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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 dicembre 2015

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Un’attrice marocchina mostra il volto tumefatto su Al Arabiya. FGM bandite in Gambia. Violenza contro le donne in Turchia, aumentano i casi e l’intensità. Gli Stati Uniti e il “terrorismo antiabortista”.

Ascolta la puntata.

Marisa Maghreb è un’attrice marocchina. Qualche giorno fa ha fatto la sua comparsa in uno show del mattino di Al Arabiya indossando degli occhiali da sole. Quando li ha tolti, si legge su Haaretz, ha mostrato un occhio nero, prova della violenza subita. Maghreb sta conducendo una campagna per le donne dallo slogan “Non nascondere la violenza verso di te”. Le foto del suo volto tumefatto sono apparse sui suoi profili Instagram e Twitter, insieme a quelle di molte altre donne arabe che hanno deciso di mostrare il volto della violenza maschile nei loro confronti e di uomini che appoggiano la campagna. “Quello che è importante per le donne è rompere il muro del silenzio”, spiega l’attrice nell’intervista in tv. “ Dobbiamo far crescere la consapevolezza nei confronti della violenza sulle donne, e noi non dobbiamo nasconderla”. “Non l’hanno accusata del fatto che il suo appello a mostrare la violenza domestica porterà alla rovina delle famiglie?”, le chiede il presentatore. “Non faccio appello alla distruzione delle famiglie”, ha replicato lei, “e non tutta la violenza deve finire con un divorzio. Ci sono modi per trattare la violenza, e non cominciano necessariamente in tribunale”. Maghrabi ha evitato di rispondere ad una domanda diretta sulla violenza su di lei da parte dell’ex marito, l’uomo d’affari Ahmed Badi, cittadino degli Emirati Arabi. Ha detto che non ha subito solo violenza psicologica ma anche fisica. Anche il femminile online Anazahra di Dubai si è unito alla campagna, si legge ancora su Haaretz. Nell’ultimo numero del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il magazine ha pubblicato una serie di articoli sulla violenza di genere e su come prevenirla.

Mutilazioni genitali femminili. In Gambia il Comitato sulle pratiche tradizionali che incidono sulla salute delle donne e dei bambini nel Paese ha celebrato la Giornata internazionale per porre fine alla violenza contro le donne con una cerimonia nella Central River Region. L’evento, si legge su AllAfrica.com, ha anche visto la dichiarazione pubblica dell’abbandono della pratica del taglio nei distretti Niamina e Fulladu. Yahya Jammeh, presidente del Gambia, ha annunciato alcuni giorni fa che il Paese bandisce le mutilazioni genitali femminili con effetto immediato. Lo ha riportato il Guardian, promotore dallo scorso anno insieme all’attivista Jaha Dukureh di una campagna internazionale per la messa al bando delle MGF che proprio un paio di settimane fa aveva toccato lo stesso Gambia. Secondo il quotidiano britannico nel Paese la mutilazione genitale femminile viene tuttora imposta al 76% delle donne e che il 56% delle bambine con meno di 14 anni l’ha subita.

Il Kosovo entra a far parte della campagna per fermare la violenza sulle donne con una serie di eventi nell’ambito della campagna internazionale di 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere, fino al 10 dicembre. Ne parla Balkan Insight. “Ogni anno dobbiamo alzare la nostra voce e incoraggiare le persone a combattere questo fenomeno non solo durante i 16 giorni, ma per tutto l’anno”, dice a BIRN Alessandra Roccasalvo, il rappresentante del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite in Kosovo. I problemi del Paese in termini di violenza contro le donne e di fallimento delle risposte “sono stati evidenziati ancora una volta nel mese di ottobre di quest’anno, quando Zejnepe Bytyqi Berisha di Suhareka è stata uccisa dal marito Nebi Berisha, dopo essere stata oggetto delle sue violenze fisiche e psicologiche per 16 anni. L’ha uccisa con 10 coltellate sotto agli occhi dei quattro figli. Zejnepe aveva più volte denunciato la violenza del marito alla polizia kossovara. Fin dal 2002. Ma lui non è mai stato arrestato. “Questo caso racconta il fallimento del sistema, che dovrebbe aiutare e proteggere le vittime”, dice il capo della missione OSCE in Kosovo, Jean-Claude Schlumberger. Da un sondaggio dell’Istituto di statistica del Kosovo e dell’Unicef condotto nel 2013-14 emerge che oltre il 42 per cento delle donne intervistate ha affermato di meritare la punizione fisica di un componente maschile della famiglia quando si macchia di certi “errori”. Quali? Rendere il marito geloso, rifiutarsi di fare sesso, bruciare il cibo, non rispettare i doveri familiari e non prestare attenzione ai figli.

La violenza contro le donne in Turchia aumenta sia in numero che in brutalità. “Ciò che noi chiamiamo femminicidio è in realtà un omicidio di donne che si rivoltano contro gli abusi e lottano per l’indipendenza”, dicono dalla piattaforma Will Stop Femicides. Ma gli uomini, si legge su Hurriyet – ovvero partner, ex, componenti della famiglia – rispondono a questa ritrovata indipendenza con ancora più violenza, mentre i meccanismi di protezione non riescono a proteggere le vittime. E si parla, secondo i soggetti in prima linea, non solo di un aumento delle donne sottoposte a violenza nell’arco degli ultimi dieci anni, ma anche di un aumento dell’intensità di quella violenza, ai limiti della tortura. Murice Kadan, avvocata che si occupa di questi temi, racconta: “Una donna venuta da noi per chiedere protezione legale lo scorso anno era stato accoltellato 42 volte dal marito”. “Queste donne non vengono solo uccise ma mutilate e sottoposte a violenza prima e dopo l’assassinio. Una violenze che confina con la tortura. Le cosiddette notizie di terza notizie pagina sui femminicidi comprendono decapitazioni, tentativi di bruciare il corpo o tagliarlo a pezzi”.

Stati Uniti. Dal 1993, 11 persone sono state uccise in attacchi legati alla questione aborto – medici, personale delle cliniche, e la settimana scorsa, un agente di polizia e due visitatori entrati sulla linea di fuoco in una clinica di pianificazione familiare a Colorado Springs. David Cohen, professore di diritto presso la Drexel University, dice che lo stalking e le molestie costituiscono una minaccia molto comune per chi pratica l’aborto e per le loro famiglie. Nel libro “Vivere nel mirino: Le storie mai raccontate del terrorismo anti-abortista”, Cohen e la co-autrice Kristen Connon hanno intervistato 87 operatori in 34 Stati – proprietari di cliniche, medici e altri dipendenti. ProPublica ha intervistato Cohen sulle loro scoperte. Ecco alcuni stralci dell’intervista. Ci sono i picchetti. “Si tratta di una forma particolarmente invadente di molestia, perché la casa è dove ci rifugiamo per sfuggire dal mondo e dalla vita pubblica. Gli estremisti vanno a casa nei fine settimana con cartelli tipo “Qui vive un assassino”, urlando ai vicini di fare qualcosa per quella terribile persona in mezzo a loro”. Il messaggio, secondo Cohen, non è per niente sottile: “Sappiamo dove vivi, sappiamo dove trovare la tua famiglia, e forse faremo qualcosa di più”. Insieme ai picchetti ci sono lettere minatorie a casa e al lavoro, ma anche il puntare i familiari presentandosi per esempio a scuola”. Tutto questo insomma “ha un profondo impatto sulla loro vita. Per alcuni è così costante e così pervasivo che lo percepiscono come normale. Un medico ci ha raccontato che si sentiva come un soldato sul campo, un poliziotto di quartiere, un vigile del fuoco che sta per entrare in un edificio in fiamme. Molti di loro si sentono come bersagli, sono in pericolo, devono essere vigili per tutto il tempo. Sono traumatizzati. Peccato che non siano soldati in battaglia ma personale medico che lavora in ufficio”. La clinica di Colorado Springs, chiede Nina Martin per ProPublica, in cui si è verificata la sparatoria della scorsa settimana aveva telecamere ovunque, vetro antiproiettile e una cassetta di sicurezza. Che tipo di precauzioni vengono prese per proteggersi da violenze e molestie? “Alcuni non fanno nulla, spiega David Cohen. Altri mettono un altro nome presso la propria abitazione o sulla cassetta delle lettere. Si travestono, prendono ogni giorno strade diverse per andare a lavoro, fanno accordi con le compagnie aeree per cambiare volo all’ultimo, in modo che i manifestanti non conoscano i loro programmi. C’è chi porta delle armi addosso. “Uno dei medici di cui abbiamo parlato ha detto: “Se qualcuno, quando sono andato a studiare medicina, mi avesse detto che sarei finito per andare al lavoro armato e con giubbotto anti-proiettile, lo avrei preso per pazzo. Ma ho un giubbotto antiproiettile e in questi giorni vado in clinica armato”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 novembre 2015

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India, spot ironici spiegano alle donne come difendersi dalla violenza. Sei scienziate in missione (simulata) sulla Luna, per vedere come funziona un equipaggio di sole donne. In Galles nuova legge contro le mutilazioni genitali femminili. A Pretoria un pittore dipinge il presidente e l’opera fa scandalo. La denuncia di un gruppo di sacerdoti: la Chiesa opprime le donne. Jakarta: castrazione chimica per chi stupra un minore?

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India. Una società di produzione cinematografica indiana, la Eeksaurus, ha realizzato una serie di annunci di servizio pubblico con un messaggio forte rivolto a tutte le donne. Ne parla Indian Express: nei video protagoniste sono le donne che si trovano ad affrontare varie situazioni di minaccia di aggressione – in discoteca, nel treno, in ascensore, per strada – e si difendono con superpoteri e armi non convenzionali come degli occhiali laser capaci di incenerire l’aggressore direttamente nelle sue parti più intime. Oggetti, dice l’annuncio, disponibili nel 2214: nell’attesa le donne vengono invitate a chiamare il numero di servizio 103 in caso di aggressione o anche solo di situazioni dubbie. Un modo insomma per affrontare la violenza sulle donne con un certo umorismo e dare un messaggio di servizio fondamentale in un Paese in cui il problema resta di natura endemica.

Russia. Sei scienziate, di età compresa tra i 22 e i 34 anni, hanno iniziato un “viaggio di andata e ritorno verso la Luna” di 8 giorni: un viaggio simulato che l’agenzia spaziale russa Roscosmos sta realizzando per studiare il comportamento di un equipaggio composto da sole donne di fronte a una missione di questo tipo e durata. In Italia ne scrive Focus. Le sei donne-cosmonaute, si legge, sono entrate in un modulo opportunamente costruito presso l’Istituto per lo studio dei Problemi Biomedici di Mosca, noto per le ricerche sugli effetti psicologici e fisici dei viaggi nello spazio. Questo Istituto è stato in prima linea nel 2010 quando sei volontari (tutti maschi) simularono un viaggio di andata e ritorno verso Marte della durata di 520 giorni. “Per la prima volta vogliamo vedere come interagiscono sei donne sottoposte a un simile test. Sono abbastanza certo e mi auguro che non ci saranno conflitti, anche se si dice che due donne nella medesima cucina faticano a vivere insieme”, dice Sergei Ponomaryov, responsabile dell’esperimento. Le sei volontarie sono quattro ricercatrici scientifiche, una psicologa e una dottoressa. La Russia è stata la prima a inviare una donna nello Spazio, ma dopo questo primato nelle pari opportunità si è “fermata”: il numero di cosmonaute – le sovietiche – è molto inferiore rispetto a quello delle astronaute, tant’è che la quarta donna russa ad essere andata nello spazio è partita solo l’anno scorso per la Stazione Spaziale Internazionale. Si tratta di Elena Serova che peraltro partecipa anche all’esperimento in corso. Naturalmente alla conferenza stampa di presentazione del progetto non sono mancate domande stereotipare tipo: “Come farete senza trucco?”. “Siamo molto belle anche senza”, ha risposto la team leader Yelena Luchnitskaya. Il “ritorno” è previsto per mercoledì prossimo 4 novembre.

FGM. In Galles passa una nuova legge contro le mutilazioni genitali femminili. Sebbene sia un crimine nel Regno Unito, in 137mila tra donne e ragazze inglesi, la maggior parte delle quali immigrate, sostiene di aver subito questa pratica. La nuova legge, riporta l’Associated Press, richiede ai professionisti di segnalare i casi di mutilazione genitale femminile alla polizia in caso di minori di 18 anni. Ma da più parti si avverte che l’effetto potrebbe essere quello di rendere le ragazze riluttanti a cercare assistenza medica. Secondo la legge, entrata in vigore sabato, diventa un crimine per operatori sanitari, assistenti sociali o insegnanti non notificare alla polizia casi di minorenni che abbiano avuto la rimozione o il danneggiamento dei genitali per ragioni non mediche. L’obiettivo è quello di intensificare il giro di vite del governo sulla pratica di rimuovere genitali esterni alle giovani, pratica vista come una forma di abuso sui minori e di violenza sulle donne e crimine fin dal 2003. Alcuni enti di beneficenza che lavorano per proteggere le ragazze, riporta ancora AP, temono però conseguenze impreviste da questa legge che sancisce la segnalazione obbligatoria. “Non protegge le ragazze, perché la logica è quella di riportare casi di persone che hanno già subito una mutilazione genitale”, spiega Naana Otoo-Oyortey, direttore del gruppo advocacy Forward. “Sì, è necessario segnalare e perseguire. Ma tutto questo deve essere affiancato dalla prevenzione “. Le mutilazioni, nella maggior parte dei casi, avvengono all’estero. Le autorità britanniche hanno anche cercato di impedire ai genitori di portare le figlie in Africa a subire questa procedura.

Pretoria. Membri della South Africa’s African National Congress Women’s League hanno manifestato a Pretoria per difendere l’onore del presidente Jacob Zuma alla luce di una recente opera che lo raffigura nudo e nell’atto di ricevere sesso orale. Ayanda Mabulu, pittore sudafricano, ha fatto notizia il mese scorso per la sua opera dal titolo “La pornografia del potere”, che descrive come “la situazione in cui ci troviamo in Sud Africa”. La South Africa’s African National Congress Women’s League ha però trovato il dipinto offensivo e umiliante per la popolazione femminile del Paese. “In una Nazione dove abbiamo unalta incidenza di violenza contro le donne, rappresentare una donna in quel modo è solo degradante”.

Un gruppo di 12 sacerdoti cattolici ha chiesto di porre fine alla “sistematica oppressione” delle donne nella Chiesa cattolica dando loro piena uguaglianza. I sacerdoti, tra cui un certo numero di membri della Associazione dei sacerdoti cattolici come don Tony Flannery, hanno spiegato di ritenere l’esempio dato dalla Chiesa in termini di discriminazione delle donne un esempio che “incoraggia e rinforza l’abuso e la violenza contro le donne in molte culture e società “. “Nella Chiesa cattolica le donne, pur essendo uguali agli uomini in virtù del loro Battesimo, sono escluse da tutte le posizioni decisionali, e dal ministero ordinato”, dicono i sacerdoti. Che hanno ricordato anche che, nel 1994, Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato che l’esclusione delle donne dal sacerdozio non poteva nemmeno essere discussa nella Chiesa e che il concetto è stato ribadito “e addirittura rafforzato” da Papa Benedetto.

Jakarta. Una coalizione di gruppi per i diritti umani ha espresso opposizione al piano del governo indonesiano di introdurre la castrazione chimica per i reati a sfondo sessuale. Secondo l’Istituto per la riforma del sistema penale costituirebbe una chiara violazione dei diritti umani. “Il governo dovrebbe invece dare priorità ai diritti dei bambini. Nei casi di vittime minori, lo Stato deve garantire loro protezione e accesso alla riabilitazione”, spiega un ricercatore dell’Istituto secondo il Jakarta Post. Il presidente Joko “Jokowi” Widodo starebbe prendendo in considerazione l’emanazione di un regolamento del governo con valore di legge per introdurre la castrazione per gli uomini che stuprano i bambini. Castrazione chimica prevede la somministrazione di farmaci anti-androgeni per ridurre il testosterone, la libido, le fantasie sessuali compulsive e la capacità di eccitazione sessuale. Viene somministrata per mezzo di un’iniezione una volta ogni tre mesi e, a differenza della castrazione chirurgica, è reversibile quando il trattamento viene interrotto. Restano comunque duraturi effetti collaterali. Leggi che prevedono la castrazione fisica sono in vigore in diversi Stati in America, in Canada e in Paesi come la Corea del Sud, la Moldavia, la Russia e l’Estonia.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 giugno 2015

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Cominciamo dalla Nigeria, dove il presidente Goodluck Jonathan ha firmato una legge che criminalizza la mutilazione genitale femminile. La legge vieta la pratica, che comporta la rimozione di parte o della totalità degli organi sessuali esterni di una ragazza, sottolineando anche come queste mutilazioni non abbiano nulla a che vedere con pratiche mediche riconosciute, legalizzate e giustificate. Si tratta di uno degli ultimi atti di Goodluck Jonathan, presidente uscente battuto nelle elezioni presidenziali dello scorso marzo da Muhammadu Buhari, che ha giurato ufficialmente venerdì scorso. La legge, approvata dal Senato il 5 maggio, vieta anche agli uomini di abbandonare le loro mogli o figli senza sostegno economico. La Nigeria è il paese africano più popoloso e in cui si è registrata la percentuale più alta di mutilazioni genitali femminili: il 27% delle donne è stata privata di parte o del tutto del clitoride. In Somalia e Guinea la percentuale sale al 95%. Come testimonia uno studio del 2013, condotto dall’Unicef, più di 125 milioni di donne in tutto il mondo – soprattutto in Africa e Medio Oriente – hanno subito un qualche tipo di mutilazione, considerata una violazione dei diritti umani delle bambine e delle donne da parte di organismi internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità. Secondo i dati delle Nazioni Unite del 2014, riportati dal Guardian, circa un quarto delle donne nigeriane ha subito una qualche forma di mutilazione – che può provocare infertilità, mortalità materna, infezioni e perdita del piacere sessuale. Lo stesso Guardian ha recentemente lanciato una campagna mediatica globale per porre fine alla pratica, con il sostegno del Fondo per la popolazione delle Nazioni Unite, con lo scopo di aiutare i giornalisti locali a raccontare di mutilazioni genitali femminili e far luce sulle conseguenze di questa pratica.

Uno dei problemi più persistenti della Papua Nuova Guinea è la stregoneria. O meglio, i brutali femminicidi di coloro che vengono accusate di stregoneria, un problema complesso che coinvolge la violenza contro le donne, le rivendicazioni per la terra e una nazione in rapido sviluppo. “L’applicazione della normativa che vieta ogni forma di violenza di genere è la chiave per porre fine alla violenza collegata alle accuse di stregoneria”, hanno detto le Nazioni Unite nel 2013. Amnesty International ha chiesto al governo di fare di più per proteggere le donne dopo che una donna conosciuta come Mifila è stato violentata a morte da un gruppo di uomini a metà maggio mentre altre due sono state minacciate e sono sfuggite a malapena alla morte. L’accusa, per loro e per i loro figli, risale a gennaio. The Diplomat scrive che il missionario luterano Anton Lutz, da tempo attivista per i diritti della terra in Papua Nuova Guinea, ha documentato gli attacchi. “Credevano che fosse una Sanguma (strega), responsabile di morte e di cattiva sorte”, ha raccontato all’Australian Associated Press. Il caso di Mifila non è isolato. Quello degli attacchi, rivolti soprattutto a donne senza protezione con accuse di stregoneria, è un problema crescente in Papua Nuova Guinea, dove, secondo le parole delle Nazioni Unite, queste credenze e le relative punizioni sono “culturalmente radicate”.

Dall’India arriva una campagna per fornire sostegno morale e finanziario per il reinserimento nella società delle superstiti di attacchi con l’acido. Lanciata dall’Acid Survivors Foundation of India (ASFI), la mobilitazione War against Acid Violence ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso misure sociali, educative e regolamentari contro gli attacchi con acido. ASFI, che riporta il dato di più di 500 sopravvissute ad attacchi con acido in tutta l’India, ha dichiarato che il più alto tasso di episodi si registra nel nord del Paese, con il 58 per cento dei casi a fronte del 18 per cento dell’India Orientale. Asha Mukherjee ha condotto al merito un particolare esperimento: si è recata in un negozio locale e ha chiesto il ‘tezaab’, un acido usato per pulire oggetti arrugginiti e per le pulizie in casa, tra le sostanze corrosive utilizzate contro le donne per questi attacchi. Il negoziante le ha chiesto di quante bottiglie avesse bisogno. Ed è a quel punto che Asha si è tolta la sciarpa che le avvolgeva il viso quasi totalmente. “Guarda cosa mi ha fatto il tezaab. Lo sapevi che la Cote suprema ha bandito la vendita libera di quest’acido?”. Nella sua vita precedente Asha Mukherjee era una ballerina al Rajdoot hotel di Delhi. Un collega geloso ha a un certo punto cominciato a minacciarla, e lei ha denunciato le minacce alla polizia di Lajpat Nagar, che l’ha rispedita al mittente. 20 giorni dopo – era il dicembre 2004 – il collega l’ha fermata fuori casa, le ha gettato addosso acido corrosivo ed è fuggito via. Il governo parla di una vittima di attacchi con l’acido ogni tre giorni. Secondo il National Crime Records Bureau (NCRB), il posto più pericoloso per una donna indiana è la casa coniugale: il 43,6% di tutti i crimini contro le donne, scrive il Guardian, è per mano di mariti e parenti. Per implementare le segnalazioni di questi casi, SNEHA, Society for Nutrition, Education and Health Action, un Ngo con base a Mumbai, ha lanciato nel 2014 il Little Sister Project. Finanziato da un programma di sviluppo delle Nazioni unite, il progetto ha formato 160 donne locali per identificare e riportare casi di violenza di genere attraverso smartphone Android forniti di un open data kit e di un’app chiamata EyeWatch.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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