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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 novembre 2015

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Myanmar. “I tempi sono cambiati, la gente è cambiata”: cosi’, la leader del partito birmano ‘Lega nazionale per la democrazia’ (Nld), Aung San Suu Kyi, attivista per i diritti umani nel suo paese, la Birmania ovvero il Myanmar, oppresso da una dura dittatura militare dopo il colpo di stato del 1962, spiega alla Bbc perchè crede che i ‘generali’ rispetteranno i risultati delle elezioni di domenica scorsa e le permetteranno di formare un nuovo governo. “Trovo – si legge sull’ANSA – che la gente adesso sia molto più politicizzata non solo rispetto al 1990, ma molto più politicizzata rispetto al 2012, quando abbiamo fatto la campagna elettorale per le elezioni suppletive”. Da AskaNews ecco il profilo di San Suu Kyi, premio nobel per la pace nel 1991: Dopo l’uccisione del padre, il generale Aung San, assassinato quando lei aveva due anni nel 1947, la prima parte della sua vita s’è svolta in esilio. Prima in India, poi in Gran Bretagna. Ha studiato a Oxford dove si è sposata con un professore specialista di Tibet, Michael Aris, morto senza che potesse ricevere l’ultimo saluto dalla moglie nel 1999 per un cancro. Da Aris ha avuto due figli. La decisione di tornare in Birmania è del 1988. Volata al capezzale della madre, si ritrovò nel pieno di una rivolta contro la giunta militare repressa nel sangue. Dopo una prima apertura, si legge ancora su AskaNews, con il permesso di costituire la Lega nazionale per la democrazia, il regime reagì mettendola agli arresti domiciliari. Ciononostante, Aung San Suu Kyi riuscì a vincere le elezioni del 1990, ma la giunta militare non riconobbe i risultati. Iniziò così un periodo lungo di detenzione domiciliare, con l’assenza che contribuiva a renderla un mito ancor più della presenza. Torna definitivamente libera nel 2010. Due anni dopo viene eletta in un parlamento che, per un quarto, è nominato direttamente dei militari.

Australia. Combattere la violenza sulle donne? Si può. Come combattere il tabagismo o introdurre l’utilizzo delle cinture di sicurezza. In Australia, si legge su The Chronicle – è partita la campagna Change The Story: una mobilitazione lanciata dai gruppi antiviolenza Our Watch, VicHealth e dalla National Research Organisation for Women’s Safety – l’organizzazione di ricerca australiana per la sicurezza delle donne – a partire dalla più recente ricerca su cosa porta la violenza contro le donne e come prevenirla, creando per la prima volta al mondo un quadro nazionale per porre fine alla violenza in famiglia. “Come abbiamo visto con altri gradi cambiamenti sociali, come la prevenzione per il fumo o indossare le cinture di sicurezza, abbiamo bisogno di un cambiamento governativo, organizzativo e sistemico all’interno della comunità”, spiega da Our Watch Natasha Stott Despoja.

Spagna. Quattro donne vittima di violenza in Spagna lo scorso fine settimana. Mentre decine di migliaia di persone hanno manifestato a Madrid contro la violenza di genere. La polizia della città settentrionale di Oviedo lunedì ha messo in custodia un cinquantunenne sospettato di aver ucciso la moglie. Un vicino – si legge su thelocal.es – ha trovato il corpo senza vita della donna sessantacinquenne insieme ad una lettera in cui il marito scriveva di averla uccisa. Il giorno prima la polizia aveva arrestato un uomo a Lliria a nord di Valencia, che aveva sparato a ex moglie ed ex suocera in pubblico. E sabato un altro uomo, ancora di 51 anni, ha ucciso la moglie prima di togliersi la vita in una città del sud est del Paese. I quattro femminicidi fanno salire a 45 il numero delle donne che sono morte per mano del partner o dell’ex dall’inizio dell’anno in Spagna.

Sierra Leone. Kadiatu Bangora, 19, si lascia sfuggire un gran sospiro e guarda per terra mestamente. “Ho commesso un errore”, dice. A raccontare la sua storia è Nadene Ghouri sul Guardian. Quella frase, o una variante di quella frase, viene ripetuta mentre ciascuna delle dodici madri o future madri adolescenti e non sposate racconta la propria storia seduta attorno al tavolo del Ministero della Pubblica Istruzione della Sierra Leone a Freetown. In una società conservatrice come quella di questo Paese, le ragazze madri non vengono certamente viste di buon occhio. E loro, le ragazze, sanno che dovrebbero mostrare un certo grado di penitenza. Sanno anche che sono fortunate ad essere dove sono: è stata data loro una seconda possibilità con l’inserimento nel programma nazionale lanciato il mese scorso back-to-school. Programma per riportare le ragazze madri all’interno del ciclo di istruzione. L’errore di Bangora, però – si legge ancora sul Guardian – non era dovuto a irresponsabilità adolescenziale ma alla disperazione. Quando il padre si è ammalato, infatti, lei è andata da un amico di famiglia per chiedere aiuto per comprare le medicine. “Non si ottiene niente per niente”, le ha detto lui. E infatti. Le ha dato 65 dollari per dormire insieme. Il padre di Bangora è morto, mentre lei, sei settimane dopo, ha scoperto di essere rimasta incinta. “Quando ho scoperto di aspettare un bambino non mi è stato permesso di rimanere a scuola. Mia mamma si è arrabbiata molto ma mi ha permesso di rimanere in casa perché non c’era nessun altro posto dove potessi andare. Il mio bambino è arrivato nel mese di febbraio, ma non sono tornata a scuola perché non abbiamo soldi”, dice. “Sarebbe immorale consentire a una ragazza incinta di rimanere a scuola”, spiega Oliva Musa dal Ministero della Pubblica Istruzione. “Le adolescenti sono molto vulnerabili alle pressioni dei coetanei e se le ragazze incinta in uniforme scolastica sono autorizzate a sedersi in classe riteniamo che questo potrebbe portare altri a pensare di poter fare lo stesso”. Dopo il parto – quando cioè non rischiano più di avere un impatto sui compagni di classe – sarebbero anche “libere di tornare”. Peccato che siano veramente poche a farlo. Oggi, Bangora e sua madre sbarcano il lunario vendendo riso e olio in una bancarella lungo la strada. Lei è una delle 4.000 ragazze che si sono volontariamente registrate per il nuovo programma, finanziato dal ministero britannico per lo sviluppo internazionale.

Cina. La fine della politica del figlio unico non è abbastanza. Latanya Mapp Frett, Executive Director di Planned Parenthood Global, che si occupa proprio di salute e natalità, ne scrive sul Time. I sostenitori dei diritti umani, dice, lodano a ragione la fine della decennale politica del figlio unico in Cina. Una politica controversa, introdotta con una serie di misure alla fine degli anni ’70 e attuata a livello nazionale nel 1980, che imponeva alle coppie di avere un solo figlio, con alcune eccezioni. Aborto forzato e sterilizzazione sono illegali in Cina, ma succedevano con frequenza ed erano pratiche favorite dalla legge. Pratiche che hanno storicamente danneggiato donne povere e di colore in modo sproporzionato in tutto il mondo. Che la Cina abbia posto fine alla sua politica del figlio unico, scrive la direttrice, è un passo importante, ma saremmo negligenti a non chiedere ulteriori riforme. Una nuova politica impone che a tutte le coppie sposate sia permesso di avere due figli. È meglio così? No, se si sceglie di avere tre figli. Fino a quando la Cina promuoverà un programma di pianificazione familiare volontaria completamente normato, starà continuando ad opprimere le famiglie cinesi attraverso politiche riproduttive coercitive. Nessun governo e nessun politico dovrebbero interferire con le decisioni profondamente personali che le donne prendono sul se e quando avere dei figli. Uno studio del Guttmacher Institute del 2013 dimostra ad esempio che quando una donna è in grado di decidere volontariamente se e quando avere figli, e quanti, tende ad andare più avanti negli studi, ed è più adattabile e resistente durante i periodi di difficoltà. Ecco perché gli organismi internazionali hanno continuato a ribadire che qualsiasi forma di coercizione o la restrizione della libertà delle donne è una forma di violenza contro le donne, e invitare le nazioni ad eliminare queste pratiche. Proprio il mese scorso i 193 Stati membri delle Nazioni Unite, tra cui la Cina, si sono impegnati a garantire l’accesso universale ai diritti riproduttivi entro il 2030.

Afghanistan. “Abbiamo avuto questo caso in cui ha chiamato una ragazza incinta: quando ha detto al suo fidanzato della sua condizione, lui è scomparso. E lei era disperata quando ci ha chiamato: stava pensando di suicidarsi”. A raccontarlo è un medico, Shkullah Hassanyar, sul sito del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione. Hassanyar fa parte di un team di medici dello staff della Youth Health Line, la prima linea telefonica progettata per fornire informazioni sensibili sulla salute ai giovani afghani. In Afghanistan le principali preoccupazioni per la salute pubblica comprendono la violenza contro le donne e le bambine, una diffusa tossicodipendenza, ma anche stress e depressione. Le ragazze devono affrontare anche alti tassi di matrimoni e gravidanze precoci, che portano forti rischi di lesioni legate proprio alla gravidanza e di morte. Secondo il Ministero della Pubblica Istruzione oltre 3 milioni di bambini non vanno a scuola. Anche chi va a scuola difficilmente trova occasione di porre domande di natura sessuale o insegnanti in in grado di affrontare questi temi delicati. L’Help Line, lanciata dal Fondo delle Nazioni Unite e dal Ministero della Salute Pubblica nel 2012, offre ai giovani un modo anonimo per ricevere informazioni e consigli per la salute in maniera precisa e non giudicante, da parte di professionisti del settore sanitario. Il servizio, disponibile sette giorni su sette, è cresciuto rapidamente, passando da uno staff di due medici nel 2012 a otto nel 2014. Il numero di chiamanti è aumentato vertiginosamente nel corso dell’ultimo anno, da 1.500 ogni mese a più di 3.000. Le chiamate sono gratuite, e il numero di telefono è facile da ricordare: 120.

Il Guatemala ha uno dei più alti tassi di gravidanze adolescenziali del mondo, con più di 5.100 ragazze sotto ai 14 anni che hanno avuto un bambino nel 2014. Ne parla il DailyMail. Lo stupro e l’abuso sessuale sono comuni, con il 30 per cento dei bambini nati da adolescenti il cui padre è lo stesso padre della ragazza. Molte ragazze incinta non capiscono il sesso e spesso il crimine non viene riconosciuto, con gli uomini che vedono le ragazze come loro proprietà.
Nonostante le leggi introdotte per frenare gli stupri adolescenziali, solo otto persone sono state condannate nel 2012 per reati sessuali che hanno portato alla nascita di un bambino. Il Daily pubblica le foto della fotografa svedese Linda Forsell in Guatemala, foto che raccontano le storie di queste ragazze. In Guatemala quasi un quarto di tutti i bambini sono nati da madri adolescenti. Alcune non hanno nemmeno raggiunto i 13 anni – nel 2011, 35 nuove mamme avevano appena 10 anni. Quasi tutte le nascite adolescenziali, il 90 per cento, coinvolgono un parente, il padre, come detto, nel 30% dei casi, o uno zio o un cugino. Un’epidemia che il governo sta cominciando a cercare di arginare: questa settimana è stata approvata una nuova legge che ha innalzato l’età legale per il matrimonio a 18 anni. Fino ad ora era di 14.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 30 giugno 2015

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Questa settimana cominciamo dall’Afghanistan, con un pezzo di NBC News che traccia un bilancio della situazione. Nel 2001, si legge, le forze americane hanno contribuito rovesciare i talebani, che avevano protetto Osama bin Laden e altri leader di al Qaeda. Ma gli USA non erano solo a caccia di cattivi. Hanno anche finanziato un’agenda di ricostruzione che ha previsto il miglioramento della condizione femminile, con miliardi spesi per programmi di aiuto volti a donne e ragazze. “I musulmani di tutto il mondo hanno condannato la brutale degradazione delle donne e dei bambini da parte del regime talebano”, spiegava l’allora first lady Laura Bush nel novembre 2001. “La lotta contro il terrorismo è anche una lotta per i diritti e la dignità delle donne”. Oggi, scrive NBC News, si stima che siano 2 milioni e mezzo le ragazze afghane a scuola. Le donne sono presenti in Parlamento, lavorano nel governo e alcune sono diventate imprenditrici di spicco. C’è persino una pilota da caccia donna. Ma l’Afghanistan rimane uno dei luoghi più pericolosi al mondo per il sesso femminile. “Le cose sono molto difficili, e stanno peggiorando”, spiega l’attivista Wazhma Frogh a NBC News. “C’è molto meno spazio per le donne [nella vita pubblica].” Secondo il capo dell’Afghanistan’s Women Peace and Security Research Institute, criminalità e violenza sono il cuore del problema. “Le donne vengono uccise, violentate e vessate su scala quotidiana molto più di prima – e apertamente”, aggiunge. Tutto questo a causa dell’illegalità generalizzata, peggiorata dal pesante ritiro delle truppe straniere – che lascia donne e ragazze vulnerabili ad attacchi e abusi. Il  brutale linciaggio di Farkhunda al centro di Kabul all’inizio di quest’anno, di cui abbiamo raccontato in più occasioni su Radio Bullets, è stato l’ultimo di una serie di episodi drammatici. Il tasso di mortalità delle donne è assai più elevato rispetto a quello degli uomini, dicono le Nazioni Unite, anche se si considerano i combattenti che muoiono sul campo di battaglia. L’Onu definisce il tasso di violenza contro le donne in Afghanistan “eccezionalmente alto”, con un picco dell’87,2 per cento di donne che hanno subito qualche forma di violenza. Secondo gli attivisti la situazione sta anche peggiorando: secondo Soraya Sobhrang, vice presidente della Independent Human Rights Commission in Afghanistan, quest’anno è stato registrato un aumento del 31 per cento nei casi di violenza contro le donne rispetto al 2014.

Brad Pitt e Angelina Jolie hanno incontrato in questi giorni il Duca e la Duchessa di Cambridge. Secondo Us Weekly, l’incontro privato con il principe William e Kate Middleton a Kensington Palace, ha avuto al centro anche la questione violenza sulle donne. “C’è una epidemia globale di violenza contro le donne che non può più essere tollerata, e deve essere affrontata”, ha detto la Jolie, impegnata sul campo con una serie di iniziative negli ultimi tempi.”Ogni individuo nella società ha un ruolo da svolgere nella realizzazione di questo cambiamento”. L’attrice è stata nominata a ottobre Dama onoraria dalla regina per la sua campagna per porre fine alla violenza sessuale in zone di guerra.

Stella Mukasa,del Centro Internazionale per la Ricerca sulle donne, scrive in un editoriale per il Guardian che il recente disegno di legge approvato dal Senato nigeriano contro la violenza di genere e contro le mutilazioni genitali femminili costituisce un importante passo in avanti. Ma deve essere sostenuto da sforzi per affrontare quelle attitudini radicate che sono alla base della violenza contro donne e ragazze, al fine di eliminare questa pratica dannosa.

Il Dipartimento di Stato americano, nel suo Country Report on Human Rights Practices per il 2014, mette in evidenza gravi violazioni dei diritti umani contro i membri della comunità LGBT in Giamaica. Le organizzazioni non governative continuano a segnalare gravi violazioni dei diritti umani, tra cui aggressioni con armi letali, stupri “correttivi” di donne accusate di essere lesbiche, detenzioni arbitrarie, attacchi, accoltellamenti, molestie dei pazienti gay e lesbiche da parte dell’ospedale e del personale penitenziario, e sparatorie mirate.

La prima causa di morte delle teenager nel mondo? Il suicidio. Lo afferma una ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità pubblicata lo scorso anno e di cui ora si torna a parlare. Il suicidio è la prima causa di morte, seguito dalla maternità, dall’AIDS, dagli incidenti stradali e da diarrea. Il calo del tasso di mortalità generale per maternità per le ragazze dai 15 ai 19 anni è un “risultato straordinario”, spiega Suzanne Petroni, senior director dell’International Centre for Research on Women. I numeri sono passati da 137,4 decessi per 100.000 ragazze nel 2000 ai 112,6 di oggi. Questo ha finalmente portato a concentrarsi su quello che viene definito da sempre il grande “assassino”: il suicidio appunto. La relazione prende in esame sei regioni del mondo. In Europa, è il killer numero uno delle ragazze adolescenti. In Africa, non è nemmeno tra i primi cinque fattori, dato che i tassi di mortalità per AIDS e maternità sono estremamente alti. Ma in ogni altra regione del mondo il suicidio è una delle prime tre cause di morte per 15 a 19 anni ragazze, mentre per i ragazzi, la principale causa di morte sono, a livello globale, gli incidenti stradali. Un problema di cui non si conosce l’effettiva entità, scrive il Telegraph: i coroner troppo spesso non registrano un suicidio come tale, dice Roseanne Pearce, Senior Supervisor per Childline nel Regno Unito. “A volte è su richiesta della famiglia, a volte per proteggerne i sentimenti”. Nei paesi in cui lo stigma è particolarmente elevato, è ancora meno probabile che i suicidi vengano registrati come tali. Nel Sud-est asiatico il problema è particolarmente grave: l’autolesionismo uccide le ragazze adolescenti tre volte di più di qualsiasi altro fattore. Vikram Patel, uno psichiatra recentemente inserito dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti per il suo lavoro nel campo della salute mentale globale, è schietto nella sua diagnosi: “La ragione più probabile è la discriminazione di genere. Le vite delle giovani donne [nel Sud-Est asiatico] sono molto diverse dalle vite dei giovani uomini in quasi ogni aspetto”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 maggio 2015

Farkhunda

Salve a tutte e a tutti da Angela Gennaro, benvenuti anche questa settimana al nostro viaggio di approfondimento nel mondo delle donne su Radio Bullets.

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Cosa hanno in comune eutanasia e violenza di genere? La storia di una donna indiana, morta a 67 anni dopo averne passati 42 in stato praticamente vegetativo – ne ha parlato anche Alessia Cerantola nel corso del notiziario. Aruna Shanbaug, un’infermiera, aveva solo 24 anni quando è stata aggredita nel seminterrato dell’ospedale King Edward Memorial di Mumbai da un inserviente delle pulizie che l’ha sodomizzata, soffocata con una catena per cani e lasciata lì credendola morta. Ma Aruna non era morta: è rimasta cieca, paralizzata e il suo cervello gravemente danneggiato. La sua storia, racconta Amanda Hodge, corrispondente dall’Asia del Sud per l’Australian, ha scatenato un dibattito nazionale sull’eutanasia e portato nel tempo ad una legge di riferimento che consente l'”eutanasia passiva”. Aruna è morta in questi giorni di polmonite, mettendo fine ad una battaglia di quattro decenni portata avanti dai sostenitori della dolce morte. L’uomo che ha portato Aruna a passare 42 anni in questo stato, Sohanlal Walmiki, è stato sì processato e condannato, ma solo per rapina e tentato omicidio: mai è stato accusato – né condannato – per stupro. I medici hanno presumibilmente nascosto le prove del reato per “proteggere la reputazione della vittima”. L’attivismo femminile indiano parla di questo delitto come dell’esempio del fallimento del Paese nella protezione delle donne dalla violenza sessuale e nella giustizia nei loro confronti. “Sono sollevata del fatto che la sofferenza di Aruna sia finita”, dice la segretaria generale della Federazione nazionale delle donne indiane Annie Raja. “Ma allo stesso tempo provo angoscia e rabbia perché, dopo tutti questi anni, non ha ottenuto giustizia”. La tutela giuridica delle donne ha avuto negli ultimi anni dei miglioramenti, spiega Raja, “tutti però ottenuti sui cadaveri di donne indiane”.

C’è un aggiornamento anche nella storia di Farkhunda, l’insegnante 27enne linciata da una folla di uomini a Kabul perché accusata falsamente di aver bruciato il Corano. 11 agenti della polizia sono stati condannati a un anno di carcere per complicità in quello che è accaduto lo scorso 19 marzo, mentre altri otto sono stati assolti per insufficienza di prove. Il 6 maggio scorso un altro giudice aveva già condannato a morte 4 persone e altre 8 a 16 anni di prigione.
La nuova sentenza lascia esasperati molti afghani – e molte afghane – che erano scese in piazza e avevano sperato, scrive il Guardian, che il governo facesse passi in avanti nella lotta per la difesa dei diritti delle donne, di cui Farkhunda è diventata suo malgrado simbolo. L’unica colpa dell’insegnante, peraltro, era stata quella di aver discusso con un religioso che vendeva amuleti per strada, pratica ritenuta da alcuni come non islamica: il religioso aveva replicato accusando Farkhunda di aver bruciato il Corano ed è qui che la violenza ha avuto inizio. Nei giorni successivi al linciaggio ha circolato sui social network un video, poi usato anche in tribunale, che mostrava i poliziotti non muovere un dito per fermare la rabbia cieca del centinaio di persone che si sono accanite sulla ragazza dilaniandola. Afghanistan Today ha raccontato la storia di Farkhunda – la sua morte, le proteste e i processi – in un fumetto.

E passiamo in Turchia dove una ragazza di 19 anni, Mutlu Kaya, è in condizioni critiche dopo essere stata sparata alla testa da uno sconosciuto mentre era a casa sua nella provincia sudorientale di Diyarbakir. Secondo le prime ricostruzioni si tratta di una “ punizione” per la decisione della ragazza di partecipare a un talent show televisivo musicale nonostante l’opinione contraria della famiglia. Una persona sospetta sarebbe stata arrestata e interrogata dalla polizia. Secondo alcuni giornali locali la ragazza avrebbe riferito alla produzione dello show di avere ricevuto minacce di morte. Un report della Stop Women Homicides Platform evidenzia come nel 2014 siano state 294 le donne uccise in Turchia: il 47% per la loro scelta di prendere decisioni indipendenti. Nel 2015 le morti sono già 91.

Gli Stati Uniti d’America hanno partecipato alla seconda Universal Periodic Review (UPR), ovvero l’esame periodico destinato a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite sulla loro situazione in tema di diritti umani. Nell’ambito della “Convenzione sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione contro le Donne”, la piattaforma che contiene l’enunciazione di tutti i principi fondamentali sui diritti delle donne e alla quale ogni singolo Paese firmatario si dovrebbe uniformare per ciò che concerne la tutela delle donne stessi in materia di lavoro, di maternità e di parità fra i coniugi, la Serbia e la Danimarca hanno rimarcato i progressi raggiunti dagli Stati Uniti ma hanno anche sottolineato come aperti restino i fronti della parità di retribuzione a parità di lavoro e delle violenze sessuali nelle forze armate.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 9 aprile 2015

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Salve a tutti e benvenute e benvenuti anche questa settimana a #donnenelmondo su RadioBullets.

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Cominciamo subito con la denuncia di Amnesty International che, in un rapporto diffuso in questi giorni, accusa il governo afgano di aver abbandonato le donne che difendono i diritti umani, nonostante gli importanti risultati che cercano di raggiungere a fronte di una crescente violenza, fatta di minacce, aggressioni sessuali e omicidi. Dal report, intitolato “Le loro vite in gioco”, emerge come importanti sostenitrici dei diritti delle bambine e delle donne (dottoresse, insegnanti, avvocate, poliziotte e giornaliste) siano state prese di mira non solo dai talebani ma anche dai signori della Guerra, spiega Amnesty, e da rappresentanti del governo. Le leggi che dovrebbero proteggerle sono mal applicate o non lo sono affatto, mentre la comunità internazionale sta facendo troppo poco. Tanti sono i casi, presenti nel rapporto, di donne che, per aver difeso i diritti umani, hanno subito attacchi mentre erano alla guida delle loro automobili o si trovavano in casa e sono state vittime di omicidi mirati. Molte, nonostante i continui attacchi, continuano a portare avanti il loro lavoro, nella piena consapevolezza che non sarà fatto nulla contro i responsabili degli attacchi. “È vergognoso che le autorità afgane le abbiano abbandonate a loro stesse, in una situazione come quella attuale, più pericolosa che mai”, spiega da Kabul Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

E passiamo alla Nigeria. Sequestrate, obbligate a convertirsi all’Islam, costrette al matrimonio e poi sgozzate. Sarebbe questo, scrive l’Ansa, il tragico epilogo per le circa 200 liceali nigeriane rapite nell’aprile dello scorso anno dai miliziani Boko Haram nel nord della Nigeria. In un’intervista pubblicata dal quotidiano nigeriano This Day, il direttore dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Raad Zeid al Hussein, ha affermato che le ragazze “potrebbero essere state tutte uccise”. Dicendosi dapprima “molto pessimista” sulla sorte delle giovani rapite, al Hussein ha aggiunto oggi che le liceali potrebbero infatti essere state passate per le armi a Bama. La città è stata controllata per mesi dai Boko Haram. Poi sotto la spinta dell’offensiva dei militari nigeriani l’hanno abbandonata e sarebbe stato questo il momento del massacro. Una volta entrati in città i soldati hanno trovato i cadaveri di un numero altissimo di donne. Sempre secondo Raad Zeid al Hussein, in passato le liceali erano state costrette a sposare i loro sequestratori. Alcuni rapporti delle Nazioni Unite confermerebbero che molte giovani donne sono state massacrate nelle città dello Stato settentrionale del Borno. Appena un mese fa, l’esercito di Abuja aveva dichiarato ufficialmente di non avere più da tempo notizie sulla sorte delle giovani. Il sequestro delle liceali (poi mostrate in un video dei Boko Haram tutte vestite con veli che lasciavano scoperto solo il volto) ha avuto grande eco internazionale, ricorda l’Ansa, con la campagna che ne chiedeva la liberazione, cui aderì anche Michelle Obama, sotto l’hashtag #BringBackOurGirls.

E passiamo all’India con la storia di Pradnya Mandhare, 20 anni. A fine marzo si trovava alla stazione di Vile Parle a Mumbai quando un uomo, visibilmente ubriaco, le si è avvicinato e ha cominciato a molestarla e palpeggiarla. “Quando ho provato a evitarlo mi ha afferrata”, racconta Pradnya ad un giornale locale. “ Sono rimasta sotto schock per un paio di secondi, poi ho cominciato a colpirlo con la borsa. Cercava di colpirmi a sua volta ma sono riuscita a sopraffarlo perchè puzzava di alcol e ho capito che era completamente ubriaco”. Pradnya l’ha poi afferrato per i capelli e trascinato dalla polizia ferroviaria sotto lo sguardo di dozzine di persone rimaste ad assistere senza muovere un dito. Pradnya ha anche raccontato che la maggior parte delle donne ha paura di rivolgersi alla polizia: l’iter per segnalare questi casi è complesso e soprattutto imbarazzante per le donne. In India, secondo alcuni rapporti, in media ogni giorno vengono stuprate 92 donne.

E per finire andiamo in Cina. Racconta il Guardian che le indagini sulle cinque femministe detenute da prima dell’8 marzo, Giornata Internazionale delle Donne, si stanno – secondo i loro avvocati – ampliando e concentrando sulle loro campagne contro la violenza di genere e per chiedere più bagni pubblici dedicati alle donne. Li Tingting, 25 anni, Wei Tingting, 26, Wang Man, 32, Zheng Churan, 25, e Wu Rongrong, 30, sono detenute con l’accusa di aver creato disordini, e da alloranon si alcuna notizia di loro. È attesa in questi giorni la decisione da parte dei pubblici ministeri in merito ad un eventuale arresto formale delle cinque donne o al loro rilascio.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 1 aprile 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Cominciamo questa settimana con la storia dello Yarl’s Wood Immigration Removal Centre, un centro di detenzione per immigrati a Milton Ernest, nel Bedfordshire, Inghilterra. Aperto dalla fine del 2001, può ospitare fino a 900 persone ed era all’epoca tra i più grandi centri di detenzione per immigrati in tutta Europa. È stato spesso al centro di episodi controversi, come scioperi della fame e rivolte, e accuse di molestie contro le donne. L’anno scorso la struttura ha negato l’accesso a Rachida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne. Stesso destino per le telecamere. Lo racconta Myriam Francois-Cerrah, una giornalista freelance, su newstatesman.com, spiegando che, secondo l’organizzazione benefica Medical Justice alcune donne incinta, detenute a Yarl’s Wood, stanno ricevendo cure mediche al di sotto degli standard, mettendo la vita di madri e bimbi in serio pericolo. Anche perché i periodi di detenzione di queste persone, in teoria “transiti”, in realtà si trasformano per molti in mesi e anni. Sebbene la descrizione della struttura, secondo il sito ufficiale dello Yarl’s Wood, sia in stile hotel – racconta ancora Myriam Francois-Cerrah, due ex detenuti da lei intervistati, un uomo e la moglie incinta, parlano di esperienza “peggiore che nel terzo mondo”. La questione del trattamento delle donne in attesa era balzata agli onori delle cronache già nel 2011, quando uscì la notizia del collasso di una detenuta incinta per aver sopportato un viaggio di quattro giorni da Belfast a Yarl’s Wood via Scozia e Manchester. In un altro caso più recente un’altra detenuta ha avuto un aborto spontaneo dopo essere collassato all’interno della struttura. Una recente inchiesta di Channel 4 News ha raccontato gli abusi e le molestie alle donne all’interno del centro, insieme alle devastanti conseguenze sulle loro condizioni fisiche e mentali: molte di loro, infatti, erano tra l’altro già vittime di violenza sessuale, tratta e varie forme di violenza nei loro paesi di origine .

E torniamo in Afghanistan, dove la morte della 27enne Farkhunda per mano di una gang di animali che l’hanno pestata a morte e ne hanno poi bruciato il corpo accusandola di una falsità – aver dato fuoco a delle pagine del Corano – ha shoccato il Paese. Le immagini della sua brutale morte sono diventate virali e questa volta, sottolinea TOLO News, l’oltraggio ha portato gli afghani in piazza e per le strade. Facebook e gli altri social media. La scorsa settimana folle di persone in più aree del Paese hanno cantato per le strade per giorni, chiedendo giustizia per Farkhunda e la morte per i suoi assassini.

Passiamo alla Repubblica Democratica del Congo per raccontarvi la storia insieme al movimento One Billion Rising della Città della Gioia, una comunità per le donne vittime di violenza che si trova a Bukavu. Una realtà concepita e gestita da congolesi, nata nel giugno 2011 e che, per la “guarigione” delle donne attraverso un percorso che dal trauma passa per la terapia e l’investimento sulle competenze come elementi essenziali per andare avanti nella vita, nell’amore e nella comunità. La situazione in Congo, spiega il sito di One Billion Rising, è ancora “volatile”: acqua, elettricità, lavoro, cibo, assistenza sanitaria e strade rappresentano ancora un problema enorme e la violenza è una vera e propria epidemia. Nonostante le azioni della comunità internazionale, milioni di congolesi vivono in condizioni di povertà e violenza, mentre le multinazionali continuano a saccheggiare le loro risorse. In questi quattro anni lo staff della Città della Gioia ha fatto enormi progressi in termini di professionalità, dedicando le proprie competenze ed energie al percorso di trasformazione delle 88 giovani donne che si trovano qui.

A Baghdad, in Al-Mutanabbi Street, centro intellettuale della città nell’ottavo secolo e oggi via costellata da bancarelle-librerie, apre la prima gestita da una donna, la 22enne Ruqaya Fawziya. A raccontarlo è il sito illibraio.it. Al-Mutanabbi Street, è tristemente famosa per l’attentato del 2007, che ha coinvolto 27 persone, rimaste uccise. In seguito, è partito il progetto “Al Mutanabbi Street Starts Here”, su iniziativa di un libraio californiano che, per mostrare la propria solidarietà ai librai e ai lettori di Baghdad, ha raccolto “pubblicazioni” di 260 artisti da tutto il mondo, dando vita a una mostra itinerante. Come racconta Ruqaya la sua famiglia e le persone a cui raccontava l’idea di vendere libri per strada, hanno iniziato a sostenerla solo una volta intrapreso il progetto; quanto ai passanti e ai clienti, invece (come racconta jl sito bookpatrol.net, da cui sono tratte le immagini), la libraia racconta: “Non ho affrontato molestie di alcun genere dalle persone che visitano Al-Mutanabi Street; ma, a volte, la gente mi guarda con sorpresa, forse perché non ha familiarità con una donna che vende libri. Ma ci sono anche molte persone che, al contrario, mi incoraggiano”.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 24 marzo 2015

freethefive

Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Ascolta la puntata.

Andiamo subito a Kabul, Afghanistan. La Cnn racconta del funerale della 27enne Fakhunda: picchiata e presa a calci da un gruppo di uomini, poi lanciata giù da un ponte, il corpo dato alle fiamme e gettato nel fiume. 20 le persone arrestate per la sua morte. Il feretro è stato portato in corteo da donne in lutto, in scene mai viste nella capitale afgana, laddove sono sempre gli uomini a trasportare le bare sulle spalle. La terribile morte di Fakhunda ha dato il via a manifestazioni di piazza sia a Kabul che a Herat.
Secondo alcune fonti Fakhunda sarebbe stata malata di mente. L’inconsolabile padre ha spiegato a TOLOnews che era una maestra, molto religiosa, che insegnava il segnale ai bambini. Impossibile, spiega, che avesse dato fuoco al sacro libro dell’Islam come pure è stata accusata e il cui gesto sarebbe stato alla base della sua terribile fine. “Non c’è uno straccio di prova a sostegno delle accuse lanciate alla giovane Farkhunda di aver oltraggiato il Corano”, spiega – dice il generale Mohammad Zahir, capo della polizia investigativa criminale e responsabile delle indagini. Come racconta il Fatto Quotidiano, sui social network stanno circolando dei video che rendono l’idea di quanto accaduto alla ragazza: poliziotti inerti che “non muovono un dito per fermare la rabbia cieca di un centinaio di persone che si accaniscono sulla ragazza. Una brutalità pari a quella di un tale Sharaf Baghlany che su Facebook si è vantato di essere tra i carnefici di Farakhanda definendo gli assassini “nobile gente di Kabul”. “Chiedevamo alla gente di fermarsi, di smettere di picchiarla e di permetterci di chiederle a che religione appartenesse” spiega un testimone a TOLOnews. “Non ci ascoltavano”. Il crimine è stato fortemente condannato anche dalle Nazioni Unite. Elzira Sagynbaeva, rappresentante di UN Women in Afghanistan, ha aggiunto che la crescita della violenza contro donne e ragazze nel Paese rappresenta ormai una “preoccupazione grandissima” e non deve essere tollerata.

Spostiamoci nel Nepal centrale, dove, nel distretto di Dhanusha una donna di 30 anni è stata violentata da un branco di una decina di uomini che alla fine le hanno anche mutilato gli organi genitali. Ne parla il quotidiano The Himalayan Times. La donna, mamma di un bimbo di undici anni, otto anni fa aveva abbandonato il marito a causa di problemi e dissapori famigliari. Ma non avevano divorziato. Il branco è entrato in casa forzando la porta di ingresso, l’ha sottoposta a ripetute violenze, ne ha mutilato le parti intime alla fine, con un coltello. Poi se n’è andato rubando gioielli e soldi. La polizia ha arrestato sette persone.

Parliamo ora delle cinque attiviste femministe arrestate in Cina alla vigilia della giornata internazionale delle donne. Il 12 marzo sono state trattenute in stato di fermo per sospetto “ disturbo della quiete pubblica e provocazione di disordini”, ma la polizia ha rifiutato di dare ulteriori informazioni. Secondo Global Voices le cinque sono ormai scomparse: il 21 marzo ad Hong Kong, associazioni di cittadini hanno manifestato contro i rappresentanti del governo della Cina continentale, chiedendo il rilascio delle donne. Le cinque attiviste per i diritti delle donne sono: Wu Rongrong, Wei Tingting, Wang Man, Zheng Churan e Li Tingting, conosciuta anche come Li Maizi. Le rispettive famiglie e avvocati non sono riusciti a mettersi in contatto con le ragazze da quando sono state arrestate, e la polizia si rifiuta di dare particolari sul loro fermo.
Sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno espresso la loro preoccupazione per il loro destino, si legge ancora su Global Voices Samantha Power, ambasciatrice delle Nazioni Unite, ha criticato le autorità cinesi per averle arrestate con l’accusa di aver pianificato e causato disordini:

E passiamo in Ghana: il Paese ha chiesto alle Nazioni Unite di riaprire nel Paese l’ente per la Gender Equality l’Empowerment delle donne, recentemente chiuso. Nana Oye Lithur, ministra di Genere, per i Bambini e per la Protezione sociale, ha avanzato la richiesta nel corso di un incontro con Phumzile Mlambo-Ngcuka, sottosegretario ONU e UN Women Executive Director. Le priorità di UN Women in Ghana erano state: espandere la voce, la leadership e la partecipazione delle donne, fermare la violenza, implementare l’empowerment economico delle donne e rendere l’uguaglianza di genere una priorità sia a livello locale che globale, da un punto di vista di planning e budget.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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