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Radio Bullets, #donnenelmondo del 4 marzo 2016

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Dal Pakistan al Giappone, da Bristol alla Siria. Passando per tutto quello che i media non scrivono di Maya Angelou. Ascoltare per credere.

Ascolta la puntata.

A Girl in the River: the price of forgiveness di Sharmeen Obaid-Chinoy vince l’Oscar 2016 per il miglior documentario. “Ogni anno”, si legge sul sito degli Oscar, “più di 1.000 ragazze e donne sono vittima di delitti d’onore a sfondo religioso in Pakistan, soprattutto nelle zone rurali. La diciottenne Saba è una ragazza che si innamora e scappa di casa e che per questo viene presa di mira dal padre e dallo zio. Saba è sopravvissuta e ha raccontato la sua storia, mentre i suoi aggressori sono stati liberati. Per Sharmeen Obaid-Chinoy si tratta della seconda nomination all’Oscar.

Giappone. Quasi un terzo delle donne lavoratrici dichiara di aver subito molestie sessuali sul posto di lavoro: contatti fisici indesiderati, ad esempio, o commenti degradanti. È quanto emerge da uno studio realizzato dal governo giapponese: il primo del suo genere, secondo quanto riporta l’Associated Press. Il 29% delle intervistate ha dichiarato di aver subito molestie sessuali. La classifica delle molestie vede al primo posto – nel 54% dei casi – il fatto che, nel 54% dei casi la conversazione verta su aspetto o età della donna. Al secondo posto, nel 40% dei casi, ci sono i contatti fisici indesiderati e al terzo – 38% – le domande a sfondo sessuale. Seguono inviti a pranzo o ad uscire nel 27% delle risposte. Nella classifica del World Economic Forum sul gender gap, il divario di genere, il Giappone si assesta al 101esimo posto sul totale di 145 Paesi. Anche se, si legge ancora su AP, il primo ministro Shinzo Abe ha fatto dell’incoraggiamento alle donne a lavorare e fare carriera uno dei pilastri della sua politica, il progresso è stato graduale. Le donne occupano oggi circa l’8 per cento delle posizioni di leadership in imprese con più di 100 dipendenti. Nello studio governativo non vengono enunciate eventuali misure specifiche per ribaltare la situazione. In molte aziende giapponesi, le donne sono collocate su percorsi professionali diversi da quelli degli uomini. Spesso hanno un lavoro part time, anche perché la maggior parte degli uomini giapponesi raramente dà una mano nei lavori domestici. Il fenomeno per cui le donne escono dal mercato del lavoro per avere figli, per poi rientrarvi in un secondo momento, è ancora molto diffuso in Giappone. Lo studio ha rilevato anche il fenomeno delle “molestie da maternità”, ovvero la bullizzazione delle donne cui viene intimato, più o meno esplicitamente, di lasciare il lavoro quando restano incinta.

Molte testate l’hanno riportata come notizia succulenta: la decisione di una società di Bristol di introdurre la “period-policy” per le sue lavoratrici, basata sull’idea che tenere conto del ciclo mestruale mensile delle dipendenti possa essere positivo anche “per gli affari”. Coexist è un’impresa sociale, ma in realtà non ha una policy-mestruazioni come scritto da molti esimi colleghi – lo smentisce infatti sulla pagina Facebook: quello che sta portando avanti è una discussione sulla flessibilità sul posto di lavoro a supporto dei cicli naturali della vita di donne e uomini. Proprio su questo sarà incentrato l’evento del 15 marzo organizzato dall’azienda con Alexandra Pope, autrice del libro Mestruazioni che vive a Sydney, in Australia, dove lavora come psicoterapeuta. Nel corso dell’evento – si legge sul sito – Alexandra presenterà un’immagine radicalmente nuova del ciclo mestruale, descritto come una risorsa per l’intera organizzazione. Si parlerà di come imparare a massimizzare il benessere di tutti – TUTTI, maiuscolo – i dipendenti, favorendo un approccio positivo al ciclo mestruale e di come implementare l’efficienza sul posto di lavoro utilizzando i cicli naturali di uomini e donne. Si analizzerà l’opportunità di sperimentare – questo sì – una “policy-mestruazioni” in azienda e nell’organizzazione della vita quotidiana. La consapevolezza del ciclo insomma, e naturalmente la non vergogna, sono strumenti di consapevolezza per le donne ma anche per la società tutta.

E continuiamo anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Razan Zaitouneh. Scrittrice e avvocata per i diritti umani, ha fondato il Centro di Documentazione delle violazioni in Siria nel 2011, Razan Zaitouneh è stato rapita il 9 dicembre 2013 insieme al marito e due colleghi del Centro nei sobborghi di Damasco, dove si erano nascosti per sfuggire alle forze governative. Non si sa con certezza chi li abbia rapiti, ma alcune fonti hanno dichiarato che si è trattato di membri del gruppo salafita Jaysh al-Islam. Premiata con numerosi riconoscimenti tra cui il premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 2011 e l’International Women of Courage Award nel 2013, Zaitouneh sapeva di essere minacciata. In un video messaggio registrato cinque giorni prima della sua scomparsa, ha detto: “Saluto le migliaia di uomini e donne che lavorano in silenzio alle fondamenta per realizzare il loro sogno di libertà e di giustizia”.

Su Upworthy la storia di Maya Angelou, poetessa, attrice e ballerina morta il 28 maggio del 2014 a 86 anni. Nata Marguerite Ann Johnson, ha pubblicato, in mezzo secolo, un’autobiografia divisa in sette parti, tre libri di saggistica e numerose raccolte di poesia, oltre a libri per bambini, drammi teatrali, sceneggiature e programmi televisivi. In un’intervista del 2009 con Maya Angelou, Gary Younge scriveva sul Guardian: “Per conoscere la storia della vita di Maya è necessario chiedersi cosa si è fatto con la propria, di vita, ed essere felici del fatto di non essere dovuti passare attraverso la metà delle cose che ha passato lei. Prima dei 40 è stata ballerina professionista, prostituta, docente, attivista, cantante, e redattrice. Ha vissuto in Ghana e in Egitto, è stata in giro per l’Europa con un corpo di ballo e si è stabilita praticamente in quasi tutte le regioni degli Stati Uniti “. Ecco nove cose che raccontano di questa poetessa ma di cui i media non si sono occupati. Aspetti che raccontan, si legge su Upworthy, che meravigliosa essere umana Maya sia stata. 1. È stata la prima donna nera autista di una macchina a San Francisco. Aveva 14 anni. 2. Ha realizzato un documentario in 10 parti sull’influenza della cultura Afro-Americana nel panorama americano. Lo ha fatto all’epoca della morte di Martin Luther King Jr., assassinato il giorno del suo 40esimo compleanno, il 4 aprile 1968. Il tutto senza alcuna formazione formale come filmmaker. 3. Si è sempre lanciata in feste epiche. Anche a 80 anni. 4. Quando viveva in Egitto era una delle due uniche persone afroamericane a lavorare per una testata in Medio Oriente. L’altro era David Du Bois, figliastro dell’attivista e storico W.E.B. Du Bois, che ha lottato duramente per convincere The Arab Observer ad assumere Angelou. Ci riuscì e lei divenne divenne l’unica donna nella redazione del magazine. 5. Sapeva decisamente cosa fosse importante nella vita. Maya Angelou fece in modo di tenere separate vita personale e professionale. Scrivere era per lei molto importante, ma era soprattutto fondamentalmente un lavoro, e lei faceva in modo di non farlo a casa. 6. Parlava cinque lingue oltre all’inglese: francese, spagnolo, ebraico, italiano e fanti, una lingua del Ghana. 7. Sapeva quello che voleva. Quando accettava un’intervista, forniva l’intervistatore di una lista incredibilmente semplice di regole. Come ad esempio: un dialogo che è un incontro. “Angelou spesso fa una pausa prima di parlare o quando completa il suo pensiero. Si prega di trattenere il proprio pensiero fino a quando lei ha finito di parlare”. Temperatura ambiente: “Maya Angelou richiede ambienti caldi. È possibile togliere la giacca o allentare la cravatta se si trova la stanza troppo calda”. 8. Dopo essere stata abusata sessualmente da bambina, Maya ha smesso di parlare per sei anni. Non c’è niente di bello in questo, ovviamente, scrive Upworthy. Ma meraviglioso fu il modo in cui Maya ha mantenuto la sua mente acuta e sveglia: memorizzando le poesie di Edgar Allen Poe. 9. Infine, la sua musica è fantastica. Ascoltare per credere: questa è “Run Joe”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 febbraio 2016

Shamma-Al-Mazrui

Siria, MSF: sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Zika, il Papa: contraccezione sì, aborto mai. Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni in Uganda. Dal carnevale di Rio al “silenziamento” della gestione maschile del corpo delle donne in Brasile. Oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India ha nozioni distorte di violenza domestica. E pensa sia normale. Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Torneo di beach volley in Iran: ma le donne non possono (ancora) entrare. Le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Honduras, una donna uccisa ogni 16 ore. Khadija Ismayilova è l’eroina dell’informazione della settimana, dalla classifica di RSF. 

Ascolta la puntata.

Siria. 1,9 milioni di persone vivono sotto assedio, le frontiere sono chiuse ai rifugiati e dilagano i bombardamenti contro strutture mediche e aree densamente abitate. È l’allarme lanciato dall’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere, con un appello specifico agli stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, che sono parte attiva del conflitto: devono rispettare le risoluzioni da loro stessi approvate per fermare il massacro e garantire che i loro alleati assicurino la dovuta protezione ai civili ed evitino i combattimenti in aree civili. MSF presenta l’impatto del conflitto contro i civili attraverso i dati raccolti in 70 fra gli ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione in Siria nordoccidentale, occidentale e centrale. Nel complesso, sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Il rapporto denuncia che 63 ospedali e strutture sanitarie supportate da MSF sono state attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni nel solo 2015. 12 strutture sono state distrutte e 23 membri dello staff sono rimasti uccisi.

“Alle donne esposte al virus Zika potrebbe essere permesso di usare contraccettivi per evitare le gravidanze”. Lo ha suggerito Papa Francesco nel corso della lunga conferenza stampa che come di consueto ha tenuto sul volo papale, questa volta di ritorno dal Messico. “Ma l’aborto, quello resta il “male assoluto”, un crimine”. E non dovrebbe mai essere permesso, nemmeno per quelle donne che aspettano un bambino con seri danni cerebrali causati dal virus Zika.

Una donna brasiliana vestita come l’artista messicana e icona femminista Frida Kahlo apre una lattina di birra. Altre mostrano cartelli con slogan come “Let me samba in peace”. Questo, si legge su Vice News, è stato il carnevale di Rio de Janeiro. Mulheres Rodadas – un termine slang che significa “donne che sono già state in giro” – è un gruppo nato poco più di un anno fa con l’obiettivo di combattere quello che viene definito un certo tipo di “silenziamento”, in Brasile, della discriminazione sessuale che sembra celebrare la libertà femminile ma che spesso significa tutt’altro. “La gente dice che in Brasile le donne si vestono come vogliono”, spiega Debora Thomé, “Quindi come si può volere più libertà? Ma diciamo che è come gli uomini vogliono che le donne si comportino. Una donna si può mettere quello che vuole, ma poi diventa vittima di violenza a causa di quello che indossa”. Un nuovo movimento femminista insomma, che sta crescendo in un Paese dove l’aborto è ancora illegale ad eccezione dei casi di stupro, quando la vita della madre è in pericolo, quando nel feto si riscontra una malformazione che porta alla sicura morte del bambino e nota come anencefalia. Il movimento nasce anche in risposta all’emendamento proposto da Eduardo Cunha, deputato e leader del potente blocco cristiano evangelico del Congresso. Che ha presentato un emendamento per cui per accedere all’aborto le vittime di stupro devono obbligatoriamente denunciare il crimine e sottoporsi ad esame medico forense. Di lui, le femministe brasiliane dicono: “Oh no, Eduardo Cunha vuole controllar era tua vagina”. In Brasile, spiega ancora Thomé, gli uomini sentono di avere “il diritto di controllare il corpo delle donne. Pensate a quell’emendamento”. Solo il 10% dei deputati del congresso è donna: quindi in pratica gli uomini stanno decidendo se e quando le donne possono abortire”.

Giappone: videogiochi, sesso e violenza. RapeLay, dove si gioca nei panni di un predatore sessuale, è il caso estremo, ma molti sono i giochi e i cartoni animati giapponesi che hanno un rapporto “ controverso” con questo tipo di contenuti. Alcuni provvedimenti sono già stati presi, ma ora il Comitato CEDAW (Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) chiede di più. Ed “esorta vivamente il Giappone a vietare la vendita di videogiochi o fumetti che abbiano come contenuto stupri e violenza sessuale contro le donne che così normalizzano e promuovono la violenza sessuale contro le donne e le ragazze”.

Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni. Accade a Kampala, in Uganda. Una decisione che arriva dopo che gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per l’atmosfera elettorale deteriorata che si stava creando in vista delle elezioni del 18 febbraio. La violenza sotto elezioni è un elemento che si ripete in molti Paesi africani, innescata da tensioni politiche o etniche o da processi elettorali viziati: e donne e bambini sono le persone che hanno più probabilità di subirla. Jessica Nkuuhe, coordinatrice nazionale dell’Uganda’s Women Situation Room, spiega che il centro di controllo lavorerà fino al 20 febbraio. In passato, spiega Nkuuhe, non ci sono state segnalazioni di violenze elettorali sulle donne in Uganda, ma elettrici e candidate hanno affrontato diversi tipi di violenza psicologica, e hanno fatto fronte agli sforzi portati avanti per impedire loro di votare. “Sono stati riportati anche episodi di violenza domestica derivanti da differenze nella scelta del partito o dei candidati”, spiega a Reuters. Yowecri Museveni, presidente dell’Uganda, ha governato il Paese per tre decenni da quando è salito al potere dopo una guerra-guerriglia durata cinque anni. Anche in queste elezioni Museveni è il favorito e potrebbe vincere un mandato di altri cinque anni, ma questa è per lui l’elezione più difficile. Il mese scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che vi erano state numerose segnalazioni di “eccessiva forza, ostruzionismo, dispersione di manifestazioni dell’opposizione, intimidazioni e arresti di giornalisti” da parte della polizia, in un clima elettorale definito “di paura e intimidazione”. Patricia Munaabi Babiiha, direttrice esecutiva del Forum for Women in Democracy, spiega che la sala di controllo impiega donne e giovani e coinvolge anche rappresentanti della polizia e funzionari della Commissione elettorale. Sono stati formate 450 persone, tra donne e giovani, distribuiti in 15 distretti considerati punti cruciali per l’osservazione e il monitoraggio delle elezioni da una prospettiva di genere e di violenza. Sono stati formati anche 10 giovani volontari, operatori del call center che riceve e registra le segnalazioni e fa partire gli interventi in caso di necessità. Quello della situation room di genere è un progetto realizzato dall’Angie Brooks International Center (ABIC) durante le elezioni in Liberia del 2011 e poi replicato con successo durante le elezioni in Senegal, Sierra Leone, Nigeria e Kenya.

Da un recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione emerge che oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India possiede contorte e male informate nozioni sulla violenza domestica. Lo studio ha rilevato che il 53 per cento delle ragazze in entrambi i paesi ritengono che la violenza domestica sia giustificata. Secondo i dati raccolti in India e in altri Paesi in via di sviluppo, un’alta percentuale di adolescenti maschi ha la stessa convinzione. Gli atteggiamenti regressivi sui ruoli di genere si sono infiltrati ormai così profondamente nella cultura e nella società che spesso le vittime, reali o potenziali, di violenza domestica e di violenza contro le donne, ritengono che non ci sia nulla di sbagliato in quei comportamenti. C’è una tendenza a incolpare le vittime di violenza per la loro situazione, mentre l’autore viene del tutto assolto da qualsiasi responsabilità. La struttura sociale patriarcale, si legge su The Express Tribune, la diffusa disuguaglianza di genere, contorte nozioni del concetto di onore, un quadro giuridico debole e un generale aumento della violenza nella società hanno contribuito al fatto che la violenza domestica sia considerata come una componente accettabile dell’esistenza. Una sindrome di Stoccolma a livello di società, si legge ancora, per cui nelle vittime si sviluppano sentimenti di simpatia nei confronti dei rapitori o dei violenti. Questa mentalità prepara le giovani donne a una violenza che dura per tutta la vita. I loro figli saranno esposti per la stessa violenza e da grandi alle stesse credenze.

Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Il governo indiano ha emanato specifiche direttive affinché le stazioni di polizia raccolgano le denunce di violenza sulle donne e venga fatto un lavoro in termini di istruzione e formazione tra le forze di polizia. Un portavoce del governo ha fatto sapere che si stanno portando avanti molteplici sforzi per l’empowerment delle donne, cominciando dalle forze dell’ordine e da quelle stazioni di polizia troppo al maschile. Il progetto è anche quello di aumentare del 33% la presenza femminile all’interno delle forze di polizia. Al momento è del 6-7%.

Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Le nuove nomine includono cinque donne, portando il numero totale della rappresentanza femminile al numero record di otto donne su un totale di 29 membri di gabinetto. Shamma al Mazrui, 22enne e ministra per gli Affari Giovanili, è la più giovane ministra del mondo; sarà anche a capo del Consiglio Nazionale Giovanile degli Emirati.

È cominciato in questi giorni il primo torneo di beach volley mai ospitato in Iran. Nonostante le ripetute promesse della Federazione internazionale di pallavolo, alle donne viene ancora negato l’ingresso alle partite, tra le intimidazioni dei funzionari locali. Human Right Watch ha lanciato una campagna su Twitter e Facebook per chiedere alla Federazione di mantenere le sue promesse. L’hashtag è #Watch4Women.

Che si tratti di aree urbane o rurali, di paesi sviluppati o in via di sviluppo, le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Come dichiarato da UN Women – scrive Angelique Moss su The Diplomat, donne e ragazze temono e sperimentano differenti forme di violenza sessuale negli spazi pubblici, dagli ammiccamenti alle palpate, stupri e femminicidi. Accade dappertutto: le donne che vivono in Paesi e regioni “avanzati” non sono esenti dalle molestie in pubblico. Il 20% delle donne dichiara di aver vissuto una di queste esperienze in pubblico, secondo un sondaggio condotto nel 2014 dalla no-profit statunitense Stop Street Harrassment. Nella sola Londra, il 43% delle giovani dichiara di aver subito aggressioni e molestie nel 2012. Questo vuol dire per le donne, semplicemente, restrizione delle libertà. In risposta a questi dati UN Women ha lanciato l’iniziativa Safe Cities Global Initiative, con due principali filoni: Safe Cities Free of Violence against Women and Girls, attivo in Ecuador, Egitto, India, Papua Nuova Guinea e Rwanda. L’altro è Safe and Sustainable Cities for All, programma congiunto portato avanti con UNICEF e UN-Habitat. È attivo in Brasile, Costa Rica, Honduras, Kenya, Libano, Marocco, Filippine e Tajikistan.

L’Honduras ha tra i più alti tassi di femminicidi nel mondo, e come spesso accade l’impunità dilagante perpetra e alimenta la violenza di genere con una donna uccisa ogni 16 ore. “Io sono una donna e vivere senza violenza è un mio diritto” è la nuova campagna lanciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite con il sostegno del governo honduregno per ridurre i tassi scioccanti di violenza contro le donne attraverso azioni di consapevolezza. In Honduras il tasso di femminicidi violenti è aumentato di oltre il 260 per cento tra il 2005 e il 2013. Nel solo 2014, almeno 513 donne sono state vittime di femminicidio in Honduras, secondo le statistiche CEPAL. Secondo il Centro per i diritti della donna del Paese, nel 2015 una donna è stata uccisa ogni 16 ore. L’Honduras è anche considerato tra i primi 10 paesi al mondo con il più alto tasso di impunità. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, l’impunità ha un impatto particolarmente pesante sulle donne e “alimenta l’accettazione sociale del fenomeno della violenza contro le donne”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Khadija IsmayilovaQuando è stata condannata l’anno scorso a lavorare come spazzina per le strade per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, la giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova ha risposto con un sorriso che avrebbe “ripulito questo paese dalla sporcizia”: una cosa a cui era abituata. Ismayilova è noto per le sue indagini approfondite sulla corruzione tra i più alti livelli di governo. Incluso il clan presidenziale che gestisce i settori più redditizi dell’economia e i suoi investimenti in paradisi fiscali. Ex capa della sezione dell’Azerbaijan di Radio Free Europe/Radio Liberty, lavora per una serie di organi di informazione nonché per il consorzio internazionale di giornalismo investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project. Corre considerevoli rischi a livello personale. Nel 2012 e nel 2013 è stata bersaglio di una campagna diffamatoria e di un tentativo di ricatto con scene di un video girato da una telecamera nascosta nella sua camera da letto. Nel febbraio di quest’anno un cambiamento di tattica ha portato ad accusarla questa volta di spionaggio. Secondo il pubblico ministero che l’ha interrogata per tre giorni di seguito, è stata accusata di aver trasmesso segreti di stato al Congresso degli Stati Uniti. Ma ci vuole ben altro per convincerla a smettere di portare avanti le sue inchieste.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’1 settembre 2015

Palestinians try to prevent Israeli soldier from detaining a boy during a protest in the West Bank village Nabi Saleh, August 28, 2015. Reuters

Palestinians try to prevent Israeli soldier from detaining a boy during a protest in the West Bank village Nabi Saleh, August 28, 2015. Reuters

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I casi di violenza contro le donne in Nepal sono aumentati dal terremoto del 25 aprile a causa della distruzione degli spazi e delle infrastrutture. Ne abbiamo già parlato, ora su questi dati ritorna il Women Rehab Center che parla di 270 casi di violenza sulle donne registrati da giugno e luglio. Lo riporta l’agenzia Prensa Latina. 145 sono state le vittime di attacchi domestici di vario tipo, 22 sono state stuprate e 4 sono state vittima di tratta.

Un gruppo di esperti di diritti umani delle Nazioni Unite ha dato voce all’allarme lanciato dopo che una studentessa sudanese è stata condannata alla fustigazione pubblica e ad una pesantissima multa per “abbigliamento indecente”, mentre un’altra ha ricevuto una considerevole ammenda per le stesse accuse. Le Nazioni Unite chiedono che le sentenze vengano immediatamente ribaltate. “La condanna deve essere annullata e le ragazze immediatamente rilasciate” gli esperti del United Nations Human Rights Council spiegano in una nota. “Chiediamo anche al giverno del Sudan si intervenire su tutta la legislazione che discrimina il genere e di adeguarsi agli standard internazionali”. Entrambe hanno fatto appello ma non ci sono ancora le date dei processi.

L’israeliano Hareetz riporta la notizia di un soldato iraniano che ha provato a detenere hb minire durante gli scontri della scorsa settimana nel villaggio di Nabi Saleh nella West Bank, ma è stato fermato da alcune donne e alcuni bambini palestinesi. Secondo l’esercito, il giovane stava lanciando pietre ai soldati, che non avrebbero realizzato che si trattasse di un minore. Gli scatti di Reuters e di AFP mostrano il militare circondato da donne e bambini e in una foto viene anche morso a una mano da una giovane ragazza.

Nell’ambito del dibattito carrozze solo per donne sui treni, questo articolo di Jennifer Selway per il Daily Express puó far riflettere. “I miei genitori si sono incontrati su un treno”, scrive. “Lo dico perchè se mia madre si fosse nascosta in un Vagone per Sole Donne (come ce n’erano a quei tempi) io non sarei nata!”. Il Regno Unito infatti sta discutendo in questi giorni sulla proposta di vagoni per sole donne avanzata da Jeremy Corbyn sul modello di quelle che ci sono in Giappone, Brasile e India.

Il fratello scappa con una donna sposata, due sorelle indiane condannate a essere violentate. Lo ha deciso un consiglio tribale dell’Uttar Pradesh. Hanno 23 e 15 anni e appartengono alla casta più bassa indiana: ora sono in fuga dopo che il Consiglio tribale del loro villaggio, Baghpat ha stabilito che siano violentate e mostrate nude davanti a tutti. Meenakshi Kumari e la sorella minorenne devono essere punite perché un loro fratello si è macchiato di una grave colpa fuggendo con una donna sposata di una casta superiore.

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