Radio Bullets, #donnenelmondo del 14 ottobre 2015

lou reed

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Una nuova biografia di Lou Reed, scritta da Howard Sounes e in uscita il prossimo 22 ottobre, afferma che il fondatore dei Velvet Underground ha nel suo passato una storia di abusi contro le donne. Lo riporta il Guardian. Il libro si intitola Notes from the Velvet Underground: The Life of Lou Reed e si focalizza sul “processo creativo dell’artista, i suoi problemi di salute mentale, la sua bisessualità, i suoi tre matrimoni, e le sue dipendenze da droga e alcol”. Sounes ha parlato con 140 amici e collaboratori di Reed, tra cui personaggi dell’industria musicale, componenti della band, celebrità, familiari, ex mogli e amanti.

Esperti e istituzioni del settore della sanità si sono riuniti, si legge sul Trinidad Express, presso l’Organizzazione panamericana della sanità (Pan America Health Organisation) con la promessa di migliorare la capacità, da parte dei sistemi sanitari, di prevenire e rispondere alla violenza contro le donne. “In tutto il mondo e nel nostro emisfero, la violenza contro le donne è una vera e propria epidemia in termini di portata e di impatto”, spiega Cuauhtemoc Ruiz, a capo del dipartimento per la famiglia, il genere e il ciclo vitale. “Si tratta di un problema di salute pubblica che ha bisogno di una risposta forte da parte dei sistemi sanitari. Dobbiamo fare di più per preparare gli operatori sanitari nella cura delle donne vittime di violenza, e abbiamo bisogno di intensificare la ricerca e la programmazione per imparare il modo migliore per prevenirla”.

Perché gli uomini non si occupano delle questioni femminili e della violenza di genere? Se lo chiede su Women’s Agenda Scott Holmes della YMCA in Australia, la Young Men’s Christian Association (Associazione Giovanile Maschile Cristiana), organizzazione cristiana di supporto ai giovani, uomini e donne. “Nel mio lavoro negli ultimi quasi cinque anni come professionista della prevenzione della violenza maschile contro le donne ho condotto workshop e presentazioni in cui molti dei partecipanti erano uomini, soprattutto nei luoghi di lavoro e in altri contesti”, scrive Holmes. “In genere ho fiducia nel fatto che questi uomini vadano via al termine di questi incontri colpiti dalle statistiche sulla prevalenza e l’impatto delle esperienze femminili di violenza maschile. A volte conoscono le vittime, anche molto bene. Quando spiego la connessione tra questa violenza e la disuguaglianza di genere e gli stereotipi, sembrano per lo più a capire. Ma questa comprensione si traduce poi in cambiamenti reali nei comportamenti e atteggiamenti?”. Molto meno, spiega Scott Holmes. La violenza maschile contro le donne è stata vista in passato solo come una questione prettamente femminile, mentre è ormai necessario che gli uomini capiscano che è anche affar loro. Holmes aggiunge un altro elemento al tema: il linguaggio. “Tutto, tutto, della nostra vita viene proiettato attraverso una lente binaria maschio / femmina. Dal momento in cui nasciamo dividiamo la nostra società in due specie diverse e tutto ciò che riguarda la nostra vita è sottomesso a questo sistema di classificazione. I nostri nomi, i nostri vestiti, i nostri interessi, i nostri giocattoli, il modo in cui la gente ci parla, il modo in cui siamo trattati a scuola, le carriere che siamo incoraggiati a prendere, i doveri”. Insomma, spiega, una stessa cosa non può essere allo stesso tempo un problema maschile e femminile.

E sempre in Australia, su The Conversation un intervento sulla violenza economica contro le donne. L’abuso economico include comportamenti che limitano la capacità di una persona di acquisire e utilizzare le risorse economiche. Le donne sono più propense degli uomini ad essere vittime di questa forma di abuso. Una ricerca ha identificato quattro tipologie di comportamenti: Il controllo dell’acquisizione da parte di un partner di risorse economiche (nonché l’interferenza con l’istruzione e l’occupazione); l’impedire l’utilizzo delle risorse da parte del partner; generare debiti a danno del partner o usare deliberatamente le sue risorse; rifiutarsi di contribuire alle spese. Non si tratta insomma di disaccordi sui soldi ma di controllo e di comportamenti umilianti, abusi perpetrati per minare la sicurezza economica delle donne e la loro indipendenza.

Un nuovo rapporto su donne, pace e sicurezza è stato lanciato in questi giorni, in concomitanza con il 15° anniversario della storica risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione. Il report mette in evidenza gli importanti vantaggi che porta la maggiore emancipazione delle donne nella promozione della pace. “Dal 2000, quando è stata adottata la risoluzione 1325, le Nazioni Unite hanno riconosciuto che la leadership delle donne e l’uguaglianza sono la chiave per la pace e la sicurezza internazionale”, spiega Phumzile Mlambo-Ngcuka, UN Women Executive Director. “Si tratta ormai di una norma globalmente accettata” ma troppo spesso ignorata nella pratica. “L’empowerment delle donne contribuisce al successo dei colloqui di pace, così come accelera la ripresa economica dopo il conflitto e contrasta l’estremismo violento”. Negli ultimi anni l’impatto positivo della partecipazione delle donne è stato notato in Colombia e nelle Filippine, anche se “questi casi sono ancora valori anomali piuttosto che la regola”. Il progresso insomma, si legge sul sito delle Nazioni Unite, è ancora troppo lento, con ad esempio il solo tre per cento delle forze di pace militari costituite da donne.

Nei giorni di Navarathri, in cui gli indù celebrano la dea per 10 giorni, e in una religione che celebra le sue divinità femminili allo stesso modo di quelle maschili – scrive Visithra Manikam su MalaysiaKini, “è abbastanza triste vedere come trattiamo le donne”. La scorsa settimana, una donna è stata brutalmente picchiata dal marito e un suo amico a Port Dickson. La scena è stata ripresa in video. Era in condizioni critiche per la gravità delle ferite riportate, mentre la polizia ha catturato i sospetti rapidamente, il giorno stesso. L’autrice racconta di aver monitorato nell’ultima settimana controverse pagine Facebook indiane. In meno di 24 ore è spuntato un altro video in cui una una voce fuori campo accusa la vittima di tradire il marito, motivo per cui quest’ultimo le ha fatto fare la fine che ha fatto. Non c’era un volto dietro quella voce, e nessuna certezza delle affermazioni contenute, ma il video ha iniziato a rimbalzare qua e là, molto più di quello in cui era stata ripresa la violenza. Con un esito prevedibile: in tanti hanno cominciato a considerare il marito un eroe, con affermazioni del tipo “se lo merita”, “nessun uomo picchia senza una ragione”, “che questo serva da lezione a tutte le donne traditrici”.

Una donna di Mumbai ha tirato fuori una pistola, dopo che due uomini hanno presumibilmente cercato di molestarla, mentre stava facendo la spesa in un negozio di vendita al dettaglio a Karol Bagh a Delhi. Lo riporta l’International Business Times. La donna, che lavora come modella, stava facendo spesa vicino alla stazione della metropolitana con i suoi amici. Secondo la polizia, la donna stava aspettando il suo turno alla cassa quando ha improvvisamente tirato fuori una pistola. Alla polizia ha spiegato che due uomini l’avevano toccata in modo inappropriato e stavano passando a commenti volgari. Gli uomini sono fuggiti immediatamente dalla scena. Delhi ha più volte fatto notizia su episodi di violenza sessuale contro le donne. La scorsa settimana, una bambina di quattro anni è stata brutalmente stuprata e sodomizzata a Keshav Puram da quattro uomini che l’hanno poi abbandonata nei pressi di una linea ferroviaria. Secondo alcune statistiche, sono più di 1.500 i casi di stupro registrati fino ad oggi quest’anno.

Quasi un terzo delle donne dei paesi del G20 ha affrontato molestie sul luogo di lavoro. Ma la maggior parte – il 61% – soffre in silenzio, anche se le donne indiane sono ormai più propense a riportarlo dopo il fatale stupro di gruppo che nel 2012 ha scatenato diffuse proteste contro gli abusi sessuali. Lo rivela un sondaggio condotto dalla Reuters Foundation e dalla Thomson Rockefeller Foundation che sottolinea come le donne vedano le molestie come un problema nel mondo del lavoro, terzo per menzione dopo quello dell’equilibrio tra vita privata e carriera e del divario retributivo tra i sessi. Turchia, Messico e Argentina sono in cima alla lista delle nazioni del G20 in cui le donne sono più preoccupate per le molestie sul posto di lavoro. Le donne in India, tuttavia, sono ormai più propense a parlare, con il 53 per cento che dichiara di riportare i casi di molestie. Seguono gli Stati Uniti, il Canada e il Messico. In Russia, Corea del Sud, Brasile, Giappone e Indonesia le intervistate dichiarano di non riferire mai, o di farlo raramente.

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