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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 novembre 2015

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Ascolta la puntata.

Myanmar. “I tempi sono cambiati, la gente è cambiata”: cosi’, la leader del partito birmano ‘Lega nazionale per la democrazia’ (Nld), Aung San Suu Kyi, attivista per i diritti umani nel suo paese, la Birmania ovvero il Myanmar, oppresso da una dura dittatura militare dopo il colpo di stato del 1962, spiega alla Bbc perchè crede che i ‘generali’ rispetteranno i risultati delle elezioni di domenica scorsa e le permetteranno di formare un nuovo governo. “Trovo – si legge sull’ANSA – che la gente adesso sia molto più politicizzata non solo rispetto al 1990, ma molto più politicizzata rispetto al 2012, quando abbiamo fatto la campagna elettorale per le elezioni suppletive”. Da AskaNews ecco il profilo di San Suu Kyi, premio nobel per la pace nel 1991: Dopo l’uccisione del padre, il generale Aung San, assassinato quando lei aveva due anni nel 1947, la prima parte della sua vita s’è svolta in esilio. Prima in India, poi in Gran Bretagna. Ha studiato a Oxford dove si è sposata con un professore specialista di Tibet, Michael Aris, morto senza che potesse ricevere l’ultimo saluto dalla moglie nel 1999 per un cancro. Da Aris ha avuto due figli. La decisione di tornare in Birmania è del 1988. Volata al capezzale della madre, si ritrovò nel pieno di una rivolta contro la giunta militare repressa nel sangue. Dopo una prima apertura, si legge ancora su AskaNews, con il permesso di costituire la Lega nazionale per la democrazia, il regime reagì mettendola agli arresti domiciliari. Ciononostante, Aung San Suu Kyi riuscì a vincere le elezioni del 1990, ma la giunta militare non riconobbe i risultati. Iniziò così un periodo lungo di detenzione domiciliare, con l’assenza che contribuiva a renderla un mito ancor più della presenza. Torna definitivamente libera nel 2010. Due anni dopo viene eletta in un parlamento che, per un quarto, è nominato direttamente dei militari.

Australia. Combattere la violenza sulle donne? Si può. Come combattere il tabagismo o introdurre l’utilizzo delle cinture di sicurezza. In Australia, si legge su The Chronicle – è partita la campagna Change The Story: una mobilitazione lanciata dai gruppi antiviolenza Our Watch, VicHealth e dalla National Research Organisation for Women’s Safety – l’organizzazione di ricerca australiana per la sicurezza delle donne – a partire dalla più recente ricerca su cosa porta la violenza contro le donne e come prevenirla, creando per la prima volta al mondo un quadro nazionale per porre fine alla violenza in famiglia. “Come abbiamo visto con altri gradi cambiamenti sociali, come la prevenzione per il fumo o indossare le cinture di sicurezza, abbiamo bisogno di un cambiamento governativo, organizzativo e sistemico all’interno della comunità”, spiega da Our Watch Natasha Stott Despoja.

Spagna. Quattro donne vittima di violenza in Spagna lo scorso fine settimana. Mentre decine di migliaia di persone hanno manifestato a Madrid contro la violenza di genere. La polizia della città settentrionale di Oviedo lunedì ha messo in custodia un cinquantunenne sospettato di aver ucciso la moglie. Un vicino – si legge su thelocal.es – ha trovato il corpo senza vita della donna sessantacinquenne insieme ad una lettera in cui il marito scriveva di averla uccisa. Il giorno prima la polizia aveva arrestato un uomo a Lliria a nord di Valencia, che aveva sparato a ex moglie ed ex suocera in pubblico. E sabato un altro uomo, ancora di 51 anni, ha ucciso la moglie prima di togliersi la vita in una città del sud est del Paese. I quattro femminicidi fanno salire a 45 il numero delle donne che sono morte per mano del partner o dell’ex dall’inizio dell’anno in Spagna.

Sierra Leone. Kadiatu Bangora, 19, si lascia sfuggire un gran sospiro e guarda per terra mestamente. “Ho commesso un errore”, dice. A raccontare la sua storia è Nadene Ghouri sul Guardian. Quella frase, o una variante di quella frase, viene ripetuta mentre ciascuna delle dodici madri o future madri adolescenti e non sposate racconta la propria storia seduta attorno al tavolo del Ministero della Pubblica Istruzione della Sierra Leone a Freetown. In una società conservatrice come quella di questo Paese, le ragazze madri non vengono certamente viste di buon occhio. E loro, le ragazze, sanno che dovrebbero mostrare un certo grado di penitenza. Sanno anche che sono fortunate ad essere dove sono: è stata data loro una seconda possibilità con l’inserimento nel programma nazionale lanciato il mese scorso back-to-school. Programma per riportare le ragazze madri all’interno del ciclo di istruzione. L’errore di Bangora, però – si legge ancora sul Guardian – non era dovuto a irresponsabilità adolescenziale ma alla disperazione. Quando il padre si è ammalato, infatti, lei è andata da un amico di famiglia per chiedere aiuto per comprare le medicine. “Non si ottiene niente per niente”, le ha detto lui. E infatti. Le ha dato 65 dollari per dormire insieme. Il padre di Bangora è morto, mentre lei, sei settimane dopo, ha scoperto di essere rimasta incinta. “Quando ho scoperto di aspettare un bambino non mi è stato permesso di rimanere a scuola. Mia mamma si è arrabbiata molto ma mi ha permesso di rimanere in casa perché non c’era nessun altro posto dove potessi andare. Il mio bambino è arrivato nel mese di febbraio, ma non sono tornata a scuola perché non abbiamo soldi”, dice. “Sarebbe immorale consentire a una ragazza incinta di rimanere a scuola”, spiega Oliva Musa dal Ministero della Pubblica Istruzione. “Le adolescenti sono molto vulnerabili alle pressioni dei coetanei e se le ragazze incinta in uniforme scolastica sono autorizzate a sedersi in classe riteniamo che questo potrebbe portare altri a pensare di poter fare lo stesso”. Dopo il parto – quando cioè non rischiano più di avere un impatto sui compagni di classe – sarebbero anche “libere di tornare”. Peccato che siano veramente poche a farlo. Oggi, Bangora e sua madre sbarcano il lunario vendendo riso e olio in una bancarella lungo la strada. Lei è una delle 4.000 ragazze che si sono volontariamente registrate per il nuovo programma, finanziato dal ministero britannico per lo sviluppo internazionale.

Cina. La fine della politica del figlio unico non è abbastanza. Latanya Mapp Frett, Executive Director di Planned Parenthood Global, che si occupa proprio di salute e natalità, ne scrive sul Time. I sostenitori dei diritti umani, dice, lodano a ragione la fine della decennale politica del figlio unico in Cina. Una politica controversa, introdotta con una serie di misure alla fine degli anni ’70 e attuata a livello nazionale nel 1980, che imponeva alle coppie di avere un solo figlio, con alcune eccezioni. Aborto forzato e sterilizzazione sono illegali in Cina, ma succedevano con frequenza ed erano pratiche favorite dalla legge. Pratiche che hanno storicamente danneggiato donne povere e di colore in modo sproporzionato in tutto il mondo. Che la Cina abbia posto fine alla sua politica del figlio unico, scrive la direttrice, è un passo importante, ma saremmo negligenti a non chiedere ulteriori riforme. Una nuova politica impone che a tutte le coppie sposate sia permesso di avere due figli. È meglio così? No, se si sceglie di avere tre figli. Fino a quando la Cina promuoverà un programma di pianificazione familiare volontaria completamente normato, starà continuando ad opprimere le famiglie cinesi attraverso politiche riproduttive coercitive. Nessun governo e nessun politico dovrebbero interferire con le decisioni profondamente personali che le donne prendono sul se e quando avere dei figli. Uno studio del Guttmacher Institute del 2013 dimostra ad esempio che quando una donna è in grado di decidere volontariamente se e quando avere figli, e quanti, tende ad andare più avanti negli studi, ed è più adattabile e resistente durante i periodi di difficoltà. Ecco perché gli organismi internazionali hanno continuato a ribadire che qualsiasi forma di coercizione o la restrizione della libertà delle donne è una forma di violenza contro le donne, e invitare le nazioni ad eliminare queste pratiche. Proprio il mese scorso i 193 Stati membri delle Nazioni Unite, tra cui la Cina, si sono impegnati a garantire l’accesso universale ai diritti riproduttivi entro il 2030.

Afghanistan. “Abbiamo avuto questo caso in cui ha chiamato una ragazza incinta: quando ha detto al suo fidanzato della sua condizione, lui è scomparso. E lei era disperata quando ci ha chiamato: stava pensando di suicidarsi”. A raccontarlo è un medico, Shkullah Hassanyar, sul sito del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione. Hassanyar fa parte di un team di medici dello staff della Youth Health Line, la prima linea telefonica progettata per fornire informazioni sensibili sulla salute ai giovani afghani. In Afghanistan le principali preoccupazioni per la salute pubblica comprendono la violenza contro le donne e le bambine, una diffusa tossicodipendenza, ma anche stress e depressione. Le ragazze devono affrontare anche alti tassi di matrimoni e gravidanze precoci, che portano forti rischi di lesioni legate proprio alla gravidanza e di morte. Secondo il Ministero della Pubblica Istruzione oltre 3 milioni di bambini non vanno a scuola. Anche chi va a scuola difficilmente trova occasione di porre domande di natura sessuale o insegnanti in in grado di affrontare questi temi delicati. L’Help Line, lanciata dal Fondo delle Nazioni Unite e dal Ministero della Salute Pubblica nel 2012, offre ai giovani un modo anonimo per ricevere informazioni e consigli per la salute in maniera precisa e non giudicante, da parte di professionisti del settore sanitario. Il servizio, disponibile sette giorni su sette, è cresciuto rapidamente, passando da uno staff di due medici nel 2012 a otto nel 2014. Il numero di chiamanti è aumentato vertiginosamente nel corso dell’ultimo anno, da 1.500 ogni mese a più di 3.000. Le chiamate sono gratuite, e il numero di telefono è facile da ricordare: 120.

Il Guatemala ha uno dei più alti tassi di gravidanze adolescenziali del mondo, con più di 5.100 ragazze sotto ai 14 anni che hanno avuto un bambino nel 2014. Ne parla il DailyMail. Lo stupro e l’abuso sessuale sono comuni, con il 30 per cento dei bambini nati da adolescenti il cui padre è lo stesso padre della ragazza. Molte ragazze incinta non capiscono il sesso e spesso il crimine non viene riconosciuto, con gli uomini che vedono le ragazze come loro proprietà.
Nonostante le leggi introdotte per frenare gli stupri adolescenziali, solo otto persone sono state condannate nel 2012 per reati sessuali che hanno portato alla nascita di un bambino. Il Daily pubblica le foto della fotografa svedese Linda Forsell in Guatemala, foto che raccontano le storie di queste ragazze. In Guatemala quasi un quarto di tutti i bambini sono nati da madri adolescenti. Alcune non hanno nemmeno raggiunto i 13 anni – nel 2011, 35 nuove mamme avevano appena 10 anni. Quasi tutte le nascite adolescenziali, il 90 per cento, coinvolgono un parente, il padre, come detto, nel 30% dei casi, o uno zio o un cugino. Un’epidemia che il governo sta cominciando a cercare di arginare: questa settimana è stata approvata una nuova legge che ha innalzato l’età legale per il matrimonio a 18 anni. Fino ad ora era di 14.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 agosto 2015

This image provided by onelogin.com shows a recruitment ad for the tech startup company featuring engineer Isis Anchalee. As of Thursday afternoon, Aug. 6, 2015, more than 75,000 people used the hashtag #ILookLikeAnEngineer to post photos of themselves and promote gender diversity in technology, according to analytics firm Topsy. The campaign started when Anchalee got an avalanche of attention from the ad. (onelogin.com via AP)

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Reeva Steenkamp, ​​Jayde Panayiotou, Fatima Patel, Anni Dew ani, Zanele Khumalo, Dolly Tshabalala. Questi nomi hanno fatto i titoli dei giornali in Sudafrica negli ultimi anni, si legge su news channel Africa. E hanno una cosa in comune: sono tutte morte per mano dell’uomo di cui si fidavano e che amavano. Steenkamp e Khumalo sono state uccise dai loro fidanzati. Secondo le associazioni, in entrambi i casi gli uomini avrebbero dovuto ottenere pene più severe. Le famiglie di Panayiotou, Tshabalala e Patel sono ancora in attesa di sapere se otterranno giustizia. Christopher Panayiotou avrebbe assoldato un killer per uccidere la moglie Jayde. Affronterà un processo nel 2016. Anche Rameez Patel è in attesa di giudizio per la morte di sua moglie Fatima. Ridotta in uno stato per cui la famiglia l’ha a malapena riconosciuta, quando è stata ritrovata cadavere nella loro casa di Polokwane ad aprile. Patel era fuori su cauzione a luglio, quando è stato nuovamente arrestato per un altro omicidio che avrebbe avuto luogo nel luglio del 2013. Un report di novembre 2014 dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza sulla violenza domestica in Sudafrica mette nero su bianco la difficoltà di valutare l’entità della violenza contro le donne, perché questi casi non vengono tracciati in maniera efficiente. “I dati sulla reale portata di tutte le forme di violenza domestica in Sudafrica non sono disponibili”, spiega la ricercatrice Lisa Vetten. Tre donne al giorno trovano la morte per mano del partner in Sud Africa ogni giorno. La seconda causa più comune di queste morti è collegata alla decisione della donna di porre fine all relazione. Fondamentale, scrive Lisa Vette, affrontare il problema della natura disinformativa delle statistiche di polizia.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha chiesto alla comunità internazionale di impegnarsi attivamente per migliorare la salute e il benessere dei popoli indigeni. Popolazioni che devono affrontare una vasta gamma di sfide che vanno da servizi igienici inadeguati alle emergenze abitative, dagli altri tassi di diabete all’abuso di droga e alcol, nonché la mancanza di cure prenatali e la violenza sulle donne. La maggior parte di questi problemi, dice Ban Ki-moon, si possono prevenire. “Sono questioni che devono essere urgentemente affrontate come parte del programma di sviluppo post-2015, in un modo culturalmente appropriato e in grado di soddisfare le concezioni dei popoli indigeni e delle aspirazioni per il benessere”.

Su Internazionale leggiamo la storia di Isis Anchalee, una giovane ingegnera informatica di San Francisco. L’azienda in cui lavora come programmatrice, la californiana OneLogin, l’aveva scelta tra i testimonial per una campagna di assunzioni ma il suo bell’aspetto ha scatenato una serie di critiche sui social network. Diversi utenti, si legge su Internazionale, hanno criticato l’azienda con commenti di questo tenore: “Perché non hanno scelto un vero ingegnere o un’impiegata invece di una modella?”. Ecco perché Isis ha deciso di rispondere sul suo blog agli stereotipi sessisti che ancora circondano il suo ambiente. Con una domanda che è diventata una vera e propria mobilitazione: “Che aspetto dovrebbe avere un’ingegnera?”. L’hashtag #ilooklikeanengineer, scrive Internazionale, ha avuto un vasto seguito in tutto il mondo, dalla Nasa alle comunità islamiche. In media, scrive ancora Internazionale, il 30 per cento della forza lavoro nell’industria tecnologica è rappresentata da donne, e le donne sono ormai il 59 per cento del totale della forza lavoro statunitense e il 51 per cento della popolazione, secondo gli ultimi dati dell’Us census bureau. Da un altro sondaggio pubblicato nel giugno 2013, risultava che le donne occupano solo il 14,3 per cento dei posti nei consigli d’amministrazione delle cento aziende tecnologiche con il miglior fatturato negli Stati Uniti. E secondo l’organizzazione Narrow the gap, a parità di incarico, le donne impiegate nelle aziende hi-tech ricevono in media 200 dollari alla settimana in meno. Questa realtà ha spinto il presidente Barack Obama a promuovere una serie di politiche per migliorare la situazione.

Passiamo in Myanmar, dove è lotta al cyber-sex e ai cyber abusi. Chiunque utilizzi la tecnologia elettronica per disturbare, minacciare o diffamare sessualmente qualcuno potrebbe affrontare pene dai 3 ai 5 anni di carcere e ammende, si legge sul Myanmar Times. Ciò potrebbe includere l’uso di Facebook e di altri social media. “La tecnologia dell’informazione comporta svantaggi e vantaggi, e la violenza sessuale contro le donne attraverso l’uso della tecnologia è in aumento”, spiega il capo della polizia Thi Thi Myint. “Se la vittima può fornire le prove dell’abuso, noi agiremo”. Prove che possono includere telefonate e messaggi abusivi, ad esempio.

Non si placa la polemica tra Amnesty International e lo star system hollywoodiano. L’ONG si è schierata a favore della depenalizzazione della prostituzione. Sul fronte opposto invece si stanno schierando nomi di calibro internazionale e dal grande seguito: gente come le femministe Gloria Steinem ed Eve Ensler e come le attrici Kate Winslet, Anne Hathaway, Emma Thompson, Lena Dunham e Meryl Streep. Una contrapposizione di posizioni storica, che da un lato vede coloro che si schierano a favore delle lavoratrici del sesso e ne sottolineano la capacità di autodeterminazione, e dall’altro lato chi pensa che la prostituzione sia sempre una violenza e i lavoratori sempre vittime – di tratta, povertà, abusi. Amnesty ha preparato un documento in occasione dell’assemblea mondiale si Dublino con un testo non ancora approvato ufficialmente ma nel cui draft si legge che “la criminalizzazione della prostituzione non fa altro che aumentare la discriminazione nei confronti di coloro che vendono sesso, mettendoli più a rischio di persecuzioni e violenze, inclusi gli abusi da parte della polizia”. L’organizzazione chiede anche più tutela dei diritti umani dei lavoratori e lavoratici del sesso con misure che prevedono anche la depenalizzazione della prostituzione. La Coalition Against Trafficking in Women, la Coalizione contro la tratta delle donne, ha immediatamente fatto sentire la propria voce «Ogni giorno combattiamo l’appropriazione maschile del corpo delle donne, dalle mutilazioni genitali ai matrimoni forzati, dalla violenza domestica alla violazione dei loro diritti riproduttivi. Pagare denaro per una simile appropriazione non elimina la violenza che le donne subiscono nel commercio del sesso. È incomprensibile che un’organizzazione per i diritti umani della levatura di Amnesty International non riesca a riconoscere che la prostituzione è una causa e una conseguenza della diseguaglianza di genere». Tra meno di un mese la resa dei conti, a Dublino, con l’approvazione finale del documento di Amnesty International che ne costituirà la posizione ufficiale per i prossimi anni.

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