno spiegato, “l’assemblea costituente non ha il diritto né l’autorità di modificare in alcun modo il quorum dato che le modifiche spettano all’autorità legislativa”. I tanti difetti della nuova carta passano in secondo piano, secondo il regista, quando si legge l’articolo 8: “L’islam è la religione di stato e la legge islamica (sharia) è la fonte della legislazione in accordo con le dottrine e la giurisprudenza islamica, senza opporsi al parere di una certa giurisprudenza islamica in alcune questioni discrezionali, e con le disposizioni della costituzione costruita in armonia con queste”. In altre parole: questa non è una vera costituzione ma linee guida soggette all’interpretazione di figure religiose, dice ancora lo sceneggiatore su Internazionale. L’articolo 57, relativo ai diritti delle donne, comincia così: “Le donne sono sorelle degli uomini”. Il resto dell’articolo non aggiunge granché a questa apertura a effetto. Il 23 ottobre 2011 il Consiglio nazionale di transizione aveva annunciato la liberazione della Libia dopo otto mesi di guerra. Il leader Mustafa Abdel Jalil aveva dichiarato: “In quanto nazione musulmana, abbiamo assunto la sharia islamica come fonte della legislazione. Perciò qualsiasi norma che contraddica i princìpi dell’islam è annullata per legge, comprese le vecchie norme che vietavano a un uomo di avere più di una moglie. Ciascun libico può avere quattro mogli”. Nel 2014, racconta ancora Khalifa, quando gli scontri a Tripoli hanno innescato una guerra civile totale il paese si è diviso in due fazioni, due governi, due eserciti. “Da allora niente è stato più lo stesso, ci hanno rubato di nuovo la piazza dei Martiri”. “Mi ricordo che nel 2013 un gruppo di donne coraggiose organizzò una manifestazione a Tripoli per chiedere diritti e protestare contro la violenza e il sessismo della società. È stato il primo e ultimo tentativo di questo genere in Libia. Conosco le tre organizzatrici della manifestazione: la mia docente di storia dell’arte Aicha Almagrabi, l’attivista Rouwaida Ali e l’avvocata Hanan Al Newaisery. Hanno fondato un’organizzazione per difendere i diritti delle donne, e tutte e tre hanno dovuto lasciare il paese nel 2014, dopo aver ricevuto minacce di morte, e subìto tentativi di rapimento e molestie. Adesso vivono in Francia, Svezia e Tunisia.

“Ero al parco con la mia ragazza, ci stavamo baciando. Uno sconosciuto ci faceva delle foto. Ci ha minacciate di farle vedere a tutti se non facevamo ciò che ci chiedeva. Ha detto alla mia ragazza di andarsene….e ha cercato di costringermi a fare sesso con lui. La mia ragazza si è rifiutata di andarsene e siamo riuscite a scappare via”. Queste sono le parole di Samira, 17enne lesbica che riceve quotidianamente minacce sessuali per le strade della sua città, in Tunisia. Nel 2015 un uomo aveva cercato di violentarla. Come Samira, scrive Amnesty International, tante altre persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuate in Tunisia rischiano di essere arrestate o perseguite sulla base del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere. Da anni gli attivisti per i diritti lgbti combattono la discriminazione e portano avanti campagne per il riconoscimento dei diritti lgbti dalla società tunisina. Il Codice penale tunisino criminalizza i rapporti sessuali consensuali tra persone adulte dello stesso sesso. L’articolo 230 del codice penale prevede fino a tre anni di reclusione e una multa per “sodomia e lesbismo” e l’articolo 226, che punisce con sei mesi di reclusione gli atti osceni e ritenuti offensivi per la morale pubblica, viene utilizzato anche contro le persone lgbti. Amnesty ha lanciato una mobilitazione per chiedere al Primo Ministro di porre fine alla discriminazione, di diritto e di fatto, nei confronti delle persone lgbti e di abrogare l’articolo 230 del Codice penale.

I giudici indonesiani possono ora forzare uomini che commettono abusi sessuali nei confronti dei bambini ad essere castrati chimicamente, dopo che il Presidente Joko Widodo ha approvato un decreto di emergenza in risposta a quella che definisce una vera e propria “crisi” di violenza contro ai bambini nel Paese. La mossa, scrive il Time, arriva dopo che una teenager ha subito uno stupro di gruppo ed è stata uccisa da 14 uomini e ragazzi mentre tornava a casa da scuola a Sumatra a inizio maggio. L’attacco ha scatenato l’indignazione degli attivisti per i diritti delle donne e ad appellai governo affinché si mobilitasse e rispondesse con urgenza alla violenza sessuale. Secondo il New York Times il decreto presidenziale ha modificato la legge nazionale del 2002 sulla protezione dei bambini e dà ai giudici la discrezionalità di poter applicare come pena la castrazione chimica a coloro che sono stati condannati per violenza sessuale.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta della thailandese Chiranuch Premchaiporn, più conosciuta con il suo pseudonimo, Jiew, lavora per il giornale on-line Prachatai. Nel 2010 è stata arrestata e processata per lesa maestà. Secondo quanto prevede il draconiano Computer Crimes Act, rischiava fino a 50 anni di carcere. Le prove erano scarse: è stata accusata di non riuscire a rimuovere tempestivamente, nel 2008, commenti anti-monarchici dal sito. È stata perseguita per più di tre anni, durante i quali ha fatto tutto il possibile per contrastare la censura del suo sito, prima che le venisse data una sospensione condizionale della pena di otto mesi di reclusione e una multa di 20.000 baht ($635) nel 2012. Determinata a far valere i suoi diritti e vincere il suo caso, ha presentato ricorso contro la decisione della corte. Ma il sistema legale ha rifiutato di muoversi. La battaglia di Premchaiporn per la libertà di stampa è indicativa della durezza del sistema giudiziario thailandese e della natura punitiva di alcune delle sue leggi, che, invece di proteggere la monarchia, sono utilizzate come armi politiche contro le voci critiche e indipendenti.

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#Donnenelmondo del 14 aprile 2016

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#Bringbackourgirls, due anni dopo. La prostituzione in Francia e Germania. La depenalizzazione dell’aborto in Cile. E: che ne pensate di una donna Segretaria Generale delle Nazioni Unite?

Ascolta la puntata.

#Bringbackourgirls, Nigeria: sono trascorsi due anni dal rapimento delle alunne di Chibok. Nel secondo anniversario del rapimento delle oltre 270 alunne di Chibok, Amnesty International ha chiesto che tutte le persone rapite da Boko haram siano rilasciate e tutti coloro le cui vite sono state devastate dal gruppo armato ricevano sostegno e giustizia. “La sofferenza di genitori che non vedono le loro figlie da due anni è inimmaginabile” – ha dichiarato M. K. Ibrahim, direttore di Amnesty International Nigeria. La sorte di 219 delle 276 alunne rapite da una scuola di Chibok resta sconosciuta, così come quella di migliaia di donne, bambine, ragazzi e bambini rapiti da Boko haram. Amnesty International chiede a Boko haram di cessare di attaccare e uccidere civili e al governo nigeriano di prendere ogni misura, nel rispetto della legge, per assicurare protezione alla popolazione civile del nord-est del paese e riportare sicurezza in quel territorio. La comunità internazionale, a sua volta, dovrà continuare a fornire assistenza al governo nigeriano di fronte alla minaccia costituita da Boko haram. “Il governo di Muhammadu Buhari deve fare più di quanto fatto finora per riportare a casa le ragazze, garantire la protezione dei civili nel nord-est del paese e assicurare l’accesso all’istruzione delle bambine e dei bambini di quella regione” – ha proseguito Ibrahim. “I responsabili delle indicibili sofferenze inflitte in questi anni devono essere portati di fronte alla giustizia, una volta per tutte”. Secondo recenti notizie di stampa, Boko haram avrebbe espresso disponibilità a rilasciare le alunne di Chibok in cambio di un riscatto. Altre fonti indicano che il governo aprirà “centri di rieducazione” per i membri di Boko haram che dimostreranno di essersi pentiti.

Quattro donne su dieci tra i 15 e i 19 anni ritengono che sia diritto di un uomo picchiare la moglie se brucia il cibo, se litiga con lui, se esce senza dirgli nulla, se trascura i figli o rifiuta di fare sesso. È stato reso noto nella scheda sulla violenza contro donne e ragazze del 2015 sull’Africa – con particolare riferimento alle attitudini maschili e femminili alla violenza di genere – pubblicato dal servizio informazioni sullo sviluppo sanitario, umano e sociale e sulla coalizione africana sulle nuove nascita, la maternità e la salute infantile. Le statistiche, si legge sul giornale on line nigeriano The Cable, rivelano che le donne, soprattutto le più giovani, sono più tolleranti di fronte alla violenza su persone del loro stesso sesso. Il 35% delle nigeriane tra i 15 e i 49 anni, credono che un uomo sia giustificato nel picchiare sua moglie se lei brucia il cibo o rifiuta i rapporti sessuali. Secondo i ricercatori, in sintesi, “la violenza contro donne e ragazze – la più evidente, sfacciata, brutale, chiara manifestazione di disuguaglianza di genere, che toglie potere e strumenti alle donne – non è stata sradicata in Africa, anzi: è in realtà oggi diffusa in maniera epidemica, istituzionalizzata,e profondamente radicata”. E quello che è più inquietante è che donne e ragazze hanno socializzato l’accettazione della violenza contro loro stesse. “L’indottrinamento istituzionalizzato di milioni di ragazze e donne africane ad accettare la violenza come normale – significativamente guidato dall’abuso e dallo sfruttamento tollerato dallo Stato delle minori tramite matrimoni forzati, tra l’altro – rappresenta un grande pericolo alla cittadinanza delle donne e ai loro diritti costituzionali e umani, e anche ad un più ampio sviluppo di tutta l’Africa a lungo termine”.

Il Cile depenalizza l’aborto per motivi terapeutici. Con 66 voti a favore e 24 contro, la camera ha approvato un progetto di legge che consente l’interruzione volontaria di gravidanza nei casi di rischio di vita per la madre, malformazione del feto e stupro. Ora la legge passa al senato. Era stata Michelle Bachelet a iniziare il processo legislativo per la depenalizzazione dell’Interruzione Volontaria di Gravidanza, si legge su NoiDonne. Depenalizzazione che, insieme ad altre riforme costituzionali e tributarie, si era collocata al centro della campagna elettorale della Presidente nel 2013. Insieme a El Salvador, il Nicaragua e l’Honduras, il Cile era rimasto l’unico paese dell’America Latina a vietare totalmente l’aborto. Una decisione di Pinochet, durante gli ultimi mesi del regime, quella di rendere l’IVG illegale in tutte le circostanze: «non si potrà eseguire alcuna azione il cui fine sia quello di provocare un aborto». In un’intervista alla BBC Mundo Lidia Casas, avvocata del Centro per i Diritti Umani dell’Università Diego Portales, aveva spiegato che nel paese «le donne abortiscono nelle più disparate condizioni». Si stima che in Cile vengano compiuti circa 120mila aborti clandestini ogni anno. Secondo l’indagine Plaza Publica-Cadem del 2015, il 74 per cento dei cileni appoggerebbe l’aborto in caso di pericolo di vita per la madre, il 72 per cento quando la donna è rimasta incinta durante una violenza e il 72 per cento lo approva se esiste un’alta probabilità che il feto non sopravviva.

Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre di quest’anno, l’attuale segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon vedrà la scadenza del suo mandato. Le manovre per la successione – non si può ancora parlare di lotta, scrive Nick Bryant sulla BBC – è tutto ancora troppo sofisticato – si stanno facendo sempre più complesse e veloci. Così come la campagna 2016 potrebbe avere come esito l’elezione della prima donna alla Casa Bianca, ci sono grandi probabilità che il prossimo capo delle Nazioni Unite sarà la prima donna segretaria generale dell’organizzazione. Questa settimana, si legge sul sito della BBC, per la prima volta in 70 anni di storia delle Nazioni Unite, i candidati ufficiali prenderanno parte ad assemblee pubbliche. Si tratta di un cambiamento radicale per un’organizzazione che rivaleggia con il Vaticano per la segretezza dei suoi processi, con le sue monocromatiche stanze sul retro che ospitano per le Nazioni Unite quello che è l’equivalente del conclave papale nella Cappella Sistina. Metà dei candidati sono ad oggi donne: tutti affronteranno in quell’occasione due ore di domande da parte degli Stati che fanno parte dell’organizzazione. Le quattro candidate ufficiali sono, fino ad oggi: Irina Bokova, 63 anni, politica bulgara e direttrice generale dell’Unesco; Helen Clark, 66, ex prima ministra della Nuova Zelanda e attualmente a capo del programma di sviluppo delle Nazioni Unite; Natalia Gherman, 47, politica moldava già vice prima ministra e ministra dell’integrazione europea; Vesna Pusic, 62, leader del Partito popolare liberale croato. È stata vice primo ministra e ministra degli affari esteri ed europei fino a gennaio di quest’anno. Con loro quattro uomini: Antonio Guterres, 66, ex primo ministro del Portogallo e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati; Srgjan Kerim, 67, economista macedone e diplomatico, è stato ministro degli esteri macedone e presidente della 62a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite; Danilo Turk, 64, ex presidente della Slovenia, già ambasciatore ONU e segretario generale delle Nazioni Unite per gli affari politici; Igor Luksic, 39, ex primo ministro del Montenegro e attuale ministro degli affari esteri.

L’Associated Press annuncia un cambio nel suo stylebook, la “bibbia” giornalistica per tutti gli editor dell’agenzia ma non solo: evitare di usare la parola “prostituta” quando si parla di bambini. Termini come “bambina prostituta”, “adolescente prostituta” e così via sono quindi banditi dal linguaggio di una delle più grandi agenzie giornalistiche di tutto il mondo. Quei termini infatti, spiega Tom Kent, AP standard editor, alla Columbia Journalism Review implicano che la bambina “sta volontariamente commercializzando sesso per soldi”. Cosa che, per definizione, non può fare. Un cambiamento richiesto anche da una petizione on line che nel tempo aveva raccolto oltre 151mila firme. Presa di mira anche la parola “mistress”, amante donna, che, nota Kent, non ha un equivalente maschile e significa cose diverse in diverse parti del mondo. AP raccomanda quindi di evitare il termine e usare invece “partner”, “friend”, “lover”.

Andiamo in Francia. Le hostess e le donne pilota di Air France potranno rifiutarsi di prestare servizio sulla tratta per Teheran. Le proteste erano nate in seguito all’invio di una circolare interna alla compagnia di bandiera francese che obbligava lo staff femminile a indossare – scrive Le Figaro – abiti lunghi o pantaloni non attillati in caso di voli per l’Iran, e a coprirsi il capo con il foulard della divisa dopo lo sbarco, pena sanzioni Il problema si è presentato in seguito alla riapertura dei voli tra Parigi e l’Iran, sospesi nel 2008 e in questi giorni riattivati con la fine delle sanzioni contro l’Iran – che resta l’unico paese che chiede il velo già allo sbarco. Ma le polemiche, per Air France, non sono finite: è nata in questi giorni una mobilitazione on line indirizzata al presidente di Air France e al segretario di Stato incaricato ai trasporti, da parte degli steward della compagnia che chiedono a loro volta il diritto di non viaggiare verso l’Iran. Nel Paese mediorientale, infatti, si legge su Elle, l’omosessualità è punita con la morte. Flore Arrighi, presidente della sezione dell’Unione del personale navigante dell’aviazione civile presso Air France, ha affermato che la «domanda di potersi sottrarre a questi viaggi è stata affrontata dall’intero personale della compagnia, senza discriminazione di sesso e orientamento sessuale». Lo staff di Air France, tuttavia, ha accordato la possibilità di rifiutare soltanto al personale femminile.

Restiamo in Francia. Negli ultimi giorni il Paese ha deciso di modificare la legge sulla prostituzione e rendere più pericoloso fare sesso a pagamento. Lo stesso è accaduto in Germania, ma con approccio diverso. Dopo quasi tre anni di discussioni parlamentari, si legge su Bloomberg, la settimana scorsa la Francia ha deciso di adottare il cosiddetto “modello svedese”, o modello nordico, applicato per l’appunto in Svezia ma anche in Islanda e Irlanda del Nord. L’approccio della Germania, che invece di fatto ha legalizzato la prostituzione nel 2002, è più sfumato. La legalizzazione ha generato un’industria enorme: stando al governo tedesco in Germania ci sarebbero 200mila prostitute, ma secondo stime non ufficiali il numero sarebbe più vicino alle 700mila. Controllare un settore di queste dimensioni è difficile. Il traffico di esseri umani è aumentato in modo significativo ed è cresciuto anche il numero dei bordelli in cui i clienti possono fare sesso con un numero illimitato di prostitute a un prezzo fisso. Dopo le elezioni federali del 2013, i partiti che formano la coalizione di governo in Germania hanno quindi presentato una legge per regolamentare in modo più efficace la prostituzione. La settimana scorsa il governo tedesco ha presentato un disegno di legge, che quasi certamente sarà approvato dal Parlamento. La proposta vieterebbe i “bordelli all-inclusive” (paghi una tariffa fissa e resti quanto vuoi) e i cosiddetti “gang bang party” (quando più clienti vanno insieme con la stessa prostituta). La legge stabilisce anche delle sanzioni per i clienti, in cui incorrerebbero però soltanto i clienti di prostitute sfruttate. Secondo Bloomberg l’approccio tedesco – che permette al settore della prostituzione di operare alla luce del giorno, ne studia il funzionamento e ne elimina gli elementi più discutibili a livello normativo – è molto più realistico di quello francese, che ha molte probabilità di risultare inefficace, soprattutto se si considera che i poliziotti francesi, già oberati di lavoro, sono restii a spiare le persone, in una cultura generalmente permissiva dal punto di vista sessuale come quella francese.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Itsmania Pineda Blatero. Fondatrice della ONG Xibalba Arte y Cultura, specializzata nelle cause del crimine e nella riabilitazione dei giovani che delinquono, la giornalista Itsmania Pineda viene costantemente minacciata online (“Ti smembriamo viva, puttana”), la sua posta elettronica e il suo blog sono stati hackerati, è stata impedita nei movimenti e costretta a chiudere gli uffici della sua associazione. Ogni volta ha presentato denuncia alla polizia ma nulla è stato fatto, sebbene alla polizia sia stato assegnato il compito di proteggerla. Come parte della “purga” in corso nella polizia dell’Honduras, due alti ufficiali responsabili della sua protezione sono stati sollevati dal loro incarico e un terzo è stato assassinato poco dopo. La responsabilità per la sua protezione è stata quindi assegnata a un giovane ufficiale con precedenti accuse di attività criminali.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 febbraio 2016

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Roosh V e i raduni neomaschilisti annullati per “questioni di sicurezza”. Una donna poliziotta a capo del dipartimento contro la violenza su donne e bambini a Istanbul. One Billion Rising, appuntamento al 14 febbraio. La visita di Papa Francesco in Messico e l’appello di Amnesty International per i diritti umani. Australia, le nuove tecnologie arma contro le donne? Migrazione e questioni di genere, la sfida del femminismo. Milka Tadic Mijovic, dal Montenegro l’eroina dell’informazione di Reporter senza Frontiere di questa settimana.

Ascolta la puntata.

Le avventure di Dariush Valizadeh, meglio noto come Roosh V. Ne abbiamo parlato la settimana scorsa: il gruppo online “neomaschilista” che fa riferimento al 36enne del Maryland, sedicente artista e scrittore antifemminista e i cui sostenitori credono che lo stupro dovrebbe essere legalizzato se “consumato” nella proprietà privata, si sarebbe dovuto riunire per la prima volta off line, il 6 febbraio, con incontri in tutto il mondo, Roma compresa. I meeting sono stati annullati con un post sul blog del movimento “Return of Kings”, il Ritorno dei Re, dopo che in Rete si è scatenato l’inferno, tra sostenitori dei diritti delle donne, membri di Anonymous e anche club di boxe femminile a Toronto che hanno iniziato rapidamente ad organizzare delle contro-proteste. “La polizia era in allerta”, si legge su Vox.com. “Decine di migliaia di persone nel Regno Unito, in Scozia e in Australia hanno firmato petizioni per mantenere Roosh e i suo discorsi misogini fuori dai loro Paesi. Roosh ha annunciato che avrebbe annullato i suoi eventi, perché non poteva “più garantire la sicurezza o la privacy degli uomini”. Anonymous l’ha, come si dice in gergo, “ doxed” , ovvero ha cercato, trovato e pubblicato in Rete informazioni su Roosh, compreso il suo indirizzo di casa. E lui ha tenuto una conferenza stampa a Washington incolpando le “bugie” dei media per tutto quello che stava accadendo. Ha negato anche di approvare lo stupro, spiegando che la proposta di legalizzarlo altro non è che satira, e ha definito gli incontri solo un modo per costruire solidarietà contro ciò che definiscono l’oppressione femminista. Incontri o meno, nel tempo è stato il contenuto delle proposte veicolate attraverso il sito Return of Kings ad essere al centro delle polemiche. Roosh, si legge ancora su Vox.com, promuove alcune idee nocive che disumanizzano le donne e che contribuiscono alla cultura dello stupro, e la resistenza dimostrata da parte del pubblico a questo tipo di idee è parte fondamentale della lotta per i diritti delle donne. Allo stesso tempo, però, lo stesso Roosh è probabilmente meno potente e meno pericoloso di quanto si pensi – e questo incidente potrebbe essere stato in realtà una trovata per far parlare di sé e ottenere più seguaci. Daryush Valizadeh è figlio di immigrati armeni e iraniani. Secondo il Daily Mail vive con la madre a Silver Spring, nel Maryland. Lui nega, e dice che vive “da qualche parte in Europa”. Si è auto-pubblicato 15 libri, molti dei quali sono guide per il sesso in diversi Paesi del mondo. Consiglia il Brasile, perché lì in genere “le ragazze sono più belle e più facili delle americane – almeno il 50% in più”. Non andate in Danimarca, avverte, perché i suoi robusti programmi di assicurazione sociale rendono le donne troppo indipendenti dagli uomini per essere facilmente sedotte. Chiama la sua “filosofia” “neomaschilismo” e ritiene che le donne non siano in grado di regolare il proprio comportamento o prendere decisioni e che debbano essere controllate dagli uomini. Misogino e omofobo, Roosh dice anche che “il valore di una donna dipende in modo significativo dalla sua fertilità e dalla bellezza”, mentre il femminismo e la modernità hanno portato alla rovina della società occidentale e all’oppressione degli uomini. Il suo sito web, Il Ritorno del Re, ha in home page un dal titolo “9 segreti sulla natura femminile rivelati da una ragazza hot che sta morendo di cancro”. Nel pezzo tale Bob Smith racconta delle rivelazioni che gli avrebbe fatto questa molto bionda e molto hot trentenne allo stadio terminale del suo tumore che, data la morte imminente, avrebbe deciso di rivelare cosa siano davvero le donne. Ecco i segreti in questione: le donne sono come i bambini; le donne falsificano praticamente tutto; se una donna ti dice “se non c’è la fiducia, non c’è nulla” in sostanza ti sta tradendo o sta pensando di farlo; le donne sono molto più eccitate e insaziabili degli uomini (e, spoiler, fanno sesso con i cani, ecco perché hanno tutte cani maschi, o ancora, spoiler, sono “ recipienti per il cazzo”, così biologicamente progettate, e nulla le fa sentire meglio di essere “riempite” con più peni); le donne non hanno amiche, solo competizione femminile; le donne mentono sempre sul numero di partner sessuali che hanno avuto; tutte le donne non si piacciono; le donne vogliono sempre quello che non possono avere (cfr. il fidanzato dell’amica); tutte le donne sono masochiste. Sulla questione dello stupro, infine. Nel pezzo definito di “satira”, il ragionamento di Roosh era: se lo stupro fosse legale nella proprietà privata, allora le donne ci penserebbero bene prima di andare a casa di qualcuno. Peccato che 4 stupri su cinque avvengano per mano del partner o dell’ex, preferibilmente in una casa.

Una donna poliziotta a capo del nuovo dipartimento della Polizia di Istanbul specializzato nella violenza domestica contro donne e bambini: è Kiymet Bilir Degerli, 39 anni. La Turchia ha creato nuovi uffici di polizia in tutte le 81 province del Paese per combattere la violenza domestica che coinvolge donne e bambini: il provvedimento fa parte delle strategie del ministero della Famiglia e delle Politiche Sociali e del ministero degli Interni per affrontare il problema. Gli agenti di polizia che lavorano presso questi uffici si occuperanno di portare le donne che hanno subito violenza in spazi speciali che permettano loro di avere tranquillità, comunicando alle donne tutti i loro diritti e coordinando le successive azioni di supporto psicologico, provvedendo anche, in caso di necessità, alla sicurezza personale delle donne. “La vittima dovrebbe rivolgersi alla polizia. Otterrà il supporto sociale e psicologico che si aspetta”, spiega Degerli. Le donne dovrebbero collaborare con gli agenti, aggiunge, criticando la mentalità mediatica generalizzata che sostanzialmente giustifica la violenza di genere. “I bambini sono i soggetti più colpiti dalla violenza. E la violenza, così, si ‘normalizza’ nelle loro menti” anche a causa di quanto mostrato nelle trasmissioni televisive. Degerli ha invitato a unirsi alle attività dei nuovi dipartimenti anche tutti i volontari che vorranno prendere parte alla lotta alla violenza domestica, anche a causa del fatto che il numero di agenti impegnati resta basso: 300, soprattutto donne, ma il numero potrebbe essere aumentato a seconda delle esigenze locali. “Abbiamo bisogno di volontari per aiutarci: terapeuti, sociologi e traduttori simultanei”, spiega.

Secondo le Nazioni Unite 1 donna su 3 nel mondo – per un totale di un miliardo di ragazze e donne (su una popolazione di 7 miliardi di persone) – verranno picchiate o stuprate nel corso della loro vita. Per il quarto anno consecutivo, attiviste e attivisti di One Billion Rising stanno progettando in tutto il mondo eventi, performance artistiche, tavole rotonde, conferenze stampa, film, articoli, incontri in occasione del 14 febbraio. La campagna quest’anno vedrà aumentare le azioni collettive in tutto il mondo per amplificare la richiesta di cambiamenti “di sistema” per porre fine alla violenza contro le donne e le ragazze. “Abbiamo ballato, abbiamo chiesto giustizia, abbiamo preteso cambiamenti”, spiega Monique Wilson, direttrice globale di One Billion Rising. “Quest’anno stiamo radicalizzando le nostre azioni – stiamo ampliando la rivoluzione. Dobbiamo continuare a smuovere le coscienze ed essere più coraggiosi, audaci, creativi e determinati”. La campagna quest’anno si concentra in particolare sulle donne e le ragazze emarginate. “Stiamo evolvendo la nostra lotta contro la violenza nei confronti delle donne, sapendo che se non mettiamo gli emarginati al comando, se non contrastiamo imperialismo, guerra, cambiamento climatico, razzismo, patriarcato, disuguaglianza economica, e se non lottiamo per i diritti dei lavoratori, non riusciremo mai a porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, aggiunge Eve Ensler, fondatrice di OBR e autrice dei Monologhi della Vagina.

Le tecnologie come nuovo strumento per fare stalking, minacciare e molestare le donne: è il contenuto di un intervento al Parlamento australiano del laburista Tim Watts. Un abuso, sottolinea, spesso perpetrato anche in questo caso tra le mura di casa. E ci sono declinazioni – la “vendetta pornografica”, ad esempio – a cui le leggi spesso non sono in grado di rispondere in maniera efficace. In alcuni casi, le immagini sessuali private ​vengono utilizzate come strumento per controllare le donne in relazioni già violente, o come ricatto per costringerle a sottostare ad abusi di natura sessuale. Da uno studio in cui sono stati intervistati 3.000 adulti australiani di età compresa tra i 18 e i 54 anni – è emerso che le minacce, le molestie sessuali e la condivisione non consensuale di immagini di nudo sono estremamente comuni. Non è la tecnologia a mettere in pericolo le donne: sono le persone che la usano. Che sono, ancora una volta – come per le aggressioni in strada, le violenze sessuali, gli abusi dei partner – uomini.

Alla vigilia della visita di stato di Papa Francesco in Messico, prevista tra il 12 e il 18 febbraio, Amnesty International dichiara in una nota che il paese sta affrontando una crisi dei diritti umani di dimensioni epidemiche, di cui sparizioni, torture e brutali omicidi costituiscono il tratto dominante. “Non appena arriverà a Città del Messico, papa Francesco si troverà faccia a faccia con una delle più preoccupanti crisi dei diritti umani dell’intero continente americano”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International. “Dalle decine di migliaia di persone scomparse al massiccio uso della tortura, dal crescente numero di uccisioni di donne alla profonda incapacità di svolgere indagini, le violazioni dei diritti umani sono diventate un fatto abituale in Messico”. “Sollecitiamo papa Francesco a usare la sua grande influenza per convincere il presidente Peña Nieto a prendere sul serio questa terribile crisi dei diritti umani, assicurando alla giustizia tutti i responsabili di violazioni dei diritti umani. Solo assumendo un’azione concreta e decisiva per portare i responsabili di questi crimini di fronte alla giustizia, il governo messicano potrà cominciare a contrastare questa crisi che ha radici profonde” – ha concluso Guevara-Rosas.

Il New York Post pubblica un intervento di Carrie Lukas, amministratrice delegata dell’International Women’s Forum e vice president per l’Independent Women’s voice, sulla questione migrazione e violenza sulle donne. “Le femministe europee”, scrive, “sono in un vicolo cieco”. Perché l’attuale crisi della violenza verso le donne da parte dei migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente sta mettendo in crisi due dei più “sacri” principi del femminismo: “incolpare l’uomo bianco e, in casi di stupro, credere sempre a quello che dice la donna rispetto a quello che dice l’uomo”. L’ultimo caso è quello della aggressione sessuale a una ragazza tredicenne russo-tedesca che ha prima sostenuto di essere stata rapita e violentata da tre migranti e ha poi ammesso di aver inventato quella storia sfruttando i fatti di Colonia di Capodanno. “Il presunto stupro era diventato un caso internazionale”. Le femministe, scrive Carrie Lukas, vogliono stare dalla parte dei rifugiati, una minoranza oppressa, che in quanto tale dovrebbe far parte della coalizione femminista per combattere il patriarcato bianco del Vecchio Mondo. Ma le masse di profughi includono molti, moltissimi uomini: si stima che il 75% delle persone che hanno raggiunto l’Europa lo scorso anno siano uomini. Uomini non esattamente entusiasti di prendere parte alla lotta per i diritti delle donne. Gli attacchi contro le donne da parte di gruppi di uomini immigrati nella notte di Capodanno a Colonia, in Germania, ma anche in altre città europee hanno occupato tutte le prime pagine dei giornali, ma difficilmente sono i primi del loro genere. Il femminismo si è diviso: alcune hanno scelto di ignorare la questione migrazione, concentrandosi a dare la colpa agli uomini. In un dibattito sul giornale tedesco Der Spiegel, Alice Schnauzer (definita “la gran dama del femminismo tedesco”) ha riconosciuto i problemi peculiari creati da questa ondata di immigrazione, mentre Anne Wizorek,he rappresenta la generazione più giovane di femministe tedesche, ha lamentato il fatto che la questione della violenza sessuale possa diventare uno strumento politico. “Il fatto che uomini con un background di immigrazione abbiano commesso violenze sessuali viene strumentalizzato per stigmatizzarli come gruppo”, dice. La violenza contro le donne non è una novità, scrive Carrie Lukas, ma chiunque si occupi di diritti delle donne dovrebbe riconoscere che qualcosa sta andando storto, soprattutto di fronte alle parole della sindaca di Colonia che dopo Capodanno ha suggerito alle donne di tenersi distanti dagli uomini negli spazi pubblici: un modo di dare la responsabilità della violenza alla vittima. Un modo che dovrebbe vedere le femministe mettersi sul piede di guerra. Anche la storia del falso stupro creata dall’adolescente russo-tedesca a Berlino da un lato rinforza la posizione femminista in tema di migrazione, ma dall’altra, prosegue la managing director, dà un duro colpo al presupposto che le donne vanno sempre credute perché non potrebbero mai mentire su una cosa così intimamente distruttiva come lo stupro. Una via d’uscita, dice Carrie Lukas, c’è: focalizzarsi nuovamente sul principio fondamentale della parità di diritti delle donne e del trattamento equo. Riconoscendo che l’Occidente, uomini inclusi, ha effettivamente percorso un lungo cammino nel proteggere le donne e la loro sicurezza fisica e consentendo loro partecipazione alla sfera pubblica. Un progresso che non può essere sacrificato in nome del multiculturalismo e che dovrebbe essere comunicato a chi in Europa arriva dopo essere fuggito dal Medio Oriente o dal Nord Africa.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Milka Tadic Mijovic.  Fin da prima del crollo della Jugoslavia di Tito, Milka Tadic Mijovic è stata parte di uno dei progetti pionieri della democrazia nei Balcani, The Monitor, primo settimanale indipendente del Montenegro. I suoi articoli in difesa della pace e delle minoranze etniche e sulla lotta contro la corruzione hanno vinto riconoscimenti a livello internazionali e le hanno portato guai. È stata la prima giornalista licenziata per aver criticato le politiche aggressive di Milosevic. Dal 2006, quando il Montenegro è diventato indipendente, i suoi problemi sono aumentati e hanno incluso minacce fisiche, pressioni finanziarie e persecuzione giudiziaria. Ora direttrice del Monitor, ha un triste primato in comune con i quotidiani Vijesti e Dan: quello di aver pagato più di 300.000 euro di danni negli ultimi anni.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 21 ottobre 2015

child brides

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Diverse organizzazioni e rappresentanti del mondo accademico di primo piano nel Regno Unito hanno scritto al primo ministro indiano Narendra Modi, in vista della sua visita in Inghilterra, a novembre, esprimendo preoccupazione per il suo “silenzio” sull’escalation di violenza di genere in India. I firmatari si dicono particolarmente preoccupati per il rapporto del primo ministro con l’RSS, descritto come una “organizzazione paramilitare sul modello del partito fascista italiano e di quello nazista tedesco, noti per la loro violenta misoginia”. Il Rashtriya Swayamsevak Sangh, Organizzazione Nazionale Patriottica, è una formazione nazionalista Hindu. L’Rss, si legge su The Economic Times è sotto osservazione da parte della British Charity Commission per incitamento all’odio contro cristiani e musulmani. “Questo tipo di organizzazioni sono anche responsabili della feroce opera di moralizzazione che ha portato ad attacchi omicidi nei confronti di coppie che sono andate oltre le frontiere religiose e di casta”, si legge ancora nella lettera. “Il suo silenzio, Primo Ministro, dà loro un messaggio di approvazione”. Nel testo si ricordano anche le violenze contro le donne nel corso del massacro del 2002 del Gujarat: una ferita ancora aperta nella storia indiana. Il 27 febbraio 2002 – si legge su AsiaNews a Godhra (Gujarat), un gruppo di fedeli indù, che viaggiavano in treno, è stato assaltato da un gruppo di musulmani. L’attacco ha fatto 59 morti e ha scatenato la violenza dei fondamentalisti indù. Nel mese successivo almeno 2 mila musulmani sono stati massacrati in diverse città del Gujarat.

Mai più spose bambine. È partita la campagna di Amnesty International Italia – di cui quest’anno ricorre il 40° anniversario – campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi tramite SMS solidale al 45594 contro i matrimoni precoci e forzati. Secondo le stime del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), 13.5 milioni di ragazze ogni anno nel mondo sono costrette a sposarsi prima dei 18 anni con uomini molto più vecchi di loro: 37 mila bambine ogni giorno alle quali, di fatto, viene negata l’infanzia, spiega Amnesty. “Molte di loro rimangono incinta immediatamente o poco dopo il matrimonio, quando sono ancora delle bambine”. E ancora: “Per le ragazze di età inferiore ai 18 anni, in Yemen è molto comune essere sposate; sono stati registrati addirittura casi che coinvolgono bambine di 8 anni. Donne e ragazze rifugiate siriane in Giordania tendono a essere date in sposa prima dei 18 anni secondo una pratica diffusa soprattutto nelle aree rurali della Siria. In base al codice civile iraniano, l’età legale per il matrimonio per le ragazze è di 13 anni, ma possono essere date in sposa anche a un’età inferiore a una persona scelta dal padre o dal nonno paterno, se esiste il permesso di un tribunale. In Burkina Faso, il matrimonio forzato è un fenomeno estremamente diffuso, soprattutto nelle zone rurali. Nell’area del Maghreb si inserisce nel contesto di quadri legislativi lacunosi che non tutelano adeguatamente le donne dalla violenza. Il Marocco ha abolito la norma che prevedeva l’impunità in cambio del “matrimonio riparatore” in caso di stupro di una minorenne, ma è privo di un quadro legislativo organico sulla violenza contro donne e ragazze. Negli ultimi anni in Algeria le autorità hanno varato alcuni provvedimenti volti a migliorare i diritti delle donne, tuttavia è rimasta in vigore la norma abrogata in Marocco, in base alla quale gli uomini che stuprano ragazze di età inferiore ai 18 anni non sono perseguibili penalmente se sposano la loro vittima. Il fenomeno dei matrimoni precoci è diffuso in Asia meridionale, dove il 46 per cento delle ragazze viene dato in sposa prima di aver compiuto 18 anni. Secondo i dati dell’Unicef, il Bangladesh è il paese al mondo con il più alto tasso di matrimoni di bambine al di sotto dei 15 anni. In Afghanistan, uno studio condotto dal ministero degli Affari femminili nel 2004 ha rilevato che il 57 per cento delle donne intervistate era stato dato in sposa prima dei 16 anni, alcune anche a soli 9 anni.

Due bambine, rispettivamente di due anni e mezzo e di cinque anni, sono stati rapiti e poi ritrovati con ferite devastanti sui loro corpi a New Dehli. Lo riporta Catholic News. La più piccola è stata rapita da due uomini nel corso di una ricorrenza religiosa. I due l’hanno prima violentata, poi scaricata per strada nei pressi di casa. La bambina di cinque anni, invece, è stata attirata fuori casa da tre uomini che l’hanno poi violentata. Tutti e tre.
Un centinaio di persone si sono radunate vicino all’abitazione della bimba più piccola, indignate e impaurite, accusando duramente la polizia di incapacità nella gestione di questo caso e dei colpevoli. “Non stanno facendo nulla per arrestare gli stupratori”, racconta un parente all’AFP. “Non ci sentiamo al sicuro in questa città e ci sarà un giorno in cui si smetterà di mettere al mondo bambine per la paura che vengano violentate”. Nel 2014, l’India ha registrato 36.735 casi di stupro, 2.096 dei quali a Delhi. “La maggior parte di questi incidenti sono stati segnalati nelle zone a basso reddito come baraccopoli e nelle aree densamente popolate, dove per lo più vivono immigrati. Questi uomini vivono in spazi stipati senza alcun controllo sociale o familiare e in genere senza alcuna paura della legge”, spiega Ranjana Kumari, a capo del Centro di Ricerca Sociale di Delhi. “Delhi non è un posto sicuro e protetto per le donne. E la situazione si sta deteriorando”. Secondo il capo della polizia di Delhi ovest, Pushpendra Kumar, è in corso una caccia all’uomo nei confronti dei sospetti coinvolti nel rapimento e nello stupro della bimba di due anni e mezzo, mentre gli aguzzini della bambina di cinque anni sarebbero stati arrestati. I due attacchi sono avvenuti ad appena otto giorni di distanza da un altro che ha coinvolto una bambina di quattro anni, violentata e tagliata con una lama. Ne abbiamo parlato la scorsa settimana qui a DonneNelMondo.

Yanar Mohammed, sostenitrice dei diritti delle donne in Iraq, è nota per i rifugi sotterranei ferroviari per le le donne in fuga dall’ISIS. I suoi rifugi, in particolare a Kerbala, offrono uno spazio sicuro per le sopravvissute, mentre nel resto del Paese i militanti ISIS prendono di mira soprattutto le donne che non hanno in famiglia componenti maschi. Dopo un anno di lotta per mantenere quei rifugi aperti e al sicuro da polizia e funzionari del governo, che li trattano come illegali, l’attivista sta ora facendo pressione sulla comunità internazionale e alle Nazioni Unite per avviare finalmente un’azione contro le violenze che le donne devono affrontare nel suo paese. La richiesta di Mohammed – si legge su Women’s eNews  giunge in un momento critico. L’ONU in questi giorni ha una serie di eventi per commemorare il 15 ° anniversario della sua risoluzione 1325 sulla parità di partecipazione delle donne ai negoziati di pace. Mohammed ora sta mettendo in discussione come la risoluzione venga rispettata in Iraq.

E passiamo in Australia. Un vero e proprio codice del silenzio tra giocatori sulla violenza contro le donne sarebbe in vigore nell’Australian Football League. È quanto emerge da uno studio de La Trobe University di Melbourne. Secondo il racconto di molti giocatori registrato dai ricercatori, gli uomini che si ubriacano e infastidiscono le donne in pubblico o quelli che tradiscono le mogli in trasferta vengono generalmente protetti dai compagni di squadra, si legge sull’Herald Sun. La metà dei 366 giocatori intervistati ritiene che “ciò che accade nelle trasferte di fine stagione dovrebbe rimanere confinato a quei viaggi”. E uno su cinque ha rivelato che si sentirebbe a disagio nel dire ad un gruppo di uomini di non parlare in maniera irrispettosa delle donne. Due terzi di loro ammette che direbbe a compagni che si comportano male nei confronti di una donna di fermarsi. Ma secondo la ricerca, un numero sostanzioso di uomini – soprattutto tra i giovani – resta riluttante a farlo. Lo studio è stato realizzato in collaborazione con l’AFL al fine di realizzare programmi di formazione e sensibilizzazione per giocatori e club.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 agosto 2015

This image provided by onelogin.com shows a recruitment ad for the tech startup company featuring engineer Isis Anchalee. As of Thursday afternoon, Aug. 6, 2015, more than 75,000 people used the hashtag #ILookLikeAnEngineer to post photos of themselves and promote gender diversity in technology, according to analytics firm Topsy. The campaign started when Anchalee got an avalanche of attention from the ad. (onelogin.com via AP)

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Ascolta la puntata.

Reeva Steenkamp, ​​Jayde Panayiotou, Fatima Patel, Anni Dew ani, Zanele Khumalo, Dolly Tshabalala. Questi nomi hanno fatto i titoli dei giornali in Sudafrica negli ultimi anni, si legge su news channel Africa. E hanno una cosa in comune: sono tutte morte per mano dell’uomo di cui si fidavano e che amavano. Steenkamp e Khumalo sono state uccise dai loro fidanzati. Secondo le associazioni, in entrambi i casi gli uomini avrebbero dovuto ottenere pene più severe. Le famiglie di Panayiotou, Tshabalala e Patel sono ancora in attesa di sapere se otterranno giustizia. Christopher Panayiotou avrebbe assoldato un killer per uccidere la moglie Jayde. Affronterà un processo nel 2016. Anche Rameez Patel è in attesa di giudizio per la morte di sua moglie Fatima. Ridotta in uno stato per cui la famiglia l’ha a malapena riconosciuta, quando è stata ritrovata cadavere nella loro casa di Polokwane ad aprile. Patel era fuori su cauzione a luglio, quando è stato nuovamente arrestato per un altro omicidio che avrebbe avuto luogo nel luglio del 2013. Un report di novembre 2014 dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza sulla violenza domestica in Sudafrica mette nero su bianco la difficoltà di valutare l’entità della violenza contro le donne, perché questi casi non vengono tracciati in maniera efficiente. “I dati sulla reale portata di tutte le forme di violenza domestica in Sudafrica non sono disponibili”, spiega la ricercatrice Lisa Vetten. Tre donne al giorno trovano la morte per mano del partner in Sud Africa ogni giorno. La seconda causa più comune di queste morti è collegata alla decisione della donna di porre fine all relazione. Fondamentale, scrive Lisa Vette, affrontare il problema della natura disinformativa delle statistiche di polizia.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha chiesto alla comunità internazionale di impegnarsi attivamente per migliorare la salute e il benessere dei popoli indigeni. Popolazioni che devono affrontare una vasta gamma di sfide che vanno da servizi igienici inadeguati alle emergenze abitative, dagli altri tassi di diabete all’abuso di droga e alcol, nonché la mancanza di cure prenatali e la violenza sulle donne. La maggior parte di questi problemi, dice Ban Ki-moon, si possono prevenire. “Sono questioni che devono essere urgentemente affrontate come parte del programma di sviluppo post-2015, in un modo culturalmente appropriato e in grado di soddisfare le concezioni dei popoli indigeni e delle aspirazioni per il benessere”.

Su Internazionale leggiamo la storia di Isis Anchalee, una giovane ingegnera informatica di San Francisco. L’azienda in cui lavora come programmatrice, la californiana OneLogin, l’aveva scelta tra i testimonial per una campagna di assunzioni ma il suo bell’aspetto ha scatenato una serie di critiche sui social network. Diversi utenti, si legge su Internazionale, hanno criticato l’azienda con commenti di questo tenore: “Perché non hanno scelto un vero ingegnere o un’impiegata invece di una modella?”. Ecco perché Isis ha deciso di rispondere sul suo blog agli stereotipi sessisti che ancora circondano il suo ambiente. Con una domanda che è diventata una vera e propria mobilitazione: “Che aspetto dovrebbe avere un’ingegnera?”. L’hashtag #ilooklikeanengineer, scrive Internazionale, ha avuto un vasto seguito in tutto il mondo, dalla Nasa alle comunità islamiche. In media, scrive ancora Internazionale, il 30 per cento della forza lavoro nell’industria tecnologica è rappresentata da donne, e le donne sono ormai il 59 per cento del totale della forza lavoro statunitense e il 51 per cento della popolazione, secondo gli ultimi dati dell’Us census bureau. Da un altro sondaggio pubblicato nel giugno 2013, risultava che le donne occupano solo il 14,3 per cento dei posti nei consigli d’amministrazione delle cento aziende tecnologiche con il miglior fatturato negli Stati Uniti. E secondo l’organizzazione Narrow the gap, a parità di incarico, le donne impiegate nelle aziende hi-tech ricevono in media 200 dollari alla settimana in meno. Questa realtà ha spinto il presidente Barack Obama a promuovere una serie di politiche per migliorare la situazione.

Passiamo in Myanmar, dove è lotta al cyber-sex e ai cyber abusi. Chiunque utilizzi la tecnologia elettronica per disturbare, minacciare o diffamare sessualmente qualcuno potrebbe affrontare pene dai 3 ai 5 anni di carcere e ammende, si legge sul Myanmar Times. Ciò potrebbe includere l’uso di Facebook e di altri social media. “La tecnologia dell’informazione comporta svantaggi e vantaggi, e la violenza sessuale contro le donne attraverso l’uso della tecnologia è in aumento”, spiega il capo della polizia Thi Thi Myint. “Se la vittima può fornire le prove dell’abuso, noi agiremo”. Prove che possono includere telefonate e messaggi abusivi, ad esempio.

Non si placa la polemica tra Amnesty International e lo star system hollywoodiano. L’ONG si è schierata a favore della depenalizzazione della prostituzione. Sul fronte opposto invece si stanno schierando nomi di calibro internazionale e dal grande seguito: gente come le femministe Gloria Steinem ed Eve Ensler e come le attrici Kate Winslet, Anne Hathaway, Emma Thompson, Lena Dunham e Meryl Streep. Una contrapposizione di posizioni storica, che da un lato vede coloro che si schierano a favore delle lavoratrici del sesso e ne sottolineano la capacità di autodeterminazione, e dall’altro lato chi pensa che la prostituzione sia sempre una violenza e i lavoratori sempre vittime – di tratta, povertà, abusi. Amnesty ha preparato un documento in occasione dell’assemblea mondiale si Dublino con un testo non ancora approvato ufficialmente ma nel cui draft si legge che “la criminalizzazione della prostituzione non fa altro che aumentare la discriminazione nei confronti di coloro che vendono sesso, mettendoli più a rischio di persecuzioni e violenze, inclusi gli abusi da parte della polizia”. L’organizzazione chiede anche più tutela dei diritti umani dei lavoratori e lavoratici del sesso con misure che prevedono anche la depenalizzazione della prostituzione. La Coalition Against Trafficking in Women, la Coalizione contro la tratta delle donne, ha immediatamente fatto sentire la propria voce «Ogni giorno combattiamo l’appropriazione maschile del corpo delle donne, dalle mutilazioni genitali ai matrimoni forzati, dalla violenza domestica alla violazione dei loro diritti riproduttivi. Pagare denaro per una simile appropriazione non elimina la violenza che le donne subiscono nel commercio del sesso. È incomprensibile che un’organizzazione per i diritti umani della levatura di Amnesty International non riesca a riconoscere che la prostituzione è una causa e una conseguenza della diseguaglianza di genere». Tra meno di un mese la resa dei conti, a Dublino, con l’approvazione finale del documento di Amnesty International che ne costituirà la posizione ufficiale per i prossimi anni.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 giugno 2015

acid-attack

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Cominciamo dalla Nigeria, dove il presidente Goodluck Jonathan ha firmato una legge che criminalizza la mutilazione genitale femminile. La legge vieta la pratica, che comporta la rimozione di parte o della totalità degli organi sessuali esterni di una ragazza, sottolineando anche come queste mutilazioni non abbiano nulla a che vedere con pratiche mediche riconosciute, legalizzate e giustificate. Si tratta di uno degli ultimi atti di Goodluck Jonathan, presidente uscente battuto nelle elezioni presidenziali dello scorso marzo da Muhammadu Buhari, che ha giurato ufficialmente venerdì scorso. La legge, approvata dal Senato il 5 maggio, vieta anche agli uomini di abbandonare le loro mogli o figli senza sostegno economico. La Nigeria è il paese africano più popoloso e in cui si è registrata la percentuale più alta di mutilazioni genitali femminili: il 27% delle donne è stata privata di parte o del tutto del clitoride. In Somalia e Guinea la percentuale sale al 95%. Come testimonia uno studio del 2013, condotto dall’Unicef, più di 125 milioni di donne in tutto il mondo – soprattutto in Africa e Medio Oriente – hanno subito un qualche tipo di mutilazione, considerata una violazione dei diritti umani delle bambine e delle donne da parte di organismi internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità. Secondo i dati delle Nazioni Unite del 2014, riportati dal Guardian, circa un quarto delle donne nigeriane ha subito una qualche forma di mutilazione – che può provocare infertilità, mortalità materna, infezioni e perdita del piacere sessuale. Lo stesso Guardian ha recentemente lanciato una campagna mediatica globale per porre fine alla pratica, con il sostegno del Fondo per la popolazione delle Nazioni Unite, con lo scopo di aiutare i giornalisti locali a raccontare di mutilazioni genitali femminili e far luce sulle conseguenze di questa pratica.

Uno dei problemi più persistenti della Papua Nuova Guinea è la stregoneria. O meglio, i brutali femminicidi di coloro che vengono accusate di stregoneria, un problema complesso che coinvolge la violenza contro le donne, le rivendicazioni per la terra e una nazione in rapido sviluppo. “L’applicazione della normativa che vieta ogni forma di violenza di genere è la chiave per porre fine alla violenza collegata alle accuse di stregoneria”, hanno detto le Nazioni Unite nel 2013. Amnesty International ha chiesto al governo di fare di più per proteggere le donne dopo che una donna conosciuta come Mifila è stato violentata a morte da un gruppo di uomini a metà maggio mentre altre due sono state minacciate e sono sfuggite a malapena alla morte. L’accusa, per loro e per i loro figli, risale a gennaio. The Diplomat scrive che il missionario luterano Anton Lutz, da tempo attivista per i diritti della terra in Papua Nuova Guinea, ha documentato gli attacchi. “Credevano che fosse una Sanguma (strega), responsabile di morte e di cattiva sorte”, ha raccontato all’Australian Associated Press. Il caso di Mifila non è isolato. Quello degli attacchi, rivolti soprattutto a donne senza protezione con accuse di stregoneria, è un problema crescente in Papua Nuova Guinea, dove, secondo le parole delle Nazioni Unite, queste credenze e le relative punizioni sono “culturalmente radicate”.

Dall’India arriva una campagna per fornire sostegno morale e finanziario per il reinserimento nella società delle superstiti di attacchi con l’acido. Lanciata dall’Acid Survivors Foundation of India (ASFI), la mobilitazione War against Acid Violence ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso misure sociali, educative e regolamentari contro gli attacchi con acido. ASFI, che riporta il dato di più di 500 sopravvissute ad attacchi con acido in tutta l’India, ha dichiarato che il più alto tasso di episodi si registra nel nord del Paese, con il 58 per cento dei casi a fronte del 18 per cento dell’India Orientale. Asha Mukherjee ha condotto al merito un particolare esperimento: si è recata in un negozio locale e ha chiesto il ‘tezaab’, un acido usato per pulire oggetti arrugginiti e per le pulizie in casa, tra le sostanze corrosive utilizzate contro le donne per questi attacchi. Il negoziante le ha chiesto di quante bottiglie avesse bisogno. Ed è a quel punto che Asha si è tolta la sciarpa che le avvolgeva il viso quasi totalmente. “Guarda cosa mi ha fatto il tezaab. Lo sapevi che la Cote suprema ha bandito la vendita libera di quest’acido?”. Nella sua vita precedente Asha Mukherjee era una ballerina al Rajdoot hotel di Delhi. Un collega geloso ha a un certo punto cominciato a minacciarla, e lei ha denunciato le minacce alla polizia di Lajpat Nagar, che l’ha rispedita al mittente. 20 giorni dopo – era il dicembre 2004 – il collega l’ha fermata fuori casa, le ha gettato addosso acido corrosivo ed è fuggito via. Il governo parla di una vittima di attacchi con l’acido ogni tre giorni. Secondo il National Crime Records Bureau (NCRB), il posto più pericoloso per una donna indiana è la casa coniugale: il 43,6% di tutti i crimini contro le donne, scrive il Guardian, è per mano di mariti e parenti. Per implementare le segnalazioni di questi casi, SNEHA, Society for Nutrition, Education and Health Action, un Ngo con base a Mumbai, ha lanciato nel 2014 il Little Sister Project. Finanziato da un programma di sviluppo delle Nazioni unite, il progetto ha formato 160 donne locali per identificare e riportare casi di violenza di genere attraverso smartphone Android forniti di un open data kit e di un’app chiamata EyeWatch.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 9 aprile 2015

APphoto_Nigeria Kidnapped Girls

Salve a tutti e benvenute e benvenuti anche questa settimana a #donnenelmondo su RadioBullets.

Ascolta la puntata.

Cominciamo subito con la denuncia di Amnesty International che, in un rapporto diffuso in questi giorni, accusa il governo afgano di aver abbandonato le donne che difendono i diritti umani, nonostante gli importanti risultati che cercano di raggiungere a fronte di una crescente violenza, fatta di minacce, aggressioni sessuali e omicidi. Dal report, intitolato “Le loro vite in gioco”, emerge come importanti sostenitrici dei diritti delle bambine e delle donne (dottoresse, insegnanti, avvocate, poliziotte e giornaliste) siano state prese di mira non solo dai talebani ma anche dai signori della Guerra, spiega Amnesty, e da rappresentanti del governo. Le leggi che dovrebbero proteggerle sono mal applicate o non lo sono affatto, mentre la comunità internazionale sta facendo troppo poco. Tanti sono i casi, presenti nel rapporto, di donne che, per aver difeso i diritti umani, hanno subito attacchi mentre erano alla guida delle loro automobili o si trovavano in casa e sono state vittime di omicidi mirati. Molte, nonostante i continui attacchi, continuano a portare avanti il loro lavoro, nella piena consapevolezza che non sarà fatto nulla contro i responsabili degli attacchi. “È vergognoso che le autorità afgane le abbiano abbandonate a loro stesse, in una situazione come quella attuale, più pericolosa che mai”, spiega da Kabul Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

E passiamo alla Nigeria. Sequestrate, obbligate a convertirsi all’Islam, costrette al matrimonio e poi sgozzate. Sarebbe questo, scrive l’Ansa, il tragico epilogo per le circa 200 liceali nigeriane rapite nell’aprile dello scorso anno dai miliziani Boko Haram nel nord della Nigeria. In un’intervista pubblicata dal quotidiano nigeriano This Day, il direttore dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Raad Zeid al Hussein, ha affermato che le ragazze “potrebbero essere state tutte uccise”. Dicendosi dapprima “molto pessimista” sulla sorte delle giovani rapite, al Hussein ha aggiunto oggi che le liceali potrebbero infatti essere state passate per le armi a Bama. La città è stata controllata per mesi dai Boko Haram. Poi sotto la spinta dell’offensiva dei militari nigeriani l’hanno abbandonata e sarebbe stato questo il momento del massacro. Una volta entrati in città i soldati hanno trovato i cadaveri di un numero altissimo di donne. Sempre secondo Raad Zeid al Hussein, in passato le liceali erano state costrette a sposare i loro sequestratori. Alcuni rapporti delle Nazioni Unite confermerebbero che molte giovani donne sono state massacrate nelle città dello Stato settentrionale del Borno. Appena un mese fa, l’esercito di Abuja aveva dichiarato ufficialmente di non avere più da tempo notizie sulla sorte delle giovani. Il sequestro delle liceali (poi mostrate in un video dei Boko Haram tutte vestite con veli che lasciavano scoperto solo il volto) ha avuto grande eco internazionale, ricorda l’Ansa, con la campagna che ne chiedeva la liberazione, cui aderì anche Michelle Obama, sotto l’hashtag #BringBackOurGirls.

E passiamo all’India con la storia di Pradnya Mandhare, 20 anni. A fine marzo si trovava alla stazione di Vile Parle a Mumbai quando un uomo, visibilmente ubriaco, le si è avvicinato e ha cominciato a molestarla e palpeggiarla. “Quando ho provato a evitarlo mi ha afferrata”, racconta Pradnya ad un giornale locale. “ Sono rimasta sotto schock per un paio di secondi, poi ho cominciato a colpirlo con la borsa. Cercava di colpirmi a sua volta ma sono riuscita a sopraffarlo perchè puzzava di alcol e ho capito che era completamente ubriaco”. Pradnya l’ha poi afferrato per i capelli e trascinato dalla polizia ferroviaria sotto lo sguardo di dozzine di persone rimaste ad assistere senza muovere un dito. Pradnya ha anche raccontato che la maggior parte delle donne ha paura di rivolgersi alla polizia: l’iter per segnalare questi casi è complesso e soprattutto imbarazzante per le donne. In India, secondo alcuni rapporti, in media ogni giorno vengono stuprate 92 donne.

E per finire andiamo in Cina. Racconta il Guardian che le indagini sulle cinque femministe detenute da prima dell’8 marzo, Giornata Internazionale delle Donne, si stanno – secondo i loro avvocati – ampliando e concentrando sulle loro campagne contro la violenza di genere e per chiedere più bagni pubblici dedicati alle donne. Li Tingting, 25 anni, Wei Tingting, 26, Wang Man, 32, Zheng Churan, 25, e Wu Rongrong, 30, sono detenute con l’accusa di aver creato disordini, e da alloranon si alcuna notizia di loro. È attesa in questi giorni la decisione da parte dei pubblici ministeri in merito ad un eventuale arresto formale delle cinque donne o al loro rilascio.

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