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#Donnenelmondo del 27 maggio 2016

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Racconti da Idomeni. Libia, nuova Costituzione e donne. Tunisia, la lotta per i diritti lgbti. Indonesia, castrazione chimica per chi violenta i bambini. Thailandia, Jiew difende la libertà di stampa.

Ascolta la puntata.

Nada è una ragazza di 28 anni, originaria della città di Deir Sur in Siria, ha vissuto per mesi nel campo di Idomeni e il 24 maggio è stata portata via con il primo gruppo di persone e ora si trova nel campo di New Kavala. Dopo aver camminato per più di un’ora per avere cibo e latte per i suoi bambini, ha rilasciato questa testimonianza a un operatore umanitario di Medici Senza Frontiere, che ha offerto supporto psicologico ad alcuni pazienti come lei. “Ieri sono arrivati a Idomeni molti agenti di polizia, andavano ovunque a dire che ce ne saremmo dovuti andare. Avevamo paura che avrebbero usato gas lacrimogeni. Io ho sette figli ed ero preoccupata di cosa sarebbe potuto succedere. Tutti erano spaventati: la polizia era armata e tutti temevano per i propri figli. Quelli che avevano i soldi hanno già attraversato la frontiera illegalmente. Quelli che non li avevano invece speravano che la frontiera sarebbe stata riaperta oppure che le nostre condizioni di vita, qui, sarebbero migliorate. Ma la nostra situazione nel nuovo campo è terribile: il cibo è pessimo, i bagni e le docce non sono pulite. Siamo stanchi, ne abbiamo abbastanza di vivere in queste condizioni. Era meglio Idomeni. Siamo arrivati qui perché speravamo che l’Europa fosse civilizzata, ma dov’è la civiltà? È così che si trattano le persone nei paesi civili? Siamo arrivati in Europa in cerca di asilo, è nostro diritto richiederlo. I miei bambini sono sconvolti: non posso fargli il bagno perché la fonte d’acqua è molto lontana dalla nostra tenda e l’acqua è talmente calda che non riesco ad utilizzarla. Sono preoccupata per la mancanza d’igiene nel nuovo campo, potremmo prendere la scabbia. I miei bambini hanno paura. Vorrei morire e fuggire da questa situazione. Non è sicuro stare in Siria (e qui scoppia a piangere, l’intervista viene interrotta – si legge nella nota di Medici senza Frontiere – ma lei vuole continuare). Ci hanno trattato male in Siria, in Turchia e ora ci trattano male in Europa. Perché? Non siamo lo stesso esseri umani? Io non sono umana? Non ho il diritto di vivere come loro (gli europei)? Sarebbe stato meglio morire. Ci hanno dato tante false speranze dicendo che il confine sarebbe stato aperto così tante volte. Ora ci dicono che una commissione verrà per ricollocarci in paesi diversi ma non ci credo. Sono tutte bugie. Ci sentiamo umiliati, e non abbiamo più soldi. Ci hanno dato i documenti prima di lasciare Idomeni con scritto “Apolide”. Siamo apolidi?”

In Libia la nuova costituzione non cambierà la vita delle donne. A scriverlo è il regista Khalifa Abo Khraisse in un articolo scritto per Internazionale. “Ad aprile l’assemblea costituente della Libia ha finalmente concluso la stesura della costituzione, malgrado le marce indietro e il caos dietro le quinte, e il fatto che alcuni suoi componenti abbiano boicottato gli incontri perché, come hanno spiegato, “l’assemblea costituente non ha il diritto né l’autorità di modificare in alcun modo il quorum dato che le modifiche spettano all’autorità legislativa”. I tanti difetti della nuova carta passano in secondo piano, secondo il regista, quando si legge l’articolo 8: “L’islam è la religione di stato e la legge islamica (sharia) è la fonte della legislazione in accordo con le dottrine e la giurisprudenza islamica, senza opporsi al parere di una certa giurisprudenza islamica in alcune questioni discrezionali, e con le disposizioni della costituzione costruita in armonia con queste”. In altre parole: questa non è una vera costituzione ma linee guida soggette all’interpretazione di figure religiose, dice ancora lo sceneggiatore su Internazionale. L’articolo 57, relativo ai diritti delle donne, comincia così: “Le donne sono sorelle degli uomini”. Il resto dell’articolo non aggiunge granché a questa apertura a effetto. Il 23 ottobre 2011 il Consiglio nazionale di transizione aveva annunciato la liberazione della Libia dopo otto mesi di guerra. Il leader Mustafa Abdel Jalil aveva dichiarato: “In quanto nazione musulmana, abbiamo assunto la sharia islamica come fonte della legislazione. Perciò qualsiasi norma che contraddica i princìpi dell’islam è annullata per legge, comprese le vecchie norme che vietavano a un uomo di avere più di una moglie. Ciascun libico può avere quattro mogli”. Nel 2014, racconta ancora Khalifa, quando gli scontri a Tripoli hanno innescato una guerra civile totale il paese si è diviso in due fazioni, due governi, due eserciti. “Da allora niente è stato più lo stesso, ci hanno rubato di nuovo la piazza dei Martiri”. “Mi ricordo che nel 2013 un gruppo di donne coraggiose organizzò una manifestazione a Tripoli per chiedere diritti e protestare contro la violenza e il sessismo della società. È stato il primo e ultimo tentativo di questo genere in Libia. Conosco le tre organizzatrici della manifestazione: la mia docente di storia dell’arte Aicha Almagrabi, l’attivista Rouwaida Ali e l’avvocata Hanan Al Newaisery. Hanno fondato un’organizzazione per difendere i diritti delle donne, e tutte e tre hanno dovuto lasciare il paese nel 2014, dopo aver ricevuto minacce di morte, e subìto tentativi di rapimento e molestie. Adesso vivono in Francia, Svezia e Tunisia.

“Ero al parco con la mia ragazza, ci stavamo baciando. Uno sconosciuto ci faceva delle foto. Ci ha minacciate di farle vedere a tutti se non facevamo ciò che ci chiedeva. Ha detto alla mia ragazza di andarsene….e ha cercato di costringermi a fare sesso con lui. La mia ragazza si è rifiutata di andarsene e siamo riuscite a scappare via”. Queste sono le parole di Samira, 17enne lesbica che riceve quotidianamente minacce sessuali per le strade della sua città, in Tunisia. Nel 2015 un uomo aveva cercato di violentarla. Come Samira, scrive Amnesty International, tante altre persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuate in Tunisia rischiano di essere arrestate o perseguite sulla base del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere. Da anni gli attivisti per i diritti lgbti combattono la discriminazione e portano avanti campagne per il riconoscimento dei diritti lgbti dalla società tunisina. Il Codice penale tunisino criminalizza i rapporti sessuali consensuali tra persone adulte dello stesso sesso. L’articolo 230 del codice penale prevede fino a tre anni di reclusione e una multa per “sodomia e lesbismo” e l’articolo 226, che punisce con sei mesi di reclusione gli atti osceni e ritenuti offensivi per la morale pubblica, viene utilizzato anche contro le persone lgbti. Amnesty ha lanciato una mobilitazione per chiedere al Primo Ministro di porre fine alla discriminazione, di diritto e di fatto, nei confronti delle persone lgbti e di abrogare l’articolo 230 del Codice penale.

I giudici indonesiani possono ora forzare uomini che commettono abusi sessuali nei confronti dei bambini ad essere castrati chimicamente, dopo che il Presidente Joko Widodo ha approvato un decreto di emergenza in risposta a quella che definisce una vera e propria “crisi” di violenza contro ai bambini nel Paese. La mossa, scrive il Time, arriva dopo che una teenager ha subito uno stupro di gruppo ed è stata uccisa da 14 uomini e ragazzi mentre tornava a casa da scuola a Sumatra a inizio maggio. L’attacco ha scatenato l’indignazione degli attivisti per i diritti delle donne e ad appellai governo affinché si mobilitasse e rispondesse con urgenza alla violenza sessuale. Secondo il New York Times il decreto presidenziale ha modificato la legge nazionale del 2002 sulla protezione dei bambini e dà ai giudici la discrezionalità di poter applicare come pena la castrazione chimica a coloro che sono stati condannati per violenza sessuale.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta della thailandese Chiranuch Premchaiporn, più conosciuta con il suo pseudonimo, Jiew, lavora per il giornale on-line Prachatai. Nel 2010 è stata arrestata e processata per lesa maestà. Secondo quanto prevede il draconiano Computer Crimes Act, rischiava fino a 50 anni di carcere. Le prove erano scarse: è stata accusata di non riuscire a rimuovere tempestivamente, nel 2008, commenti anti-monarchici dal sito. È stata perseguita per più di tre anni, durante i quali ha fatto tutto il possibile per contrastare la censura del suo sito, prima che le venisse data una sospensione condizionale della pena di otto mesi di reclusione e una multa di 20.000 baht ($635) nel 2012. Determinata a far valere i suoi diritti e vincere il suo caso, ha presentato ricorso contro la decisione della corte. Ma il sistema legale ha rifiutato di muoversi. La battaglia di Premchaiporn per la libertà di stampa è indicativa della durezza del sistema giudiziario thailandese e della natura punitiva di alcune delle sue leggi, che, invece di proteggere la monarchia, sono utilizzate come armi politiche contro le voci critiche e indipendenti.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 26 febbraio 2016 – #UnioniCivili

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Puntata speciale: vi raccontiamo come funziona – o non funziona – nel resto del mondo tra #unionicivili, matrimoni gay e diritti fondamentali. Per raccontarvi un po’ di più anche il nostro Paese.

Ascolta la puntata.

La mappa del mondo può descrivere attraverso colori e continenti quali sono i Paesi dove esistono le unioni civili. Ci sono Nazioni, pensate, dove la legge prevede addirittura il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Da dove vogliamo cominciare? Est o Ovest? Sud o Nord del globo? Cominciamo dal sud del mondo.

La Capitale più a sud del mondo è Wellington, in Nuova Zelanda, dove le unioni civili sono state approvate nel 2004 e l’adozione da parte di coppie omosessuali è legale dal 2007. Il 19 agosto 2013 il Corriere della Sera scrive: “Il «sì lo voglio» tra persone dello stesso sesso arriva in Nuova Zelanda. Il Paese ha celebrato domenica sera i sui primi matrimoni gay, diventando la quattordicesima nazione al mondo e la prima dell’Asia Pacifica ad autorizzare le unioni omosessuali”. E i vicini australiani? Stupirà scoprire che, dopo il prima via libera, il Governo australiano ha impugnato il provvedimento che le permetteva. Come si legge su Panorama, “L’Australia non riconosce i matrimoni gay, ma è pendente una proposta del partito Laburista che nel 2011 ha chiesto un referendum in materia, incontrando la netta opposizione del partito Liberale. Alcuni Stati australiani però autorizzano le unioni omosessuali. Nel 2010 la Tasmania è stato il primo Stato australiano a riconoscere legalmente le nozze celebrate in altre giurisdizioni, anche se solo de facto”. Dal 2012 – si legge ancora su La Stampa – lo Stato dà certificato di nulla osta per contrarre il matrimonio all’estero. Anche sulla violenza di genere l’Australia potrebbe fare di più, e ne abbiamo parlato qui a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Ancora a sud. Pretoria? Alla fine del 2006 il Sudafrica diventa il primo Paese nel continente a legalizzare le unioni omosessuali attraverso “matrimonio” o “partenariato civile”. Le coppie possono anche adottare, i single adottano già da decenni. Il resto dei Paesi africani si divide tra omosessualità illegale, omosessualità punita con la pena di morte – in Mauritania, Nigeria, Somalia – omosessualità tollerata, omosessualità legale, omosessualità “depenalizzata”.

Sempre a sud, nell’America Latina. In Argentina il matrimonio gay esiste dal 2010: il 15 luglio di quell’anno La Stampa scriveva: “In Argentina, primo Paese in America Latina e decimo nel mondo, sono diventate legali le nozze persone dello stesso sesso, che, una volta sposate, potranno anche adottare bambini. Poco dopo le 4 (le nove in Italia) del mattino di oggi, dopo un dibattito di oltre 15 ore, infarcito di luoghi comuni e di grande tensione per l’incertezza del voto finale, il Senato con 33 voti favorevoli, 27 contrari, tre astensioni e nove assenti, ha trasformato in legge il progetto, già passato alla Camera in maggio. Nel Codice civile le parole “marito e moglie” saranno sostituite con “contraenti””. Dopo l’Argentina venne l’Uruguay. La legge che ha legalizzato le nozze gay è stata approvata nel 2013, mentre nei precedenti anni l’Uruguay aveva già legalizzato le unioni civili per gli omosessuali e l’adozione dei bambini da parte di coppie formate da persone dello stesso sesso. Anche il Brasile dichiara legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso nel 2013. In Colombia e in Ecuador non esiste l’istituto delle nozze tra persone omosessuali, ma esistono le unioni civili. Bolivia, Perù e Cile non prevedono alcuna legalizzazioni delle unioni gay.

In Messico dal 2009 il matrimonio è legale nella capitale, Città del Messico e in 2 Stati della federazione. In Canada ci si sposa – tutti, nessuno escluso – dal lontano 2005. Negli Stati Uniti, si legge su Gay.it, è stata una sentenza, quella della Corte Suprema, ad obbligare di fatto tutti gli stati americani ad introdurre il matrimonio gay, rendendo gli States il 21º Paese al mondo a riconoscere il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Era il 26 giugno 2015 e la sentenza ha stabilito che negare la licenza matrimoniale a coppie omosessuali viola alcune clausole del XIV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

E veniamo a questa parte del mondo. In ordine cronologico hanno approvato i matrimoni gay: nel 2000 i Paesi Bassi, il Belgio, nel 2003, la Spagna nel 2005. Come scriveva l’Ansa, in 10 anni “oltre 31mila matrimoni fra coppie omosessuali sono stati celebrati in Spagna da quando è entrata in vigore nel giugno 2005 l’allora contestata legge sui matrimoni gay, che provocò vibranti proteste della Chiesa cattolica e dell’opposizione conservatrice. I matrimoni omosessuali ora rappresentano il 2% dell’insieme delle unioni legali nel Paese”. Seguono Svezia e Norvegia nel 2009, Portogallo e Islanda nel 2010, la Danimarca, nel 2012, Franci, Inghilterra e Galles nel 2013, Lussemburgo e Scozia nel 2014 e nel 2015 arriva anche l’Irlanda. “Svolta storica in Irlanda, terra di antiche radici cattoliche, che è diventato il primo Paese al mondo a introdurre i matrimoni gay tramite un referendum. I voti favorevoli sono stati a livello nazionale il 62,1%, con punte di oltre il 70% nelle città come Dublino, mentre i ‘no’ si sono fermati al 37,9%”.

In Russia, Turchia, Ucraina, Lituania, Latvia, Polonia, Slovacchia, Romania, Moldova, Macedonia, Albania, Montenegro, Bosnia-Herzegovina, Serbia, Kosovo, Bulgaria non esistono né matrimoni gay né tantomeno unioni civili. Esattamente come in Indonesia, Cina, India, Thailandia, Myanmar, Cambogia, Filippine, Nuova Guinea, Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Iran, Kazakistan, Yemen, Oman, Arabia Saudita, Iraq. Come si legge su Gay.it, “La Giustizia israeliana riconosce i matrimoni omosessuali contratti all’estero; è l’unico paese di tutto il continente asiatico a farlo. Tuttavia non è consentito alle coppie gay di sposarsi in territorio israeliano: non esistendo in Israele il matrimonio civile neppure per le coppie eterosessuali (tranne quando entrambi i coniugi sono non-ebrei), il matrimonio può esser formalmente eseguito solamente dalle autorità religiose. Tale restrizione impedisce non solo alle coppie gay di sposarsi, ma anche a tutte le coppie di fatto eterosessuali di essere riconosciute: qualsiasi persona desideri contrar un matrimonio non religioso deve recarsi al di fuori del paese”.

Chiudiamo con Italia e Grecia, gli unici Paesi di tutta l’Europa occidentale a non aver legiferato a riguardo. “Ci sfidiamo, insomma, per l’ambito ultimo posto”, dice lo scrittore Sebastiano Mauri che in questi giorni sta portando avanti una campagna che ha visto l’adesione di quasi 100mila persone e molti nomi famosi, da Jovanotti a Fedez, da Heather Parisi a Carlo Feltrinelli, per l’approvazione – naufragata – del disegno di legge Ciripà sulle Unioni Civili con stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner. Una sfida tuttora in corso: come si legge su La Stampa, i cugini ellenici hanno “recepito le normative europee in fatto di unioni civili, riconoscendo alle coppie non sposate e ai single il diritto di procreare mediante inseminazione artificiali. Le unioni civili regolare dal “Patto di libera convivenza” non includono le persone dello stesso sesso”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 9 settembre 2015

Hillary Rodham Clinton Signs Copies Of Her Book 'Hard Choices' In New York

Ascolta la puntata.

In Sierra Leone la ministra degli enti locali e dello sviluppo rurale, Finda Diana Konomanyi ha aderito ad un movimento internazionale per i diritti umani – cui partecipano molte donne del suo stesso Paese, per esprimere costernazione e preoccupazione per l’ondata di crimini contro le donne, in particolare le ragazze adolescenti in varie parti del Paese e ha invitato i capi e le altre autorità a contribuire ad affrontare la situazione. A metà agosto molte donne sono scese in piazza per una marcia pacifica in seguito alla morte di una ragazza in spiaggia ad Aberdeen, vittima, sembra, di uno stupro di gruppo. Morte che è solo l’ultima di una serie, di giovani vittime di stupro e brutali femminicidi.

A giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha fatto la storia stabilendo che le coppie gay e lesbiche devono essere autorizzate a sposarsi. Da quel momento, scrive Parker Molloy su Upworthy, sposarsi è, in teoria, semplice: basta recarsi davanti ad un ufficiale del registro della contea, compilare un po’ di scartoffie e ritirare la propria licenza. In teoria. La scorsa settimana infatti un segretario di Contea del Kentucky ha negato licenze di matrimonio a delle coppie perché contro le sue convinzioni religiose personali. Per dimostrare che però non va sempre così, Parker Molloy raccnta su Upworthy la storia di un’eroina non celebrata della storia LGBT: Clela Rorex, ex impiegata della segreteria della Contea di Bulder. Nel 1975, Rorex era in servizio presso la contea di Boulder quando due uomini si sono presentati per chiedere una licenza di matrimonio. Rorex aveva iniziato il suo lavoro da appena tre mesi, ma avrebbe emesso una sentenza che sarebbe rimasta nella storia, si legge ancora su Upworthy. Lo ha spiegato lei stessa a StoryCorps. “Era la prima volta che incontravo persone apertamente gay. “Non so se posso farlo”, gli ho spiegato. Poi sono andata dal procuratore distrettuale, che mi ha detto che il codice del matrimonio del Colorado non specifica che l’unione sia tra un uomo e una donna. E così l’ho fatto”. Epperò. Da allora la Rorex ha ricevuto lettere minacciose, i giornali hanno scritto parole dure sul suo conto, la sua famiglia è stata molestata. “Non avrei mai immaginato questo livello di odio”, racconta. “Oltre alle minacce di morte intere congregazioni ecclesiastiche mi hanno scritto che far sposare coppie dello stesso sesso significava portare Sodoma e Gomorra nella zona”.

A proposito di Stati Uniti, sono passati 20 anni dal discorso di Hillary Clinton alla quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne, il 5 settembre 1995. Su Bustle.com si trovano alcune citazioni di quell’intervento, da leggere per riflettere su quanto sia – o non sia – cambiato in 20 anni. “Dobbiamo capire che non c’è una formula secondo la quale le donne dovrebbero condurre la propria vita. Ecco perchè dobbiamo rispettare le scelte che ogni singola donna fa per se stessa e per la sua famiglia. Ogni donna merita la possibilità di realizzare il potenziale che Dio le ha dato. Ma dobbiamo riconoscere che le donne non guadagneranno mai piena dignità finché i loro diritti umani non saranno rispettati e protetti”. E ancora: “È una violazione dei diritti umani quando ai bambini viene negato il cibo, o quando vengono annegati o soffocati, o quando le loro spine dorsali vengono rotte, solo perché quei bambini sono nati femmine. È una violazione dei diritti umani quando donne e ragazze sono vendute nella schiavitù della prostituzione per avidità umana – e il genere di ragioni che viene utilizzato per giustificare questa pratica non dovrebbe più essere tollerato”. E ancora: “È una violazione dei diritti umani quando le donne vengono cosparse di benzina, date alle fiamme, e bruciate a morte perché la loro dote matrimonio considerata troppo esigua. È una violazione dei diritti umani quando singole donne vengono stuprate nelle loro comunità e, quando migliaia di donne sono sottoposte a stupro come tattica o premio di guerra”.

Islamofobia in Gran Bretagna: i crimini che hanno per matrice l’odio islamico sono saliti del 70% a Londra. E la maggior parte delle vittime sono di sesso femminile. Ne parla Radhika Sanghani sul Telegraph. “Sono stata sputata in in strada mentre indossavo il mio velo”, le racconta Sara Khan. “Sono stata chiamata ‘la moglie di Osama Bin Laden’. Con gente che mi si è avvicinata e dicendo parolacce e tentando di accecarmi persino mentre spingevo la carrozzina con mia figlia di sei mesi dentro”. Non si tratta di episodi isolati, spiega Radhika. La Metropolitan Police ha rilasciato in questi giorni nuovi report da cui emerge che i crimini motivati dall’odio contro i musulmani in Gran Bretagna sono aumentati del 70 per cento rispetto all’anno scorso. Tell Mama, un’organizzazione che monitora gli attacchi islamofobici, dice che il 60 per cento di queste aggressioni sono rivolte alle donne, e avviene per strada. Le donne diventano, dice Fiyaz Mughal, fondatore di Tell Mama, evidenti obiettivi per i razzisti che dirigono i loro attacchi a elementi visibili, quindi l’hijab – il velo – e il niqab, il velo integrale.

E sempre nel Regno Unito il governo ha ordinato un’inchiesta per ridurre la violenza contro le donne nelle università. Ai dirigenti universitari è stato ordinato di condurre una task force per esaminare il problema ed elaborare un codice di condotta “per portare avanti il ​​cambiamento culturale”. Le associazioni studentesche hanno accolto con favore la decisione, sottolineando come sessismo e molestie siano a livello pandemico.

Le donne nel movimento per i diritti in Kenya hanno chiesto al presidente Uhuru Kenyatta – in questi giorni in Italia per una visita ufficiale – di ritirare la rimozione del Vice Ispettore Generale Grace Kaindi, sostenendo una cospirazione continua contro le donne che ricoprono posizioni di rilievo nel servizio pubblico. Al di là della vicenda interna alla Polizia in questo caso, “Il movimento delle donne in Kenya è disturbato dalla tendenza costante di perseguitare donne leader nei pubblici uffici”, spiega Teresa Omondi, vice direttore esecutivo di FIDA. Il movimento, si legge su Standard Digital News, promette di arrivare in tribunale se il presidente non dovesse rivedere la sua decisione.

La stessa FIDA, Federazione internazionale delle donne avvocato, esprime – questa volta in Nigeria – preoccupazione per l’aumento della violenza contro le donne, in particolare di stupri, violenze sessuali, circoncisioni femminili e mutilazioni genitali. Hauwa Shekarau, la Presidente Nazionale della federazione, ha fatto appello ai media per condurre un’azione all’avanguardia nella lotta contro tutte le pratiche dannose e discriminatorie per donne, bambini e non solo.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 26 agosto 2015

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Ascolta la puntata.

L’attore indiano Anupam Kher è stato nominato sostenitore della campagna delle Nazioni Unite sulla parità di genere #HeforShe. Il 60enne collaborerà con il resto dell’organizzazione a livello internazionale per sensibilizzare uomini e ragazzi e portarli a combattere attivamente le disuguaglianze contro le donne e le ragazze per porre fine a violenze e discriminazioni. L’attore si è detto onorato e ha espresso il suo totale sostegno agli sforzi dell’organizzazione per raggiungere la parità di genere. “La cosa più importante è avviare il cambiamento all’interno delle mura di casa. Dovete sapere come trattare vostra figlia, e non dovrebbe essere diverso dal modo in cui trattate vostro figlio”, ha detto Kher all’agenzia indiana PTI.

Su NoiDonne il rilancio dell’appello delle donne curde che chiedono di esprimere solidarietà con le firme di gruppi, associazioni, ong. “La mentalità patriarcale e la complicità fra AKP e daesh è il segno più atroce del femminicidio”, si legge. L’AKP, di cui fa parte il presidente turco Erdogan, è il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo turco, islamico-conservatore. Il daesh è il sedicente Stato Islamico. Il movimento delle donne curde in Europa e la rappresentanza internazionale del movimento delle donne curde, l’ ufficio delle donne curde per la pace CENI, la fondazione internazionale delle donne libere, la casa delle donne Utamara, la fondazione Roj women, la fondazione Helin, e tutte le assemblee popolari delle donne curde in Europa condannano fermamente l’esecuzione di Kevser Elturk (nome di battaglia Ekin Van), la combattente torturata e uccisa dai militari turchi ed esposta nuda nel centro della città di Varto nel Kurdistan turco”. Keveser Elturk “è il simbolo della resistenza delle donne curde. Come donne curde e del mondo chiediamo giustizia per questo gesto orribile. In tutte le guerre conosciute nella storia del mondo, le donne sono state utilizzate come bottino di guerra. Oggi in Irak le donne continuano ad essere vendute nei mercati della schiavitù sessuale. L’ immagine delle donne curde trainate a terra dai carri armati turchi e i loro corpi esposti nudi nei media sono ancora attuali”. La mentalità conservatrice e patriarcale non sopporta l’ ideologia della liberazione delle donne che appartiene ai valori dell’ umanità, si legge ancora. Le atrocità inflitte a Keveser Elturk sono la rappresentazione della mentalità maschile degli anni ’90 che si ripropone oggi. L’etica del disonore si concretizza con la complicità fra AKP e daesh. La cultura dello stupro che ha messo in atto il femminicidio di Ekin Van è la conseguenza della continua guerra nei confronti del diritto alla legittima difesa delle donne curde, oggi simbolo della resistenza delle donne di tutto il mondo. Come movimento delle donne curde e associazioni di donne curde denunciamo questa politica incosciente e disumana portata avanti dalla polizia dell’AKP contro le donne”.

#Whereloveisillegal è un progetto che documenta e condivide storie di discriminazione e sopravvivenza nel mondo LGBTI. Nato come lavoro fotografico del pluripremiato fotografo e attivista per i diritti umani Robin Hammond, è diventato uno strumento contro la discriminazione, persecuzione e violenza. Tra le ultime storie inserite c’è quella di Lis dal Venezuela. “Quando ero bambina ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in me perché ero diversa. Non ero femminile come i miei genitori volevano che fossi, mi piacevano le cose che facevano i maschi e avevo dei sentimenti per le altre ragazze che non riuscivo a capire. Ho scoperto l’esistenza delle lesbiche a 11 anni ed è allora che mi sono detta: ‘ Questo è quello che sono ‘, non un mostro unico e non normale come mi ero sentita fino a quel momento”. Ma la più grande discriminazione per Lis è arrivata proprio dalla sua famiglia: “I miei genitori sono sempre stati arrabbiati con me per non essere la ragazza ideale che volevano che io fossi. Hanno scoperto tutto quando avevo 13 anni, prendendo il mio cellulare senza il mio consenso. Mia madre mi ha picchiata quella notte. Nel tempo mi hanno portata dallo psicologo, dallo psichiatra, persino dal prete, cercando qualcuno che potesse “cambiarmi”. “ L’adolescenza di Lis è stata un alternarsi di rabbia, bugie, lotte domestiche, tentativi di liberazione e di espressione del sé ogni volta che usciva da casa. Si è ammalata di depressione e di disordini alimentari e racconta di aver superato quegli anni grazie ad alcuni veri amici. “E poi, dopo anni, ho provato a mettermi nei panni dei miei genitori e ho capito che non capivano. Non potevano capirmi, ma mi amavano ancora. Ho capito che erano spaventati, che non sapevano cosa fosse l’omosessualità ma conoscevano solo alcuni brutti stereotipi, e che avevano paura di cosa avrebbe detto la gente. Avevano paura che fossi infelice. Quando ho capito tutto questo ho capito anche che avrei potuto far capire loro che essere una brava persona non ha nulla a che fare con l’essere etero o gay, e che sono felice di quello che sono. Ci sono volute molte lunghe e difficili conversazioni. Ma siamo arrivati ad un punto che 10 anni fa avrei ritenuto semplicemente impossibile. Ora sanno che ho una fidanzata – anche lei ha raccontato la sua storia su #Whereloveisillegal – e che sono diventata un’attivista per i diritti LGBTI. Non amano tutto questo, ma lo rispettano”.

#BlackLivesMatter ha organizzato il #TransLiberationTuesday con azioni e manifestazioni in almeno 14 città degli Stati Uniti. Solo quest’anno è stata registrata la morte di diciotto persone transgender, soprattutto donne trans nere, più una vittima la cui identità di genere è in discussione. Si tratta, secondo quanto si legge su advocate.com, di un numero di omicidi più elevato rispetto al totale dello scorso anno, senza contare i casi non segnalati o che sono stati altrimenti classificati dalle forze dell’ordine e dai media. “Diciamo i nomi di Mya Hall, Kandis Capri, Eliseo Walker, Penombra Shuler, Ashton O’Hara, India Clarke, Amber Monroe. I nomi delle donne transessuali nere le cui vite sono strappate via”, dice Elle Hearns, strategic partner di Black Lives Matter e coordinatrice centrale regionale di GetEqual.

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