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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 febbraio 2016

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Roosh V e i raduni neomaschilisti annullati per “questioni di sicurezza”. Una donna poliziotta a capo del dipartimento contro la violenza su donne e bambini a Istanbul. One Billion Rising, appuntamento al 14 febbraio. La visita di Papa Francesco in Messico e l’appello di Amnesty International per i diritti umani. Australia, le nuove tecnologie arma contro le donne? Migrazione e questioni di genere, la sfida del femminismo. Milka Tadic Mijovic, dal Montenegro l’eroina dell’informazione di Reporter senza Frontiere di questa settimana.

Ascolta la puntata.

Le avventure di Dariush Valizadeh, meglio noto come Roosh V. Ne abbiamo parlato la settimana scorsa: il gruppo online “neomaschilista” che fa riferimento al 36enne del Maryland, sedicente artista e scrittore antifemminista e i cui sostenitori credono che lo stupro dovrebbe essere legalizzato se “consumato” nella proprietà privata, si sarebbe dovuto riunire per la prima volta off line, il 6 febbraio, con incontri in tutto il mondo, Roma compresa. I meeting sono stati annullati con un post sul blog del movimento “Return of Kings”, il Ritorno dei Re, dopo che in Rete si è scatenato l’inferno, tra sostenitori dei diritti delle donne, membri di Anonymous e anche club di boxe femminile a Toronto che hanno iniziato rapidamente ad organizzare delle contro-proteste. “La polizia era in allerta”, si legge su Vox.com. “Decine di migliaia di persone nel Regno Unito, in Scozia e in Australia hanno firmato petizioni per mantenere Roosh e i suo discorsi misogini fuori dai loro Paesi. Roosh ha annunciato che avrebbe annullato i suoi eventi, perché non poteva “più garantire la sicurezza o la privacy degli uomini”. Anonymous l’ha, come si dice in gergo, “ doxed” , ovvero ha cercato, trovato e pubblicato in Rete informazioni su Roosh, compreso il suo indirizzo di casa. E lui ha tenuto una conferenza stampa a Washington incolpando le “bugie” dei media per tutto quello che stava accadendo. Ha negato anche di approvare lo stupro, spiegando che la proposta di legalizzarlo altro non è che satira, e ha definito gli incontri solo un modo per costruire solidarietà contro ciò che definiscono l’oppressione femminista. Incontri o meno, nel tempo è stato il contenuto delle proposte veicolate attraverso il sito Return of Kings ad essere al centro delle polemiche. Roosh, si legge ancora su Vox.com, promuove alcune idee nocive che disumanizzano le donne e che contribuiscono alla cultura dello stupro, e la resistenza dimostrata da parte del pubblico a questo tipo di idee è parte fondamentale della lotta per i diritti delle donne. Allo stesso tempo, però, lo stesso Roosh è probabilmente meno potente e meno pericoloso di quanto si pensi – e questo incidente potrebbe essere stato in realtà una trovata per far parlare di sé e ottenere più seguaci. Daryush Valizadeh è figlio di immigrati armeni e iraniani. Secondo il Daily Mail vive con la madre a Silver Spring, nel Maryland. Lui nega, e dice che vive “da qualche parte in Europa”. Si è auto-pubblicato 15 libri, molti dei quali sono guide per il sesso in diversi Paesi del mondo. Consiglia il Brasile, perché lì in genere “le ragazze sono più belle e più facili delle americane – almeno il 50% in più”. Non andate in Danimarca, avverte, perché i suoi robusti programmi di assicurazione sociale rendono le donne troppo indipendenti dagli uomini per essere facilmente sedotte. Chiama la sua “filosofia” “neomaschilismo” e ritiene che le donne non siano in grado di regolare il proprio comportamento o prendere decisioni e che debbano essere controllate dagli uomini. Misogino e omofobo, Roosh dice anche che “il valore di una donna dipende in modo significativo dalla sua fertilità e dalla bellezza”, mentre il femminismo e la modernità hanno portato alla rovina della società occidentale e all’oppressione degli uomini. Il suo sito web, Il Ritorno del Re, ha in home page un dal titolo “9 segreti sulla natura femminile rivelati da una ragazza hot che sta morendo di cancro”. Nel pezzo tale Bob Smith racconta delle rivelazioni che gli avrebbe fatto questa molto bionda e molto hot trentenne allo stadio terminale del suo tumore che, data la morte imminente, avrebbe deciso di rivelare cosa siano davvero le donne. Ecco i segreti in questione: le donne sono come i bambini; le donne falsificano praticamente tutto; se una donna ti dice “se non c’è la fiducia, non c’è nulla” in sostanza ti sta tradendo o sta pensando di farlo; le donne sono molto più eccitate e insaziabili degli uomini (e, spoiler, fanno sesso con i cani, ecco perché hanno tutte cani maschi, o ancora, spoiler, sono “ recipienti per il cazzo”, così biologicamente progettate, e nulla le fa sentire meglio di essere “riempite” con più peni); le donne non hanno amiche, solo competizione femminile; le donne mentono sempre sul numero di partner sessuali che hanno avuto; tutte le donne non si piacciono; le donne vogliono sempre quello che non possono avere (cfr. il fidanzato dell’amica); tutte le donne sono masochiste. Sulla questione dello stupro, infine. Nel pezzo definito di “satira”, il ragionamento di Roosh era: se lo stupro fosse legale nella proprietà privata, allora le donne ci penserebbero bene prima di andare a casa di qualcuno. Peccato che 4 stupri su cinque avvengano per mano del partner o dell’ex, preferibilmente in una casa.

Una donna poliziotta a capo del nuovo dipartimento della Polizia di Istanbul specializzato nella violenza domestica contro donne e bambini: è Kiymet Bilir Degerli, 39 anni. La Turchia ha creato nuovi uffici di polizia in tutte le 81 province del Paese per combattere la violenza domestica che coinvolge donne e bambini: il provvedimento fa parte delle strategie del ministero della Famiglia e delle Politiche Sociali e del ministero degli Interni per affrontare il problema. Gli agenti di polizia che lavorano presso questi uffici si occuperanno di portare le donne che hanno subito violenza in spazi speciali che permettano loro di avere tranquillità, comunicando alle donne tutti i loro diritti e coordinando le successive azioni di supporto psicologico, provvedendo anche, in caso di necessità, alla sicurezza personale delle donne. “La vittima dovrebbe rivolgersi alla polizia. Otterrà il supporto sociale e psicologico che si aspetta”, spiega Degerli. Le donne dovrebbero collaborare con gli agenti, aggiunge, criticando la mentalità mediatica generalizzata che sostanzialmente giustifica la violenza di genere. “I bambini sono i soggetti più colpiti dalla violenza. E la violenza, così, si ‘normalizza’ nelle loro menti” anche a causa di quanto mostrato nelle trasmissioni televisive. Degerli ha invitato a unirsi alle attività dei nuovi dipartimenti anche tutti i volontari che vorranno prendere parte alla lotta alla violenza domestica, anche a causa del fatto che il numero di agenti impegnati resta basso: 300, soprattutto donne, ma il numero potrebbe essere aumentato a seconda delle esigenze locali. “Abbiamo bisogno di volontari per aiutarci: terapeuti, sociologi e traduttori simultanei”, spiega.

Secondo le Nazioni Unite 1 donna su 3 nel mondo – per un totale di un miliardo di ragazze e donne (su una popolazione di 7 miliardi di persone) – verranno picchiate o stuprate nel corso della loro vita. Per il quarto anno consecutivo, attiviste e attivisti di One Billion Rising stanno progettando in tutto il mondo eventi, performance artistiche, tavole rotonde, conferenze stampa, film, articoli, incontri in occasione del 14 febbraio. La campagna quest’anno vedrà aumentare le azioni collettive in tutto il mondo per amplificare la richiesta di cambiamenti “di sistema” per porre fine alla violenza contro le donne e le ragazze. “Abbiamo ballato, abbiamo chiesto giustizia, abbiamo preteso cambiamenti”, spiega Monique Wilson, direttrice globale di One Billion Rising. “Quest’anno stiamo radicalizzando le nostre azioni – stiamo ampliando la rivoluzione. Dobbiamo continuare a smuovere le coscienze ed essere più coraggiosi, audaci, creativi e determinati”. La campagna quest’anno si concentra in particolare sulle donne e le ragazze emarginate. “Stiamo evolvendo la nostra lotta contro la violenza nei confronti delle donne, sapendo che se non mettiamo gli emarginati al comando, se non contrastiamo imperialismo, guerra, cambiamento climatico, razzismo, patriarcato, disuguaglianza economica, e se non lottiamo per i diritti dei lavoratori, non riusciremo mai a porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, aggiunge Eve Ensler, fondatrice di OBR e autrice dei Monologhi della Vagina.

Le tecnologie come nuovo strumento per fare stalking, minacciare e molestare le donne: è il contenuto di un intervento al Parlamento australiano del laburista Tim Watts. Un abuso, sottolinea, spesso perpetrato anche in questo caso tra le mura di casa. E ci sono declinazioni – la “vendetta pornografica”, ad esempio – a cui le leggi spesso non sono in grado di rispondere in maniera efficace. In alcuni casi, le immagini sessuali private ​vengono utilizzate come strumento per controllare le donne in relazioni già violente, o come ricatto per costringerle a sottostare ad abusi di natura sessuale. Da uno studio in cui sono stati intervistati 3.000 adulti australiani di età compresa tra i 18 e i 54 anni – è emerso che le minacce, le molestie sessuali e la condivisione non consensuale di immagini di nudo sono estremamente comuni. Non è la tecnologia a mettere in pericolo le donne: sono le persone che la usano. Che sono, ancora una volta – come per le aggressioni in strada, le violenze sessuali, gli abusi dei partner – uomini.

Alla vigilia della visita di stato di Papa Francesco in Messico, prevista tra il 12 e il 18 febbraio, Amnesty International dichiara in una nota che il paese sta affrontando una crisi dei diritti umani di dimensioni epidemiche, di cui sparizioni, torture e brutali omicidi costituiscono il tratto dominante. “Non appena arriverà a Città del Messico, papa Francesco si troverà faccia a faccia con una delle più preoccupanti crisi dei diritti umani dell’intero continente americano”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International. “Dalle decine di migliaia di persone scomparse al massiccio uso della tortura, dal crescente numero di uccisioni di donne alla profonda incapacità di svolgere indagini, le violazioni dei diritti umani sono diventate un fatto abituale in Messico”. “Sollecitiamo papa Francesco a usare la sua grande influenza per convincere il presidente Peña Nieto a prendere sul serio questa terribile crisi dei diritti umani, assicurando alla giustizia tutti i responsabili di violazioni dei diritti umani. Solo assumendo un’azione concreta e decisiva per portare i responsabili di questi crimini di fronte alla giustizia, il governo messicano potrà cominciare a contrastare questa crisi che ha radici profonde” – ha concluso Guevara-Rosas.

Il New York Post pubblica un intervento di Carrie Lukas, amministratrice delegata dell’International Women’s Forum e vice president per l’Independent Women’s voice, sulla questione migrazione e violenza sulle donne. “Le femministe europee”, scrive, “sono in un vicolo cieco”. Perché l’attuale crisi della violenza verso le donne da parte dei migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente sta mettendo in crisi due dei più “sacri” principi del femminismo: “incolpare l’uomo bianco e, in casi di stupro, credere sempre a quello che dice la donna rispetto a quello che dice l’uomo”. L’ultimo caso è quello della aggressione sessuale a una ragazza tredicenne russo-tedesca che ha prima sostenuto di essere stata rapita e violentata da tre migranti e ha poi ammesso di aver inventato quella storia sfruttando i fatti di Colonia di Capodanno. “Il presunto stupro era diventato un caso internazionale”. Le femministe, scrive Carrie Lukas, vogliono stare dalla parte dei rifugiati, una minoranza oppressa, che in quanto tale dovrebbe far parte della coalizione femminista per combattere il patriarcato bianco del Vecchio Mondo. Ma le masse di profughi includono molti, moltissimi uomini: si stima che il 75% delle persone che hanno raggiunto l’Europa lo scorso anno siano uomini. Uomini non esattamente entusiasti di prendere parte alla lotta per i diritti delle donne. Gli attacchi contro le donne da parte di gruppi di uomini immigrati nella notte di Capodanno a Colonia, in Germania, ma anche in altre città europee hanno occupato tutte le prime pagine dei giornali, ma difficilmente sono i primi del loro genere. Il femminismo si è diviso: alcune hanno scelto di ignorare la questione migrazione, concentrandosi a dare la colpa agli uomini. In un dibattito sul giornale tedesco Der Spiegel, Alice Schnauzer (definita “la gran dama del femminismo tedesco”) ha riconosciuto i problemi peculiari creati da questa ondata di immigrazione, mentre Anne Wizorek,he rappresenta la generazione più giovane di femministe tedesche, ha lamentato il fatto che la questione della violenza sessuale possa diventare uno strumento politico. “Il fatto che uomini con un background di immigrazione abbiano commesso violenze sessuali viene strumentalizzato per stigmatizzarli come gruppo”, dice. La violenza contro le donne non è una novità, scrive Carrie Lukas, ma chiunque si occupi di diritti delle donne dovrebbe riconoscere che qualcosa sta andando storto, soprattutto di fronte alle parole della sindaca di Colonia che dopo Capodanno ha suggerito alle donne di tenersi distanti dagli uomini negli spazi pubblici: un modo di dare la responsabilità della violenza alla vittima. Un modo che dovrebbe vedere le femministe mettersi sul piede di guerra. Anche la storia del falso stupro creata dall’adolescente russo-tedesca a Berlino da un lato rinforza la posizione femminista in tema di migrazione, ma dall’altra, prosegue la managing director, dà un duro colpo al presupposto che le donne vanno sempre credute perché non potrebbero mai mentire su una cosa così intimamente distruttiva come lo stupro. Una via d’uscita, dice Carrie Lukas, c’è: focalizzarsi nuovamente sul principio fondamentale della parità di diritti delle donne e del trattamento equo. Riconoscendo che l’Occidente, uomini inclusi, ha effettivamente percorso un lungo cammino nel proteggere le donne e la loro sicurezza fisica e consentendo loro partecipazione alla sfera pubblica. Un progresso che non può essere sacrificato in nome del multiculturalismo e che dovrebbe essere comunicato a chi in Europa arriva dopo essere fuggito dal Medio Oriente o dal Nord Africa.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Milka Tadic Mijovic.  Fin da prima del crollo della Jugoslavia di Tito, Milka Tadic Mijovic è stata parte di uno dei progetti pionieri della democrazia nei Balcani, The Monitor, primo settimanale indipendente del Montenegro. I suoi articoli in difesa della pace e delle minoranze etniche e sulla lotta contro la corruzione hanno vinto riconoscimenti a livello internazionali e le hanno portato guai. È stata la prima giornalista licenziata per aver criticato le politiche aggressive di Milosevic. Dal 2006, quando il Montenegro è diventato indipendente, i suoi problemi sono aumentati e hanno incluso minacce fisiche, pressioni finanziarie e persecuzione giudiziaria. Ora direttrice del Monitor, ha un triste primato in comune con i quotidiani Vijesti e Dan: quello di aver pagato più di 300.000 euro di danni negli ultimi anni.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del #25novembre 2015

eve ensler

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Un benvenuto a Donnenelmondo. Io sono Angela Gennaro e questa è una giornata molto particolare. È il 25 novembre ed è la giornata internazionale della violenza contro le donne, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999. Ho raccontato la storia di come è nata questa giornata esattamente un anno fa qui su Radio Bullets. E già, oggi è esattamente un anno che per me è iniziata questa avventura con Barbara, Alessia e i tanti altri colleghi che credono che l’informazione si possa fare in modo diverso. Da un anno provo a raccontarvi cosa succede alle donne nel mondo, e non solo a loro. Cosa è la violenza di genere e quanto sia necessario conoscersi e informarsi. È il mio lavoro.

Questo è il monologo dell’ISIS, scritto da Eve Eisler, drammaturga famosa in tutto il mondo per i Monologhi della vagina. Per “la Domenica” di Repubblica il 6 settembre scorso ha scritto una pièce intensa contro la violenza sulle donne, da parte dello stato islamico e non solo. Eccolo, nella traduzione di Emilia Benghi per Repubblica.

Penso al listino del mercato delle schiave sessuali dell’Is in cui donne e bambine sono prezzate come il bestiame. L’Is ha dovuto calmierare i prezzi, temeva un calo del mercato: 40 dollari per le donne tra i 40 e i 50 anni, 69 dollari per le trenta-quarantenni, 86 per le venti- trentenni fino a 172 per le bimbe da 1 a 9 anni. Quelle sopra i cinquanta non compaiono neppure in lista, considerate prive di valore di mercato. Vengono scartate come cartoni di latte scaduti. Ma non ci si limita ad abbandonarle in qualche fetida discarica. Prima probabilmente vengono torturate, stuprate, decapitate. Penso al corpicino in vendita di una bambina di un anno, a come dev’essere per un soldato trentenne, corpulento, affamato di guerra e sesso, comprarla, impacchettarla e portarsela a casa come un televisore nuovo.

Penso che nel 2015 io sto davvero leggendo un manuale online con le buone pratiche di schiavitù sessuale. Ci sono istruzioni passo per passo e regole su come trattare la tua schiava, lo pubblica un’istituzione molto ben organizzata(l’Ufficio della schiavitù sessuale) di un governo canaglia, incaricata di regolamentare gli stupri, le percosse, l’acquisto e la riduzione in schiavitù delle donne.

Ecco qualche esempio tratto dal manuale: “È permesso percuotere la schiava come [forma di] darb ta’deeb [percosse disciplinari], [ma ] è vietato [ricorrere alle ] darb al-takseer [letteralmente percosse massacranti], [darb] al-tashaffi [percosse allo scopo di ottenere gratificazione], oppure [darb] al-ta’dheeb [percosse come tortura]. Inoltre è proibito colpire al volto”. Mi chiedo come facciano i burocrati dell’Is a distinguere i pugni, i calci e lo strangolamento inflitti a scopi disciplinari dagli atti mirati alla gratificazione sessuale. Interviene una squadra tutte le volte che una schiava viene picchiata, per controllare se c’è erezione? E come fanno poi a stabilire che cosa, con esattezza, l’ha provocata? Certi uomini si eccitano soltanto nel momento in cui affermano il proprio potere. E se si stabilisce che il soldato picchia, strangola e prende a calci la sua schiava per puro piacere, qual è la punizione per lui? Verrà costretto a restituire la schiava e a perdere il deposito, dovrà pagare una multa salata, o semplicemente pregare di più?

Penso alla facilità con cui si considera l’Is una mostruosa aberrazione, mentre in realtà è l’esito di una lunga serie ininterrotta di crimini e disordini. Le atrocità sessuali inflitte dall’Is si differenziano solo nella forma e nella prassi da quelle perpetrate da molti altri signori della guerra in altri conflitti. Sconvolgente e nuovo è lo sfoggio sfrontato e impudente che si fa di questi crimini pubblicizzati su internet, lo sdoganamento commerciale di queste atrocità, le app, dove il sesso è un mezzo per reclutare. Le azioni e la rapida proliferazione dell’Is non nascono dal nulla. Sono il frutto di un’escalation legittimata da secoli di dilagante impunità della violenza sessuale. Questo mi fa venire in mente le Comfort women , le prime schiave sessuali dell’era moderna, giovani donne asiatiche rapite nel fiore degli anni dall’esercito imperiale giapponese durante la Seconda guerra mondiale e detenute nelle comfort stations , per soddisfare le esigenze sessuali dei soldati al servizio del loro Paese. Le donne subivano anche settanta stupri al giorno. Quando, esauste, non riuscivano più a muoversi, venivano incatenate al letto e stuprate ancora come sacchi molli. A queste donne la vergogna ha tappato la bocca per quarantacinque anni e per altri venticinque hanno marciato e atteso, vigili, sotto la pioggia, chiedendo giustizia. Sono rimaste in poche ormai e non più tardi di un mese fa il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha perso l’ennesima occasione di fare ammenda.

Io penso all’inerzia, al silenzio, alla paralisi che ha bloccato e impedito le indagini e l’incriminazione degli abusi sessuali ai danni delle donne musulmane, croate e serbe stuprate nei campi dell’ex Yugoslavia, delle donne e delle bambine afroamericane stuprate nelle piantagioni del Sud, delle donne e delle bambine ebree stuprate nei campi di concentramento tedeschi, delle donne e delle bambine native americane stuprate nelle riserve degli Stati Uniti. Mi sembra di sentire i lamenti delle anime in pena di donne e bambine violate in Bangladesh, Sri Lanka, Haiti, Guatemala, Filippine, Sudan, Cecenia, Nigeria, Colombia, Nepal, e la lista si allunga. Penso agli ultimi otto anni che ho trascorso nella Repubblica democratica del Congo dove un’analoga conflagrazione di capitalismo rapace, secoli di colonialismo, guerra e violenza senza fine ha lasciato migliaia di donne e bambine prive di organi, salute mentale, famiglia o futuro. E penso a parole come “ri-violentata”, sostituita ormai da “ri-ri-riviolentata”.

Vedete, è come se stessi raccontando la stessa storia da vent’anni. Ci ho provato con i numeri, il distacco, la passione, le suppliche, la disperazione esistenziale, e anche ora, mentre scrivo, mi chiedo se abbiamo creato un linguaggio adatto a questo secolo che sia più potente del pianto.

Penso che le istituzioni patriarcali non hanno saputo intervenire in maniera efficace e che le strutture come l’Onu amplificano il problema nel momento in cui le forze di peacekeeping che dovrebbero proteggere le donne e le bambine si macchiano a loro volta di stupri.

Penso all’operazione Shock and Awe (“colpisci e terrorizza”)e a come ha contribuito a scatenare questa, che potremmo definire “Stupra e decapita”. Quando noi cittadini, a milioni, in tutto il mondo, manifestavamo contro la guerra inutile e immorale in Iraq restando inascoltati, eravamo perfettamente consapevoli del dolore, dell’umiliazione e dell’oscurità che avrebbero generato quei letali tremila missili Tomahawk americani.

Penso al fondamentalismo religioso e a Dio padre, a quante donne sono state stuprate in suo nome, a quante massacrate e assassinate. Penso al concetto di stupro come preghiera, alla “teologia dello stupro”, alla religione dello stupro. Questa pratica è una delle più diffuse religioni al mondo, in crescita con centinaia di conversioni al giorno, dato che un miliardo di donne nella sua vita subirà percosse o uno stupro (i dati sono dell’Onu).

Penso alla velocità folle a cui si moltiplicano nuovi e grotteschi metodi per mercificare e profanare i corpi delle donne in un siste- ma in cui ciò che più è vivo, sia esso la terra o le donne, deve essere ridotto a oggetto e annichilito per aumentare i consumi, la crescita e l’amnesia.

Penso alle migliaia di giovani occidentali, uomini e donne, tra i quindici e i vent’anni, che si sono arruolati nell’Is. In cerca di cosa, in fuga da cosa? Povertà, alienazione, islamofobia, desiderio di avere un senso e un obiettivo?

Penso a quello che mi ha detto la mia sorella attivista in una conversazione su Skype da Baghdad questa settimana: “L’Is è un virus e l’unica cosa da fare con i virus è sterminarli”. Mi chiedo, come si stermina una mentalità, come si bombarda un paradigma? Come si fanno saltare la misoginia, il capitalismo, l’imperialismo e il fondamentalismo religioso?

Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo. Da un lato sono consapevole che l’unico modo per andare avanti è riscrivere da zero la storia attuale, procedere a un esame collettivo approfondito e ponderato delle cause che stanno alla base delle varie violenze in tutte le loro componenti economiche, psicologiche, razziali, patriarcali, che richiedono tempo. Allo stesso tempo, so che in questo preciso istante tremila donne yazide subiscono percosse, stupri e torture.

Penso alle donne, alle migliaia di donne che in tutto il mondo hanno operato senza pausa per anni e anni, esaurendo ogni fibra del loro essere per denunciare lo stupro, per porre fine a questa patologia di violenza e odio nei nostri confronti. E la razionalità, la pazienza, l’empatia, la mole della ricerca, le cifre che mostriamo, le sopravvissute che curiamo, le storie che ascoltiamo, le figlie che seppelliamo, il cancro di cui ci ammaliamo non contano: la guerra contro di noi infuria ogni giorno più metodica, più sfacciata, brutale, psicotica.

Penso che l’Is, come l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, le temperature assassine sia forse il segnale che per le donne si avvicina lo scontro finale. È giunta l’ora in cui secoli eterni di rabbia femminile devono fondersi in un’impetuosa forza vulcanica, scatenando la furia globale della vagina delle divinità femminili Kali, Oya, Pele, Mama Wati, Hera, Durga, Inanna e Ixchel, lasciando che sia la nostra ira a guidarci.

Penso alla cantante folk yazida Xate Zhangali, che dopo aver visto le teste delle sue sorelle penzolare dai pali nella piazza del suo villaggio ha chiesto al governo curdo di armare e addestrare le donne, e penso alle Sun Girls, la milizia femminile da lei creata, che combatte l’Is sulle montagne del Sinjar. E in questo momento, dopo anni di attivismo contro la violenza, sogno che migliaia di casse piene di ak47 cadano dal cielo sui villaggi, le fattorie e le terre delle donne, questi guerrieri con il seno che insorgono combattendo per la vita.

Così sono arrivata a pensare all’amore, a come il fallimento di questo secolo sia un fallimento dell’amore. Cosa siamo chiamati a fare, di che cosa siamo fatti tutti noi che siamo in vita su questo pianeta oggi. Che tipo di amore serve, quanto deve essere profondo, intenso e bruciante. Non un amore ingenuo sentimentale, neoliberista, ma un amore ossessivamente altruista.

Un amore che sconfigga i sistemi basati sullo sfruttamento di molti a vantaggio di pochi. Un amore che trasformi il nostro disgusto passivo di fronte ai crimini contro le donne e l’umanità in una resistenza collettiva inarrestabile. Un amore che veneri il mistero e dissolva la gerarchia. Un amore che trovi valore nella connessione e non nella competizione tra noi. Un amore che ci faccia aprire le braccia ai profughi in fuga invece di costruire muri per tenerli fuori, bersagliarli con i lacrimogeni o rimuovere i loro corpi gonfi dalle nostre spiagge.

Un amore che bruci di fiamma viva tanto da pervadere il nostro torpore, squagliare i nostri muri, accendere la nostra immaginazione e motivarci a uscire infine, liberi, da questa storia di morte. Un amore che ci dia la scossa,spingendoci a dare la nostra vita per la vita, se necessario.

Chi saranno i coraggiosi, furibondi, visionari autori del nostro manuale di amore rivoluzionario?

Parigi, settembre 2015. Per Yanar e le mie sorelle in Iraq e in Siria

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 1 aprile 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Cominciamo questa settimana con la storia dello Yarl’s Wood Immigration Removal Centre, un centro di detenzione per immigrati a Milton Ernest, nel Bedfordshire, Inghilterra. Aperto dalla fine del 2001, può ospitare fino a 900 persone ed era all’epoca tra i più grandi centri di detenzione per immigrati in tutta Europa. È stato spesso al centro di episodi controversi, come scioperi della fame e rivolte, e accuse di molestie contro le donne. L’anno scorso la struttura ha negato l’accesso a Rachida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne. Stesso destino per le telecamere. Lo racconta Myriam Francois-Cerrah, una giornalista freelance, su newstatesman.com, spiegando che, secondo l’organizzazione benefica Medical Justice alcune donne incinta, detenute a Yarl’s Wood, stanno ricevendo cure mediche al di sotto degli standard, mettendo la vita di madri e bimbi in serio pericolo. Anche perché i periodi di detenzione di queste persone, in teoria “transiti”, in realtà si trasformano per molti in mesi e anni. Sebbene la descrizione della struttura, secondo il sito ufficiale dello Yarl’s Wood, sia in stile hotel – racconta ancora Myriam Francois-Cerrah, due ex detenuti da lei intervistati, un uomo e la moglie incinta, parlano di esperienza “peggiore che nel terzo mondo”. La questione del trattamento delle donne in attesa era balzata agli onori delle cronache già nel 2011, quando uscì la notizia del collasso di una detenuta incinta per aver sopportato un viaggio di quattro giorni da Belfast a Yarl’s Wood via Scozia e Manchester. In un altro caso più recente un’altra detenuta ha avuto un aborto spontaneo dopo essere collassato all’interno della struttura. Una recente inchiesta di Channel 4 News ha raccontato gli abusi e le molestie alle donne all’interno del centro, insieme alle devastanti conseguenze sulle loro condizioni fisiche e mentali: molte di loro, infatti, erano tra l’altro già vittime di violenza sessuale, tratta e varie forme di violenza nei loro paesi di origine .

E torniamo in Afghanistan, dove la morte della 27enne Farkhunda per mano di una gang di animali che l’hanno pestata a morte e ne hanno poi bruciato il corpo accusandola di una falsità – aver dato fuoco a delle pagine del Corano – ha shoccato il Paese. Le immagini della sua brutale morte sono diventate virali e questa volta, sottolinea TOLO News, l’oltraggio ha portato gli afghani in piazza e per le strade. Facebook e gli altri social media. La scorsa settimana folle di persone in più aree del Paese hanno cantato per le strade per giorni, chiedendo giustizia per Farkhunda e la morte per i suoi assassini.

Passiamo alla Repubblica Democratica del Congo per raccontarvi la storia insieme al movimento One Billion Rising della Città della Gioia, una comunità per le donne vittime di violenza che si trova a Bukavu. Una realtà concepita e gestita da congolesi, nata nel giugno 2011 e che, per la “guarigione” delle donne attraverso un percorso che dal trauma passa per la terapia e l’investimento sulle competenze come elementi essenziali per andare avanti nella vita, nell’amore e nella comunità. La situazione in Congo, spiega il sito di One Billion Rising, è ancora “volatile”: acqua, elettricità, lavoro, cibo, assistenza sanitaria e strade rappresentano ancora un problema enorme e la violenza è una vera e propria epidemia. Nonostante le azioni della comunità internazionale, milioni di congolesi vivono in condizioni di povertà e violenza, mentre le multinazionali continuano a saccheggiare le loro risorse. In questi quattro anni lo staff della Città della Gioia ha fatto enormi progressi in termini di professionalità, dedicando le proprie competenze ed energie al percorso di trasformazione delle 88 giovani donne che si trovano qui.

A Baghdad, in Al-Mutanabbi Street, centro intellettuale della città nell’ottavo secolo e oggi via costellata da bancarelle-librerie, apre la prima gestita da una donna, la 22enne Ruqaya Fawziya. A raccontarlo è il sito illibraio.it. Al-Mutanabbi Street, è tristemente famosa per l’attentato del 2007, che ha coinvolto 27 persone, rimaste uccise. In seguito, è partito il progetto “Al Mutanabbi Street Starts Here”, su iniziativa di un libraio californiano che, per mostrare la propria solidarietà ai librai e ai lettori di Baghdad, ha raccolto “pubblicazioni” di 260 artisti da tutto il mondo, dando vita a una mostra itinerante. Come racconta Ruqaya la sua famiglia e le persone a cui raccontava l’idea di vendere libri per strada, hanno iniziato a sostenerla solo una volta intrapreso il progetto; quanto ai passanti e ai clienti, invece (come racconta jl sito bookpatrol.net, da cui sono tratte le immagini), la libraia racconta: “Non ho affrontato molestie di alcun genere dalle persone che visitano Al-Mutanabi Street; ma, a volte, la gente mi guarda con sorpresa, forse perché non ha familiarità con una donna che vende libri. Ma ci sono anche molte persone che, al contrario, mi incoraggiano”.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 17 febbraio 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Andiamo subito in Turchia, dove l’opposizione accusa il governo di non fare abbastanza per proteggere le donne. Manifestazioni e polemiche sono letteralmente esplose in tutto il Paese in seguito all’uccisione di una studentessa e si sono inserite anche nel dibattito in corso sulla pena di morte. La vittima è Ozgecan Aslan, 20 anni, ammazzata venerdì scorso dopo aver provato a resistere, si dice, ad un’aggressione sessuale nel sud della Turchia. Il suo corpo è stato bruciato. Per il brutale femminicidio sono stati arrestati tre uomini: due ragazzi di 20 e 26 anni e il padre 50enne di uno dei due. Ozgecan Aslan sarebbe stata violentata nell’autobus che la stava portando a casa. Kemal Kilicdaroglu, presidente del Partito del Popolo Repubblicano, ha denunciato la questione femminile criticando anche i provvedimenti del governo che prevedono incentivi in contanti alle famiglie per fare più figli e alle donne per prediligere i parti naturali. Un’interferenza, dice l’opposizione, che è vera e propria “violenza contro le donne” da parte del governo. Il deputato turco Faruk Loğoğlu ha chiamato in causa l’Onu chiedendo a Ban Ki-moon di agire. Erdogan, dal canto suo, ha promesso di seguire il caso della giovane studentessa trucidata e ha dichiarato che la violenza contro le donne è una vera e propria ferita aperta per il Paese. “Vogliamo esprimere il nostro cordoglio più profondo per l’uccisione di Ozgecan Aslan”, ha twittato l’ambasciata statunitense. “Condanniamo duramente tutti i crimini e gli atti di violenza contro le donne in tutto il mondo”. Solo lo scorso anno 3mila donne sono state uccise in Turchia.

In Cile la presidente Michelle Bachelet ha mantenuto la sua promessa: ha presentato una legge per regolamentare l’aborto, che nel Paese, come in Salvador, Honduras, Repubblica Dominicana e Nicaragua, è ancora totalmente illegale. Ne parla in Italia Noi Donne: la Presidente ha firmato una proposta che verrà discussa in Parlamento a marzo e che vuole depenalizzare l’aborto qualora sussistano gravi rischi per la vita della madre, qualora il feto sia malformato o se la gravidanza è frutto di una violenza sessuale. “In una società dove le donne sono cittadine a trecentosessanta gradi e libere, né lo Stato né nessun altro può obbligarle a prendere una decisione contro il loro personale diritto e desiderio di essere madri. Ma allo stesso modo, quando la decisione della donna è quella di non continuare la gravidanza per una delle tre gravi ragioni menzionate, lo Stato deve proporre alternative fondate sui diritti delle donne, al fine di proteggerne la dignità e la vita”, ha chiarato la Presidente che è stata anche Direttora esecutiva di UNWOMEN dal 2010 al 2013.

Passiamo a Strasburgo, dove – come riporta ancora NoiDonne, il Parlamento europeo è chiamato ad esprimere il voto finale sulla Risoluzione Tarabella, dal nome del suo estensore, l’eurodeputato belga Marc Tarabella (Gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti & dei Democratici), avente ad oggetto la Relazione sulla Parità tra donne e uomini nell’Unione europea per l’anno 2013. L’appuntamento è per il 9 marzo. Il documento affronta temi come il congedo parentale, il gap salariale di genere, il divario pensionistico e l’implementazione di politiche proattive per l’occupazione femminile. Non manca il diritto delle donne di disporre del proprio corpo, per “avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto”.

Nel frattempo “50 sfumature di grigio” continua a far discutere. È di questi giorni la protesta di un gruppo di suore irlandesi davanti al cinema della cittadina di Drinagh. Sono rimastè lì, all’ingresso, cercando di dissuadere gli spettatori ad entrare in sala. E spiegando che protestano con cognizione di causa, perché il film lo hanno visto e lo definiscono violento.

Angelina Jolie, insieme al politico conservatore britannico William Hague, ha aperto il primo centro europeo contro la violenza sulle donne nelle zone di guerra. Il centro avrà sede presso la London School of Economics in Inghilterra, e si concentrerà principalmente sulle donne nelle questioni collegate ai conflitti e su una più ampia responsabilità per porre fine agli stupri e ai crimini sessuali di guerra. “Abbiamo bisogno di una nuova generazione di giovani istruiti con le menti curiose ed energia fresca, che sono disposti non solo a sedersi in classe, ma anche ad andare in campo e per le aule di tribunale facendo la differenza”, ha detto l’attrice.

Nelle Filippine una manifestazione di studenti, per la maggior parte studentesse, della Roman Catholic school, ha segnato un nuovo appuntamento nell’ambito di One Billion Rising, il movimento globale contro la violenza di genere. Una danza per chiedere la fine della violenza contro donne e ragazze. L’attrice filippina Monique Wilson, a capo del movimento nato tre anni fa, ha spiegato ancora una volta numeri che vale la pena ripetere, ovvero che le statistiche delle Nazioni Unite mostrano che una donna su tre – un miliardo in tutto il mondo – verrà aggredita o stuprata nel corso della sua vita. Come racconta l’Associated Press, anche Suor Mary Francis Dizon, presidente della scuola, ha danzato indossando una maglietta rosa “One Billion Rising”.

E anche per oggi è tutto.

Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 febbraio 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.
Partiamo subito con One Billion Rising che ha lanciato la terza fase della sua campagna globale per porre fine alla violenza contro le donne: la ‘One Billion Rising Revolution.

Ascolta #donnenelmondo del 3 febbraio 2015 su Radio Bullets.

Nelle Filippine, scrive l’Observer, il gruppo One Billion Rising ha documentato una crescita nel numero di casi di violenza contro le donne. Gabriela, portavoce del gruppo, spiega di aver raccolto 606 casi in nove mesi, a fronte dei 459 documentati nel 2011. Nel 2014 ogni 31 minuti una donna o una ragazza è stata assalita: l’anno prima accadeva ogni due ore. E ogni ora e 21 minuti c’è una vittima di stupro. Nel 2013 accadeva ogni ora e mezzo.
In Birmania il parlamento ha approvato all’unanimità una proposta per introdurre rapidamente una legge per proteggere le donne dalla violenza, definita “uno dei principali problemi che ostacolano gli sforzi del Paese per alleviare la povertà”. “A causa della violenza sessuale, le donne soffrono di gravidanze indesiderate, di malattie sessualmente trasmissibili e di traumi mentali, e vengono emarginate dalle loro comunità”, spiega la parlamentare Nan Say Awa.
Passiamo all’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite che lancia l’allarme: migliaia di bambini che entrano illegalmente negli Stati Uniti dall’America Centrale potrebbero beneficiare dello status di rifugiato, ma vengono deportati nel loro paese, dove si trovano ad affrontare la persecuzione delle bande criminali e dei cartelli della droga. Circa 70.000 bambini sono arrivati al confine degli Stati Uniti, soprattutto dall’Honduras, da El Salvador e dal Guatemala passando attraverso il Messico: Barack Obama l’ha definita “una situazione umanitaria urgente”. Il centro America, si legge su Reuters, è l’area con il più alto tasso di omicidi del mondo. Secondo il National Migration Institute, tra gennaio e settembre del 2014 il Messico ha rimpatriato in Honduras 6.623 bambini, mentre gli Stati Uniti ne hanno fatti rientrare 564 insieme alle loro famiglie. Le gang criminali in Honduras controllano interi quartieri attraverso l’estorsione, la violenza sessuale contro donne e ragazze, le minacce, gli omicidi e il reclutamento forzato di bambini.
E proprio negli Stati Uniti si è appena celebrato il grande rito del Super Bowl, la finale del football evento sportivo e televisivo dell’anno. E quello che balza agli occhi – scrive Ann Friedman sul New York Magazine – è che la pubblicità quest’anno si sarebbe data al femminismo. Già: questo a patto di superare gli angeli di Victoria Secret con il messaggio “definitivo” che ogni donna dovrebbe ricevere un bel regalo firmato VS, o la pubblicità interpretata da Kim Kardashian per T-Mobile. Il Tempo, qui in Italia, definisce poi – testuale: “Da ormoni a mille lo spot di Carl’s Jr. con Charlotte McKinney che esibisce un corpo mozzafiato tra battute e doppi sensi legati alle verdure degli hamburger della catena di fast food. All-Natural: come madre natura li ha fatti”. 113 milioni di persone in tv hanno visto la partita ma anche gli spot più costosi del mondo: 4 milioni e mezzo di dollari per 30 secondi, centesimo più centesimo meno. E superato lo scoglio delle succitate pubblicità, compare in effetti l’iniziativa della National Football League per No More, organizzazione “ombrello” che lotta contro la violenza domestica e la violenza sessuale: lo spot manda in onda l’ormai celebre chiamata di una donna al 911 che finge di ordinare la pizza per chiedere di essere salvata dall’uomo che la sta picchiando. O ancora la campagna #LikeAGirl o le pubblicità di Dove e Nissan dedicate finalmente non alle mamme amorevoli la cui unica realizzazione sembra essere cambiare il pannolino ma ai papà.
Il Bangladesh Indigenious Women’s Network ha presentato in questi giorni gli ultimi dati sulla violenza di genere. Numeri che dimostrano un significativo aumento degli attacchi contro le donne indigene. Mentre nel 2013 erano stati segnalate 45 aggressioni, il numero è passato a 75 nel 2014: 51 solo nel sud est del Paese, nelle Chittagong Hills. In totale, circa 117 donne hanno riferito di essere state abusate fisicamente e sessualmente.
E il Pakistan ha sottolineato la necessità di porre fine all’impunità per i responsabili di violenze contro le donne nei conflitti e di portare gli attori non statali all’applicazione del diritto internazionale umanitario. “La protezione dei civili nei conflitti armati è una delle funzioni principali del Consiglio di sicurezza nelle sue missioni di pace”, ha spiegato l’ambasciatore Masood Khan, rappresentante permanente del Pakistan alle Nazioni Unite. “Le donne e le ragazze, i soggetti più vulnerabili, portano il peso della devastazione dei conflitti”.
E per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 13 gennaio 2015

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Buongiorno da Angela Gennaro, e un benvenuto a #donnenelmondo a tutte le ascoltatrici e gli ascoltatori di Radio Bullets.

Ascolta #Donnenelmondo del 13 gennaio 2015 — Radio Bullets

Andiamo subito in Canada dove il nuovo report dell’Inter-American Commission on Human Rights sottolinea l’obbligo da parte delle leggi internazionali sui diritti umani di prevenire la violenza contro le donne attraverso misure per affrontare la povertà e altri fattori socio-economici. Il rapporto sottolinea come tra le cause profonde della violenza di genere in Canada ci siano la storia di colonizzazione del Paese, la disuguaglianza e l’emarginazione economica e sociale. La Commissione ha avviato un’indagine sulle donne scomparse e assassinate nel British Columbia nel 2012 su richiesta della Native Women’s Association of Canada e della Canadian Feminist Alliance for International Action. Circa 1.200 tra donne e ragazze canadesi sono state uccise o sono scomparse in Canada tra il 1980 e il 2012.

E passiamo a Taiwan, dove la drammaturga e attivista Eve Ensler — quella dei Monologhi della vagina, per intenderci — ha partecipato nei giorni scorsi a una manifestazione “One Billion Rising” contro la violenza di genere. “Negli ultimi anni, i casi di stupro e di violenza domestica a Taipei sono aumentati in maniera costante”, spiega il sindaco Ko Wen-je. Ensler, racconta il Taipei Times, è colei che ha dato il via nel 1998 al movimento dei V-day per porre fine alla violenza contro le donne e promuovere la parità di genere, lanciando poi la campagna “One Billion Rising” nel 2012, dove “one billion”, un miliardo, rappresenta il numero stimato di persone che hanno subito violenze domestiche o abusi sessuali in tutto il mondo.

E andiamo in Australia dove 30 anni dopo il femminicidio della sorella Anita Cobby, Kathryn Szyszka continua la sua lotta contro la violenza di genere. È il 2 febbraio del 1986 quando Anita, 26 anni, viene rapita mentre cammina per strada a Blacktown. Cinque uomini — John Travers, Michael Murdoch e il fratello Leslie, Michael e Gary Murphy — la violentano brutalmente e la uccidono.

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