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Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 marzo 2016

A sign advertising the online seller Etsy Inc. is seen outside the Nasdaq market site in Times Square following Etsy's initial public offering (IPO) on the Nasdaq in New York April 16, 2015. Etsy's IPO has been priced at $16 per share, a market source told Reuters, valuing the online seller of handmade goods and craft supplies at about $1.78 billion. REUTERS/Mike Segar - RTR4XM00

Etsy, Facebook, Change.org, eBay, Apple, Google, Netflix, Microsoft, Spotify & Co. raccontano come le polemiche intorno all’eventualità di una mamma-sindaca sono cose dell’altro mondo.

Ascolta la puntata.

È notizia di questa settimana che Etsy – portale dedicato all’e-commerce dell’artigianato e del vintage fondato a Brooklyn nel 2005 e quotato in borsa dieci anni dopo, l’anno scorso, ha annunciato l’introduzione del diritto a sei mesi di congedo parentale interamente versato per tutti i suoi dipendenti, indipendentemente dal sesso o se diventano genitori attraverso nascita o l’adozione. Juliet Gorman ha spiegato dall’azienda che la nuova politica è un modo di contrastare i pregiudizi inconsci contro le donne e le madri nel mondo del lavoro, consentendo ai genitori di svolgere un ruolo più egualitario a casa. Prima di ora Etsy assicurava 12 settimane di congedo alle mamme e cinque ai papà. Il trend del lungo congedo parentale assicurato ad entrambi i genitori è in crescita nelle società tech. Facebook e Apple hanno avviato nel 2014 programmi per farsi carico dei costi del congelamento e del mantenimento degli ovuli delle loro impiegate, che per non rinunciare alla loro carriera preferiscono ritardare il momento in cui dovranno affrontare una gravidanza per avere figli. Spotify offre sei mesi di congedo interamente versato. Adobe 26 settimane pagate; eBay 24. Twitter, Microsoft e Google 20. Netflix dà ai dipendenti la possibilità di prendere giorni illimitati di congedo nel primo anno di vita del bambino. Gli Stati Uniti restano l’unico paese sviluppato al mondo senza leggi federali che garantiscano congedo parentale retribuito di qualsiasi tipo. Solo le lavoratrici full time di imprese con più di 50 dipendenti – ricorda Forbes – hanno 12 settimane di congedo maternità retribuito.

In Spagna gruppi femministi invocano la sospensione di una giudice. Secondo The Local, la giudice María del Carmen Molina Mansilla, magistrata nel nord della Spagna, avrebbe chiesto a una donna che si era presentata da lei per chiedere un ordine restrittivo contro al suo presunto aggressore: “ Hai chiuso le gambe e tutti i tuoi organi femminili?”. La Clara Campoamor, associazione che prende il nome da una politica femminista nota per la sua difesa dei diritti delle donne e del suffragio durante la stesura della costituzione spagnola del 1931, ora chiede un’indagine completa sulla magistrata. Il 16 febbraio, la vittima, incinta di quattro mesi, si è presentata alla stazione di polizia locale di Vitoria, nei Paesi Baschi, per presentare denuncia contro un uomo che aveva “ripetutamente abusato di lei sia sessualmente e fisicamente”. Il giorno dopo è apparsa davanti alla giudice che, spiega dall’associazione Blanca Estrella, “ha mostrato evidente incredulità sulla testimonianza della vittima e l’ha interrogata senza permetterle di rispondere, facendo domande prepotenti e offensive”. La giudice ha chiesto più volte alla vittima se avesse provato a resistere, se “ha chiuso le gambe con decisione”, se “ha chiuso i suoi organi femminili”. Un comportamento, secondo l’associazione, abituale per la giudice María del Carmen Molina Mansilla. La Spagna ha uno dei tassi più bassi di aggressioni fisiche e stupri dell’Unione europea, ma il problema resta grave, con una donna su cinque in Spagna ritenuta vittima di violenza.

Messico. Uno studio della Executive Victims Attention Commission rivela che tra il 2010 e il 2015 sono stati segnalati circa 600mila casi di violenza sessuale, circa 1.345 casi al giorno secondo un report della TV delle Nazioni Unite. Come si legge su LatinCorrespondent, lo studio dal titolo “Le altre vittime invisibili” sottolinea come il 90 per cento delle vittime siano donne. Il rapporto include informazioni ufficiali da 16 Stati messicani. Nove attacchi su dieci sarebbero opera di uomini di età compresa tra i 16 e 45 anni. “In termini di frequenza, gli studi iniziali hanno rivelato che la metà dei crimini sessuali sono commessi nella stanza o a casa delle vittime, e il 59 per cento delle vittime conosceva l’aggressore”, spiega la direttrice della Commissione, Anita Suarez. Il report rivela anche che quattro donne vittime su dieci hanno meno di 15 anni.

“Ieri mi hanno uccisa”. Una studentessa paraguaiana, Guadalupe Acosta, ha raccontato su Facebook il femminicidio di due turiste argentine, Maria Coni e Marina Menegazzo, in Ecuador. Ne ha parlato per noi Stefania Cingia qui su Radio Bullets. Da quel post, e dall’inaccettabilità di assunti come: “Avrebbero fatto meglio a starsene a casa” e “Viaggiavano da sole” – che, come fa notare Stefania, è un’affermazione falsa (erano in due) ma è traducibile come “erano da sole senza un uomo” – è partita una campagna virale con l’hashtag #ViajoSola, Viaggio da sola. Donne in viaggio che rivendicano la libertà, la fotografano e la postano pure. “Sono appena tornata da due anni di viaggio intorno al mondo con solo il mio zaino, ormai sporco, come compagno”, scrive Hannah Meyes su ABC. “Potrei parlare per ore della magia di quei giorni, ma ci sono stati anche momenti in cui quella magia si è trasformata in paura. Una notte, ad esempio, quando un armadio d’uomo si è fatto strada nella mia stanza a Nuova Delhi. Sono stata fortunata, allora: l’arrivo fortuito del personale dell’hotel mi ha salvato dall’aggressione, ma all’uomo è stato permesso di rimanere in albergo, quindi di bussare ripetutamente alla mia porta e ruggire “inviti a cena”. Ero terrorizzata. C’è stato anche il momento in cui mi sono ritrovata su una strada secondaria alle cinque del mattino in Ecuador per scappare dal capo di un ritiro di meditazione che mi aveva chiesto di incontrarlo privatamente, aggredendomi con mani violentemente vaganti. Anche in quel caso sono sfuggita, ma quell’esperienza mi ha lasciato con il cuore in gola per quelli che moi sono sembrati giorni. E poi ci sono stati tutti quegli uomini che all’estero mi hanno seguita per le strade delle città. A volte per ore. Tutti quei fischi pietosi, quel chiamarmi come fossi un gatto, in coda all’aeroporto o sull’autobus. La frequenza con cui le donne subiscono questo tipo di violazioni durante i loro viaggi ha portato lo scrittore Lee Tulloch a parlare sulla rivista Traveller Magazine di questo mese del fatto che alcuni Paesi “presentino troppi rischi” per le donne che viaggiano per conto loro. Tulloch consiglia alle donne di “stare lontane da quei Paesi in cui i politici e la polizia danno notoriamente la colpa alle vittime”. Un consiglio che viene dato sempre più spesso. “Stai attenta, non andare lì”. Ma non si tratta di consigli che ci lasciano da esplorare una porzione troppo piccola di mondo? Juliet Bennett, direttrice del Sydney Peace Foundation, insiste sul fatto che le donne continuino a viaggiare da sole. I costi sono sovrastimati, i benefici sottovalutati. Perché viaggiando le donne possono affrontare nuove sfide, e il ruolo che le turiste hanno nei Paesi che opprimono le donne è importante. Le donne che viaggiano da sole – con tutte le estreme cautele del caso, l’attenzione ai pericoli, la protezione estrema di sé stesse, possono essere di ispirazione per le altre a fare lo stesso, e mostrare così anche alle donne che vivono culture più oppressive che ci sono alternative possibili. Abbiamo il diritto di andare; aiutiamoci a vicenda a tornare e condividere le nostre storie.

Il Kenya la scorsa settimana ha approvato un nuovo piano d’azione per il miglioramento dei diritti delle donne, nell’ambito dell’attuazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1325, che promette una maggiore partecipazione delle donne nella prevenzione dei conflitti e nella costruzione della pace e una migliore protezione per le donne e le ragazze nelle aree di conflitto. Il Piano d’azione nazionale in Kenya – il “KNAP”, scrive Skye Wheeler su AllAfrica, contiene di tutto, dai progetti per informare l’opinione pubblica della risoluzione, a quello della creazione di una banca dati delle donne che potrebbero prestare servizio nell’ambito di processi di pace regionali, al monitoraggio delle promesse della nuova Costituzione del Kenya del 2010 per una maggiore presenza di donne nel governo. Sforzi che cercano di superare ciò che il piano descrive come “una duratura discriminazione di genere” e “l’impunità della violenza contro le donne”. Il piano però riserva poca attenzione alle vittime di stupri e alla violenza sessuale post-elettorale del Kenya nel 2007-2008: riferimenti a quelle violenze sono anzi state rimossi dalla parte finale del progetto. Un recente rapporto di Human Rights Watch ha scoperto che, soprattutto dal momento che il governo ha ignorato queste donne, molte di loro sono ancora alle prese con problemi irrisolti di salute fisica e mentale. Molte sono diventate negli anni più povere, isolate e stigmatizzate, a volte madri di bambini nati in seguito a stupri di gruppo. Eppure, scrive Wheeler, il piano d’azione potrebbe cambiare le cose. Promette più servizi per le donne in situazioni di conflitto e crisi umanitarie, un fondo risarcimento per le vittime di violenza sessuale e di genere nei conflitti, e promette che le istituzioni di governo monitoreranno quanti risarcimenti riceveranno queste donne e ragazze.

E fa discutere una legge emanata nella più ricca e popolosa delle quattro province pakistane, il Punjab, per proteggere le donne da stalking, crimini informatici, violenza sessuale e abusi emotivi. La legge infatti ha fatto infuriare i gruppi di estrema destra, che hanno minacciato proteste a livello nazionale se il testo non venisse ritirato. La legge, approvata dall’Assemblea del Punjab a febbraio, prevede azioni per aiutare le vittime di violenza e criminalizza tutte le forme di violenza contro le donne, istituendo un numero verde e centri speciali per rimuovere tutti quegli ostacoli burocratici che rendono complesso l’accesso alla giustizia. Ma la lobby religiosa è andata su tutte le furie. L’atto viene descritto come “non islamico” e i gruppi religiosi hanno deciso di incontrarsi di nuovo a Islamabad il 2 aprile per decidere la loro linea di condotta. I leader religiosi dicono, ad esempio, che è “degradante” che gli imputati possano essere ammanettati con i braccialetti elettronici per ordine di un tribunale.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Malahat Nasibova. Quando i giornalisti hanno iniziato a intervistare i parenti di un uomo trovato morto presso l’ufficio locale del Ministero della Sicurezza Nazionale (MNS) nella regione autonoma (e isolata) di Nakhchivan in Azerbaigian nell’agosto del 2011, è scattato l’intervento degli agenti del ministero che sono intervenuti pet afferrare microfoni e telecamere. E uno dei giornalisti presenti, Malahat Nasibova dell’agenzia di stampa indipendente Turan, è stata etichettata come “nemico del popolo. Quello è stato solo l’inizio. A causa della sua ostinazione nel seguire quella storia, Malahat ha ricevuto molte minacce di morte nelle settimane successive. Mai si è scoraggiata, in 15 anni di aggressioni, molestie, minacce per le sue battaglie per la libertà di informazione. In una regione conosciuta come “la Corea del Nord dell’Azerbaijan” per la sua repressione e mancanza di pluralismo, affronta qualsiasi argomento a testa alta: corruzione, violazioni dei diritti umani, problemi di salute pubblica e frode elettorale. Nel 2002 ha fondato l’ONG Centro Risorse per la Democrazia e lo Sviluppo.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 febbraio 2016

Shamma-Al-Mazrui

Siria, MSF: sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Zika, il Papa: contraccezione sì, aborto mai. Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni in Uganda. Dal carnevale di Rio al “silenziamento” della gestione maschile del corpo delle donne in Brasile. Oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India ha nozioni distorte di violenza domestica. E pensa sia normale. Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Torneo di beach volley in Iran: ma le donne non possono (ancora) entrare. Le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Honduras, una donna uccisa ogni 16 ore. Khadija Ismayilova è l’eroina dell’informazione della settimana, dalla classifica di RSF. 

Ascolta la puntata.

Siria. 1,9 milioni di persone vivono sotto assedio, le frontiere sono chiuse ai rifugiati e dilagano i bombardamenti contro strutture mediche e aree densamente abitate. È l’allarme lanciato dall’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere, con un appello specifico agli stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, che sono parte attiva del conflitto: devono rispettare le risoluzioni da loro stessi approvate per fermare il massacro e garantire che i loro alleati assicurino la dovuta protezione ai civili ed evitino i combattimenti in aree civili. MSF presenta l’impatto del conflitto contro i civili attraverso i dati raccolti in 70 fra gli ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione in Siria nordoccidentale, occidentale e centrale. Nel complesso, sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Il rapporto denuncia che 63 ospedali e strutture sanitarie supportate da MSF sono state attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni nel solo 2015. 12 strutture sono state distrutte e 23 membri dello staff sono rimasti uccisi.

“Alle donne esposte al virus Zika potrebbe essere permesso di usare contraccettivi per evitare le gravidanze”. Lo ha suggerito Papa Francesco nel corso della lunga conferenza stampa che come di consueto ha tenuto sul volo papale, questa volta di ritorno dal Messico. “Ma l’aborto, quello resta il “male assoluto”, un crimine”. E non dovrebbe mai essere permesso, nemmeno per quelle donne che aspettano un bambino con seri danni cerebrali causati dal virus Zika.

Una donna brasiliana vestita come l’artista messicana e icona femminista Frida Kahlo apre una lattina di birra. Altre mostrano cartelli con slogan come “Let me samba in peace”. Questo, si legge su Vice News, è stato il carnevale di Rio de Janeiro. Mulheres Rodadas – un termine slang che significa “donne che sono già state in giro” – è un gruppo nato poco più di un anno fa con l’obiettivo di combattere quello che viene definito un certo tipo di “silenziamento”, in Brasile, della discriminazione sessuale che sembra celebrare la libertà femminile ma che spesso significa tutt’altro. “La gente dice che in Brasile le donne si vestono come vogliono”, spiega Debora Thomé, “Quindi come si può volere più libertà? Ma diciamo che è come gli uomini vogliono che le donne si comportino. Una donna si può mettere quello che vuole, ma poi diventa vittima di violenza a causa di quello che indossa”. Un nuovo movimento femminista insomma, che sta crescendo in un Paese dove l’aborto è ancora illegale ad eccezione dei casi di stupro, quando la vita della madre è in pericolo, quando nel feto si riscontra una malformazione che porta alla sicura morte del bambino e nota come anencefalia. Il movimento nasce anche in risposta all’emendamento proposto da Eduardo Cunha, deputato e leader del potente blocco cristiano evangelico del Congresso. Che ha presentato un emendamento per cui per accedere all’aborto le vittime di stupro devono obbligatoriamente denunciare il crimine e sottoporsi ad esame medico forense. Di lui, le femministe brasiliane dicono: “Oh no, Eduardo Cunha vuole controllar era tua vagina”. In Brasile, spiega ancora Thomé, gli uomini sentono di avere “il diritto di controllare il corpo delle donne. Pensate a quell’emendamento”. Solo il 10% dei deputati del congresso è donna: quindi in pratica gli uomini stanno decidendo se e quando le donne possono abortire”.

Giappone: videogiochi, sesso e violenza. RapeLay, dove si gioca nei panni di un predatore sessuale, è il caso estremo, ma molti sono i giochi e i cartoni animati giapponesi che hanno un rapporto “ controverso” con questo tipo di contenuti. Alcuni provvedimenti sono già stati presi, ma ora il Comitato CEDAW (Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) chiede di più. Ed “esorta vivamente il Giappone a vietare la vendita di videogiochi o fumetti che abbiano come contenuto stupri e violenza sessuale contro le donne che così normalizzano e promuovono la violenza sessuale contro le donne e le ragazze”.

Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni. Accade a Kampala, in Uganda. Una decisione che arriva dopo che gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per l’atmosfera elettorale deteriorata che si stava creando in vista delle elezioni del 18 febbraio. La violenza sotto elezioni è un elemento che si ripete in molti Paesi africani, innescata da tensioni politiche o etniche o da processi elettorali viziati: e donne e bambini sono le persone che hanno più probabilità di subirla. Jessica Nkuuhe, coordinatrice nazionale dell’Uganda’s Women Situation Room, spiega che il centro di controllo lavorerà fino al 20 febbraio. In passato, spiega Nkuuhe, non ci sono state segnalazioni di violenze elettorali sulle donne in Uganda, ma elettrici e candidate hanno affrontato diversi tipi di violenza psicologica, e hanno fatto fronte agli sforzi portati avanti per impedire loro di votare. “Sono stati riportati anche episodi di violenza domestica derivanti da differenze nella scelta del partito o dei candidati”, spiega a Reuters. Yowecri Museveni, presidente dell’Uganda, ha governato il Paese per tre decenni da quando è salito al potere dopo una guerra-guerriglia durata cinque anni. Anche in queste elezioni Museveni è il favorito e potrebbe vincere un mandato di altri cinque anni, ma questa è per lui l’elezione più difficile. Il mese scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che vi erano state numerose segnalazioni di “eccessiva forza, ostruzionismo, dispersione di manifestazioni dell’opposizione, intimidazioni e arresti di giornalisti” da parte della polizia, in un clima elettorale definito “di paura e intimidazione”. Patricia Munaabi Babiiha, direttrice esecutiva del Forum for Women in Democracy, spiega che la sala di controllo impiega donne e giovani e coinvolge anche rappresentanti della polizia e funzionari della Commissione elettorale. Sono stati formate 450 persone, tra donne e giovani, distribuiti in 15 distretti considerati punti cruciali per l’osservazione e il monitoraggio delle elezioni da una prospettiva di genere e di violenza. Sono stati formati anche 10 giovani volontari, operatori del call center che riceve e registra le segnalazioni e fa partire gli interventi in caso di necessità. Quello della situation room di genere è un progetto realizzato dall’Angie Brooks International Center (ABIC) durante le elezioni in Liberia del 2011 e poi replicato con successo durante le elezioni in Senegal, Sierra Leone, Nigeria e Kenya.

Da un recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione emerge che oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India possiede contorte e male informate nozioni sulla violenza domestica. Lo studio ha rilevato che il 53 per cento delle ragazze in entrambi i paesi ritengono che la violenza domestica sia giustificata. Secondo i dati raccolti in India e in altri Paesi in via di sviluppo, un’alta percentuale di adolescenti maschi ha la stessa convinzione. Gli atteggiamenti regressivi sui ruoli di genere si sono infiltrati ormai così profondamente nella cultura e nella società che spesso le vittime, reali o potenziali, di violenza domestica e di violenza contro le donne, ritengono che non ci sia nulla di sbagliato in quei comportamenti. C’è una tendenza a incolpare le vittime di violenza per la loro situazione, mentre l’autore viene del tutto assolto da qualsiasi responsabilità. La struttura sociale patriarcale, si legge su The Express Tribune, la diffusa disuguaglianza di genere, contorte nozioni del concetto di onore, un quadro giuridico debole e un generale aumento della violenza nella società hanno contribuito al fatto che la violenza domestica sia considerata come una componente accettabile dell’esistenza. Una sindrome di Stoccolma a livello di società, si legge ancora, per cui nelle vittime si sviluppano sentimenti di simpatia nei confronti dei rapitori o dei violenti. Questa mentalità prepara le giovani donne a una violenza che dura per tutta la vita. I loro figli saranno esposti per la stessa violenza e da grandi alle stesse credenze.

Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Il governo indiano ha emanato specifiche direttive affinché le stazioni di polizia raccolgano le denunce di violenza sulle donne e venga fatto un lavoro in termini di istruzione e formazione tra le forze di polizia. Un portavoce del governo ha fatto sapere che si stanno portando avanti molteplici sforzi per l’empowerment delle donne, cominciando dalle forze dell’ordine e da quelle stazioni di polizia troppo al maschile. Il progetto è anche quello di aumentare del 33% la presenza femminile all’interno delle forze di polizia. Al momento è del 6-7%.

Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Le nuove nomine includono cinque donne, portando il numero totale della rappresentanza femminile al numero record di otto donne su un totale di 29 membri di gabinetto. Shamma al Mazrui, 22enne e ministra per gli Affari Giovanili, è la più giovane ministra del mondo; sarà anche a capo del Consiglio Nazionale Giovanile degli Emirati.

È cominciato in questi giorni il primo torneo di beach volley mai ospitato in Iran. Nonostante le ripetute promesse della Federazione internazionale di pallavolo, alle donne viene ancora negato l’ingresso alle partite, tra le intimidazioni dei funzionari locali. Human Right Watch ha lanciato una campagna su Twitter e Facebook per chiedere alla Federazione di mantenere le sue promesse. L’hashtag è #Watch4Women.

Che si tratti di aree urbane o rurali, di paesi sviluppati o in via di sviluppo, le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Come dichiarato da UN Women – scrive Angelique Moss su The Diplomat, donne e ragazze temono e sperimentano differenti forme di violenza sessuale negli spazi pubblici, dagli ammiccamenti alle palpate, stupri e femminicidi. Accade dappertutto: le donne che vivono in Paesi e regioni “avanzati” non sono esenti dalle molestie in pubblico. Il 20% delle donne dichiara di aver vissuto una di queste esperienze in pubblico, secondo un sondaggio condotto nel 2014 dalla no-profit statunitense Stop Street Harrassment. Nella sola Londra, il 43% delle giovani dichiara di aver subito aggressioni e molestie nel 2012. Questo vuol dire per le donne, semplicemente, restrizione delle libertà. In risposta a questi dati UN Women ha lanciato l’iniziativa Safe Cities Global Initiative, con due principali filoni: Safe Cities Free of Violence against Women and Girls, attivo in Ecuador, Egitto, India, Papua Nuova Guinea e Rwanda. L’altro è Safe and Sustainable Cities for All, programma congiunto portato avanti con UNICEF e UN-Habitat. È attivo in Brasile, Costa Rica, Honduras, Kenya, Libano, Marocco, Filippine e Tajikistan.

L’Honduras ha tra i più alti tassi di femminicidi nel mondo, e come spesso accade l’impunità dilagante perpetra e alimenta la violenza di genere con una donna uccisa ogni 16 ore. “Io sono una donna e vivere senza violenza è un mio diritto” è la nuova campagna lanciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite con il sostegno del governo honduregno per ridurre i tassi scioccanti di violenza contro le donne attraverso azioni di consapevolezza. In Honduras il tasso di femminicidi violenti è aumentato di oltre il 260 per cento tra il 2005 e il 2013. Nel solo 2014, almeno 513 donne sono state vittime di femminicidio in Honduras, secondo le statistiche CEPAL. Secondo il Centro per i diritti della donna del Paese, nel 2015 una donna è stata uccisa ogni 16 ore. L’Honduras è anche considerato tra i primi 10 paesi al mondo con il più alto tasso di impunità. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, l’impunità ha un impatto particolarmente pesante sulle donne e “alimenta l’accettazione sociale del fenomeno della violenza contro le donne”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Khadija IsmayilovaQuando è stata condannata l’anno scorso a lavorare come spazzina per le strade per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, la giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova ha risposto con un sorriso che avrebbe “ripulito questo paese dalla sporcizia”: una cosa a cui era abituata. Ismayilova è noto per le sue indagini approfondite sulla corruzione tra i più alti livelli di governo. Incluso il clan presidenziale che gestisce i settori più redditizi dell’economia e i suoi investimenti in paradisi fiscali. Ex capa della sezione dell’Azerbaijan di Radio Free Europe/Radio Liberty, lavora per una serie di organi di informazione nonché per il consorzio internazionale di giornalismo investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project. Corre considerevoli rischi a livello personale. Nel 2012 e nel 2013 è stata bersaglio di una campagna diffamatoria e di un tentativo di ricatto con scene di un video girato da una telecamera nascosta nella sua camera da letto. Nel febbraio di quest’anno un cambiamento di tattica ha portato ad accusarla questa volta di spionaggio. Secondo il pubblico ministero che l’ha interrogata per tre giorni di seguito, è stata accusata di aver trasmesso segreti di stato al Congresso degli Stati Uniti. Ma ci vuole ben altro per convincerla a smettere di portare avanti le sue inchieste.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 9 settembre 2015

Hillary Rodham Clinton Signs Copies Of Her Book 'Hard Choices' In New York

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In Sierra Leone la ministra degli enti locali e dello sviluppo rurale, Finda Diana Konomanyi ha aderito ad un movimento internazionale per i diritti umani – cui partecipano molte donne del suo stesso Paese, per esprimere costernazione e preoccupazione per l’ondata di crimini contro le donne, in particolare le ragazze adolescenti in varie parti del Paese e ha invitato i capi e le altre autorità a contribuire ad affrontare la situazione. A metà agosto molte donne sono scese in piazza per una marcia pacifica in seguito alla morte di una ragazza in spiaggia ad Aberdeen, vittima, sembra, di uno stupro di gruppo. Morte che è solo l’ultima di una serie, di giovani vittime di stupro e brutali femminicidi.

A giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha fatto la storia stabilendo che le coppie gay e lesbiche devono essere autorizzate a sposarsi. Da quel momento, scrive Parker Molloy su Upworthy, sposarsi è, in teoria, semplice: basta recarsi davanti ad un ufficiale del registro della contea, compilare un po’ di scartoffie e ritirare la propria licenza. In teoria. La scorsa settimana infatti un segretario di Contea del Kentucky ha negato licenze di matrimonio a delle coppie perché contro le sue convinzioni religiose personali. Per dimostrare che però non va sempre così, Parker Molloy raccnta su Upworthy la storia di un’eroina non celebrata della storia LGBT: Clela Rorex, ex impiegata della segreteria della Contea di Bulder. Nel 1975, Rorex era in servizio presso la contea di Boulder quando due uomini si sono presentati per chiedere una licenza di matrimonio. Rorex aveva iniziato il suo lavoro da appena tre mesi, ma avrebbe emesso una sentenza che sarebbe rimasta nella storia, si legge ancora su Upworthy. Lo ha spiegato lei stessa a StoryCorps. “Era la prima volta che incontravo persone apertamente gay. “Non so se posso farlo”, gli ho spiegato. Poi sono andata dal procuratore distrettuale, che mi ha detto che il codice del matrimonio del Colorado non specifica che l’unione sia tra un uomo e una donna. E così l’ho fatto”. Epperò. Da allora la Rorex ha ricevuto lettere minacciose, i giornali hanno scritto parole dure sul suo conto, la sua famiglia è stata molestata. “Non avrei mai immaginato questo livello di odio”, racconta. “Oltre alle minacce di morte intere congregazioni ecclesiastiche mi hanno scritto che far sposare coppie dello stesso sesso significava portare Sodoma e Gomorra nella zona”.

A proposito di Stati Uniti, sono passati 20 anni dal discorso di Hillary Clinton alla quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne, il 5 settembre 1995. Su Bustle.com si trovano alcune citazioni di quell’intervento, da leggere per riflettere su quanto sia – o non sia – cambiato in 20 anni. “Dobbiamo capire che non c’è una formula secondo la quale le donne dovrebbero condurre la propria vita. Ecco perchè dobbiamo rispettare le scelte che ogni singola donna fa per se stessa e per la sua famiglia. Ogni donna merita la possibilità di realizzare il potenziale che Dio le ha dato. Ma dobbiamo riconoscere che le donne non guadagneranno mai piena dignità finché i loro diritti umani non saranno rispettati e protetti”. E ancora: “È una violazione dei diritti umani quando ai bambini viene negato il cibo, o quando vengono annegati o soffocati, o quando le loro spine dorsali vengono rotte, solo perché quei bambini sono nati femmine. È una violazione dei diritti umani quando donne e ragazze sono vendute nella schiavitù della prostituzione per avidità umana – e il genere di ragioni che viene utilizzato per giustificare questa pratica non dovrebbe più essere tollerato”. E ancora: “È una violazione dei diritti umani quando le donne vengono cosparse di benzina, date alle fiamme, e bruciate a morte perché la loro dote matrimonio considerata troppo esigua. È una violazione dei diritti umani quando singole donne vengono stuprate nelle loro comunità e, quando migliaia di donne sono sottoposte a stupro come tattica o premio di guerra”.

Islamofobia in Gran Bretagna: i crimini che hanno per matrice l’odio islamico sono saliti del 70% a Londra. E la maggior parte delle vittime sono di sesso femminile. Ne parla Radhika Sanghani sul Telegraph. “Sono stata sputata in in strada mentre indossavo il mio velo”, le racconta Sara Khan. “Sono stata chiamata ‘la moglie di Osama Bin Laden’. Con gente che mi si è avvicinata e dicendo parolacce e tentando di accecarmi persino mentre spingevo la carrozzina con mia figlia di sei mesi dentro”. Non si tratta di episodi isolati, spiega Radhika. La Metropolitan Police ha rilasciato in questi giorni nuovi report da cui emerge che i crimini motivati dall’odio contro i musulmani in Gran Bretagna sono aumentati del 70 per cento rispetto all’anno scorso. Tell Mama, un’organizzazione che monitora gli attacchi islamofobici, dice che il 60 per cento di queste aggressioni sono rivolte alle donne, e avviene per strada. Le donne diventano, dice Fiyaz Mughal, fondatore di Tell Mama, evidenti obiettivi per i razzisti che dirigono i loro attacchi a elementi visibili, quindi l’hijab – il velo – e il niqab, il velo integrale.

E sempre nel Regno Unito il governo ha ordinato un’inchiesta per ridurre la violenza contro le donne nelle università. Ai dirigenti universitari è stato ordinato di condurre una task force per esaminare il problema ed elaborare un codice di condotta “per portare avanti il ​​cambiamento culturale”. Le associazioni studentesche hanno accolto con favore la decisione, sottolineando come sessismo e molestie siano a livello pandemico.

Le donne nel movimento per i diritti in Kenya hanno chiesto al presidente Uhuru Kenyatta – in questi giorni in Italia per una visita ufficiale – di ritirare la rimozione del Vice Ispettore Generale Grace Kaindi, sostenendo una cospirazione continua contro le donne che ricoprono posizioni di rilievo nel servizio pubblico. Al di là della vicenda interna alla Polizia in questo caso, “Il movimento delle donne in Kenya è disturbato dalla tendenza costante di perseguitare donne leader nei pubblici uffici”, spiega Teresa Omondi, vice direttore esecutivo di FIDA. Il movimento, si legge su Standard Digital News, promette di arrivare in tribunale se il presidente non dovesse rivedere la sua decisione.

La stessa FIDA, Federazione internazionale delle donne avvocato, esprime – questa volta in Nigeria – preoccupazione per l’aumento della violenza contro le donne, in particolare di stupri, violenze sessuali, circoncisioni femminili e mutilazioni genitali. Hauwa Shekarau, la Presidente Nazionale della federazione, ha fatto appello ai media per condurre un’azione all’avanguardia nella lotta contro tutte le pratiche dannose e discriminatorie per donne, bambini e non solo.

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