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#Donnenel mondo del 6 aprile 2016: Panama Papers

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Panama women: chi sono le donne coinvolte nella più grande fuga di notizie della finanza internazionale. Finora.

Ascolta la puntata.

Panama Papers e donne. Il più grande leak, come si dice oggi, la più grande fuga di notizie della storia della finanza internazionale, 11 milioni e mezzo di pagine che raccontano 40 anni di affari offshore: sono questi i Panama Papers, ovvero lo scandalo di globale che vede coinvolti i leader e i vip di tutto il mondo tirato fuori dall’International consortium of investigative journalism grazie a un informatore, un whistleblower. I Panama Papers hanno origine in uno studio legale internazionale, Mossack Fonseca, specializzato in paradisi fiscali e i 307 reporter dell’International Consortium of Investigative Journalists hanno spulciato le carte per mesi, più di un anno.

Perché questo imponente lavoro giornalistico riguardi tutti noi lo spiega Elisa Bacciotti, di Oxfam Italia. “Viviamo nell’epoca dell’abbondanza e al tempo stesso della grande disuguaglianza. Mentre i super-ricchi occultano risorse nei paradisi fiscali, potenti multinazionali trasferiscono artificialmente e esentasse gli utili prodotti altrove, verso paesi a fiscalità agevolata. I cittadini e i governi vengono così privati ogni anno di miliardi di dollari. Una situazione resa possibile dall’iniquità del sistema fiscale internazionale, dall’agguerrita concorrenza fiscale tra i Paesi e dall’opacità del sistema”.

Non mancano nomi di personalità femminili. A cominciare da quello di Marie Le Pen, la leader del Front National. Due suoi fedelissimi sono infatti sotto accusa: si tratta, scrive Le Monde, dell’imprenditore Frédéric Chatillon e dell’esperto contabile Nicolas Crochet, entrambi già sotto inchiesta per presunte irregolarità nel finanziamento delle campagne elettorali del partito francese di estrema destra nel 2012. Le Monde ha preso parte all’inchiesta e parla di un «sistema offshore sofisticato tra Hong Kong, Singapore, isole Vergini britanniche e Panama» con lo scopo di «far uscire denaro dalla Francia attraverso società schermo e fatture false con la volontà di sfuggire ai servizi antiriciclaggio francesi». Al centro di questa “ ingegneria finanziaria” Frédéric Chatillon, un tempo a capo di un gruppo studentesco di estrema destra, il Groupe union défense, ha incontrato Marine Le Pen all’università, all’inizio degli anni ’90. Un’amicizia consolidatasi poi quando la sua società, Riwal, è diventata le responsabile della comunicazione elettorale del Front National, in esclusiva per la campagna presidenziale e parlamentare del 2012. In quell’anno, subito dopo le presidenziali e a meno di un mese dalle elezioni legislative, Chatillon, con l’aiuto di Nicolas Crochet, si organizza per far uscire 316mila euro di proprietà della Riwal con un giro di fatture false e società offshore, per poi reinvestirli nella società di un amico con sede a Singapore. I Panama Papers danno anche una pista su dove sarebbe andato a finire il “tesoro” del fondatore del Front National nonché padre di Marine, Jean-Marie Le Pen. È stata “dissimulata” attraverso una società offshore creata nei Caraibi nel 2000, la Balerton Marketing Limited, creata nei Caraibi nel 2000. Il “tesoro” di Le Pen è intestato al prestanome Gerald Gerin, ex maggiordomo di Jean-Marie e della moglie Jany Le Pen e comprenderebbe monete d’oro, lingotti, banconote. Il Front National smentisce qualsiasi implicazione nella vicenda e annuncia in una nota che «non tollererà che vengano fatte scandalose connessioni».

Dai Panama Papers emerge anche che alle donne viene volentieri assegnato il ruolo di prestanome e beneficiarie in questi immensi e irrintracciabili spostamenti di capitali: su questo fa il punto Marta Serafini sul Corriere della Sera. C’è la first lady dell’Azerbaigian, Mehriban Aliyeva, 51 anni, moglie del presidente Ilham Aliyev, a capo dell’Azerbaijan’s Heydar Aliyev Foundation. Dai documenti emerge come la first lady risulti essere manager di due società con sede a Panama e in due offshore con sede alle Isole Vergini.

Tatiana Navka, 40 anni, pattinatrice e campionessa olimpica, è sposata con Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin dal 2015. I due hanno una figlia. Il suo nome appare nei leaks come beneficiaria della Carina Global Assets, di stanza nelle Isole Vergini con introiti per un 1 milione di dollari. Ma lei ha negato qualsiasi coinvolgimento.

Anna Sigurlaug Palsdottir, classe 1974 come indicato sui documenti di Panama Papers, è la moglie del primo ministro islandese , messo sotto accusa proprio per lo scandalo finanziario. Secondo quanto emerso dai documenti, Gunnlaugsson ha acquisito la società offshore Wintris Inc., con sede nelle Isole Vergini britanniche nel 2007, trasferendo il 50% della quota alla moglie per la somma di un dollaro.

Mamadie Touré è la vedova di Lansana Conté, ex dittatore e presidente della Guinea. Anche il suo nome appare nei leaks. Le autorità statunitensi avevano accusato la donna di aver incassato una tangente da 5.3 milioni di dollari per una concessione mineraria. La donna risulta intestataria di proprietà, immobili, ristoranti e una catena di gelati negli Stati Uniti per il valore di 1 milione di dollari.

Micaela Domecq Solis-Beaumont è la moglie di Miguel Arias Cañete, il commissario europeo per l’azione per il clima e l’energia nella commissione Juncker dal 1º novembre 2014. Viene da una nobilissima famiglia spagnola. Il suo nome è legato alla società offshore Rinconada Investments Group, ma per Bruxelles il caso non pone problema in quanto inattiva da anni e su cui è comunque stata regolarizzata la posizione fiscale in Spagna. «La dichiarazione d’interessi del commissario rispetta le regole, incluse le attività della moglie con potenziale conflitto d’interessi», ha dichiarato il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas, affermando che «la società è inattiva da anni e da molto tempo prima che Canete prendesse servizio» a Bruxelles.

E poi c’è la storia di Marianna Olszewski, scrittrice, esperta di finanze e “life coach”, primo nome statunitense coinvolto nello scandalo. Ne parla la BBC. Otto anni fa, scrive Richard Bilton, la guru ha un problema. L’autrice di Live it, Love it, Earn it (A Woman’s Guide to Financial Freedom) – ovvero “ Vivila, amala, guadagnala (Una guida di donna alla libertà finanziaria) offre consulenza finanziaria alle donne americane. Parte della sua fortuna è stata investita usando una società segreta off-shore. Ma nel 2008, al culmine della crisi finanziaria, Marianna decide che vuole riavere indietro i suoi soldi: un milione e ottocentomila dollari. Il problema è che da un lato la banca che tiene i fondi non intende rilasciare il denaro senza sapere chi c’è dietro la società off-shore – e dall’altro la signora Olszewski vuole disperatamente mantenere la sua identità segreta. È qui che compare Mossack Fonseca offrendosi di fornire la via d’uscita: qualcuno che avrebbe finto di essere il vero proprietario del denaro o il suo beneficiario. Una e-mail del gennaio 2009 di un dirigente dello studio legale a Marianna Olszewski spiega come fare a trarre in inganno la banca: “Potremmo utilizzare una persona fisica che agirà come beneficiario … il cui nome sarà comunicato alla banca. Poiché si tratta di una questione molto delicata, la tariffa è piuttosto elevata”. Marianna ci sta: “Penso”, risponde, “si debba andare avanti con questa “persona reale”. Voglio comunque che mi venga assicurato che… tratterete la faccenda nel modo più delicato possibile”. La persona reale trovata da Mossack Fonseca è un cittadino novantenne britannico. A che prezzo? Le tariffe erano normalmente di $30,000 per il primo anno e 15mila per ogni anno successivo. Alla scrittrice viene offerto uno sconto: $10,000 per il primo anno e $7,500 per ogni anno successivo. Una mail dello studio legale spiega i dettagli: “Abbiamo bisogno di assumere l’Intestatario, la Persona fisica, lo paghiamo, gli dobbiamo far firmare un sacco di documenti per coprirci, fargli firmare le dimissioni, fargli ottenere alcune prove evidenziando che egli ha la capacità economica per collocare una tale quantità di denaro, le lettere di referenza, la prova di domicilio, eccetera eccetera”. Si tratta, scrive la BBC, di una palese violazione delle norme anti-riciclaggio, ma la signora Olszewski firma ugualmente. Marianna Olszewski non ha risposto quando Panorama ha tentato di mettersi in contatto con lei per telefono, e-mail e lettera in merito a questa storia. E Mossack Fonseca nega di offrire “servizi” del genere: “Non mettiamo a disposizione strutture apparentemente progettate per nascondere l’identità dei veri proprietari: le accuse sono completamente false e prive di fondamento”.

Andiamo in India: secondo The Indian Express Aishwarya Rai Bachchan, Miss Mondo 1994, nuora dell’attore Amitabh Bachchan, era direttrice e azionista di una società offshore liquidata nel 2008. Il consulente mediatico della ex vincitrice di Miss Mondo ha respinto i documenti come “totalmente falsi e non veritieri”. Il suocero Amitabh, star di Bollywood, sarebbe presidente di quattro «offshore shipping companies» registrate nel 1993, sei anni prima che la legge indiana permettesse l’uscita di capitali dall’India verso società straniere. Nonostante le quattro società fossero a capitale iniziale molto ridotto – tra 5000 e 50mila dollari – pare gestissero business navali da milioni di dollari. Come fa notare China files “in India non è illegale aprire delle società offshore, a patto che vengano dichiarate al fisco indiano e l’investimento non superi quota 250mila dollari. Ma le particolarità delle società offshore – riservatezza e zero tasse sui guadagni – ne fanno potenzialmente uno strumento di evasione fiscale e riciclaggio di denaro, aggirando le leggi indiane in materia”. Per questo la lista di nomi tirata fuori dai giornalisti di Indian Express – più di cinquecento, secondo una prima analisi di oltre 36mila documenti – non indica necessariamente degli evasori fiscali, ma semplicemente dei cittadini indiani che hanno società registrate a Panama. Poi, cosa ci facciano con quelle società e se siano state dichiarate al fisco indiano, è ancora tutto da vedere e provare.

Vengono infine dalla Cina altri nomi femminili presenti nei Panama Papers. Si tratta di Li Xiaolin, figlia dell’ex premier Li Peng, e di Jasmine Li, nipote di un ex funzionario di alto rango, Jia Qinglin. Li Xiaolin possedeva una società offshore, la Cofic Investments Ltd, incorporata nelle Isole Vergini Britanniche, mentre Jasmine Li ha ricevuto una società offshore da adolescente. Le due donne non hanno risposto alle richieste di commento dei giornalisti.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 4 aprile 2016

Dissident Cuban blogger Yoani Sanchez listens during a debate in Sao Paulo, Brazil, on February 21, 2013. Sanchez is on an 80-day tour, after she got a passport two weeks ago under Cuba's sweeping immigration reform that went into effect this year. The 37-year-old philologist, who found an international audience on the Internet with her award-winning blog "Generation Y," is known for her biting commentary, which has drawn the displeasure of Cuba's ruling communist party. AFP PHOTO/Yasuyoshi CHIBAYASUYOSHI CHIBA/AFP/Getty Images

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Le 14 donne più coraggiose del mondo. La donna che si fa sterilizzare e la blogger cubana. E poi lo studio che rivela: i narcisisti patologici sono più propensi alla violenza sessuale. 

Ascolta la puntata.

Chi sono le donne coraggiose di tutto il mondo? Il riconoscimento, l’International Women of Courage Award è stato assegnato negli Stati Uniti a – spiega il Segretario di Stato John Kerry – “quattordici leader, quattordici cape, quattordici donne di coraggio”. Con un chiaro messaggio: “Non accettare l’inaccettabile. Non aspettare che sia qualcun altro a farsi avanti. Agire in nome della giustizia. Agire in nome della tolleranza. Agire per conto della verità”. Un’iniziativa nata nel 2007 e dedicata all’empowerment delle donne. Ecco chi sono le donne coraggiose del 2016 premiate a Washington:

Sara Hossain, avvocata del Bangladesh, che ha contribuito a redigere i testi di legge sulla violenza contro le donne nel suo Paese e ha sostenuto i casi più significativi di fronte alla Corte Suprema.

Debra Baptist-Estrada, a capo del dipartimento immigrazione dell’aeroporto principale del Belize: ha lavorato con gli agenti americani contro corruzione e traffici illegali.

Ni Yulan, avvocata per i diritti civili e umani, è stata l’unica a non ricevere il suo premio di persona: il governo cinese le proibisce infatti di viaggiare.

– E poi c’è Latifa Ibn Ziaten, francese e musulmana praticante di origine marocchina, madre di Imad, assassinato a Tolosa nel 2012 dal terrorista islamico Mohamed Mera. In questi anni ha promosso il dialogo interreligioso contro l’estremismo.

– Ancora: la procuratrice generale Thelma Aldana del Guatemala. Ha iniziato la sua carriera come bidella di un tribunale fino ad arrivare a portare accuse di corruzione contro le personalità più in vista del suo Paese.

– E poi c’è Nagham Nawzat Hasan, una ginecologa irachena che fa parte della minoranza Yazida perseguitata nel Paese. Lavora con le ragazze rapite e stuprate dai militanti islamisti.

– Premiata anche l’attivista transgender Nisha Ayub. Un’attivista che continua a lavorare per la giustizia nonostante abbia subito abusi sessuali dopo essere stata condannata – e reclusa in una prigione maschile – per il fatto di indossare vestiti da donna. Undici anni fa infatti, quando aveva 21 anni, le autorità religiose in Malesia l’avevano condannata a tre anni di carcere (maschile appunto) per un precetto della Sharia, la legge islamica, contro qualsiasi persona di sesso maschile “che, in spazi pubblici, indossi abiti femminili o si atteggi da donna”.

– Coraggiosa è la prima avvocata donna della Mauritania, Fatimata M’baye, premiata come co-fondatrice e presidente dell’Associazione Mauritania per i diritti umani e contro la schiavitù.

– Tra le 14 donne anche la giornalista russa Zhanna Nemtsova, che ha sfidato le minacce di morte ricevute per la sua campagna per chiedere giustizia per suo padre, l’ex vice primo ministro Boris Nemtsov, assassinato l’anno scorso.

Zuzana Stevulova, direttrice della Lega per i diritti umani in Slovacchia, è la personalità più eminente per i diritti dei rifugiati che cercano di arrivare in Europa fuggendo dalle guerre in Medio Oriente.

Awadeya Mahmoud, fondatrice della Women’s Food and Tea Sellers’ Cooperative in Sudan: si batte contro il governo autoritario per i diritti delle donne che possiedono e portano avanti piccole imprese.

– L’ex giornalista della BBC Vicky Ntetema ha scritto di un argomento pericoloso, tanto da mettere la sua vita in pericolo: quello degli omicidi degli albini in Tanzania, omicidi perpetrati per raccogliere parti dei corpi – braccia, gambe, capelli e sangue – che venivano poi commercializzati (con cifre che arrivano fino a 2mila dollari) dagli stregoni per realizzare pozioni porta-fortuna, per pesche proficue, le ossa usate come metal detector. Vicky Ntetema lavora ora in una ONG che si dedica proprio alla protezione dei diritti degli albini e delle persone marginalizzate.

– Rodjaraeg Wattanapanit ha 50 anni, è tailandese e possiede una libreria a Chiang Mai. Per due volte è stata spedita in un campo di rieducazione dalla giunta militare del suo Paese. Rifiuta di arrendersi alla paura e continua ad offrire uno spazio per la libera espressione politica. È la prima donna tailandese a ricevere questo riconoscimento statunitense da quando è nato, nel 2007. http://www.bangkokpost.com/news/general/914997/chiang-mai-activist-wins-us-courage-award

Nihal Naj Ali Al-Awlaki, ministra per gli affari legali in Yemen, ha contribuito a mettere il tema dei diritti delle donne nella bozza della Costituzione ed è coinvolta in trattative per porre fine alla guerra civile nel suo Paese.

Restiamo negli Stati Uniti, dove un nuovo studio rivela che gli uomini che presentano tratti di narcisismo patologico sono più inclini a compiere crimini sessuali come l’aggressione e lo stupro. Secondo i ricercatori dell’Università della Georgia, quasi il 20% dei ragazzi del college hanno commesso un qualche tipo di aggressione sessuale, e il 4% uno stupro. Lo studio ha rivelato una forte connessione tra il narcisismo patologico e il commettere aggressioni sessuali attraverso una survey condotta su 234 studenti, soprattutto al primo o secondo anno di college. “Le persone con profili di narcisismo hanno difficoltà quando si relazionano agli altri”, spiega Emily Mouilso dalla University of Georgia. Il narcisismo non patologico, invece, può essere in qualche modo positivo, perché manifesta alti livelli di autostima e rende più facile per le persone affrontare le sconfitte, tanto che a volte viene definito dai ricercatori una forma “salutare” di narcisismo. “Come immaginavamo, gli aspetti del narcisismo che pensavamo fossero correlati, come la mancanza di empatia, in effetti lo sono. I narcisisti vulnerabili hanno sì elevati livelli di autostima, ma in realtà sono molto insicuri”, spiega Karen Calhoun. Lo studio sottolinea come gli uomini con tratti di narcisismo vulnerabile siano più propensi a usare alcol o altre droghe dello stupro per stordire le vittime e renderle incapaci di reagire: un dato che è di grande preoccupazione nei campus. “Penso che la gente non realizzi davvero quanto al college sia diffuso bere”, prosegue la ricercatrice. “Non è tanto quanto bevano in generale a rendere le donne vulnerabili: piuttosto è quanto si beve in una volta sola, l’ubriacarsi, il prendere droghe, diventando meno lucidi sul contesto e sui rischi, che mette le donne in pericolo”. E con il narcisismo si tende a credere di avere diritto a fare quello che si vuole: e rende più semplice per gli uomini razionalizzare la loro aggressività e i loro comportamenti anche illegali.

Uno dei problemi principali della violenza contro le donne è quello dei dati e della loro standardizzazione. Conoscere la portata del fenomeno aiuta a capire i settori impattati, a comprendere le cause e ad improntare delle strategie di contrasto. Senza i dati non si va lontano. Il rapporto Istat del 2015 – su dati del 2014 – sulla violenza contro le donne era stato preceduto da un analogo rapporto risalente al 2006. Le difficoltà sono enormi e l’intervento istituzionale necessario. Se ne sono accorti anche nell’Unione Europea. “Statistiche affidabili e comparabili aiutano a valutare l’efficacia delle misure politiche e dei servizi in atto, valutare le risorse necessarie per affrontare il problema e monitorare i progressi nel tempo”, si legge in una nota di alcune agenzie dell’Ue. Il lavoro dello European Institute for Gender Equality ha identificato esempi di metodi collaudati ed efficaci sulla raccolta dei dati amministrativi, ovvero sulle denunce fatte alla polizia, nei tribunali, negli ospedali. “Anche se gli Stati membri dell’UE raccolgono i dati amministrativi sulla violenza contro le donne, restano grandi ostacoli alla raccolta di dati affidabili e comparabili”. Non c’è uno standard, insomma neppure sulle definizioni di violenza domestica o sessuale. I dati non raccontano il rapporto tra vittima e carnefice, ad esempio, e questo rende molto difficile identificare alcuni tipi di violenza, come quella domestica, e fare confronti tra gli Stati membri. L’istituto europeo per l’uguaglianza di genere ha individuato delle linee guida sulle metodologie di raccolta dei dati provenienti da dieci Paesi europei. I dati e le informazioni esistenti sulla violenza di genere sono disponibili sul nuovo Gender Statistics Database.

Le Nazioni Unite e la Lega degli Stati Arabi hanno firmato un accordo per rafforzare la collaborazione in materia di prevenzione della violenza sessuale legata ai conflitti nella regione araba. L’accordo è stato firmato al Cairo, in Egitto, dal rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Zainab Hawa Bangura, e Nabil el-Araby, segretario generale della Lega degli Stati arabi. È destinato, riporta il sito delle Nazioni Unite, a formare la base su cui mobilitare l’impegno politico e collaborare nella lotta contro lo stupro e altri casi di violenza sessuale legati alle aree di conflitto, in particolare in Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. “Questo quadro di cooperazione ci offre una piattaforma per unire e rafforzare i nostri sforzi, e costruire insieme una risposta globale nei settori della sicurezza, della giustizia e dei servizi”, spiega la Rappresentante speciale Bangura, che è anche una Sottosegretaria generale delle Nazioni Unite. L’accordo includerà una più profonda condivisione di informazioni e di analisi, fare formazione e fornire servizi medici e psicosociali ai sopravvissuti e alle loro famiglie. L’accordo cita anche il ruolo della società civile, così come dei leader religiosi e tradizionali “per contribuire a spostare lo stigma della violenza sessuale dalle vittime ai carnefici” e per assicurare che i sopravvissuti e i bambini che eventualmente sono nati come conseguenza di questi crimini vengano accettati nelle loro comunità. Durante il loro incontro, la signora Bangura ha ricevuto da parte dello Sceicco Ahmed El-Tayeb, il cui titolo di Grande Imam di Al Azhar lo rende una delle più alte autorità del pensiero islamico sunnita, la garanzia dell’impegno a esprimersi contro la violenza sessuale nei conflitti, in particolare nel contesto degli atti perpetrati da gruppi estremisti come l’Isis e Boko Haram. “È un affronto ai principi più sacri e fondamentali dell’Islam come religione di pace e tolleranza”, dice la rappresentante delle Nazioni Unite, riferendosi a quello che definisce il “pervertire” dell’Islam da parte di gruppi che tentano di dare una giustificazione religiosa alla schiavitù sessuale e ad altri atti di violenza contro le donne e le ragazze.

Un report pubblicato in questi giorni dal sito Grassdoor evidenzia come le donne vengano pagate, in media, cinque centesimi a dollaro in meno rispetto agli uomini, per la stessa posizione, le stesse qualifiche e financo la stessa azienda. Lo studio, si legge su Bloomberg, ha analizzato 505.000 rapporti di stipendio di dipendenti a tempo pieno in 25 settori in base a a fattori quali età, esperienza, azienda, stato, settore, livello di istruzione e titolo di lavoro. Le scienziate informatiche sono coloro che registrano il più alto divario: ben il 28%. E molte donne non hanno la minima idea di guadagnare meno del loro collega della scrivania accanto. “Il denaro è considerato l’ultima frontiera della vergogna”, dice Sallie Krawcheck, amministratrice delegata e co-fondatrice di Ellevest, un digital advisor per le donne. “ cade che le donne sottovalutino la loro formazione nelle trattative salariali”, spiega Andrew Chamberlain, capo economista di Glassdoor. “Ci stiamo muovendo verso una forza lavoro in cui le donne sono più istruite degli uomini, in media, e se le donne non comprendono appieno il valore del loro livello, non possono chiedere il giusto rispetto a quello che meritano”. I lavori con ampi divari retributivi sono diffusi nel settore della sanità: i dentisti, i medici, gli psicologi, i farmacisti, i tecnici sanitari e gli ottici prendono dal 14 al 28 per cento in più rispetto alle loro colleghe. Il ruolo con minor divario salariale di genere è quello del coordinatore di eventi, in cui gli uomini prendono lo 0,2% più delle donne. In alcuni lavori – l’assistente sociale, il settore della comunicazione e dei social media e per gli assistenti alla ricerca si assiste addirittura ad un’oscillazione in direzione opposta, con le donne che guadagnano leggermente di più rispetto agli uomini. Quindi il consiglio alle donne è: superate il disagio e l’imbarazzo e chiedete un aumento. “Se guadagnate 85.000 dollari in un anno, arrivare allo stesso livello degli uomini significa avere fino a $ 1,7 milioni in 30 anni. Lo stress a breve termine vale quindi la pena”.

Dopo una lunga battaglia durata quattro anni, Holly Brockwell, giornalista inglese di 30 anni, ha ottenuto il diritto ad essere sterilizzata: è stata messa in lista per l’intervento chirurgico e verrà operata entro la fine dell’anno. Una decisione controversa, la sua, si legge su Huffington Post: già lo scorso anno, dopo aver rilasciato un’intervista alla BBC sui motivi della sua scelta, la giovane era stata inondata di critiche e insulti. “Non voglio avere figli, perché non c’è nulla di attraente per me nel dare la vita ad un altro essere umano”, aveva detto allora. Il sistema sanitario inglese finalmente le ha concesso di realizzare il suo desiderio. E, per festeggiare la vittoria, la giovane ha scritto una lettera, pubblicata sul Telegraph, in cui ribadisce le sue ragioni. “In quanto donna che non vuole bambini – in modo assoluto, mai – ho iniziato a chiedere la sterilizzazione fin da quando avevo 26 anni. Negli ultimi quattro anni il mio medico di base ha sempre respinto la mia richiesta. La risposta era sempre: ‘Sei troppo giovane per prendere una decisione così drastica’. Ma ora sono sulla lista per l’operazione e finalmente verrò sterilizzata entro la fine dell’anno. È una cosa che desidero da tempo, ma ciò non significa che sia stata una decisione facile da prendere. Ho fatto delle ricerche, delle considerazioni, ho pesato e eventualmente difeso i vari argomenti, più e più volte. Non tutti coloro che hanno bambini possono dire di aver fatto lo stesso – eppure non vengono interrogati o tirati in ballo così di frequente. Io sì. I commenti sono sempre gli stessi, sia che provengano da sconosciuti sia che provengano da amici o da medici. Quando qualcuno viene a conoscenza della mia decisione, pensa che io abbia soltanto pensato di farlo, senza considerare le varie implicazioni. Con gli occhi spalancati, chiedono: ‘Ma perché?’ e non c’è mai una risposta che riesca a soddisfarli. Ogni tanto sono tentata di dire loro: ‘Odio i bambini’, ma perché devo mentire? Non odio i bambini; semplicemente non li voglio. Avete presente quando incontrate un meraviglioso cane di qualcuno ma non pensereste mai di prenderlo con voi? È la stessa sensazione”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Yoani Sanchez. Filologa di formazione, Yoani Sánchez è una celebrità nel suo paese e a livello internazionale. Time Magazine l’ha inserita nel 2008 nella classifica delle 100 persone più influenti del mondo. Il suo blog Generación Y, lanciato nel 2007 con l’obiettivo di “contribuire alla costruzione di una Cuba pluralista”, parla dei problemi economici e sociali che i cubani affrontano costantemente. Come altri blogger, è stata sottoposta a vari attacchi, è stata chiamata “spregevole parassita”, insulti (come “parassiti spregevoli”), censure – il suo blog è stato bloccato dal 2008 al 2011 agli utenti cubani – e persecuzioni giudiziarie. Nei primi mesi del 2014 ha annunciato la sua intenzione di creare una piattaforma multimediale collettiva indipendente a Cuba. “Il peggio potrebbe accadere il primo giorno, ma forse semineremo i primi semi di una stampa libera a Cuba”, ha detto. Oggi Yoani ha un giornale on line, 14ymedio.com, ma per lei nel tempo non sono mancate le polemiche. Anche in Italia: Gordiano Lupi, scrittore, traduttore, conoscitore di Cuba e della sua letteratura, dopo averla conosciuta per sette anni, traducendo i suoi articoli in italiano per la Stampa, alla fine di quel contratto che li legava ha dichiarato di non credere alla sincerità della sua battaglia. E in un’intervista su Linkiesta di qualche giorno fa ipotizza che Yoani Sanchez”sia stata usata finora come pedina per creare un avvicinamento tra Cuba e gli Stati Uniti. Come simbolo funzionava: una “paladina della libertà” che però era tollerata dal regime. E poi sembra che fosse in buoni rapporti con Obama e che lui la ascoltasse. Il tutto per cosa? Per realizzare quello che vediamo oggi: un’apertura di Cuba agli Stati Uniti. Se nota, adesso non si parla più di Yoani Sanchez”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 marzo 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Ascolta #donnenelmondo del 3 marzo 2015 su Radio Bullets.

Apriamo con il Nepal. Una donna di 30 anni è stata violentata sabato nel distretto di Dhanusha, nel Nepal Centrale, da un branco di uomini, una decina, che, secondo The Himalayan Times, dopo averla stuprata le hanno mutilato gli organi genitali. La donna, mamma di un bambino di undici anni con cui viveva, otto anni fa aveva abbandonato il marito, senza divorziare. Il branco è entrato in casa forzando la porta di ingresso, ha sottoposto la trentenne a ripetute violenze, ha mutilato i suoi genitali con un coltello e ha rubato gioielli e denaro prima di andarsene. La vittima e’ stata ricoverata in un ospedale e la polizia ha arrestato sette sospettati.

“Una brava ragazza non se ne va in giro alle nove di sera”. Parola di Mukesh Singh, autista di autobus che ha partecipato, nel dicembre del 2012 allo stupro di gruppo di Jyoti, una studentessa di 23 anni rea di trovarsi sul suo autobus a Delhi, in India. “Una ragazza è molto più responsabile di stupro di un ragazzo. Ragazzi e ragazze non sono uguali”, spiega in un’intervista alla BBC dal carcere. Singh ha abusato di Jyoti con un palo di metallo insieme ad altri uomini. La ragazza è morta due settimane dopo a causa delle ferite riportate e la sua morte ha scatenato un’ondata di repulsione e proteste in tutto il mondo. I lavori di casa e le pulizie sono per le ragazze, spiega l’uomo. Non certo andare in giro per discoteche e bar a fare cose sbagliate indossando i vestiti sbagliati. La percentuale di ragazze definite “buone” da Sigh? Il 20%.

Secondo le statistiche nazionali ufficiali, ogni giorno vengono stuprate 93 tra donne e ragazze in India.

Egitto, Il Cairo. La storia di Samah Hamdi è le storia di tutte quelle giovani egiziane che alla soglia dei 30 anni sono considerate donne a metà perché non ancora mogli e madri. Ne parla Zenab Ataalla su NOIDONNE. Leggiamolo insieme. “In Egitto, dopo gli studi superiori o universitari le donne hanno il dovere di sposarsi, e se questo non accade, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Nel tentativo di fare luce su questa questione, Samah Hamdi decide di realizzare un video con il tentativo di rompere con l’idea tradizionale, condivisa peraltro dalla maggioranza della società, che l’obiettivo principale di una donna sia quello di trovare marito e formare una famiglia. Intenzionata a protestare contro questi pregiudizi, decide così di indossare un abito da sposa e camminare per le strade della capitale egiziana, cercando di cogliere le reazioni delle persone che incontra per strada. Un racconto fatto di immagini che si snoda in tre giorni di riprese e fotografie volte ad immortalare la vita quotidiana della ragazza che esce di casa, cammina tra la gente, prende la metro ed arriva al lavoro, raccogliendo complimenti e a volte le derisioni di chi la incrocia.

E finiamo con la Turchia dove da un recente sondaggio dalla Direzione generale della sicurezza emerge che tutte le intervistate hanno dichiarato di essere state esposte a violenza sessuale o fisica dopo aver compiuto 15 anni. Una violenza operata da uomini vicini, partner, famigliari, famigliari del marito, parenti vari, persone a scuola o al lavoro. Il 7% delle donne ha aggiunto di aver subito violenza prima dei 15 anni. Tre donne su dieci con un livello di istruzione superiore hanno detto di essere state esposte a violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita. Anche le donne sposate sono vittime di violenza in Turchia. Il 39 per cento di loro è stata esposta a violenza fisica, mentre il 15 per cento è stata vittima di violenza sessuale. Il tasso di violenza emotiva e psicologica contro le donne sposate è ancora più elevato e arriva al 44 per cento. Quasi un quarto delle donne intervistate ha detto che il marito o il partner non consente loro di lavorare. Il 23 per cento racconta di essere stata costretta da marito o partner a lasciare il posto di lavoro.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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