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#Donnenelmondo del 10 giugno 2016

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Ascolta la puntata.

Pensate alle parole con cui è stata raccontata sui giornali la morte di Sara Di Pierantonio, la ragazza di 22 anni uccisa e bruciata da un uomo che invece che affrontare i suoi problemi culturali, sociali, antropologici, mentali non ha trovato di meglio da fare che uccidere la donna che si era sottratta al suo possesso. Provate un po’ a visualizzare quegli articoli – lo so, è già complicato, dato che l’enormità della vicenda è già scomparsa dai nostri giornali. Ma nei pezzi dei giorni immediatamente successivi al femminicidio di Sara troverete la descrizione della vittima. Quello che ha fatto, quello che non ha fatto, come non si sia sottratta al suo “destino” (virgolette), come persino la geolocalizzazione del suo smartphone abbia contribuito alla sua morte. Un’impostazione che, per molti, fa parte del problema. L’analisi grammaticale dell’azione della donna, la necessità di difenderla e di difendersi, che fagocita l’attenzione delle azioni del violento e di come sia arrivato ad agire come ha agito. Non è un tema solo italiano, anzi. Andiamo in Australia, dove – si legge su The Conversation – “fino a poco tempo, la violenza domestica contro donne e bambini era invisibile al pubblico. Oggi invece ampia è la copertura mediatica, ma uno studio australiano – uno dei più grandi del suo genere – sottolinea come in questa copertura, gli autori delle violenze restino ancora sostanzialmente “invisibili”. Il termine “autore invisibile” si riferisce al modo in cui quasi il 60% delle notizie di stampa su un fatto violento non fornisca praticamente alcuna informazione sull’autore di quella violenza. Il termine deriva dal nuovo studio, uno dei più grandi del suo genere, qui o all’estero. La violenza contro le donne, si legge nello studio, è commessa da un’altra persona, di solito un uomo, di solito un uomo che una donna conosce, eppure quella violenza viene spesso riportata come se l’altra persona – fidanzato, marito, compagno – non esistesse. Si fa l’esempio di un titolo del Daily Telegraph: “Un’ascia fa a pezzi una famiglia”. E chi l’ha usata l’ascia per ammazzare Tara? (Fermo restando il garantismo e la correttezza di quanto riportato, si badi). E anche quando gli autori vengono citati, spiega ancora lo studio, i giornalisti tendono ad usare – consapevolmente o meno – una costruzione passiva delle frasi, oscurando o elidendo chi ha perpetrato la violenza e con quale grado di intenti. Insomma: di recente quantità e qualità della copertura mediatica della violenza contro donne e bambini sono migliorate, ma resta un notevole margine di lavoro da fare.

Andiamo in Brasile, dove nei giorni scorsi si è tenuta una manifestazione contro la violenza sulle donne a Copacabana, a Rio de Janeiro. Sulla spiaggia sono state lasciate 420 paia di slip: si tratta del numero delle donne che subiscono violenza nel paese ogni 72 ore. A fine maggio – ricorda Huffington Post – le immagini di una ragazza di 16 anni violentata da più di 30 uomini in una favela di Rio hanno avuto ampia diffusione sui social media, acuendo il dibattito su sessismo e violenza in Brasile. Hashtag come #EstuproNuncaMais (“Mai più uno stupro”) e #EstuproNaoTemJustificativa (“Lo stupro non può essere giustificato”) si sono rapidamente diffusi su Twitter. Nel 2014 sono stati registrati in Brasile 50mila stupri, ma gli esperti ritengono che i numeri descrivano solo grossolanamente la situazione. Secondo l’Istituto brasiliano di ricerca economica applicata , nel Paese avverrebbero fino a 500mila casi di violenza sessuale ogni anno.

Ne abbiamo parlato una settimana fa nel notiziario di Radio Bullets: la proposta di legge del Consiglio dell’ideologia islamica del Pakistan, un organo consultivo, per legalizzare la violenza domestica autorizzando le botte “leggere” alle mogli. Proposta che vede come risposta la protesta su Twitter. Violenza “in forma lieve” – hanno scritto gli integralisti musulmani nella loro proposta di 163 pagine – laddove, si legge su IoDonna, le donne si rifiutano di fare sesso, lavarsi dopo avere avuto rapporti e durante le mestruazioni, oppure anche solo se non indossano quello che desidera il marito. L’hashtag è #TryBeatingMeLightly (“Prova a picchiarmi in forma lieve”, e a farlo circolare sono i ritratti, in bianco e nero, del fotografo Fahhad Rajper. Ritratti di donne pachistane che hanno preso posizione contro la proposta di legge. Tweet come: “Prova a picchiarmi in modo leggero e vedrai che ti avvelenerò… con leggerezza!”. E ancora: “Sono il sole, toccami e ti brucerai come se fossi finito all’inferno. Sono la luce, proverai a fermarmi ma non ci riuscirai. Non potrai contenere la mia energia. Sono il tipo di donna da cui prendono il nome i tifoni. Ti sfido”. L’esperta di marketing digitale Shamilah Rashid scrive: “Prova a picchiarmi in modo leggero e farò in modo che sia l’ultima cosa che farai nella tua vita patetica”. E aggiunge: “Non voglio che le ragazze crescano pensando che se un uomo ti picchia allora vuol dire che ti ama. E che un giorno il suo comportamento migliorerà: no, la violenza di genere è inaccettabile. Sempre”. Il Pakistan, si legge su IoDonna, resta uno dei paesi dove la violenza di genere è pervasiva. Almeno 4.308 i casi di violenza denunciati da donne e ragazze nei primi sei mesi dell’anno.
La polizia della città pakistana di Lahore ha arrestato una donna sospettata di aver ucciso sua figlia per essersi sposata senza il consenso della famiglia. Lo riporta la BBC. La polizia dice che il corpo di Zeenat Rafiq mostra segni di torture. È stata cosparsa di benzina e data alle fiamme. È il terzo caso del genere in un mese in Pakistan, dove sono comuni gli attacchi contro le donne che vanno contro le regole conservatrici su amore e matrimonio. La scorsa settimana – ne abbiamo parlato – una giovane insegnante, Maria Sadaqat, è morta dopo che le avevano dato fuoco a Murree vicino a Islamabad per aver rifiutato una proposta di matrimonio.

Avete presente la locandina del prossimo film di “X-Men: Apocalypse”? È uscita la scorsa settimana, ne parla il Guardian: “Quando è uscito”, scrive Laura Bates, “è apparso chiaro che chi che aveva dato il via libera a quella pubblicità non era riuscito a notare qualcosa che sembra assolutamente ovvio a molti che lo guardano. Il manifesto raffigura palesemente la violenza contro le donne drammatizzata”. È la scena in cui Mystique (interpretata da Jennifer Lawrence) viene strangolata da Apocalypse (interpretato da Oscar Isaac), e lo slogan è: “Solo i forti sopravvivranno”. “C’è un grave problema quando uomini e donne alla 20th Century Fox pensano che la violenza casuale contro le donne possa essere il modo di commercializzare un film”, dice l’attrice Rose McGowan. Certo, è una scena del film ma “nella pubblicità non viene dato alcun contesto” e alla fine si tratta di una donna strangolata. Il fatto che nessuno l’abbia rimarcato è francamente stupido e offensivo”. Hollywood, si legge ancora sul Guardian, ha una lunga e frustrante storia di utilizzo di sessismo per vendere film. Su Tumblr c’è una pagina, The Headless women of Hollywood, Le donne senza cervello di Hollywood, che raccoglie esempi indicativi. La 20th Century Fox ha risposto alle critiche con una nota: “Non ci siamo accorti subito della connotazione sconvolgente di questa immagine in forma stampata”, aggiungendo che mai “perdonerebbe la violenza contro le donne”. Ma il fatto che non ci abbiano visto da soli alcun problema, si legge sul Guardian, la dice lunga.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Tongam Rina Una giornalista che non viene messa a tacere neppure dai proiettili – se n’è beccata una nel luglio 2012 nello stomaco, proiettile che le ha sfiorato il midollo spinale. Un uomo armato l’ha aspettata insieme a dei complici all’ingresso dell’Arunachal Times a Itanagar, capitale dello stato indiano di Arunachal Pradesh. Quasi 2 anni più tardi, il presunto autore dell’attentato è stato arrestato e successivamente rilasciato. Lei continua la sua lotta alla corruzione endemica e contro i 150 progetti di dighe in cantiere nella regione di confine.

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#Donnenel mondo del 6 aprile 2016: Panama Papers

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Panama women: chi sono le donne coinvolte nella più grande fuga di notizie della finanza internazionale. Finora.

Ascolta la puntata.

Panama Papers e donne. Il più grande leak, come si dice oggi, la più grande fuga di notizie della storia della finanza internazionale, 11 milioni e mezzo di pagine che raccontano 40 anni di affari offshore: sono questi i Panama Papers, ovvero lo scandalo di globale che vede coinvolti i leader e i vip di tutto il mondo tirato fuori dall’International consortium of investigative journalism grazie a un informatore, un whistleblower. I Panama Papers hanno origine in uno studio legale internazionale, Mossack Fonseca, specializzato in paradisi fiscali e i 307 reporter dell’International Consortium of Investigative Journalists hanno spulciato le carte per mesi, più di un anno.

Perché questo imponente lavoro giornalistico riguardi tutti noi lo spiega Elisa Bacciotti, di Oxfam Italia. “Viviamo nell’epoca dell’abbondanza e al tempo stesso della grande disuguaglianza. Mentre i super-ricchi occultano risorse nei paradisi fiscali, potenti multinazionali trasferiscono artificialmente e esentasse gli utili prodotti altrove, verso paesi a fiscalità agevolata. I cittadini e i governi vengono così privati ogni anno di miliardi di dollari. Una situazione resa possibile dall’iniquità del sistema fiscale internazionale, dall’agguerrita concorrenza fiscale tra i Paesi e dall’opacità del sistema”.

Non mancano nomi di personalità femminili. A cominciare da quello di Marie Le Pen, la leader del Front National. Due suoi fedelissimi sono infatti sotto accusa: si tratta, scrive Le Monde, dell’imprenditore Frédéric Chatillon e dell’esperto contabile Nicolas Crochet, entrambi già sotto inchiesta per presunte irregolarità nel finanziamento delle campagne elettorali del partito francese di estrema destra nel 2012. Le Monde ha preso parte all’inchiesta e parla di un «sistema offshore sofisticato tra Hong Kong, Singapore, isole Vergini britanniche e Panama» con lo scopo di «far uscire denaro dalla Francia attraverso società schermo e fatture false con la volontà di sfuggire ai servizi antiriciclaggio francesi». Al centro di questa “ ingegneria finanziaria” Frédéric Chatillon, un tempo a capo di un gruppo studentesco di estrema destra, il Groupe union défense, ha incontrato Marine Le Pen all’università, all’inizio degli anni ’90. Un’amicizia consolidatasi poi quando la sua società, Riwal, è diventata le responsabile della comunicazione elettorale del Front National, in esclusiva per la campagna presidenziale e parlamentare del 2012. In quell’anno, subito dopo le presidenziali e a meno di un mese dalle elezioni legislative, Chatillon, con l’aiuto di Nicolas Crochet, si organizza per far uscire 316mila euro di proprietà della Riwal con un giro di fatture false e società offshore, per poi reinvestirli nella società di un amico con sede a Singapore. I Panama Papers danno anche una pista su dove sarebbe andato a finire il “tesoro” del fondatore del Front National nonché padre di Marine, Jean-Marie Le Pen. È stata “dissimulata” attraverso una società offshore creata nei Caraibi nel 2000, la Balerton Marketing Limited, creata nei Caraibi nel 2000. Il “tesoro” di Le Pen è intestato al prestanome Gerald Gerin, ex maggiordomo di Jean-Marie e della moglie Jany Le Pen e comprenderebbe monete d’oro, lingotti, banconote. Il Front National smentisce qualsiasi implicazione nella vicenda e annuncia in una nota che «non tollererà che vengano fatte scandalose connessioni».

Dai Panama Papers emerge anche che alle donne viene volentieri assegnato il ruolo di prestanome e beneficiarie in questi immensi e irrintracciabili spostamenti di capitali: su questo fa il punto Marta Serafini sul Corriere della Sera. C’è la first lady dell’Azerbaigian, Mehriban Aliyeva, 51 anni, moglie del presidente Ilham Aliyev, a capo dell’Azerbaijan’s Heydar Aliyev Foundation. Dai documenti emerge come la first lady risulti essere manager di due società con sede a Panama e in due offshore con sede alle Isole Vergini.

Tatiana Navka, 40 anni, pattinatrice e campionessa olimpica, è sposata con Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin dal 2015. I due hanno una figlia. Il suo nome appare nei leaks come beneficiaria della Carina Global Assets, di stanza nelle Isole Vergini con introiti per un 1 milione di dollari. Ma lei ha negato qualsiasi coinvolgimento.

Anna Sigurlaug Palsdottir, classe 1974 come indicato sui documenti di Panama Papers, è la moglie del primo ministro islandese , messo sotto accusa proprio per lo scandalo finanziario. Secondo quanto emerso dai documenti, Gunnlaugsson ha acquisito la società offshore Wintris Inc., con sede nelle Isole Vergini britanniche nel 2007, trasferendo il 50% della quota alla moglie per la somma di un dollaro.

Mamadie Touré è la vedova di Lansana Conté, ex dittatore e presidente della Guinea. Anche il suo nome appare nei leaks. Le autorità statunitensi avevano accusato la donna di aver incassato una tangente da 5.3 milioni di dollari per una concessione mineraria. La donna risulta intestataria di proprietà, immobili, ristoranti e una catena di gelati negli Stati Uniti per il valore di 1 milione di dollari.

Micaela Domecq Solis-Beaumont è la moglie di Miguel Arias Cañete, il commissario europeo per l’azione per il clima e l’energia nella commissione Juncker dal 1º novembre 2014. Viene da una nobilissima famiglia spagnola. Il suo nome è legato alla società offshore Rinconada Investments Group, ma per Bruxelles il caso non pone problema in quanto inattiva da anni e su cui è comunque stata regolarizzata la posizione fiscale in Spagna. «La dichiarazione d’interessi del commissario rispetta le regole, incluse le attività della moglie con potenziale conflitto d’interessi», ha dichiarato il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas, affermando che «la società è inattiva da anni e da molto tempo prima che Canete prendesse servizio» a Bruxelles.

E poi c’è la storia di Marianna Olszewski, scrittrice, esperta di finanze e “life coach”, primo nome statunitense coinvolto nello scandalo. Ne parla la BBC. Otto anni fa, scrive Richard Bilton, la guru ha un problema. L’autrice di Live it, Love it, Earn it (A Woman’s Guide to Financial Freedom) – ovvero “ Vivila, amala, guadagnala (Una guida di donna alla libertà finanziaria) offre consulenza finanziaria alle donne americane. Parte della sua fortuna è stata investita usando una società segreta off-shore. Ma nel 2008, al culmine della crisi finanziaria, Marianna decide che vuole riavere indietro i suoi soldi: un milione e ottocentomila dollari. Il problema è che da un lato la banca che tiene i fondi non intende rilasciare il denaro senza sapere chi c’è dietro la società off-shore – e dall’altro la signora Olszewski vuole disperatamente mantenere la sua identità segreta. È qui che compare Mossack Fonseca offrendosi di fornire la via d’uscita: qualcuno che avrebbe finto di essere il vero proprietario del denaro o il suo beneficiario. Una e-mail del gennaio 2009 di un dirigente dello studio legale a Marianna Olszewski spiega come fare a trarre in inganno la banca: “Potremmo utilizzare una persona fisica che agirà come beneficiario … il cui nome sarà comunicato alla banca. Poiché si tratta di una questione molto delicata, la tariffa è piuttosto elevata”. Marianna ci sta: “Penso”, risponde, “si debba andare avanti con questa “persona reale”. Voglio comunque che mi venga assicurato che… tratterete la faccenda nel modo più delicato possibile”. La persona reale trovata da Mossack Fonseca è un cittadino novantenne britannico. A che prezzo? Le tariffe erano normalmente di $30,000 per il primo anno e 15mila per ogni anno successivo. Alla scrittrice viene offerto uno sconto: $10,000 per il primo anno e $7,500 per ogni anno successivo. Una mail dello studio legale spiega i dettagli: “Abbiamo bisogno di assumere l’Intestatario, la Persona fisica, lo paghiamo, gli dobbiamo far firmare un sacco di documenti per coprirci, fargli firmare le dimissioni, fargli ottenere alcune prove evidenziando che egli ha la capacità economica per collocare una tale quantità di denaro, le lettere di referenza, la prova di domicilio, eccetera eccetera”. Si tratta, scrive la BBC, di una palese violazione delle norme anti-riciclaggio, ma la signora Olszewski firma ugualmente. Marianna Olszewski non ha risposto quando Panorama ha tentato di mettersi in contatto con lei per telefono, e-mail e lettera in merito a questa storia. E Mossack Fonseca nega di offrire “servizi” del genere: “Non mettiamo a disposizione strutture apparentemente progettate per nascondere l’identità dei veri proprietari: le accuse sono completamente false e prive di fondamento”.

Andiamo in India: secondo The Indian Express Aishwarya Rai Bachchan, Miss Mondo 1994, nuora dell’attore Amitabh Bachchan, era direttrice e azionista di una società offshore liquidata nel 2008. Il consulente mediatico della ex vincitrice di Miss Mondo ha respinto i documenti come “totalmente falsi e non veritieri”. Il suocero Amitabh, star di Bollywood, sarebbe presidente di quattro «offshore shipping companies» registrate nel 1993, sei anni prima che la legge indiana permettesse l’uscita di capitali dall’India verso società straniere. Nonostante le quattro società fossero a capitale iniziale molto ridotto – tra 5000 e 50mila dollari – pare gestissero business navali da milioni di dollari. Come fa notare China files “in India non è illegale aprire delle società offshore, a patto che vengano dichiarate al fisco indiano e l’investimento non superi quota 250mila dollari. Ma le particolarità delle società offshore – riservatezza e zero tasse sui guadagni – ne fanno potenzialmente uno strumento di evasione fiscale e riciclaggio di denaro, aggirando le leggi indiane in materia”. Per questo la lista di nomi tirata fuori dai giornalisti di Indian Express – più di cinquecento, secondo una prima analisi di oltre 36mila documenti – non indica necessariamente degli evasori fiscali, ma semplicemente dei cittadini indiani che hanno società registrate a Panama. Poi, cosa ci facciano con quelle società e se siano state dichiarate al fisco indiano, è ancora tutto da vedere e provare.

Vengono infine dalla Cina altri nomi femminili presenti nei Panama Papers. Si tratta di Li Xiaolin, figlia dell’ex premier Li Peng, e di Jasmine Li, nipote di un ex funzionario di alto rango, Jia Qinglin. Li Xiaolin possedeva una società offshore, la Cofic Investments Ltd, incorporata nelle Isole Vergini Britanniche, mentre Jasmine Li ha ricevuto una società offshore da adolescente. Le due donne non hanno risposto alle richieste di commento dei giornalisti.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 febbraio 2016

Shamma-Al-Mazrui

Siria, MSF: sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Zika, il Papa: contraccezione sì, aborto mai. Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni in Uganda. Dal carnevale di Rio al “silenziamento” della gestione maschile del corpo delle donne in Brasile. Oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India ha nozioni distorte di violenza domestica. E pensa sia normale. Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Torneo di beach volley in Iran: ma le donne non possono (ancora) entrare. Le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Honduras, una donna uccisa ogni 16 ore. Khadija Ismayilova è l’eroina dell’informazione della settimana, dalla classifica di RSF. 

Ascolta la puntata.

Siria. 1,9 milioni di persone vivono sotto assedio, le frontiere sono chiuse ai rifugiati e dilagano i bombardamenti contro strutture mediche e aree densamente abitate. È l’allarme lanciato dall’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere, con un appello specifico agli stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, che sono parte attiva del conflitto: devono rispettare le risoluzioni da loro stessi approvate per fermare il massacro e garantire che i loro alleati assicurino la dovuta protezione ai civili ed evitino i combattimenti in aree civili. MSF presenta l’impatto del conflitto contro i civili attraverso i dati raccolti in 70 fra gli ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione in Siria nordoccidentale, occidentale e centrale. Nel complesso, sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Il rapporto denuncia che 63 ospedali e strutture sanitarie supportate da MSF sono state attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni nel solo 2015. 12 strutture sono state distrutte e 23 membri dello staff sono rimasti uccisi.

“Alle donne esposte al virus Zika potrebbe essere permesso di usare contraccettivi per evitare le gravidanze”. Lo ha suggerito Papa Francesco nel corso della lunga conferenza stampa che come di consueto ha tenuto sul volo papale, questa volta di ritorno dal Messico. “Ma l’aborto, quello resta il “male assoluto”, un crimine”. E non dovrebbe mai essere permesso, nemmeno per quelle donne che aspettano un bambino con seri danni cerebrali causati dal virus Zika.

Una donna brasiliana vestita come l’artista messicana e icona femminista Frida Kahlo apre una lattina di birra. Altre mostrano cartelli con slogan come “Let me samba in peace”. Questo, si legge su Vice News, è stato il carnevale di Rio de Janeiro. Mulheres Rodadas – un termine slang che significa “donne che sono già state in giro” – è un gruppo nato poco più di un anno fa con l’obiettivo di combattere quello che viene definito un certo tipo di “silenziamento”, in Brasile, della discriminazione sessuale che sembra celebrare la libertà femminile ma che spesso significa tutt’altro. “La gente dice che in Brasile le donne si vestono come vogliono”, spiega Debora Thomé, “Quindi come si può volere più libertà? Ma diciamo che è come gli uomini vogliono che le donne si comportino. Una donna si può mettere quello che vuole, ma poi diventa vittima di violenza a causa di quello che indossa”. Un nuovo movimento femminista insomma, che sta crescendo in un Paese dove l’aborto è ancora illegale ad eccezione dei casi di stupro, quando la vita della madre è in pericolo, quando nel feto si riscontra una malformazione che porta alla sicura morte del bambino e nota come anencefalia. Il movimento nasce anche in risposta all’emendamento proposto da Eduardo Cunha, deputato e leader del potente blocco cristiano evangelico del Congresso. Che ha presentato un emendamento per cui per accedere all’aborto le vittime di stupro devono obbligatoriamente denunciare il crimine e sottoporsi ad esame medico forense. Di lui, le femministe brasiliane dicono: “Oh no, Eduardo Cunha vuole controllar era tua vagina”. In Brasile, spiega ancora Thomé, gli uomini sentono di avere “il diritto di controllare il corpo delle donne. Pensate a quell’emendamento”. Solo il 10% dei deputati del congresso è donna: quindi in pratica gli uomini stanno decidendo se e quando le donne possono abortire”.

Giappone: videogiochi, sesso e violenza. RapeLay, dove si gioca nei panni di un predatore sessuale, è il caso estremo, ma molti sono i giochi e i cartoni animati giapponesi che hanno un rapporto “ controverso” con questo tipo di contenuti. Alcuni provvedimenti sono già stati presi, ma ora il Comitato CEDAW (Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) chiede di più. Ed “esorta vivamente il Giappone a vietare la vendita di videogiochi o fumetti che abbiano come contenuto stupri e violenza sessuale contro le donne che così normalizzano e promuovono la violenza sessuale contro le donne e le ragazze”.

Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni. Accade a Kampala, in Uganda. Una decisione che arriva dopo che gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per l’atmosfera elettorale deteriorata che si stava creando in vista delle elezioni del 18 febbraio. La violenza sotto elezioni è un elemento che si ripete in molti Paesi africani, innescata da tensioni politiche o etniche o da processi elettorali viziati: e donne e bambini sono le persone che hanno più probabilità di subirla. Jessica Nkuuhe, coordinatrice nazionale dell’Uganda’s Women Situation Room, spiega che il centro di controllo lavorerà fino al 20 febbraio. In passato, spiega Nkuuhe, non ci sono state segnalazioni di violenze elettorali sulle donne in Uganda, ma elettrici e candidate hanno affrontato diversi tipi di violenza psicologica, e hanno fatto fronte agli sforzi portati avanti per impedire loro di votare. “Sono stati riportati anche episodi di violenza domestica derivanti da differenze nella scelta del partito o dei candidati”, spiega a Reuters. Yowecri Museveni, presidente dell’Uganda, ha governato il Paese per tre decenni da quando è salito al potere dopo una guerra-guerriglia durata cinque anni. Anche in queste elezioni Museveni è il favorito e potrebbe vincere un mandato di altri cinque anni, ma questa è per lui l’elezione più difficile. Il mese scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che vi erano state numerose segnalazioni di “eccessiva forza, ostruzionismo, dispersione di manifestazioni dell’opposizione, intimidazioni e arresti di giornalisti” da parte della polizia, in un clima elettorale definito “di paura e intimidazione”. Patricia Munaabi Babiiha, direttrice esecutiva del Forum for Women in Democracy, spiega che la sala di controllo impiega donne e giovani e coinvolge anche rappresentanti della polizia e funzionari della Commissione elettorale. Sono stati formate 450 persone, tra donne e giovani, distribuiti in 15 distretti considerati punti cruciali per l’osservazione e il monitoraggio delle elezioni da una prospettiva di genere e di violenza. Sono stati formati anche 10 giovani volontari, operatori del call center che riceve e registra le segnalazioni e fa partire gli interventi in caso di necessità. Quello della situation room di genere è un progetto realizzato dall’Angie Brooks International Center (ABIC) durante le elezioni in Liberia del 2011 e poi replicato con successo durante le elezioni in Senegal, Sierra Leone, Nigeria e Kenya.

Da un recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione emerge che oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India possiede contorte e male informate nozioni sulla violenza domestica. Lo studio ha rilevato che il 53 per cento delle ragazze in entrambi i paesi ritengono che la violenza domestica sia giustificata. Secondo i dati raccolti in India e in altri Paesi in via di sviluppo, un’alta percentuale di adolescenti maschi ha la stessa convinzione. Gli atteggiamenti regressivi sui ruoli di genere si sono infiltrati ormai così profondamente nella cultura e nella società che spesso le vittime, reali o potenziali, di violenza domestica e di violenza contro le donne, ritengono che non ci sia nulla di sbagliato in quei comportamenti. C’è una tendenza a incolpare le vittime di violenza per la loro situazione, mentre l’autore viene del tutto assolto da qualsiasi responsabilità. La struttura sociale patriarcale, si legge su The Express Tribune, la diffusa disuguaglianza di genere, contorte nozioni del concetto di onore, un quadro giuridico debole e un generale aumento della violenza nella società hanno contribuito al fatto che la violenza domestica sia considerata come una componente accettabile dell’esistenza. Una sindrome di Stoccolma a livello di società, si legge ancora, per cui nelle vittime si sviluppano sentimenti di simpatia nei confronti dei rapitori o dei violenti. Questa mentalità prepara le giovani donne a una violenza che dura per tutta la vita. I loro figli saranno esposti per la stessa violenza e da grandi alle stesse credenze.

Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Il governo indiano ha emanato specifiche direttive affinché le stazioni di polizia raccolgano le denunce di violenza sulle donne e venga fatto un lavoro in termini di istruzione e formazione tra le forze di polizia. Un portavoce del governo ha fatto sapere che si stanno portando avanti molteplici sforzi per l’empowerment delle donne, cominciando dalle forze dell’ordine e da quelle stazioni di polizia troppo al maschile. Il progetto è anche quello di aumentare del 33% la presenza femminile all’interno delle forze di polizia. Al momento è del 6-7%.

Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Le nuove nomine includono cinque donne, portando il numero totale della rappresentanza femminile al numero record di otto donne su un totale di 29 membri di gabinetto. Shamma al Mazrui, 22enne e ministra per gli Affari Giovanili, è la più giovane ministra del mondo; sarà anche a capo del Consiglio Nazionale Giovanile degli Emirati.

È cominciato in questi giorni il primo torneo di beach volley mai ospitato in Iran. Nonostante le ripetute promesse della Federazione internazionale di pallavolo, alle donne viene ancora negato l’ingresso alle partite, tra le intimidazioni dei funzionari locali. Human Right Watch ha lanciato una campagna su Twitter e Facebook per chiedere alla Federazione di mantenere le sue promesse. L’hashtag è #Watch4Women.

Che si tratti di aree urbane o rurali, di paesi sviluppati o in via di sviluppo, le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Come dichiarato da UN Women – scrive Angelique Moss su The Diplomat, donne e ragazze temono e sperimentano differenti forme di violenza sessuale negli spazi pubblici, dagli ammiccamenti alle palpate, stupri e femminicidi. Accade dappertutto: le donne che vivono in Paesi e regioni “avanzati” non sono esenti dalle molestie in pubblico. Il 20% delle donne dichiara di aver vissuto una di queste esperienze in pubblico, secondo un sondaggio condotto nel 2014 dalla no-profit statunitense Stop Street Harrassment. Nella sola Londra, il 43% delle giovani dichiara di aver subito aggressioni e molestie nel 2012. Questo vuol dire per le donne, semplicemente, restrizione delle libertà. In risposta a questi dati UN Women ha lanciato l’iniziativa Safe Cities Global Initiative, con due principali filoni: Safe Cities Free of Violence against Women and Girls, attivo in Ecuador, Egitto, India, Papua Nuova Guinea e Rwanda. L’altro è Safe and Sustainable Cities for All, programma congiunto portato avanti con UNICEF e UN-Habitat. È attivo in Brasile, Costa Rica, Honduras, Kenya, Libano, Marocco, Filippine e Tajikistan.

L’Honduras ha tra i più alti tassi di femminicidi nel mondo, e come spesso accade l’impunità dilagante perpetra e alimenta la violenza di genere con una donna uccisa ogni 16 ore. “Io sono una donna e vivere senza violenza è un mio diritto” è la nuova campagna lanciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite con il sostegno del governo honduregno per ridurre i tassi scioccanti di violenza contro le donne attraverso azioni di consapevolezza. In Honduras il tasso di femminicidi violenti è aumentato di oltre il 260 per cento tra il 2005 e il 2013. Nel solo 2014, almeno 513 donne sono state vittime di femminicidio in Honduras, secondo le statistiche CEPAL. Secondo il Centro per i diritti della donna del Paese, nel 2015 una donna è stata uccisa ogni 16 ore. L’Honduras è anche considerato tra i primi 10 paesi al mondo con il più alto tasso di impunità. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, l’impunità ha un impatto particolarmente pesante sulle donne e “alimenta l’accettazione sociale del fenomeno della violenza contro le donne”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Khadija IsmayilovaQuando è stata condannata l’anno scorso a lavorare come spazzina per le strade per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, la giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova ha risposto con un sorriso che avrebbe “ripulito questo paese dalla sporcizia”: una cosa a cui era abituata. Ismayilova è noto per le sue indagini approfondite sulla corruzione tra i più alti livelli di governo. Incluso il clan presidenziale che gestisce i settori più redditizi dell’economia e i suoi investimenti in paradisi fiscali. Ex capa della sezione dell’Azerbaijan di Radio Free Europe/Radio Liberty, lavora per una serie di organi di informazione nonché per il consorzio internazionale di giornalismo investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project. Corre considerevoli rischi a livello personale. Nel 2012 e nel 2013 è stata bersaglio di una campagna diffamatoria e di un tentativo di ricatto con scene di un video girato da una telecamera nascosta nella sua camera da letto. Nel febbraio di quest’anno un cambiamento di tattica ha portato ad accusarla questa volta di spionaggio. Secondo il pubblico ministero che l’ha interrogata per tre giorni di seguito, è stata accusata di aver trasmesso segreti di stato al Congresso degli Stati Uniti. Ma ci vuole ben altro per convincerla a smettere di portare avanti le sue inchieste.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 2 febbraio 2016

abeer saady

Barbie bassa e formosa: 33 nuovi modelli e una notizia che ha conquistato anche la copertina del Time. I “neomaschilisti” del gruppo Il Ritorno dei Re si danno appuntamento a Sidney e in altre 43 città in tutto il mondo: per loro, lo stupro andrebbe legalizzato. Una ragazza turca di 20 anni è stata uccisa dal fidanzato tedesco a Colonia. Lo Zimbabwe dichiara illegali i matrimoni di ragazze minorenni. In India corsi di arti marziali e autodifesa nelle scuole. Sempre in India, violentata in ospedale una ragazza ricoverata per violenza sessuale. L’eroina dell’informazione della settimana è la giornalista egiziana Abeer Saady.

Ascolta la puntata.

Barbie bassa e formosa. Sono andata a cercare la storia della Barbie e ho scoperto un particolare che mi era onestamente ignoto, forse per la mia vocazione all’evitare bambole e dintorni e preferire Lego, pallone e Mio Mini Pony. Comunque: la prima Barbie, 57 anni fa, il 9 marzo 1959, aveva un costume zebrato e i capelli neri raccolti in una coda. Da allora è diventata biondo platino e ha rappresentato nell’immaginario comune lo stereotipo della ragazza perfetta, quasi anoressica, e sostanzialmente stupida. Ora però la Mattel vuole “cambiare verso”: Barbara Millicent Roberts, nome completo di Barbie, per la quale l’azienda nel tempo ha costruito una vera e propria biografia, amici, stirpe e fidanzato con cui è anche stata in crisi, non sarà più solo bionda e filiforme. La Mattel ha lanciato tre nuove versioni della bambola più famosa del mondo: quella “minuta”, quella “tall”, alta e quella “curvy”, ovvero formosa. Taglie alla misura di tutti, forme di più tipi e più “normali”. I nuovi modelli hanno anche diversi tipi di colore di pelle e acconciature e colori di capelli di ogni genere. “Siamo convinti di avere la responsabilità nei confronti di ragazze e genitori di riflettere una visione più ampia della bellezza”, dice Evelyn Mazzocco, vice presidente e global manager di Barbie. “Barbie riflette il mondo che le ragazze vedono intorno a loro”, aggiunge il chief operating officer Richard Dickson. “La sua capacità di evolvere e di crescere con i tempi pur rimanendo fedele al suo spirito, è fondamentale”. 33 sono i nuovi modelli a disposizione entro la fine dell’anno e prenotabili fin da ora, mentre la notizia ha già conquistato anche la copertina del Time.

Un gruppo online “neomaschilista” – i cui sostenitori credono che lo stupro dovrebbe essere legalizzato se “consumato” nella proprietà privata e che le donne sono biologicamente fatte per seguire gli ordini degli uomini – si riunirà per la prima volta off line a Sydney sabato prossimo, il 6 febbraio. Un incontro che avrà luogo anche in altre 43 sedi città tutto il mondo compresa Roma, di sera, davanti alla scalinata di Piazza di Spagna. Il leader del movimento “Return of Kings”, il Ritorno dei Re, è Daryush “Roosh” Valizadeh, 36enne del Maryland e scrittore antifemminista. Alla manifestazione, spiega, donne e uomini transgender e omosessuali non sono invitati. Il sito The Return of Kings esiste dal 2012 e ha oltre 12.500 fan su Facebook. “Il valore di una donna dipende in maniera significativa dalla sua fertilità e dalla sua bellezza”, si legge sul sito. “Quello di un uomo dalle sue risorse, dall’intelletto, dal carattere”. Vengono pubblicati articoli in cui si sostiene che le donne non dovrebbero votare, che lo stupro nella proprietà privata dovrebbe essere legalizzato, che le donne transgender che vanno a letto con uomini eterosessuali sono sostanzialmente delle stupratrici.

Una ragazza turca di 20 anni è stata uccisa dal suo fidanzato tedesco vicino alla sua casa di Colonia, in Germania. Gizem Peker, studentessa dell’università di Aachen, è stata accoltellata a morte dal suo fidanzato tedesco nel quartiere Ostheim. Secondo i media tedeschi la giovane donna si stava recando a casa dei genitori per il fine settimana quando il fidanzato, da cui si era recentemente separata, l’ha fermata e l’ha cominciata a colpire. Il 21enne, di cui la polizia non ha svelato l’identità, è stato fermato e messo in prigione, mentre il corpo della ragazza, la cui famiglia è originaria della città di Elazig, nella Turchia orientale, è stato riconsegnato ai genitori dopo l’autopsia. Secondo la polizia la vittima ha riportato ferite multiple nella parte superiore del corpo e l’attacco è avvenuto in una zona appartata. I dati del ministero tedesco della Famiglia parlano di una donna su sette vittima di violenza sessuale e di una donna su quattro di violenza domestica.

Il 21 gennaio scorso l’Alta corte dello Zimbabwe ha dichiarato illegali i matrimoni di ragazze di età inferiore ai 18 anni, abrogando una norma che finora aveva consentito a bambine anche di 12 anni di sposarsi col consenso dei genitori. Nel paese dell’Africa orientale un terzo delle ragazze si sposa prima dei 18 anni e il 4% prima dei 15, ha detto Tendai Biti, uno degli avvocati dei diritti umani che ha chiesto alla Corte costituzionale di modificare la legislazione. Da adesso “sotto i 18 anni non si potrà contrarre nessun tipo di matrimonio”, spiega Vernanda Ziyambi, uno dei nove giudici che ha approvato all’unanimità la legge. Biti e gli altri avvocati hanno rappresentato due donne, Loveness Mudzuru e Ruvimbo Tsopodzi, che si erano sposate all’età di 16 e 12 anni e che non volevano che altre bambine patissero un destino simile. “Ora aspettiamo che il Parlamento approvi severe sanzioni per garantire che la legge sia applicata”, ha detto Biti. “Sono veramente contenta di aver contribuito a rendere lo Zimbabwe un Paese più sicuro per le ragazze” ha detto Mudzuru che ha avuto due bambini prima dei 18 anni. Dietro al fenomeno delle spose bambine, si legge sul blog di Amnesty International sul Corriere della Sera, c’è la povertà: i genitori danno via le figlie in modo da avere meno bocche da sfamare e prendere, se c’è, la dote. “Le ragazze che si sposano presto fanno figli presto nella più totale povertà, è un circolo vizioso – ha raccontato Mudzuru alla Thomson Reuters Foundation, la mia vita è stata un inferno. E’ difficile allevare un figlio quando sei una bambina anche tu. Sarei dovuta andare a scuola, invece”. Nel mondo ogni anni 15 milioni di bambine vengono date in sposa. Nell’Africa sub-sahariana il 20% delle bambine subisce questo destino.

“Ho imparato lo Jiu Jitsu, che è una forma di auto-difesa, e so che un paio di altre ragazze hanno fatto lo stesso”, racconta Shreya Kukar, studentessa di New Delhi. “Sono assolutamente convinta che imparare queste cose renda più forti le donne. Solo il fatto di sapere cosa fare in caso di situazione spiacevole aiuta a sentirsi meglio, anche se solo mentalmente”. La violenza sessuale, si legge sull’International Business Times, è un grave problema in India. Spesso abbiamo parlato qui su Radio Bullets dello stupro di gruppo e della morte della studentessa Jyoti Singh nel 2012 a Delhi. Da allora sempre più donne e ragazze hanno intrapreso lezioni di arti marziali e autodifesa. Nel 2014 sono stati segnalati dalla polizia più di 36mila stupri, e la verità è che il numero effettivo rischia di essere significativamente più alto. Continuano ad essere segnalati anche attacchi brutali contro le ragazze, tanto che i governi statali hanno annunciato l’inserimento di corsi di autodifesa all’interno dei percorsi scolastici. I più critici hanno sottolineato che senza un intervento alla fonte del problema, tuttavia, senza una migliore azione di polizia e senza la garanzia di un sistema legale a vantaggio delle vittime, i tassi di violenza sessuale continueranno ad aumentare in India. La percentuale di condanne per stupro nel 2014 era solo del 28%: questo alimenta un senso di impunità. E proprio dall’India arriva in queste ore la notizia dell’ennesima violenza. Una ragazza di quindici anni, in ospedale in seguito a una violenza sessuale, ha raccontato di essere stata violentata di nuovo da una guardia di sicurezza dell’ospedale. La ragazza era stata ricoverata alcuni giorni prima dopo aver denunciato alla polizia di essere stata stuprata da un adolescente nel suo quartiere. L’imputato, un minorenne, è stato arrestato e mandato in una casa di custodia cautelare giovanile.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Abeer Saady. Ben nota al mondo dei media egiziani, scrive RSF, Abeer Saady scrive in arabo e in inglese sulle più importanti tematiche da 23 anni. Cha sia sul fronte libico o per le strade del Cairo, sembra essere dappertutto. Centinaia di giornalisti in tutto il Medio Oriente la conoscono, anche perché Abeer si occupa di formazione per i giornalisti che lavorano nelle aree ostili – come in Egitto, Siria, Libia, Tunisia, Yemen, Iraq, Turchia, Giordania, Barhein. Oltre ad essere vice direttrice del quotidiano Al-Akhbar, è stata eletta vice-presidente e componente del consiglio di amministrazione del sindacato egiziano dei giornalisti per tre mandati, e ne ha gestito il dipartimento di formazione, ospitando seminari e corsi di formazione. Ora però ne ha avuto abbastanza. Ha criticato pubblicamente il silenzio del sindacato di fronte a tutti gli arresti, le violenze e gli omicidi mirati di giornalisti, e ha annunciato la fine del suo coinvolgimento nell’organizzazione. Ha esortato i suoi colleghi a prendere in considerazione le conseguenze catastrofiche “del silenzio in risposta a questo attacco alla sicurezza, alla protezione e la dignità dei giornalisti”. Dodici giornalisti sono stati uccisi in Egitto dal 2011 e più di 20 sono attualmente in stato di detenzione.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 24 dicembre 2015

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India, il rilascio del più giovani degli stupratori di Jyoti. In Zambia uno stupratore ambasciatore per la lotta alla violenza di genere. Violenza contro le donne musulmane in tempi di terrorismo. Egitto, donne in piazza imbavagliate. El Salvador, le vittime invisibili sono le donne.

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India: il più giovane dei sei uomini condannati per lo stupro di gruppo di Nirbhaya del 2012 è stato liberato nei giorni scorsi, dopo che un tribunale ha rigettato l’estensione di tre anni della sua condanna. Sei persone, tra cui un minorenne, avevano aggredito e violentato la ventitreenne Jyoti Singh su un autobus in corsa a sud di Delhi. Nirbhaya, trasportata in un ospedale di Singapore, è morta 13 giorni dopo, il 29 dicembre 2012. In India, secondo la polizia, viene segnalato uno stupro ogni 20 minuti, e la sentenza ha scatenato il dibattito sulla violenza contro le donne e sulle pene per i colpevoli, in questo caso un giovane. “Il giovane criminale è stato consegnata a una ONG per il momento”, spiega a Reuters Ashok Verma, uno degli avvocati che lo rappresentano. La Commissione di Delhi per le donne ha presentato immediatamente un appello contro il rilascio alla corte superiore indiana.

Zambia. Su BuzzFeed, Jina Moore, corrispondente che si occupa di diritti delle donne, riporta il caso di Clifford Dimba, musicista noto come General Kanene, condannato a 15 anni di carcere per aver violentato una minorenne e poi non solo graziato dal presidente dello Zambia Edgar Lungu ma anche nominato ambasciatore nella lotta contro la violenza di genere. Apparentemente grazie ad una canzone scritta dal musicista in cui loda la presidenza e il partito. Secondo il Lusaka Times, Dimba aveva scontato un solo anno della sua condanna. Appena quattro giorni dopo la grazia e il rilascio, a luglio, Dimba avrebbe picchiato una delle sue mogli perché non voleva fare sesso. La polizia si è rifiutata di arrestarlo. Qualche mese dopo avrebbe picchiato anche un’altra donna, giustificando il pestaggio chiamandola “prostituta”. Questa volta sarebbe stato arrestato, seppure a diversi giorni di distanza dall’accaduto. Il caso è arrivato all’attenzione delle Nazioni Unite in questi giorni. “Questo scandaloso rilascio e la nomina ad ambasciatore per la lotta contro la violenza di genere non solo traumatizzano ancora una volta le vittime ma scoraggiano le altre vittime a denunciare reati simili”, dice Dubravka Šimonović, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la violenza contro le donne. “Questo dimostra chiaramente che l’impunità per questi reati genera ancora più violenza”, aggiunge Maud de Boer-Buquicchio, giurista e relatrice speciale per le Nazioni Unite sulla vendita di bambini, la prostituzione e la pornografia infantili. Le due funzionarie hanno chiesto a Lungu a ritirare la nomina di Dimba ad ambasciatore e “garantire che non vi siano ulteriori indulti” per i condannati per violenza sessuale.

Violenza contro le donne musulmane: ne scrive Omise’eke Natasha Tinsley, professoressa associata di Studi Africani e della Diaspora africana presso l’Università del Texas a Austin e socia Public Voices per il Progetto OpEd. “Le donne di colore, le donne musulmane e tutte le donne hanno bisogno di capire che abbiamo una causa comune”, si legge sul Time. Una questione, spiega, che non viene analizzata abbastanza spesso: la violenza islamofobica contro le donne è una questione di femminismo nero. “Poche ore dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre scorso, in Europa e in Nord America si è scatenata la violenza islamofobica. Ma, al contrario della persecuzione degli uomini musulmani dopo l’11 settembre, ora la violenza sembra colpire soprattutto le donne”. Alcuni casi: a Londra, Yoshiyuki Shinohara, 81 anni, ha spinto – senza riuscire ad ucciderla – una donna musulmana che indossava l’hijab contro a un treno della metropolitana in arrivo. A New York, in una scuola media, una ragazza è stata aggredita da dei ragazzi che hanno provato a toglierle il velo chiamandola Isis mentre la picchiavano. A Toronto, una madre musulmana è stato picchiata e derubata dopo aver lasciato i figli a scuola, e nella stessa settimana due donne sono state aggredite in metropolitana da alcuni uomini che le chiamavano terroriste”. La violenza contro le donne musulmane, si legge ancora sul Time, si è acuita nuovamente dopo il massacro di San Bernardino, in California, in seguito alle immagini ampiamente diffuse di una delle persone che hanno sparato, Tashfeen Malik, con addosso l’hijab. Le donne di colore sono tra le musulmane prese di mira dalla violenza islamofobica. Lo testimonia il caso dell’artista Kameelah Rashid, una musulmana afro-americana in hijab costretta a scendere da un volo per Istanbul e interrogata per ore dall’FBI. “Non penso che ci sia una recrudescenza dell’islamofobia dopo gli attacchi di Parigi”, ha detto Rashid. “Penso che in realtà non sia mai scomparsa. Solo, sta diventando sempre più legittimata”. Più di 250mila donne musulmane nere vivono negli Stati Uniti, e nel mondo la popolazione musulmana femminile di colore è composta da decine di milioni di persone. La sola Nigeria conta 60 milioni di donne musulmane e la Guinea, il Niger e la Repubblica Democratica del Congo sono tra le nazioni africane sub-sahariane a maggioranza di popolazione musulmana. A dire il vero, scrive ancora la professoressa, molte musulmane nere non indossano l’hijab. Ma come Rashid, qualsiasi donna nera identificabile come musulmana ora è soggetta a manifestazioni di violenza. Questa violenza islamofobica contro le donne è parte di un clima sociale in cui la violenza contro donne e ragazze nere sembra sempre più essere tollerata”.

Egitto. Questa settimana al Cairo le donne sono scese in piazza con le bocche imbavagliate e tagli e lividi dipinti sui volti, per manifestare contro quella che definiscono “epidemia” di violenza di genere nel Paese. “Le donne subiscono ogni forma di violenza”, spiega una delle manifestanti a Euronews. “I mariti le picchiano per aver risposto male o per i loro comportamenti”. In Egitto ci sono diversi tipi di violenza, spiega un’altra donna, “la peggiore è quella di costringere le donne ad avere figli fino alla nascita di un maschio. Questo tipo di violenza, chiamata riproduzione obbligatoria, porta alla morte di un gran numero di donne”. Secondo le Nazioni Unite, il 35% delle donne e ragazze di tutto il mondo vive l’esperienza di una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Questi numeri, che ripetiamo spesso qui su Radio Bullets, sono in aumento in tutto il Medio Oriente e in Nord Africa, con l’escalation dei conflitti armati dopo la primavera araba. Sempre secondo i dati delle Nazioni Unite, il 99% delle donne egiziane è stata oggetto di violenza o molestie sessuali lo scorso anno, mentre circa 20.000 donne sono state violentate.

El Salvador è uno dei paesi più pericolosi al mondo. Ma gran parte del dibattito pubblico si concentra sulla violenza delle gang, ignorando gli elevati tassi di femminicidi e di donne abusate dai partner nel Paese. Migliaia di donne in El Salvador subiscono violenza fisica ed emotiva ogni anno per mano di mariti, familiari o amici, si legge su Broadly. El Salvador è il paese più pericoloso al mondo al di fuori di una zona di guerra: gli ultimi mesi hanno registrato ben 40 omicidi al giorno, con l’intensificarsi della violenza delle bande e il crimine organizzato. In un paese dove la violenza è così visibile, quella contro le donne rimane the elefante in the room, ovvero l’evidenza ovvia e appariscente che però tutti continuano a ignorare. Il problema è di grande portata, ma viene trascurato nel dibattito pubblico. El Salvador avrebbe il più alto tasso di femminicidi al mondo. I casi sono aumentati, alimentati da una cultura di impunità e macchiamo. A El Salvador, le donne occupano meno del 30 per cento delle posizioni politiche, nonostante i recenti sforzi per aumentare la rappresentanza femminile. In tutto il mondo, le donne sono sottorappresentate nelle cariche politiche, nel mondo accademico e nel settore privato.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 dicembre 2015

Rasha Hefzi

In Arabia Saudita le prime elezioni con donne candidate ed elette. Il milionario londinese assolto dall’accusa di stupro: “Sono caduto e l’ho penetrata”. Turchia, le aziende in campo per l’uguaglianza di genere. Liberia, la campagna degli artisti contro la violenza di genere. Il 2015 dei transgender negli Stati Uniti.

Ascolta la puntata.

Secondo il Time, le elezioni di sabato scorso in Arabia Saudita, elezioni in cui le donne per la prima volta hanno votato e sono state elette in posizioni politiche, potrebbero essere un passo in avanti di apertura in quello che è un Paese tradizionalmente repressivo per le donne. Gli elettori sauditi hanno eletto come rappresentanti locali 20 donne. Si è trattato delle prime elezioni nella storia del Paese in cui le donne hanno votato e si sono candidate. Le 20 elette rappresentano l’1% dei circa 2.100 consigli municipali coinvolti, ma quanto accaduto, scrive Aya Batrawy per l’Associated Press, rappresenta comunque un passo in avanti per le donne, fino ad ora completamente tagliate fuori dalle elezioni. E anche da molte altre attività: alle donne in Arabia Saudita non è permesso guidare e sono soggette a regole che danno agli uomini la parola finale su aspetti della loro vita come matrimonio, viaggi ed educazione superiore. Sebbene non ci fossero quote per le rappresentanti femminili nei consigli, sono stati disposti 1.050 seggi in più con l’approvazione del re, che potrebbe usare i suoi poteri per assicurare una maggiore rappresentanza femminile. Circa 7mila candidati, di cui 979 donne, hanno corso per ottenere un seggio nei consigli municipali, unici organi di governo eletti dai cittadini sauditi. Le due precedenti tornate elettorali del 2005 e del 2011 erano aperte solo agli uomini. La capitale conservatrice Riyadh ha visto il numero più alto di candidate vincitrici, quattro. Nella provincia orientale, dove si concentra la minoranza sciita, due sono state le donne elette. Anche la seconda città più grande e cosmopolìta dell’Arabia Saudita, Jeddah, ha visto l’elezione di due donne. E lo stesso è accaduto in una delle regioni più conservatrici, Qassim. Un’altra donna è stata eletta a Medina. Molte candidate hanno condotto la loro campagna elettorale su piattaforme che promettevano più asili nido e un numero più alto di ore di servizio, insieme alla creazione di centri giovanili per attività sportive e culturali, strade migliori, interventi per la raccolta dei rifiuti e città più verdi. La maggior parte ha portato avanti la campagna elettorale on line, usando i social media anche a causa delle rigide regole di segregazione di genere che vietano a uomini e donne di mescolarsi in pubblico: in sostanza i candidati non potevano rivolgersi direttamente e parlare al sesso opposto. Nel tentativo di creare una maggiore parità per le donne che indossano il tradizionale velo integrale, il Comitato generale per le Elezioni ha vietato a tutti i candidati, uomini e donne, di mostrare i loro volti sui cartelloni e on line o di apparire in TV. 106mila sono le donne che sono andate al voto sulle 130mila registrate. A prendere parte alle elezioni è stato in totale il 47% degli elettori registrati.

E torniamo su una notizia di cui abbiamo parlato la scorsa settimana. Secondo i giudici è davvero “caduto penetrando accidentalmente la ragazza”. Succede in Inghilterra: l’imputato era il milionario 46enne Ehsna Abdulaziz, accusato di aver stuprato una 18enne. Nell’udienza presso la Southwark Crown Court, il 46enne aveva dichiarato di non aver violentato nessuno ma di essere caduto e di aver “penetrato la ragazza per sbaglio”. A scriverne è ancora l’Huffington Post: “Dopo aver raccolto prove e dettagli la Southwark Crown Court, in soli 30 minuti, lo ha scagionato dalle accuse di stupro. La ricostruzione di quel che avvenne nell’agosto del 2014, quando il milionario era uscito per una serata e aveva incontrato una giovane donna e una sua amica di vecchia data in un nightclub londinese, è che l’uomo avesse sì fatto sesso, ma soltanto consensuale e con una delle due donne: la più grande di 24 anni. Dopo il rapporto – in una situazione di alterazione dovuta all’alcol – l’uomo si sarebbe preoccupato per la 18enne, che dormiva sul divano, andando da lei per vedere se aveva bisogno di “una coperta, un taxi o qualcosa”. A questo punto, è la tesi di Abdulaziz, la giovane gli avrebbe messo le mani dietro la nuca per avvicinarlo a lei e l’uomo sarebbe caduto e l’avrebbe accidentalmente penetrata. Lo sperma rinvenuto all’interno della vagina di lei sarebbe dunque dovuto al precedente rapporto. “Sono fragile…e sono caduto…ma non è successo nulla fra noi” assicura l’uomo. E la corte lo ha scagionato. La stampa inglese sottolinea però come, in maniera anomala, il giudice Martin Griffiths abbia acconsentito a una testimonianza privata da parte di Abdulaziz durata oltre 20 minuti.

Turchia. Le principali organizzazioni aziendali turche hanno messo nero su bianco in un libro quelli che sono i passi necessari da intraprendere sui luoghi di lavoro per combattere la violenza contro le donne. Il libro, si legge su HurriyetDailyNews, sottolinea come quello della violenza di genere sia ancora un problema dirimente sia in Turchia che all’estero. Cansen Başaran Symes, presidente dell’associazione turca Industria e Business, pone l’accento sulla questione dell’uguaglianza di genere e spiega che la violenza contro le donne è “una vera violazione dei diritti umani”, che danneggia l’accesso delle donne al mondo del lavoro, degli affari e della produttività. “Sempre più aziende devono aggiungere alle loro realtà il principio di ‘uguaglianza di genere sociale’. Chiedo a tutti i rappresentanti del mondo del business di unirsi a questo ideale. Dobbiamo creare un ambiente in cui le donne non siano esposte alla violenza”. Il “Libro per lo sviluppo e l’attuazione delle politiche sul posto di lavoro nella lotta alla violenza domestica contro le donne” è stato introdotto in un incontro a Istanbul organizzato dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e dall’Università di Sabanci. “Tra i colletti bianchi circa il 75% delle donne – per lo più laureate – è stato esposto almeno una volta a violenza domestica. E circa il 40 per cento degli uomini ha commesso atti di violenza contro le loro partner”, si legge nel libro. I dati si basano sui risultati di un sondaggio condotto su 1.715 donne occupate in 20 differenti realtà, e mettono in luce l’impatto negativo della violenza contro le donne sulla sostenibilità economica. Il 16 per cento delle intervistate non è stato in grado di porre fine alla relazione con il partner violento per motivi economici.

India, Nuova Delhi: “Il nome di mia figlia era Jyoti Singh e non mi vergogno a dirlo pubblicamente”. Nel terzo anniversario dello stupro di gruppo di Nirbhaya, la madre della vittima ha rivelato il nome della figlia, dicendo che non c’era alcuna vergogna nel farlo. “Il nome di mia figlia è Jyoti Singh”, ha detto Asha Devi durante una manifestazione sottolineando che sono coloro che commettono crimini atroci come lo stupro a doversi vergognare, non le vittime o le loro famiglie. Gli attivisti, si legge su ZeeNews, spiegano che le donne continuano a subire violenza in ogni sfera della loro vita e che solo la certezza di giustizia porterebbe a un cambiamento, non la severità della stessa. Sei persone, tra cui un minorenne, avevano aggredito e violentato la ventitreenne su un autobus in corsa a sud di Delhi. Nirbhaya, trasportata in un ospedale di Singapore, è morta 13 giorni dopo, il 29 dicembre 2012. Secondo il padre, giustizia non è stata fatta.

In Liberia i protagonisti dell’industria musicale condannano la violenza contro donne e bambini, e qualsiasi atto che li disumanizzi. “I musicisti si sono resi conto che hanno un ruolo da svolgere nella società”, spiega il rapper Tan Tan B, “e sono impegnati a porre fine alla violenza contro le donne come hanno fatto per sconfiggere Ebola in Liberia. Conosciamo tutti l’importanza di una campagna per porre fine alla violenza contro donne e bambini. Potrebbe trattarsi di tua sorella o di tua mamma. Donne e bambine hanno dei diritti che devono essere protetti”. Nei prossimi mesi, il rapper e il suo gruppo realizzeranno nuove canzoni e video a supporto della campagna.

Il 2015 è stato un anno importante per le persone transgender negli Stati Uniti, scrive sul canale femminile di Vice, Broadly, Diana Tourjee. Con passi in avanti, produzioni Hollywood transcentriche e campagne per gli Oscar. Ma il 2015 è stato anche l’anno in cui 23 donne trans sono state uccise con estrema violenza. Nel 2014 i casi riportati erano stati 12. E questi numeri non descrivono con ogni probabilità la reale crisi in atto. “Sappiamo che i casi sono di gran lunga superiori”, dice Harper Jean Tobin del Centro Nazionale per la Transgender Equality. “Anche l’FBI dice che sono così incoerenti da essere privi di significato”. 13 su 23 donne transgender uccise quest’anno avevano meno di 25 anni. Da uno studio pubblicato questo mese sulle donne transgender sex workers emerge che le donne trans di colore hanno il 44% di probabilità in più di lavorare nel mercato del sesso, quelle di origine latina il 33%.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 novembre 2015

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India, spot ironici spiegano alle donne come difendersi dalla violenza. Sei scienziate in missione (simulata) sulla Luna, per vedere come funziona un equipaggio di sole donne. In Galles nuova legge contro le mutilazioni genitali femminili. A Pretoria un pittore dipinge il presidente e l’opera fa scandalo. La denuncia di un gruppo di sacerdoti: la Chiesa opprime le donne. Jakarta: castrazione chimica per chi stupra un minore?

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India. Una società di produzione cinematografica indiana, la Eeksaurus, ha realizzato una serie di annunci di servizio pubblico con un messaggio forte rivolto a tutte le donne. Ne parla Indian Express: nei video protagoniste sono le donne che si trovano ad affrontare varie situazioni di minaccia di aggressione – in discoteca, nel treno, in ascensore, per strada – e si difendono con superpoteri e armi non convenzionali come degli occhiali laser capaci di incenerire l’aggressore direttamente nelle sue parti più intime. Oggetti, dice l’annuncio, disponibili nel 2214: nell’attesa le donne vengono invitate a chiamare il numero di servizio 103 in caso di aggressione o anche solo di situazioni dubbie. Un modo insomma per affrontare la violenza sulle donne con un certo umorismo e dare un messaggio di servizio fondamentale in un Paese in cui il problema resta di natura endemica.

Russia. Sei scienziate, di età compresa tra i 22 e i 34 anni, hanno iniziato un “viaggio di andata e ritorno verso la Luna” di 8 giorni: un viaggio simulato che l’agenzia spaziale russa Roscosmos sta realizzando per studiare il comportamento di un equipaggio composto da sole donne di fronte a una missione di questo tipo e durata. In Italia ne scrive Focus. Le sei donne-cosmonaute, si legge, sono entrate in un modulo opportunamente costruito presso l’Istituto per lo studio dei Problemi Biomedici di Mosca, noto per le ricerche sugli effetti psicologici e fisici dei viaggi nello spazio. Questo Istituto è stato in prima linea nel 2010 quando sei volontari (tutti maschi) simularono un viaggio di andata e ritorno verso Marte della durata di 520 giorni. “Per la prima volta vogliamo vedere come interagiscono sei donne sottoposte a un simile test. Sono abbastanza certo e mi auguro che non ci saranno conflitti, anche se si dice che due donne nella medesima cucina faticano a vivere insieme”, dice Sergei Ponomaryov, responsabile dell’esperimento. Le sei volontarie sono quattro ricercatrici scientifiche, una psicologa e una dottoressa. La Russia è stata la prima a inviare una donna nello Spazio, ma dopo questo primato nelle pari opportunità si è “fermata”: il numero di cosmonaute – le sovietiche – è molto inferiore rispetto a quello delle astronaute, tant’è che la quarta donna russa ad essere andata nello spazio è partita solo l’anno scorso per la Stazione Spaziale Internazionale. Si tratta di Elena Serova che peraltro partecipa anche all’esperimento in corso. Naturalmente alla conferenza stampa di presentazione del progetto non sono mancate domande stereotipare tipo: “Come farete senza trucco?”. “Siamo molto belle anche senza”, ha risposto la team leader Yelena Luchnitskaya. Il “ritorno” è previsto per mercoledì prossimo 4 novembre.

FGM. In Galles passa una nuova legge contro le mutilazioni genitali femminili. Sebbene sia un crimine nel Regno Unito, in 137mila tra donne e ragazze inglesi, la maggior parte delle quali immigrate, sostiene di aver subito questa pratica. La nuova legge, riporta l’Associated Press, richiede ai professionisti di segnalare i casi di mutilazione genitale femminile alla polizia in caso di minori di 18 anni. Ma da più parti si avverte che l’effetto potrebbe essere quello di rendere le ragazze riluttanti a cercare assistenza medica. Secondo la legge, entrata in vigore sabato, diventa un crimine per operatori sanitari, assistenti sociali o insegnanti non notificare alla polizia casi di minorenni che abbiano avuto la rimozione o il danneggiamento dei genitali per ragioni non mediche. L’obiettivo è quello di intensificare il giro di vite del governo sulla pratica di rimuovere genitali esterni alle giovani, pratica vista come una forma di abuso sui minori e di violenza sulle donne e crimine fin dal 2003. Alcuni enti di beneficenza che lavorano per proteggere le ragazze, riporta ancora AP, temono però conseguenze impreviste da questa legge che sancisce la segnalazione obbligatoria. “Non protegge le ragazze, perché la logica è quella di riportare casi di persone che hanno già subito una mutilazione genitale”, spiega Naana Otoo-Oyortey, direttore del gruppo advocacy Forward. “Sì, è necessario segnalare e perseguire. Ma tutto questo deve essere affiancato dalla prevenzione “. Le mutilazioni, nella maggior parte dei casi, avvengono all’estero. Le autorità britanniche hanno anche cercato di impedire ai genitori di portare le figlie in Africa a subire questa procedura.

Pretoria. Membri della South Africa’s African National Congress Women’s League hanno manifestato a Pretoria per difendere l’onore del presidente Jacob Zuma alla luce di una recente opera che lo raffigura nudo e nell’atto di ricevere sesso orale. Ayanda Mabulu, pittore sudafricano, ha fatto notizia il mese scorso per la sua opera dal titolo “La pornografia del potere”, che descrive come “la situazione in cui ci troviamo in Sud Africa”. La South Africa’s African National Congress Women’s League ha però trovato il dipinto offensivo e umiliante per la popolazione femminile del Paese. “In una Nazione dove abbiamo unalta incidenza di violenza contro le donne, rappresentare una donna in quel modo è solo degradante”.

Un gruppo di 12 sacerdoti cattolici ha chiesto di porre fine alla “sistematica oppressione” delle donne nella Chiesa cattolica dando loro piena uguaglianza. I sacerdoti, tra cui un certo numero di membri della Associazione dei sacerdoti cattolici come don Tony Flannery, hanno spiegato di ritenere l’esempio dato dalla Chiesa in termini di discriminazione delle donne un esempio che “incoraggia e rinforza l’abuso e la violenza contro le donne in molte culture e società “. “Nella Chiesa cattolica le donne, pur essendo uguali agli uomini in virtù del loro Battesimo, sono escluse da tutte le posizioni decisionali, e dal ministero ordinato”, dicono i sacerdoti. Che hanno ricordato anche che, nel 1994, Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato che l’esclusione delle donne dal sacerdozio non poteva nemmeno essere discussa nella Chiesa e che il concetto è stato ribadito “e addirittura rafforzato” da Papa Benedetto.

Jakarta. Una coalizione di gruppi per i diritti umani ha espresso opposizione al piano del governo indonesiano di introdurre la castrazione chimica per i reati a sfondo sessuale. Secondo l’Istituto per la riforma del sistema penale costituirebbe una chiara violazione dei diritti umani. “Il governo dovrebbe invece dare priorità ai diritti dei bambini. Nei casi di vittime minori, lo Stato deve garantire loro protezione e accesso alla riabilitazione”, spiega un ricercatore dell’Istituto secondo il Jakarta Post. Il presidente Joko “Jokowi” Widodo starebbe prendendo in considerazione l’emanazione di un regolamento del governo con valore di legge per introdurre la castrazione per gli uomini che stuprano i bambini. Castrazione chimica prevede la somministrazione di farmaci anti-androgeni per ridurre il testosterone, la libido, le fantasie sessuali compulsive e la capacità di eccitazione sessuale. Viene somministrata per mezzo di un’iniezione una volta ogni tre mesi e, a differenza della castrazione chirurgica, è reversibile quando il trattamento viene interrotto. Restano comunque duraturi effetti collaterali. Leggi che prevedono la castrazione fisica sono in vigore in diversi Stati in America, in Canada e in Paesi come la Corea del Sud, la Moldavia, la Russia e l’Estonia.

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