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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 giugno 2015

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Cominciamo dalla Nigeria, dove il presidente Goodluck Jonathan ha firmato una legge che criminalizza la mutilazione genitale femminile. La legge vieta la pratica, che comporta la rimozione di parte o della totalità degli organi sessuali esterni di una ragazza, sottolineando anche come queste mutilazioni non abbiano nulla a che vedere con pratiche mediche riconosciute, legalizzate e giustificate. Si tratta di uno degli ultimi atti di Goodluck Jonathan, presidente uscente battuto nelle elezioni presidenziali dello scorso marzo da Muhammadu Buhari, che ha giurato ufficialmente venerdì scorso. La legge, approvata dal Senato il 5 maggio, vieta anche agli uomini di abbandonare le loro mogli o figli senza sostegno economico. La Nigeria è il paese africano più popoloso e in cui si è registrata la percentuale più alta di mutilazioni genitali femminili: il 27% delle donne è stata privata di parte o del tutto del clitoride. In Somalia e Guinea la percentuale sale al 95%. Come testimonia uno studio del 2013, condotto dall’Unicef, più di 125 milioni di donne in tutto il mondo – soprattutto in Africa e Medio Oriente – hanno subito un qualche tipo di mutilazione, considerata una violazione dei diritti umani delle bambine e delle donne da parte di organismi internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità. Secondo i dati delle Nazioni Unite del 2014, riportati dal Guardian, circa un quarto delle donne nigeriane ha subito una qualche forma di mutilazione – che può provocare infertilità, mortalità materna, infezioni e perdita del piacere sessuale. Lo stesso Guardian ha recentemente lanciato una campagna mediatica globale per porre fine alla pratica, con il sostegno del Fondo per la popolazione delle Nazioni Unite, con lo scopo di aiutare i giornalisti locali a raccontare di mutilazioni genitali femminili e far luce sulle conseguenze di questa pratica.

Uno dei problemi più persistenti della Papua Nuova Guinea è la stregoneria. O meglio, i brutali femminicidi di coloro che vengono accusate di stregoneria, un problema complesso che coinvolge la violenza contro le donne, le rivendicazioni per la terra e una nazione in rapido sviluppo. “L’applicazione della normativa che vieta ogni forma di violenza di genere è la chiave per porre fine alla violenza collegata alle accuse di stregoneria”, hanno detto le Nazioni Unite nel 2013. Amnesty International ha chiesto al governo di fare di più per proteggere le donne dopo che una donna conosciuta come Mifila è stato violentata a morte da un gruppo di uomini a metà maggio mentre altre due sono state minacciate e sono sfuggite a malapena alla morte. L’accusa, per loro e per i loro figli, risale a gennaio. The Diplomat scrive che il missionario luterano Anton Lutz, da tempo attivista per i diritti della terra in Papua Nuova Guinea, ha documentato gli attacchi. “Credevano che fosse una Sanguma (strega), responsabile di morte e di cattiva sorte”, ha raccontato all’Australian Associated Press. Il caso di Mifila non è isolato. Quello degli attacchi, rivolti soprattutto a donne senza protezione con accuse di stregoneria, è un problema crescente in Papua Nuova Guinea, dove, secondo le parole delle Nazioni Unite, queste credenze e le relative punizioni sono “culturalmente radicate”.

Dall’India arriva una campagna per fornire sostegno morale e finanziario per il reinserimento nella società delle superstiti di attacchi con l’acido. Lanciata dall’Acid Survivors Foundation of India (ASFI), la mobilitazione War against Acid Violence ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso misure sociali, educative e regolamentari contro gli attacchi con acido. ASFI, che riporta il dato di più di 500 sopravvissute ad attacchi con acido in tutta l’India, ha dichiarato che il più alto tasso di episodi si registra nel nord del Paese, con il 58 per cento dei casi a fronte del 18 per cento dell’India Orientale. Asha Mukherjee ha condotto al merito un particolare esperimento: si è recata in un negozio locale e ha chiesto il ‘tezaab’, un acido usato per pulire oggetti arrugginiti e per le pulizie in casa, tra le sostanze corrosive utilizzate contro le donne per questi attacchi. Il negoziante le ha chiesto di quante bottiglie avesse bisogno. Ed è a quel punto che Asha si è tolta la sciarpa che le avvolgeva il viso quasi totalmente. “Guarda cosa mi ha fatto il tezaab. Lo sapevi che la Cote suprema ha bandito la vendita libera di quest’acido?”. Nella sua vita precedente Asha Mukherjee era una ballerina al Rajdoot hotel di Delhi. Un collega geloso ha a un certo punto cominciato a minacciarla, e lei ha denunciato le minacce alla polizia di Lajpat Nagar, che l’ha rispedita al mittente. 20 giorni dopo – era il dicembre 2004 – il collega l’ha fermata fuori casa, le ha gettato addosso acido corrosivo ed è fuggito via. Il governo parla di una vittima di attacchi con l’acido ogni tre giorni. Secondo il National Crime Records Bureau (NCRB), il posto più pericoloso per una donna indiana è la casa coniugale: il 43,6% di tutti i crimini contro le donne, scrive il Guardian, è per mano di mariti e parenti. Per implementare le segnalazioni di questi casi, SNEHA, Society for Nutrition, Education and Health Action, un Ngo con base a Mumbai, ha lanciato nel 2014 il Little Sister Project. Finanziato da un programma di sviluppo delle Nazioni unite, il progetto ha formato 160 donne locali per identificare e riportare casi di violenza di genere attraverso smartphone Android forniti di un open data kit e di un’app chiamata EyeWatch.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 20 gennaio 2015

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Buongiorno a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo. Andiamo subito in Papa Nuova Guinea, dove polizia e missionari hanno salvato quattro donne accusate di stregoneria. Secondo ABC le donne erano state accusate di praticare la stregoneria (chiamata qui ‘sanguma’) in seguito a un’epidemia di morbillo che l’anno scorso ha ucciso diverse persone nella provincia di Enga.

Le donne rischiavano di essere uccise insieme ai loro figli, ma una spedizione di polizia e missionari nelle aree più remote della provincia ha portato la popolazione locale a rinunciare alla violenza. In Papua Nuova Guinea, sempre secondo ABC, le autorità ecclesiastiche combattono da anni contro queste credenze, che tuttavia continuano a diffondersi: crescenti sono infatti le segnalazioni di violenza contro le donne nelle aree più remote del Paese. Tanto che Ruth Kissam, giovane coordinatore del governo provinciale delle Western Highlands, ha descritto la violenza contro le donne accusate di stregoneria come emergenza nazionale che, in alcune parti del Paese, sta creando una vera e propria crisi di rifugiati.

E passiamo in Egitto con un articolo di Your Middle East che fa il punto della situazione questa volta sulla violenza sui bambini. Mentre la violenza contro le donne egiziane ha ricevuto un’ampia copertura mediatica, scrive Nelly Ali, ricercatrice in studi dell’infanzia, “l’enorme volume di storie avrebbe potuto portare un osservatore esterno a credere che i media avessero un vivo interesse per la vita quotidiana dei bambini di strada”. Nelly lavora da anni con ragazzi e ragazze di strada in Egitto, e quando vengono lasciati davanti alle porte dei rifugi – feriti, sparati, violentati da una gang e a volte morti – quello che viene raccontato è che non c’è stato un crimine. “Perché non vi sono cittadini coinvolti”.

Le storie dei bambini di strada non vengono raccontate. Gli articoli che si occupano di molestie sessuali e di violenza – racconta la ricercatrice – fanno spesso riferimento ad un “onore dei cittadini” violato, a dei cittadini “vittima di ingiustizie”. I bambini di strada vengono invece considerati come cittadini di seconda classe. Nelly racconta il caso di Maya, sette anni: più sono piccoli i bambini, minore è il rischio di contrarre l’HIV per gli stupratori. Viveva in strada da quattro giorni quando quattro uomini l’hanno violentata. Casi come questi passano praticamente inosservati.

E passiamo ad una notizia presente su tutti i media internazionali ma non su quelli italiani – come al solito sarei felice di smentirmi, quindi se sto sbagliando fatecelo sapere. La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, era stata invitata dall’Autorità palestinese per “ottenere informazioni di prima mano su questioni relative alla violenza contro le donne”. La sua visita sarebbe dovuta cominciare questa settimana ma è stata annullata dopo che le autorità israeliane hanno rifiutato di darle il visto. Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Paul Hirschson ha spiegato al Jerusalem Post che il problema era la lingua utilizzata per inoltrare la richiesta e l’itinerario di viaggio previsto, che non includeva una visita in Israele. La relatrice “ha chiesto di visitare la ‘Palestina’ – racconta. Le abbiamo spiegato che la Palestina non esiste. Avrebbe dovuto chiedere di visitare l’Autorità palestinese come parte di una visita in Israele: su questo non ci sarebbero stati problemi. Israele, dice ancora il portavoce, ha ottimi record nei suoi lavori con gli special investigators delle Nazioni Unite”.

Il punto è che tutti i viaggi dentro e fuori la Cisgiordania e la Striscia di Gaza sono controllati da Israele. “Per le ultime sei settimane, ho più volte cercato la collaborazione del governo di Israele per l’accesso al territorio palestinese occupato”, spiega in una dichiarazione ufficiale Rachida Manjoo, che proverà nuovamente a portare a termine una missione e che per questo ha chiesto maggiore collaborazione a Israele. “Purtroppo non ho ricevuto il supporto necessario, compreso il visto da parte del governo israeliano. Un peccato che mi sia stata negata l’opportunità di impegnarmi direttamente con le donne sopravvissute alla violenza, e che l’esercizio del mio mandato sia stato ostacolato dalla mancanza di volontà del governo di Israele, in quanto potenza occupante, di facilitare l’accesso al territorio palestinese. La mia intenzione, come da prassi durante le mie visite in tutti i paesi, è quella di sostenere l’Autorità palestinese per rafforzare la sua capacità di proteggere e promuovere i diritti delle donne e rispettare gli obblighi internazionali sui diritti umani”, ha continuato.

Andiamo infine in Libano, dove secondo un rapporto di Human Rights Watch reso noto in questi giorni le leggi basate sulla religione discriminano le donne di qualsiasi credo e non garantiscono loro i diritti fondamentali. Il Libano ha 15 leggi basate sullo status religioso dei cittadini per i credi riconosciuti, ma non ha alcun codice civile su questioni come il divorzio, i diritti di proprietà o la cura dei bambini. Le leggi vengono amministrate da tribunali religiosi autonomi con poca o nessuna sorveglianza del governo e spesso emettono sentenze che violano i diritti umani delle donne. Secondo il report il sistema in questo modo erige maggiori ostacoli per le donne che desiderano interrompere matrimoni infelici o con abusi, ma anche nella cura dei figli dopo il divorzio o nell’ambito dei diritti pecuniari di un ex coniuge. Le leggi violano poi i diritti dei bambini in modo significativo e i loro interessi in tutte le decisioni giudiziarie relative loro benessere.

E per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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