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Barack Obama, femminista

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“Ci sono un sacco di aspetti complicati nell’essere Presidente. Ma ci sono anche alcune ricompense. Il fatto di incontrare persone straordinarie in tutto il Paese. Avere un ruolo per cui puoi fare la differenza nella vita della nostra Nazione. L’Air Force One”. Barack Obama ha appena compiuto 55 anni. Quello del 4 agosto scorso è stato l’ultimo compleanno che il 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America ha trascorso alla Casa Bianca. Spera, a novembre, di lasciare in eredità lo Studio Ovale a Hillary Clinton, che diventerebbe la prima donna presidente della storia. Obama comincia così un lungo contributo pubblicato su Glamour, in cui semplicemente si definisce femminista. Ecco la traduzione integrale per Radio Bullets.

Qui il podcast.


Ci sono un sacco di aspetti complicati nell’essere Presidente. Ma ci sono anche alcune ricompense. Il fatto di incontrare persone straordinarie in tutto il Paese. Avere un ruolo per cui puoi fare la differenza nella vita della nostra Nazione. L’Air Force One. Ma forse il più grande, inaspettato regalo che ho avuto da questo lavoro è stato quello di fare “casa-bottega”.

Per molti anni la mia vita è stata consumata da lunghi pendolarismi —dalla mia casa a Chicago a Springfield, nell’Illinois, come senatore dello Stato, e poi a Washington, D.C., come senatore degli Stati Uniti. E questo ha spesso significato dover lavorare ancora più duramente per essere il tipo di marito e di padre che voglio essere. Ma negli ultimi sette anni e mezzo quegli spostamenti si sono ridotti ad appena 45 secondi—il tempo che ci vuole per andare dal mio soggiorno allo Studio Ovale. Come risultato di questa novità sono stato in grado di passare molto più tempo ad osservare le mie figlie crescere e diventare delle intelligenti, divertenti, gentili, meravigliose giovani donne. Non che sia sempre stato semplice – guardarle mentre si preparano ad abbandonare il nido. Ma una cosa che mi rende ottimista per loro è che questa è un’epoca straordinaria per essere una donna. Il progresso che siamo riusciti a raggiungere negli ultimi 100, 50 – e sì, anche negli ultimi otto anni – ha reso la vita migliore in maniera significativa per le mie figlie rispetto a quella delle mie nonne. E non lo dico solo da Presidente. Lo dico da femminista.

Nel corso della mia vita siamo passati da un mercato del lavoro che confinava di base le donne a una manciata di lavori scarsamente retribuiti ad uno in cui le donne non solo costituiscono circa metà della forza lavoro, ma sono anche leader i. tutti i settori: dallo sport allo spazio, da Hollywood alla Corte Suprema. Ho potuto assistere a come le donne abbiano conquistato la libertà di fare le proprie scelte su come vivere — sul proprio corpo, sulla propria formazione, sulla carriera, sui soldi. I tempi in cui avevate bisogno di un marito per avere una carta di credito sono ormai andati. Nei fatti oggi più donne che mai, sposate o single, sono indipendenti a livello finanziario.

Non dovremmo sottovalutare quanto siamo andati lontano. Faremmo un torto a tutti coloro che hanno speso le loro vite lottando per la giustizia. Ma allo stesso tempo c’è ancora un sacco di lavoro che dobbiamo fare per migliorare le prospettive di donne e ragazze qui e in tutto il mondo. E mentre continueró a lavorare su politiche virtuose – dalla parità di salario a paritá di ruolo alla protezione dei diritti riproduttivi – ci sono alcuni cambiamenti che non hanno nulla a che vedere con l’approvazione di nuove leggi.

E il cambiamento più grande nei fatti puó anche essere quello più difficile: cambiare noi stessi.

È qualcosa di cui ho parlato a lungo a giugno, nel primissimo Summit on the United State of Women alla Casa Bianca.

Al punto in cui siamo arrivati, troppo spesso siamo tutti ancora inquadrati in stereotipi su come uomini e donne dovrebbero comportarsi. Una delle mie eroine è Shirley Chisholm (prima donna nera eletta al Congresso degli Stati Uniti, ndr.), che è stata la prima afro-americana a correre per un partito di maggioranza per una nomination presidenziale. Una volta ha detto: “Lo stereotipo emotivo, sessuale e psicologico delle donne comincia quando il dottore dice ‘È una femmina’”.

Sappiamo che questi stereotipi influiscono su come le ragazze si vedono fin dalla più giovane età, facendo loro percepire che se non sembrano in un certo modo o se non agiscono in una certa maniera sono meno degne. Gli stereotipi di genere influenzano nei fatti tutti noi, a prescindere dal genere, dall’identità di genere o dall’orientamento sessuale.

Ora: le persone più importanti nella mia vita sono sempre state donne. Sono stato cresciuto da una mamma single, che ha speso la maggior parte della sua carriera a far crescere l’empowerment delle donne in Paesi in via di sviluppo. Ho visto come mia nonna, che ha dato una mano nel crescermi, ha fatto carriera in una banca solo per sbattere contro a un “soffitto di cristall”o. Ho visto come Michelle ha equilibrato le esigenze di una carriera impegnata con quelle del crescere una famiglia. Come tante mamme che lavorano, si è preoccupata delle aspettative e dei giudizi su come avrebbe dovuto gestire i compromessi, sapendo che ben poche persone avrebbero avuto da ridire sulle mie scelte. E la verità è che quando le nostre figlie erano più piccole, io ero spesso via da casa servendo la legislatura e destreggiandomi allo stesso tempo anche tra le mie responsabilità da insegnante in qualità di professore di diritto. Posso guardarmi indietro ora e riconoscere che, quando ho dato una mano, l’ho fatto a seconda dei miei tempi e dei miei impegni. Tutto il carico è ricaduto in maniera squilibrata e ingiusta su Michelle.

Vorrei quindi pensare che sono stato abbastanza consapevole delle sfide uniche che le donne affrontano – ed è ciò che ha formato il mio femminismo. Ma devo anche ammettere che quando sei padre di due figlie diventi ancora più consapevole di come gli stereotipi di genere pervadano la nostra società. Si possono vedere i segnali sociali, sottili e non sottili, trasmessi attraverso la cultura. È possibile percepire l’enorme pressione a cui la ragazze sono sottoposte per apparire, comportarsi e persino pensare in un certo modo.

E quegli stessi stereotipi hanno segnato anche me come giovane uomo. Crescendo senza un padre, ho passato un sacco di tempo a cercare di capire chi fossi, come il mondo mi percepisse e che tipo di uomo volessi essere. È facile assorbire tutti i messaggi sulla mascolinità e arrivare a credere che esista un modo giusto e un modo sbagliato di essere un uomo. Ma crescendo ho realizzato che quelle idee sull’essere un uomo duro o un fico semplicemente non mi appartenevano. Erano piuttosto la manifestazione della mia giovinezza e della mia insicurezza. La vita è diventata molto più semplice quando, semplicemente, ho cominciato ad essere me stesso.

Dobbiamo quindi fare breccia attraverso questi limiti. Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che cresce le nostre figlie riservate e i nostri figli assertivi. Che critica le ragazze se parlano ad alta voce e i ragazzi se versano una lacrima. Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che punisce le donne per la sessualità e premia gli uomini per la loro.

Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che permette la routine delle aggressioni alle donne, che stiano camminando per strada o che osino andare on line. Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che insegna agli uomini a sentirsi minacciati dalla presenza e dal successo delle donne.

Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che ci fa congratulare con gli uomini se cambiano un pannolino, stigmatizzare i papà full-time e penalizzare le mamme che lavorano. Dobbiamo continuare a cambiare l’attitudine che valuta l’essere sicuro, competitivo e ambizioso sul posto di lavoro — a meno che tu non sia una donna. E allora sei stata troppo dispotica, e all’improvviso quelle qualità che pensavi fossero necessarie per il successo finiscono per tenerti indietro.

Dobbiamo continuare a cambiare una cultura che brilla di una luce particolarmente spietata sulle donne e sulle ragazze di colore. Michelle ne ha parlato spesso. Anche dopo aver raggiunto il successo, nel suo pieno diritto, aveva ancora dei dubbi; si doveva preoccupare del fatto di aver avuto il giusto sguardo o il giusto comportamento – se era stata troppo assertiva o troppo aggressiva.

Come genitore, aiutare i tuoi figli a crescere al di sopra di questi vincoli è un costante processo di apprendimento. Michelle e io abbiamo cresciuto le nostre figlie insegnando loro a parlare ad alta voce quando vedono dei doppi standard o si sentono ingiustamente giudicati in base al loro genere e alla loro razza—o quando notano che sta accadendo a qualcun altro. È importante per loro vedere dei modelli di ruolo nel mondo che scalino i più alti livelli di qualunque campo scelgano. E sì, è importante che il loro padre sia femminista, perché ora è quello che si aspettano da tutti gli uomini.

È, in maniera assoluta, responsabilità anche degli uomini combattere il sessismo. Come mariti, partner e fidanzati, dobbiamo lavorare duramente per essere impegnati nel creare delle relazioni realmente egualitarie.

La buona notizia è che ovunque vada in giro per il Paese e per il mondo vedo persone rimandare al mittente assunzioni datate sui ruoli di genere. Dai giovani uomini che si sono uniti alla nostra campagna per porre fine alle aggressioni sessuali nei campus, It’s On Us, alle giovani che sono diventate le prime Army Ranger donne nella storia della nostra nazione, la vostra generazione si rifiuta di essere confinata in vecchi modi di pensare. E state aiutando tutti noi a capire che obbligare le persone ad aderire a nozioni di identità rigide e ormai fuori moda non è un bene per nessuno—uomini, donne, gay, etero, transgender, o altro. Questi stereotipi limitano la nostra possibilità di essere, semplicemente, noi stessi.

Questo autunno abbiamo davanti a noi delle elezioni storiche. 240 anni dopo che la nostra nazione è stata fondata, e quasi un secolo dopo che le donne hanno finalmente conquistato il diritto di voto, per la prima donna una donna rappresenta la nomina di un partito politico di maggioranza. A prescindere dalle convinzioni politiche, questo è un momento storico per l’America. Ed è ancora una volta un ulteriore esempio di quanto lontano sia andato il cammino che le donne hanno fatto verso l’uguaglianza.

Voglio che i nostri figli e le nostre figlie vedano chiaramente che questa è anche la loro eredità. Voglio che sappiano che non è stata solo una questione di Benjamin ma è sempre stata anche una questione di Tubman. E voglio che diano una mano a fare la loro parte nell’assicurare che l’America sia un posto dove ogni singola bambina può fare della propria vita ciò che desidera.

Questo è il femminismo del 21esimo secolo: l’idea che quando tutti sono uguali, siamo tutti più liberi.

Barack Obama è il 44esimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 31 dicembre 2015

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Il 2015 di #nelmondodelledonne su Radio Bullets: Bill Cosby, Hillary Clinton, Angela Merkel, le donne al voto in Arabia Saudita, il drone e l’app dell’aborto, l’epidemia di violenza contro le transgender di colore negli Usa. E ancora i matrimoni gay, Malala, Ghoncheh Gravami in Iran, Carmen Guadalupe Vazquez e la parità di genere che passa attraverso la pari retribuzione e la genitorialità di nuovo condivisa. Buon anno!

Ascolta la puntata.

Il 2015 ha visto diventare la violenza contro le donne transgender di colore una vera e propria epidemia a livello nazionale negli Stati Uniti. Un rapporto della Human Rights Campaign (HRC) afferma che almeno 21 transgender sono state vittima di violenza mortale nell’anno che si sta chiudendo. Un numero che, si legge su Vibe, rende il 2015 un anno record con il più alto numero di omicidi di persone transgender. Secondo la HRC, sono state uccise più persone transgender nei primi sei mesi del 2015 rispetto a tutto il 2014. “Non conosciamo molti dettagli sulle esperienze delle vittime, ma la ricerca mostra che le persone transgender affrontano molestie e discriminazioni in numerosi contesti e per tutta la vita”, si legge. “Inoltre, sappiamo che le possibilità di affrontare discriminazioni, molestie e violenza aumentano in modo esponenziale per le donne transgender di colore, che affrontano anche razzismo e sessismo. Per molte donne transgender di colore , la minaccia della violenza è costante”. Secondo gli esperti, le ragioni di questi meccanismi risiedono nei diffusi atteggiamenti iper-maschilisti e nel loro intrecciarsi con mentalità religiose fondamentaliste.

Il 2015 è stato anche l’anno di Bill Cosby, al centro delle attenzioni della giustizia a decenni dai casi che lo avrebbero visto carnefice. È di queste ore la notizia dell’incriminazione dell’attore americano in Pennsylvania per una violenza sessuale che risale al 2004. La vittima è Andrea Constand e Cosby, sotto giuramento, aveva dichiarato di avere avuto con lei rapporti sessuali consenzienti. Ben diversa la versione della donna, che accusa l’attore oggi sessantottenne di averla drogata e violentata. All’epoca il procuratore aveva deciso di non procedere. La versione di Andrea descrive una dinamica simile a quella delle accuse che almeno altre 45 donne hanno mosso nel tempo a Cosby. A luglio il New York Magazine, rivista quindicinale di New York, aveva messo in copertina 35 donne che hanno accusato il comico Bill Cosby di stupro. Ora il protagonista dei Robinson, dopo l’incriminazione, ha consegnato il passaporto e pagato il 10 per cento della cauzione da un milione di dollari per rimanere in libertà in attesa del processo. La prima udienza è fissata per il 14 gennaio. L’incriminazione è la prima che porterà sotto processo Cosby. Molte delle altre accuse, risalenti anche a molti anni fa, sono ormai scadute.

Il 12 dicembre scorso le donne saudite hanno votato per la prima volta, si sono candidate e sono anche state elette. Il 2015 è stato il primo anno del “Drone dell’aborto”, un drone che ha volato sulla cattolica Polonia distribuendo pillole abortive e che anticipa iniziative analoghe on altri Paesi annunciate anche per il 2016. A condurre l’intera operazione è stata l’associazione no-profit Women on waves che da 10 anni difende il diritto delle donne a una scelta consapevole sulla maternità. E la Polonia fin dal 1993 ha ristretto fortemente la normativa sull’aborto. Sempre da Women on Waves è arrivata anche la prima app per l’aborto sicuro: l’applicazione fornisce informazioni per donne e operatori sanitari in tutto il mondo. (È possibile scaricare l’applicazione qui)

Nella classifica delle buone notizie del 2015 di Amnesty International le donne sono protagoniste. Donne come Carmen Guadalupe Vasquez, una giovane che nel 2007, a 18 anni, era stata condannata a 30 anni di carcere perché sospettata di aver abortito illegalmente. Carmen è stata scarcerata il 20 febbraio scorso. Un mese prima, il 22 gennaio, a seguito di una campagna di Amnesty e di altre organizzazioni per i diritti umani, l’Assemblea parlamentare aveva votato in favore della grazia. In Iran il 2 aprile Ghoncheh Ghavami, condannata il 2 novembre 2014 a un anno di carcere per il reato di “diffusione di propaganda contro il sistema”, poi rilasciata su cauzione, ha ottenuto la commutazione del residuo di condanna in una multa. Ghavami, 25 anni, era stata arrestata il 20 giugno 2014 per aver voluto assistere a una partita di pallavolo maschile. Il 22 maggio l’Irlanda è diventata il 19esimo paese al mondo e il primo attraverso un referendum ad aver introdotto nella legge l’uguaglianza dei matrimoni a prescindere dall’orientamento sessuale. “#LoveWins”, l’amore vince aveva twittato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama quando il 26 giugno, con cinque voti favorevoli e quattro contrari, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che il matrimonio è un diritto garantito dalla Costituzione a tutti. Anche alle coppie gay, perché tutte le persone godono di “uguale dignità agli occhi della legge”. Una decisione vincolante per tutti i 50 Stati del Paese, anche se hanno fatto notizia il caso di “obiezione di coscienza” di Kim Davis, impiegata comunale del Kentucky, arrestata e poi rilasciata dopo essersi rifiutata di fornire le licenze per le nozze tra persone dello stesso sesso perché a suo dire “contro la volontà di Dio”. Il 2 dicembre Cristel Piña, 25 anni, madre di due figli, è stata rilasciata in Messico dopo aver trascorso oltre due anni in carcere. Era stata arrestata, ricorda ancora Amnesty, nel 2013 e sottoposta a stupro e ad altre torture affinché confessasse di aver realizzato filmati compromettenti a scopo di estorsione, accusa poi rivelatasi falsa.

Il 2015 è stato anche l’anno della candidatura di Hillary Clinton alla presidenza degli Stati Uniti. Era il 12 aprile e Hilary entrava nella storia come la prima donna nominata candidata presidente degli Stati Uniti. Per la prima volta in 29 anni, il Time nel 2015 ha messo poi una donna in copertina come “Persona dell’anno”: la cancelliera tedesca Angela Merkel. Nel 2015, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, la più giovane vincitrice del Nobel per la Pace Malala Yousafzai, ha inaugurato l’apertura di una scuola per giovani ragazze rifugiate siriane in Libano. Malala è sopravvissuta a una settimana di coma dopo essere stata sparata in Pakistan quando aveva solo 15 anni, nel 2012, dai Talebani a causa del suo attivismo per il diritto delle ragazze all’educazione. Ha vinto il Nobel l’anno scorso, a 17 anni. “Investite in libri, non in proiettili” è il suo appello ai leader del mondo.

Queste notizie compaiono nella classifica che la nonprofit statunitense Equal Rights Advocates ha stilato dei momenti top per le donne nel 2015. Una classifica in cui non manca la firma del California Fair Pay Act: “Con una mossa che speriamo sarà seguita da altri Stati e a livello federale – si legge – la California ha approvato nel 2015 il California Fair Pay Act: la più forte legge sulla parità di retribuzione nel Paese”. E ancora: nel 2015 alcune grandi aziende hanno ampliato il periodo retribuito di congedo parentale per motivi familiari per i lavoratori dipendenti. E ne hanno dato ampiamente notizia. Amazon, Netflix, Spotify, con queste decisioni hanno portato il tema all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale: perché – e questo è uno dei buoni propositi di chi parla per il 2016 – i figli si fanno in due e riequilibrare il concetto di genitorialità è un passaggio fondamentale per la parità di genere e la parità di carriere e realizzazione delle donne – e anche degli uomini.

E anche per oggi con #donnenelmondo è tutto. Per quest’anno è tutto. Io sono Angela Gennaro e vi do appuntamento alla prossima settimana, per un 2016 in cui, è un impegno, continueremo a raccontare e lavorare per l’informazione, la trasparenza e la parità di genere. Buon anno e continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook, su Twitter e Instagram con l’account @RadioBullets, sul nostro sito www.radiobullets.com. Iscrivetevi alla nostra newsletter e, se volete, sostenete il nostro lavoro anche nel 2016 al link qui. Passo e chiudo.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 agosto 2015

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Ascolta la puntata.

L’Isis usa la violenza sulle donne come strumento di potere, per tenere il territorio e per finanziare le proprie attività. Le donne, si legge su Public Radio International, vengono acquistate, messe all’asta e promesse alle nuove reclute. In alcuni rari casi alcune di loro riescono ad essere salvate da avvocati e attivisti, ma in generale questo sistema di schiavitù sessuale è una realtà raccapricciante per migliaia di giovani donne. Usare stupri e violenze sessuali in “ guerra” non è certo una novità, e l’ISIS ha implementato un sistema radicato di schiavitù sessuale che coinvolge le donne della minoranza religiosa yazidi. Molte di loro sono state catturate mentre tentavano di fuggire dalle montagne del Sinjar lo scorso agosto, caricate su un bus e spedite nei pressi di Mosul e in altre aree all’interno dell’Iraq. Qui molte di loro hanno sentito per la prima volta la parola “Sabaya”. “Un momento che tutte descrivono come agghiacciante”, racconta Rukmini Callimachi, la corrispondente del New York Times che ha intervistato 21 donne e ragazze fuggite ai terroristi dell’Isis. È il momento in cui capiscono che Sabaya vuol dire schiava. I leader delle comunità stimano che più di 3.000 persone siano ancora prigioniere dell’Isis. Rumini spiega sul NYTimes che l’Isis ha essenzialmente creato una burocrazia della schiavitù. “Le donne catturate vengono acquistate e vendute dai combattenti. Al momento dell’acquisto, c’è un contratto, e il contratto è nei fatti certificato, notariato da un tribunale di Stato islamico “. L’articolo è in questi giorni tra i più letti sul sito del New York Times.

Umoja – Umoja significa “unità” in Swahili – è un villaggio in Kenya dove possono vivere solo le donne. Gli uomini, semplicemente, non sono ammessi. Julie Bindel, scrittrice britannica, femminista e cofondatrice del gruppo Justice for Women, lo ha visitato e raccontato sulla testata per cui collabora, il Guardian. Jane racconta di essere stata violentata da tre uomini che indossavano uniformi Gurkha. Stava radunando le capre e le pecore del marito, scrive Julie, e che trasportano legna da ardere, quando è stata attaccata. “Provavo una tale vergogna e non sono riuscita a parlarne con altre persone. Hanno fatto cose terribili con me”, racconta Jane con gli occhi vivi di dolore. Ha 38 anni ma sembra molto, molto più vecchia. “Mi mostra una profonda cicatrice sulla gamba: si è tagliata con le pietre quando è stata spinta a terra”, racconta la scrittrice. “Alla fine ho detto alla madre di mio marito che ero malata, perché ho dovuto spiegare le lesioni e la mia depressione. Mi hanno curato con la medicina tradizionale, ma non è servito a nulla. Quando ho detto a mio marito [dello stupro], racconta ancora Jane a Julie Bindel, mi ha picchiata con un bastone. Così sono scappata e sono venuta qui con i miei figli”. “Qui” è proprio Umoja, un villaggio nelle praterie di Samburu, nel nord del Kenya, circondato da un recinto di spine. Qui vagano capre e polli, le donne producono gioielli da vendere ai turisti, i vestiti, scrive la Bindel, si asciugano stesi al sole di mezzogiorno in cima alle capanne di sterco di vacca, bambù e ramoscelli. Il paesaggio è quello tipico. Ma qui succede qualcosa di straordinario: gli uomini, qui, non possono vivere. Il villaggio è stato fondato nel 1990 da 15 donne vittime di stupri da parte dei soldati britannici locali. La popolazione di Umoja è cresciuta nel tempo e include tutte le donne in fuga per matrimonio precoce, mutilazioni genitali femminili, violenza domestica e stupro: tutte norme culturali tra i Samburu. La fondatrice è Rebecca Lolosoli: una donna alta, dalla testa rasata, veste i tradizionali ornamenti Samburu e ha ricevuto nel tempo molte minacce per quello che fa. È lei la matriarca del villaggio. L’idea le è venuta mentre era in ospedale per il pestaggio subito da un gruppo di uomini che voleva darle una lezione per aver osato parlare con le donne del suo villaggio dei loro diritti. I Samburu sono strettamente correlati alla tribù Masai, che parla un linguaggio simile. Di solito vivono in gruppi da cinque a 10 famiglie e sono pastori semi-nomadi. La loro cultura è profondamente patriarcale. Le prime abitanti di Umoja provenivano dai villaggi Samburu sparsi in tutta la valle del Rift. Da allora, le donne e le ragazze che vengono a sapere del villaggio-rifugio, scrive Julie Bindel sul Guardian, vengono qui e imparano il commercio, a crescere i loro figli e a vivere senza la paura della violenza degli uomini e delle discriminazioni. Oggi sono 47 le donne e 200 i bambini che vivono a Umoja. Queste donne e ragazze, racconta Julie Bindel, vivono in maniera frugale ma riescono a guadagnare un reddito regolare che permette loro di avere cibo, vestiti e riparo per tutti. I leader gestiscono un campo a poca distanza dal fiume, meta per i turisti che vengono qui a fare safari. Molti di loro visitano anche Umoja: le donne fanno pagare una modesta “tassa di ingresso” e sperano che i visitatori acquistino i gioielli artigianali da loro realizzati.

SheSays è un’iniziativa che intende creare un clima di tolleranza zero nei confronti della violenza sulle donne in India attraverso progetti culturali e normativi, attraverso una rete di supporto che riconosca tutti i livelli di abuso sessuale e fornisca i mezzi necessari a combatterli. Ne parla DailyNewsIndia. “Tendo a cercare su Google di tutto”, spiega Trisha Shetty, fondatrice di SheSays. “Ma quando cerco on line informazioni su cosa fare in caso di un qualsiasi tipo di abuso, su come affrontarlo eccetera, trovo solo notizie di casi di stupro in India o link a ONG e loro contatti. Per le vittime di abusi è difficile persino trovare aiuto telefonico: la mancanza di informazione è totale e forse l’idea che il processo per presentare denuncia sia così arduo funziona come un grande deterrente per le persone che spesso rinunciano ad affrontare la questione”, racconta Trisha. Ecco perché è nato il portale, “il primo sito web del suo genere che fornisce tutte le informazioni rilevanti in un unico posto”. Si trovano informazioni su come individuare gli atti di abuso sessuale riconosciuti dalla legge e presentati in maniera semplice. Si trovano le misure da prendere passo dopo passo quando si va in un ospedale, in una stazione di polizia, quando viene assegnato un avvocato, sui procedimenti giudiziari e su come affrontare le molestie sessuali sul posto di lavoro. L’informazione è accessibile anche in Hindi, Marathi e tedesco”. Il portale è stato lanciato all’inizio di agosto e nella sua fase successiva prevede la mappatura delle stazioni di polizia, degli ospedali e degli psicologi, nonché di tutti i posti dove le vittime possono trovare aiuto immediato”.

Il presidente Obama ha nominato Raffi Freedman-Gurspan Outreach and Recruitment Director della Casa Bianca. Raffi è stata advisor per il National Center for Transgender Equality e ha iniziato il suo nuovo lavoro proprio in questi giorni. Freedman-Gurspan è la prima persona dichiaratamente transgender a lavorare a Pennsylvania Avenue. “Il presidente Obama ha da tempo detto che vuole la sua amministrazione assomigli al popolo americano”, spiega a The Advocate.com Mara Keisling, direttore esecutivo di NCTE. “Che il primo incarico a una persona transgender venga assegnato a una donna transgender di colore è particolarmente significativo”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 10 febbraio 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Ascolta #donnenelmondo del 10 febbraio 2015 su Radio Bullets.

Andiamo subito nel Regno Unito dove tal David Osborne, avvocato, ha attirato su di sé l’ira funesta della società civile e di tante vittime di stupro grazie al suo intervento pubblico in cui sostiene, in estrema sintesi, che gli stupratori non dovrebbero essere messi sotto processo se la donna che hanno violentato era ubriaca o sotto l’effetto di droghe. Sposato, padre di quattro figli, questo nobile signore scrive: “Ho sempre trovato spiacevole e sgradevole l’ipotesi che la vittima, per quanto completamente ubriaca, non fosse in grado di dare il suo consenso al rapporto sessuale, o ancora meglio che desse un consenso che non avrebbe dato da sobria. Il consenso è consenso, che tu sia completamente ubriaco o meno, e rinnegarlo non rende quello che è accaduto uno stupro”. Il nostro David ha la soluzione. “Se la ricorrente (non mi riferisco quindi a lei come alla vittima) fosse stata sotto l’effetto di alcol o droga, o entrambi i fattori, quando è stata “violentata” – tra virgolette nel testo del Nostro – questo fatto fornisce all’accusato una difesa completa. Fine della storia e vittoria della giustizia, della moderazione e del senso comune”. Sono 85,000 le donne che vengono stuprate ogni anno in Inghilterra e nel Galles.

Passiamo agli Stati Uniti, dove si è parlato di violenza di genere alla cerimonia di premiazione dei Grammy 2015. “Tonight we celebrate the artists and music and messages that shape our culture, and together, we can change our culture for the better by ending violence against women and girls”. È stato proprio Barack Obama a lanciare il suo messaggio nell’ambito della campagna “It’s on Us”: “Celebriamo gli artisti la cui musica aiuta a forgiare la nostra cultura. Insieme possiamo migliorarla, ponendo fine alla violenza contro donne e ragazze”. Il discorso del Presidente è stato seguito dall’intervento sul palco di una sopravvissuta alla violenza domestica, Brooke Axtell, e da una performance di Katy Perry.

Sul Guardian trovate in questi giorni la storia di Vian Dakhil, politica e attivista irachena, deputata dell’Alleanza Curda e unica donna di etnia yazidi nell’assemblea. Una donna isolata, obiettivo dell’Isis che la vorrebbe morta. “Odiano le donne educate. E mi odiano in particolare perché sto parlando e sto cercando di salvare le mie sorelle”, spiega.

Passiamo all’Italia, o meglio agli italiani. L’allarme è dell’Ecpat, l’organizzazione che in 70 Paesi del mondo lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini: “sono sempre di più”, si legge sul Messaggero, “i vacanzieri che vanno a caccia di cuccioli umani nei Paesi dove, per non morire di fame, si accetta ogni tortura. Sono un terzo dei tre milioni di turisti sessuali in tutto il mondo. Sempre più giovani, tra i 20 e i 40 anni. Sempre più depravati per scelta, e non per malattia. Solo il 5 per cento di loro, infatti, è un caso patologico. Gli altri, informa l’Ecpat, lo fanno per provare un’emozione nuova, in modo occasionale (60%), oppure abituale (35%)”. Italiani sono quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. “Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30 per cento di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dai loro genitori. In genere hanno tra i 14 e i 12 anni. Ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5”.

La polizia di Jaipur, in India, è alla ricerca di un uomo che sarebbe responsabile dello stupro di una turista giapponese. Se fosse confermato, si legge su euronews, la studentessa di 20 anni sarebbe la seconda cittadina nipponica ad aver subito violenza in India nel giro di poche settimane. La giovane alloggiava in una guest house: aveva pianificato una visita ad Agra e si era affidata ad un uomo che si era spacciato come guida. Lo stesso uomo che poi l’avrebbe violentata lasciandola sul ciglio della strada fuori dalla zona abitata. L’altro episodio era avvenuto a gennaio a Kolkata: una turista giapponese di 22 anni era stata violentata e segregata da sei uomini, uno dei quali l’aveva tratta in inganno sempre fingendosi guida turistica.

Infine il cinema: #50dollarsnot50shades è l’hashtag scelto dal National Center on Sexual Exploitation e da molte organizzazioni contro la violenza domestica sulle donne per invitare a boicottare, o meglio, indirizzare diversamente i soldi che – presumibilmente – una coppia spenderebbe andando al cinema a vedere Cinquanta Sfumature di Grigio. Soldi che andranno, si spiega, a supporto dei centri di accoglienza e delle agenzie che si occupano di assistere e curare le donne vittime di abusi. “Hollywood non ha bisogno di soldi. Le donne vittime di abusi si”, si legge sulla pagina Facebook dell’organizzazione StopPornCulture. “Comprendiamo che è solo un film ma ci rendiamo conto che è popolare tra molte donne”, ha detto Ruth Glenn, direttrice della National Coalition Against Domestic Violence, preoccupata perché “ogni volta che la gente adotta lo stile di vita di Cinquanta sfumature dovrebbe essere per libera scelta”. E per oggi è tutto.

Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 febbraio 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.
Partiamo subito con One Billion Rising che ha lanciato la terza fase della sua campagna globale per porre fine alla violenza contro le donne: la ‘One Billion Rising Revolution.

Ascolta #donnenelmondo del 3 febbraio 2015 su Radio Bullets.

Nelle Filippine, scrive l’Observer, il gruppo One Billion Rising ha documentato una crescita nel numero di casi di violenza contro le donne. Gabriela, portavoce del gruppo, spiega di aver raccolto 606 casi in nove mesi, a fronte dei 459 documentati nel 2011. Nel 2014 ogni 31 minuti una donna o una ragazza è stata assalita: l’anno prima accadeva ogni due ore. E ogni ora e 21 minuti c’è una vittima di stupro. Nel 2013 accadeva ogni ora e mezzo.
In Birmania il parlamento ha approvato all’unanimità una proposta per introdurre rapidamente una legge per proteggere le donne dalla violenza, definita “uno dei principali problemi che ostacolano gli sforzi del Paese per alleviare la povertà”. “A causa della violenza sessuale, le donne soffrono di gravidanze indesiderate, di malattie sessualmente trasmissibili e di traumi mentali, e vengono emarginate dalle loro comunità”, spiega la parlamentare Nan Say Awa.
Passiamo all’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite che lancia l’allarme: migliaia di bambini che entrano illegalmente negli Stati Uniti dall’America Centrale potrebbero beneficiare dello status di rifugiato, ma vengono deportati nel loro paese, dove si trovano ad affrontare la persecuzione delle bande criminali e dei cartelli della droga. Circa 70.000 bambini sono arrivati al confine degli Stati Uniti, soprattutto dall’Honduras, da El Salvador e dal Guatemala passando attraverso il Messico: Barack Obama l’ha definita “una situazione umanitaria urgente”. Il centro America, si legge su Reuters, è l’area con il più alto tasso di omicidi del mondo. Secondo il National Migration Institute, tra gennaio e settembre del 2014 il Messico ha rimpatriato in Honduras 6.623 bambini, mentre gli Stati Uniti ne hanno fatti rientrare 564 insieme alle loro famiglie. Le gang criminali in Honduras controllano interi quartieri attraverso l’estorsione, la violenza sessuale contro donne e ragazze, le minacce, gli omicidi e il reclutamento forzato di bambini.
E proprio negli Stati Uniti si è appena celebrato il grande rito del Super Bowl, la finale del football evento sportivo e televisivo dell’anno. E quello che balza agli occhi – scrive Ann Friedman sul New York Magazine – è che la pubblicità quest’anno si sarebbe data al femminismo. Già: questo a patto di superare gli angeli di Victoria Secret con il messaggio “definitivo” che ogni donna dovrebbe ricevere un bel regalo firmato VS, o la pubblicità interpretata da Kim Kardashian per T-Mobile. Il Tempo, qui in Italia, definisce poi – testuale: “Da ormoni a mille lo spot di Carl’s Jr. con Charlotte McKinney che esibisce un corpo mozzafiato tra battute e doppi sensi legati alle verdure degli hamburger della catena di fast food. All-Natural: come madre natura li ha fatti”. 113 milioni di persone in tv hanno visto la partita ma anche gli spot più costosi del mondo: 4 milioni e mezzo di dollari per 30 secondi, centesimo più centesimo meno. E superato lo scoglio delle succitate pubblicità, compare in effetti l’iniziativa della National Football League per No More, organizzazione “ombrello” che lotta contro la violenza domestica e la violenza sessuale: lo spot manda in onda l’ormai celebre chiamata di una donna al 911 che finge di ordinare la pizza per chiedere di essere salvata dall’uomo che la sta picchiando. O ancora la campagna #LikeAGirl o le pubblicità di Dove e Nissan dedicate finalmente non alle mamme amorevoli la cui unica realizzazione sembra essere cambiare il pannolino ma ai papà.
Il Bangladesh Indigenious Women’s Network ha presentato in questi giorni gli ultimi dati sulla violenza di genere. Numeri che dimostrano un significativo aumento degli attacchi contro le donne indigene. Mentre nel 2013 erano stati segnalate 45 aggressioni, il numero è passato a 75 nel 2014: 51 solo nel sud est del Paese, nelle Chittagong Hills. In totale, circa 117 donne hanno riferito di essere state abusate fisicamente e sessualmente.
E il Pakistan ha sottolineato la necessità di porre fine all’impunità per i responsabili di violenze contro le donne nei conflitti e di portare gli attori non statali all’applicazione del diritto internazionale umanitario. “La protezione dei civili nei conflitti armati è una delle funzioni principali del Consiglio di sicurezza nelle sue missioni di pace”, ha spiegato l’ambasciatore Masood Khan, rappresentante permanente del Pakistan alle Nazioni Unite. “Le donne e le ragazze, i soggetti più vulnerabili, portano il peso della devastazione dei conflitti”.
E per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 27 gennaio 2015

egitto donneAscolta la puntata.

Un benvenuto a tutte e a tutti da Angela Gennaro con #donnenelmondo su Radio Bullets. Oggi è la giornata della memoria e vi raccontiamo subito la storia di Ravensbruck, il campo di concentramento femminile progettato da Hitler per eliminare le donne “non conformi”: prigioniere politiche, lesbiche, rom, prostitute, disabili e donne ritenute “inutili” dal regime. Ne parla “Vita” riprendendo un pezzo dell’Indipendent: dal maggio del 1939 al 30 aprile del 1945 sono passate da qui 130 mila donne di 20 nazioni diverse: 50mila sono morte. A scriverne è Sarah Helm, giornalista e autrice del libro “Ravensbrück: If this is a woman”: “Se questa è una donna”, evocando l’opera di Primo Levi “Se questo è un uomo”. Tante sono le ragioni per cui la storia di questo campo di concentramento non è mai balzata alle cronache. “Il campo era relativamente piccolo”, spiega Helm, “non rientrava nella narrativa dominante dell’olocausto, molti documenti poi sono stati distrutti, inoltre il lager è stato per anni nascosto dietro la cortina di ferro.” E poi c’è la riluttanza delle vittime a parlare. “Chi è riuscita a tornare a casa, spesso si vergognava per quello che aveva subito, come se fosse stata colpa sua. Parlando con diverse donne francesi mi è stato detto che l’unica domanda che veniva rivolta loro era se fossero state stuprate. Altre mi hanno raccontato che quando si decisero a parlare nessuno credette a quelle storie orribili”.

E passiamo alla 66esima Festa della Repubblica dell’India, con il presidente americano Barack Obama come ospite d’onore. In Pakistan si è colta l’occasione per portare sotto ai riflettori la questione dell’aumento dei casi di stupro in India, twittando con l’hashtag #RapePublicDay. Tweet ironici e amari – in India “lo stupro è lo sport nazionale”, si legge su Twitter – ma anche controversi giacché le violenze sono drammaticamente diffuse anche in Pakistan: secondo un report citato da First Post realizzato in base ad un sondaggio che ha coinvolto 1800 uomini pakistani, un terzo di loro pensa che violentare un bambino di strada non sia un crimine e che non sia neppure sbagliato. Lo stesso presidente Usa Barack Obama ha sollevato la questione dei diritti delle donne al termine della sua visita in India oggi. “Sappiamo per esperienza che le nazioni hanno più successo quando le loro donne hanno successo”, ha detto Obama.

In Australia Rosie Batty, una “madre coraggio”, è stata nominata “Australiana dell’anno”. Il figlio, l’undicenne Luke, è stato ucciso dal padre lo scorso anno e la battaglia di Rosie per parlare delle circostanze della sua morte ha riportato l’attenzione sulla violenza domestica. In Germania musulmani e moschee sono nel frattempo sempre più al centro di episodi di violenza islamofobica secondo la denuncia del presidente del Consiglio centrale dei musulmani tedeschi, Alman Mazyek, in un’intervista a Focus. Insulti ai musulmani e soprattutto alle donne che indossano il velo, e la violenza contro moschee e imam, si stanno trasformando in realtà quotidiana, racconta Mazyek.

In Egitto una corte d’appello ha condannato un medico a due anni e tre mesi di carcere per omicidio colposo per aver eseguito mutilazioni genitali che hanno portato alla morte di una ragazzina di 13 anni. Si tratta del primo caso che va a processo nel Paese. Il medico, Raslan Fadl, è stato inizialmente assolto nel 2013 per la morte di Sohair el-Batea, una bambina che viveva in un villaggio nella provincia di Dakahliya sul delta del Nilo. Al momento della sentenza il medico non era presente in aula e sembrerebbe aver fatto perdere le sue tracce. L’Egitto ha uno dei più alti tassi di mutilazione genitale femminile al mondo e la pratica è ancora molto diffusa nonostante sia stata resa illegale nel 2008. Il verdetto rappresenta “un precedente”, spiega all’Associated Press Phillipe Duamelle, rappresentante Unicef in Egitto, “e invia un segnale forte: le MGF, ancora colpiscono la vita di tante ragazze ogni anno, non sono più tollerate”. Un rapporto di Amnesty International denuncia che in Egitto la violenza contro le donne e le ragazze ha raggiunto un livello impressionante, sia tra le mura domestiche che in pubblico, comprese le aggressioni di gruppo e la tortura nei centri di detenzione. Recenti riforme di poco conto non hanno posto rimedio alle carenze legislative e un’impunità radicata continua ad alimentare una cultura di ordinaria violenza sessuale e di genere. “In ogni aspetto della loro vita, di fronte alle donne e alle ragazze egiziane si presenta, in onnipresente agguato, lo spettro della violenza fisica e sessuale”, spiega Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Tra le mura domestiche, molte sono sottoposte a vergognosi pestaggi, aggressioni e violenze da parte di mariti e parenti. In pubblico subiscono costanti molestie e aggressioni di gruppo, cui si aggiunge la violenza degli agenti statali”. Negli ultimi mesi, le autorità egiziane hanno annunciato alcune iniziative specifiche, come l’introduzione di una legge contro le molestie sessuali. Tuttavia, dice Amnesty, l’impegno assunto pubblicamente dal presidente Abdel Fattah al-Sisi di contrastare il fenomeno non si è ancora tradotto in una strategia coerente ed efficace. Le autorità continuano a non riconoscerne la dimensione e non assumono le misure necessarie per fermare concretamente la violenza contro le donne e la radicata discriminazione nei loro confronti.

In Italia nel frattempo un nuovo rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni registra un numero record di donne in arrivo dalla Nigeria: più di 1.200 donne nigeriane sono arrivate via mare nel nostro Paese nel 2014 a fronte delle 300 dell’anno precedente. “Le stime suggeriscono che ben l’80 per cento di questa donne sono destinate al mercato del sesso”, spiega ad Al Jazeera il portavoce dell’agenzia Flavio Di Giacomo. La Nigeria è uno dei peggiori otto paesi al mondo per traffico di esseri umani. Uno studio condotto dalla ONG italiana Be Free, che sostiene le vittime di tratta e di violenza di genere, ha rilevato che nel 2011 ci sono state 30.000 donne nigeriane costrette a prostituirsi. Molte non riescono a scappare a causa della pressione del debito contratto durante il loro viaggio per venire in Italia: debito che, secondo Francesca De Masi, co-autrice del rapporto di Be Free, può arrivare anche a 65mila euro. E per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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