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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 ottobre 2015

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Il corrispondente della PBS John Carlos Frey ha intervistato Juan Orlando Hernandez, presidente dell’Honduras. Eletto nel 2013, tra le sue priorità ha la lotta alla violenza: l’Honduras è stato infatti il Paese più pericoloso e violento del mondo, a causa del traffico di droga. Sempre più donne e bambini cercano di fuggire negli Stati Uniti. E la violenza domestica non fa che crescere: il 30% delle donne in Honduras afferma di aver subito un abuso, e il numero di femminicidi è raddoppiato in soli due anni. “Siamo particolarmente concentrati sul problema della violenza contro le donne, spesso vittima di questi conflitti tra gang”, spiega Hernandez. Si stanno anche portando avanti iniziative di prevenzione nelle parrocchie e nelle scuole: “È un programma a tutto tondo, e richiede tempo”. Le ONG che si occupano di violenza contro le donne accusano però il governo di investire in spese militari piuttosto che in programmi di prevenzione, laddove il problema resta prima di tutto di natura culturale.

La nota rivista medica britannica Lancet accusa il governo indiano di non fermare gli stupri e le violenze contro donne e ragazze. La testata, si legge su The Economic Times spiega che potrebbe commissionare nel prossimo futuro un documento di riferimento per misurare l’onere reale di tali atti di violenza in India. In un’intervista esclusiva a TOI in Messico, Richard Horton, il direttore del Lancet ha detto che il governo “ha la responsabilità primaria di proteggere le donne, responsabilità che si estende dalle questioni di sicurezza ai problemi della salute”. Secondo Horton, la “salute delle donne e delle ragazze è una questione strettamente legata agli atti di violenza”. “Possiamo fare stime su ciò che è il peso reale della violenza, ma il dato è molto scarso anche perché c’è un enorme tabù intorno alla questione”. La rivista Lancet l’anno scorso aveva pubblicato un lavoro d ricerca da cui emergeva che ogni giorno milioni di donne e di ragazze in tutto il mondo sperimentano violenza. Abusi che possono assumere molte forme: la violenza intima, fisica e sessuale, da parte del partner, le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e le spose bambine, il traffico sessuale e gli stupri.

Restiamo in India con un pezzo pubblicato su The Conversation. Nel 2013 nel Paese sono morti 1,3 milioni bambini sotto i cinque anni: si tratta di un quinto della mortalità infantile globale, scrive Seetha Menon, PhD Candidate alla University of Sussex. Mentre l’accesso alle cure sanitarie gioca un ruolo importante in queste tragedie individuali, altri fattori, come la violenza domestica, hanno un impatto altrettanto significativo. “La mia nuova ricerca”, scrive, “ha dimostrato che quasi una morte infantile su dieci di bambini più fino a un anno è attribuibile alle violenze subite dalla madre durante il matrimonio”. L’India ha istituito negli ultimi anni diversi programmi volti a ridurre il numero di queste morti infantili. Programmi basati su una sanità più equa e su un migliore accesso ai servizi sanitari pubblici, con particolare attenzione alle nascite in famiglie rurali e povere. Eppure, a dispetto di questi programmi, i dati delle Nazioni Unite suggeriscono che l’India rischia di mancare il suo obiettivo di sviluppo del Millennio – uno dei Millenium Goals dell’Onu – di ridurre entro la fine del 2015 il tasso di mortalità infantile a 42 ogni 1.000 nati vivi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 30% delle donne in tutto il mondo vive un rapporto di violenza da parte del proprio partner. La violenza domestica può causare la morte del bambino in diversi modi: trauma fisico o come conseguenza della perdita di autonomia delle donne che, magari limitate nei movimenti a causa degli abusi, non riescono ad accedere ad un’adeguata assistenza sanitaria. Le vittime di violenza hanno anche livelli più alti di stress psicologico, che è associato a fattori di rischio come la nascita di bambini sottopeso o parti prematuri. Un collegamento, quello tra violenza domestica e mortalità infantile, che si manifesta visibilmente nelle famiglie rurali.

A Kerala, in India, le lavoratrici del tè vincono contro una multinazionale e contro i loro uomini. Ne parla la giornalista Marina Forti: “Per oltre un mese le piantagioni di tè del Kerala, India meridionale, sono state il teatro di un’agitazione mai vista. Migliaia di raccoglitrici hanno bloccato strade, assediato gli uffici delle piantagioni, fermato il lavoro, ma era molto più di una semplice battaglia sindacale: quelle donne erano in lotta contro i padroni delle piantagioni e anche contro i sindacalisti, contro condizioni di lavoro da schiavi, contro i loro stessi uomini, e contro l’indifferenza dello stato e dei media. E alla fine hanno vinto: sia aumenti di salario, sia soprattutto un po’ di voce. La battaglia è cominciata ai primi di settembre”, si legge sul sito terraterra.org. “Le piantagioni di tè in India sembrano rimaste all’era coloniale, salvo che i padroni non sono più britannici: in Kerala sono ad esempio la Kannan Devan Hill Plantation (controllata dalla multinazionale Tata, proprietaria del marchio Tetley) o la Harrison Plantation, le più grandi di una cinquantina di aziende in Kerala”. Le raccoglitrici sono per lo più donne e sono dalit (fuoricasta, o “intoccabili”: lo scalino più basso e discriminato della gerarchia sociale indiana). Per i loro figli non c’è scuola; i loro mariti fanno lavoro altrettanto malpagati, oppure si consumano con l’alcool. La rabbia è esplosa quest’estate, quando la Kannan Devan Hill Plantation ha deciso di tagliare il bonus pagato fino ad allora alle lavoratrici.

Su Tumblr una pagina raccoglie le storie e i racconti delle donne che hanno affrontato episodi di violenza da parte degli uomini. La pagina si chiama When Women Refuse, Quando le donne dicono di no, e ne parla DailyMail in un articolo on line. Utenti anonimi raccontano qui gli abusi subiti per mano di colleghi, partner e sconosciuti. Storie personali di violenza fisica contro le donne nei bar, incidenti sul lavoro, aggressioni da sconosciuti e da fidanzati. La pagina è nata in risposta alle sparatorie presso l’Università della California a Santa Barbara il 23 maggio 2014, quando Elliot Rodger ha ucciso sei persone e ne ha ferite altre 14. L’assassino aveva postato un video on-line rivendicano le morti e dicendo che voleva punire le donne che lo avevano rifiutato.

La ministra somala per le donne, la famiglia e i diritti umani, Sahra Ali Samara, annuncia la creazione di piani per combattere i crimini contro l’umanità e la violenza di genere nel Paese. Mohamed Omar, il direttore del ministero, spiega che la maggioranza di Governo ha annunciato tolleranza zero nei confronti dei crimini contro le donne. Crimini che avvengono nella maggior parte dei casi in zone di conflitto. La Somalia è tra i cinque Paesi più pericolosi al mondo per le donne. In un rapporto intitolato “Ecco, Lo stupro è normale”, Human Rights Watch spiega che due decenni di conflitto civile nel paese hanno portato una vasta parte della popolazione civile ad essere vulnerabile alla violenza sessualizzate”

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 30 giugno 2015

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Questa settimana cominciamo dall’Afghanistan, con un pezzo di NBC News che traccia un bilancio della situazione. Nel 2001, si legge, le forze americane hanno contribuito rovesciare i talebani, che avevano protetto Osama bin Laden e altri leader di al Qaeda. Ma gli USA non erano solo a caccia di cattivi. Hanno anche finanziato un’agenda di ricostruzione che ha previsto il miglioramento della condizione femminile, con miliardi spesi per programmi di aiuto volti a donne e ragazze. “I musulmani di tutto il mondo hanno condannato la brutale degradazione delle donne e dei bambini da parte del regime talebano”, spiegava l’allora first lady Laura Bush nel novembre 2001. “La lotta contro il terrorismo è anche una lotta per i diritti e la dignità delle donne”. Oggi, scrive NBC News, si stima che siano 2 milioni e mezzo le ragazze afghane a scuola. Le donne sono presenti in Parlamento, lavorano nel governo e alcune sono diventate imprenditrici di spicco. C’è persino una pilota da caccia donna. Ma l’Afghanistan rimane uno dei luoghi più pericolosi al mondo per il sesso femminile. “Le cose sono molto difficili, e stanno peggiorando”, spiega l’attivista Wazhma Frogh a NBC News. “C’è molto meno spazio per le donne [nella vita pubblica].” Secondo il capo dell’Afghanistan’s Women Peace and Security Research Institute, criminalità e violenza sono il cuore del problema. “Le donne vengono uccise, violentate e vessate su scala quotidiana molto più di prima – e apertamente”, aggiunge. Tutto questo a causa dell’illegalità generalizzata, peggiorata dal pesante ritiro delle truppe straniere – che lascia donne e ragazze vulnerabili ad attacchi e abusi. Il  brutale linciaggio di Farkhunda al centro di Kabul all’inizio di quest’anno, di cui abbiamo raccontato in più occasioni su Radio Bullets, è stato l’ultimo di una serie di episodi drammatici. Il tasso di mortalità delle donne è assai più elevato rispetto a quello degli uomini, dicono le Nazioni Unite, anche se si considerano i combattenti che muoiono sul campo di battaglia. L’Onu definisce il tasso di violenza contro le donne in Afghanistan “eccezionalmente alto”, con un picco dell’87,2 per cento di donne che hanno subito qualche forma di violenza. Secondo gli attivisti la situazione sta anche peggiorando: secondo Soraya Sobhrang, vice presidente della Independent Human Rights Commission in Afghanistan, quest’anno è stato registrato un aumento del 31 per cento nei casi di violenza contro le donne rispetto al 2014.

Brad Pitt e Angelina Jolie hanno incontrato in questi giorni il Duca e la Duchessa di Cambridge. Secondo Us Weekly, l’incontro privato con il principe William e Kate Middleton a Kensington Palace, ha avuto al centro anche la questione violenza sulle donne. “C’è una epidemia globale di violenza contro le donne che non può più essere tollerata, e deve essere affrontata”, ha detto la Jolie, impegnata sul campo con una serie di iniziative negli ultimi tempi.”Ogni individuo nella società ha un ruolo da svolgere nella realizzazione di questo cambiamento”. L’attrice è stata nominata a ottobre Dama onoraria dalla regina per la sua campagna per porre fine alla violenza sessuale in zone di guerra.

Stella Mukasa,del Centro Internazionale per la Ricerca sulle donne, scrive in un editoriale per il Guardian che il recente disegno di legge approvato dal Senato nigeriano contro la violenza di genere e contro le mutilazioni genitali femminili costituisce un importante passo in avanti. Ma deve essere sostenuto da sforzi per affrontare quelle attitudini radicate che sono alla base della violenza contro donne e ragazze, al fine di eliminare questa pratica dannosa.

Il Dipartimento di Stato americano, nel suo Country Report on Human Rights Practices per il 2014, mette in evidenza gravi violazioni dei diritti umani contro i membri della comunità LGBT in Giamaica. Le organizzazioni non governative continuano a segnalare gravi violazioni dei diritti umani, tra cui aggressioni con armi letali, stupri “correttivi” di donne accusate di essere lesbiche, detenzioni arbitrarie, attacchi, accoltellamenti, molestie dei pazienti gay e lesbiche da parte dell’ospedale e del personale penitenziario, e sparatorie mirate.

La prima causa di morte delle teenager nel mondo? Il suicidio. Lo afferma una ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità pubblicata lo scorso anno e di cui ora si torna a parlare. Il suicidio è la prima causa di morte, seguito dalla maternità, dall’AIDS, dagli incidenti stradali e da diarrea. Il calo del tasso di mortalità generale per maternità per le ragazze dai 15 ai 19 anni è un “risultato straordinario”, spiega Suzanne Petroni, senior director dell’International Centre for Research on Women. I numeri sono passati da 137,4 decessi per 100.000 ragazze nel 2000 ai 112,6 di oggi. Questo ha finalmente portato a concentrarsi su quello che viene definito da sempre il grande “assassino”: il suicidio appunto. La relazione prende in esame sei regioni del mondo. In Europa, è il killer numero uno delle ragazze adolescenti. In Africa, non è nemmeno tra i primi cinque fattori, dato che i tassi di mortalità per AIDS e maternità sono estremamente alti. Ma in ogni altra regione del mondo il suicidio è una delle prime tre cause di morte per 15 a 19 anni ragazze, mentre per i ragazzi, la principale causa di morte sono, a livello globale, gli incidenti stradali. Un problema di cui non si conosce l’effettiva entità, scrive il Telegraph: i coroner troppo spesso non registrano un suicidio come tale, dice Roseanne Pearce, Senior Supervisor per Childline nel Regno Unito. “A volte è su richiesta della famiglia, a volte per proteggerne i sentimenti”. Nei paesi in cui lo stigma è particolarmente elevato, è ancora meno probabile che i suicidi vengano registrati come tali. Nel Sud-est asiatico il problema è particolarmente grave: l’autolesionismo uccide le ragazze adolescenti tre volte di più di qualsiasi altro fattore. Vikram Patel, uno psichiatra recentemente inserito dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti per il suo lavoro nel campo della salute mentale globale, è schietto nella sua diagnosi: “La ragione più probabile è la discriminazione di genere. Le vite delle giovani donne [nel Sud-Est asiatico] sono molto diverse dalle vite dei giovani uomini in quasi ogni aspetto”.

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