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Radio Bullets, #donnenelmondo del 12 dicembre 2015

uganda

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Maggiori sforzi per organizzare e finanziare i gruppi locali: è quello che serve, secondo ActionAid, in tema di lotta alla violenza di genere. Lo riporta il Guardian. Onyinyechi Okechukwu, communication specialist per ActionAid Nigeria, già fortemente coinvolta nella campagna Bring Back Our Girls per salvare le giovani studentesse cristiane rapite dai fondamentalisti di Boko Haram in Nigeria, spiega che solo un movimento femminile locale riuscirebbe a portare cambiamenti duraturi nel Paese. Quello della mancanza di fondi è un tema ricorrente e controverso per i gruppi locali per i diritti delle donne. L’anno scorso, scrive il Guardian, gli appelli all’aumento dei fondi per le organizzazioni stavano per essere resi vani nell’ambito del nuovo documento della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne: gli attivisti hanno dovuto lavorare sodo per mantenere il testo originario. I numeri pubblicati dalla Association for Women’s Rights in Development nel report 2013 – lavoro che porta l’evocativo titolo “Annaffiare le foglie, affamare le radici” – rilevano che le entrate medie per le 740 organizzazioni femminili analizzate ammontavano a 20,000 dollari — 13,000 – sterline – all’anno. Per i gruppi dell’Africa sub-Sahariana la media scende a poco più di 12,000 dollari l’anno. Agli inizi di quest’anno, ActionAid e la Women Human Rights Defenders International Coalition hanno accusato i governi di tagliare i fondi alle realtà che si occupano di donne e comunque di ostacolare il loro lavoro. Nell’ambito della Fearless campaign, ActionAid ha lanciato il suo appello per maggiori fondi da destinare ai gruppi locali, il cui ruolo nel combattere la violenza di genere è cruciale. L’organizzazione si rivolge anche al governo inglese che ha promesso di mettere donne e ragazze al centro dei suoi programmi di aiuto e delle sue politiche di sviluppo, affinché assuma un ruolo di leadership nell’opera di incoraggiamento per gli altri Paesi a portare avanti azioni pratiche per prevenire la violenza sulle donne. Dei 19 miliardi di sterline accantonati per perseguire a livello globale le disuguaglianze di genere tra il 2012 e il 2013, alle organizzazioni è andato meno di 270milioni. Gli appelli ai fondi diventeranno sempre più forti ora che gli Stati membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a porre fine alla violenza contro donne e ragazze entro il 2030 nell’ambito dei sustainable development goals che entreranno in vigore il 1 gennaio 2016. “Molti governi e donor vogliono solo vedere risultati immediati rispetto all’impiego di fondi “, dice Okechukwu. “Per questo finanziano edifici scolastici o altri tipi di costruzione o centri salute. Ma quello che facciamo per i diritti delle donne ha a che fare con l’advocacy e con questioni legislative – e sono cose che richiedono tempo”. I governi “non possono dire che vogliono combattere la violenza di genere e poi cercare rapide vittorie”.

L’Algeria ha approvato una legge che criminalizza la violenza contro le donne. La legge, che modifica e completa il codice penale, introduce la nozione di molestia sessuale e punisce tutte le forme di aggressione, di violenza verbale, psicologica o maltrattamenti, in particolare per i casi recidivi. Si sottolinea così che la violenza può assumere diverse forme e che le aggressioni non lasciano necessariamente segni visibili. Questa nuova legislazione vuole in particolare difendere le donne dalle violenze dei congiunti e preservarne le risorse finanziarie dalle mire di coloro che sono ancora percepiti dalle società tradizionali come i capi-famiglia. Il testo dispone che chiunque usi violenza verso una persona congiunta rischia, a seconda della gravità, da uno a 20 anni di carcere, e l’ergastolo in caso di morte. Un altro articolo prevede dai sei mesi ai due anni di prigione per “chiunque eserciti costrizioni sulla propria coniuge per disporre dei suoi beni o delle sue risorse finanziarie”. Questo testo era stato adottato a marzo dall’Assemblea nazionale ma il suo blocco al Senato da parte dei conservatori aveva sollevato inquietudini nelle organizzazioni per i diritti umani, soprattutto a ottobre in seguito alla morte di una donna di 40 anni investita da una macchina dopo aver rifiutato delle avances. Dopo la sua adozione, i conservatori avevano definito questa legge un’intrusione nell’intimità della coppia, contraria ai valori dell’islam. I rappresentanti della società civile e delle ONG avevano dal canto loro criticato il fatto che il testo preveda lo stop dell’iter giudiziario in caso di “perdono” da parte della vittima. Secondo le cifre ufficiali, nei primi nove mesi del 2015 sono stati registrati nel Paese 7.375 casi di violenza. L’Algeria diventa ora il decimo Paese del Maghreb – dopo la Tunisia – a criminalizzare la violenza contro le donne. Un progetto di legge su questo tema è allo studio in Marocco ma è oggetto di grande dibattito.

Cincinnati è la seconda città negli Stati Uniti dopo Washington DC a bannare le terapie per la “conversione” dei gay minorenni. Un risultato ottenuto a un anno dalla morte di Leelah Alcorn, una trans sottoposta dai suoi genitori al “trattamento” e morta suicida il 28 dicembre scorso a 17 anni in Ohio. La pratica è proibita anche in California, Illinois, New Jersey e Oregon.

“Sono caduto e l’ho penetrata per sbaglio”. È la difesa dall’accusa di stupro di Ehsan Abdulaziz, proprietario immobiliare di 46 anni. Nell’agosto del 2014 era uscito per una serata e aveva incontrato una giovane donna e una sua amica di vecchia data in un nightclub londinese. Dopo aver bevuto numerosi cocktail, si legge sull’Huffington Post, si era offerto di accompagnare con la propria Aston Martin le due ragazze nel suo appartamento. Qui, secondo Abdulaziz, l’amica era andata a dormire in una camera mentre la diciottenne l’aveva seguito nella sua camera da letto. Da questo momento in poi, però, le versioni divergono notevolmente. La vittima sostiene di essersi svegliata nel cuore della notte mentre l’uomo tentava di penetrarla contro la sua volontà. A quel punto si è alzata sconvolta, ha svegliato l’amica e ha chiamato la polizia. Abdulaziz, invece, ha cambiato spesso la narrazione dei fatti di quella notte: nel primo interrogatorio ha sostenuto che la ragazza lo aveva attirato a sé permettendogli di mettere le mani tra le sue gambe. Ma quando dalle analisi di laboratorio era emerso che nel corpo della diciottenne c’era traccia del suo sperma, il milionario è stato nuovamente interrogato. E qui è spuntato il racconto della caduta accidentale: “La ragazza ha portato le mie mani sulla sua vagina. Così sono caduto sopra di lei e il pene è entrato”.

Pretoria. La rappresentante delle Nazioni Unite Dubravka Simonovic in visita in Sud Africa per analizzare la situazione della violenza contro donne e bambini, rivela che, secondo i dati da lei raccolti al momento, sta crescendo la mancanza di sensibilità nei confronti dei crimini perpetrati contro queste categorie vulnerabili. Lo riporta Eyewitness News. Di questi giorni la notizia dell’uccisione di due ragazze adolescenti e di un neonato a Katlehong. Simonovic spiega che la violenza contro le donne rappresenta un fenomeno socialmente accettato in Sud Africa e che la violenza ereditata dall’apartheid risuona ancora nella società di oggi. “Il Sudafrica è ancora una democrazia giovane e le cicatrici sono ben vive nel suo tessuto sociale”.

Uganda. L’HIV peggiora la violenza contro le donne, e la trasmissione del virus ne è causa e conseguenza. Studi indicano che la vulnerabilità all’HIV tra le donne che hanno subito violenza sessuale può essere fino a tre volte superiore rispetto a chi non l’ha subita. Secondo Joyce Tibayijuka, dalla Comunità Nazionale delle donne che vivono con l’HIV/AIDS in Uganda, le donne devono affrontare la violenza sessuale soprattutto quando il loro partner è sieropositivo e loro non lo sono. Diventano spesso vittima di violenza da parte dei partner sieropositivi, quindi. Kihumuro Apuuli, direttore generale della Commissione AIDS in Uganda, spiega che l’uso del preservativo nelle coppie HIV-discordanti (quelle dove solo uno dei due partner è malato e l’altro no) è molto basso. Che spesso gli uomini non vogliono usare il profilattico e che questo diventa spesso il prologo di una violenza sessuale. La violenza del partner può aumentare il rischio di infezione da HIV di circa il 50 per cento. Vi è anche prova che la violenza mina l’accesso alle cure, all’assistenza e ai servizi di sostegno per le donne che vivono con l’HIV. In Uganda, il 60 per cento delle nuove infezioni da HIV si verificano in rapporti tra coppie HIV-discordanti.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 4 agosto 2015

niunamenos

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Violenza sulle donne e sport. Il dibattito è in corso in Australia – e non solo. Le statistiche, si legge sul NewDaily, sono scioccanti: quasi ogni settimana una donna muore per mano del suo compagno o del suo ex, e secondo alcune ricerche i numeri potrebbero essere più elevati. Una donna su tre ha subito violenze fisiche dall’età di 15. Una su quattro ha subito un abuso emotivo dal’attuale partner o dall’ex. In Australia le donne hanno tre volte in più degli uomini probabilità di subire violenza L’Australian Football League, la National Rugby League, Netball Australia e l’Australian Rugby Union – hanno intensificato la lotta per prevenire la violenza contro donne e bambini. Ognuna di queste realtà ha ricevuto dall’Our Watch Sport Engagement Program 250mila dollari per creare ambienti inclusivi, sicuri e accoglienti, aumentare la consapevolezza e diffondere il messaggio che la violenza non è mai una scelta o una soluzione.

Passiamo a Cleveland, in Ohio, dove i giocatori di football dei licei Benedectine, Jerome Baker, e S. Edward, Alex Stump, lo scorso agosto hanno aiutato il lancio di un “signing day”, una raccolta firme in tutta la regione tra gli atleti delle superiori per prendere un impegno contro molestie e violenza sessuale. Baker, si legge su highschoolsports.cleveland.com si è recentemente recato a Washington con l’attivista Ty White per cercare supporto per l’US Senate 355, il Teach Safe Relationships Act. “L’obiettivo del disegno di legge è quello di insegnare agli studenti delle scuole superiori come rispettare e trattare le donne”. Sabato prossimo sarà la volta del secondo signing day, aperto agli atleti di tutte le discipline, che firmeranno l’impegno al rispetto di donne e ragazze e ad entrare in azione se si trovassero ad essere testimoni di violenza.

A due mesi di distanza da #NiUnaMenos, la marcia che si è tenuta in Argentina il 3 giugno scorso per protestare contro femminicidi e violenza di genere, i candidati alla presidenza – le elezioni si terranno in autunno – devono ancora presentare piani concreti per porre fine alla violenza contro le donne. Ne scrive il Buenos Aires Herald. Gli organizzatori della mobilitazione hanno tutta l’intenzione di mettere pressione sui candidati presidenziali. “Chiediamo ai candidati di pubblicare le loro piattaforme sulla violenza di genere e presentare le loro strategie per sconfiggere i femminicidio”, spiega all’Herald Florencia Abbate, leader del movimento. “Ok gli spot elettorali, ma per fermare la violenza sono necessarie azioni concrete”. Si chiede in particolare l’effettiva implementazione del Piano di Prevenzione, Assistenza ed Eliminazione della violenza contro le donne, e l’accesso garantito alla giustizia per tutte le vittime della violenza di genere, così come la gratuità di protezione e di assistenza legale. Si chiede poi anche l’attuazione di una formazione specifica rivolta alle forze di polizia e funzionari giudiziari e lo sviluppo di un piano di formazione scolastica per combattere la violenza sessista contro le donne. I movimenti femministi sottolineano poi come le risorse siano distribuite in maniera disuguale tra i vari distretti. “Chiediamo anche l’estensione a tutto il Paese dei 137 servizi che forniscono assistenza telefonica”, aggiunge Abbate, aggiungendo che il servizio h24 è disponibile solo per chi risiede a Buonos Aires.

In Messico è esplosa la protesta sui social media per la morte del fotoreporter Ruben Espinosa, trovato cadavere a Città del Messico venerdì scorso insieme a quattro donne di cui le autorità non avrebbero ancora diffuso l’identità. L’hashtag è #FueElEstado: molti utenti e attivisti stanno infatti accusando, si legge su Vocativ, il governo del Messico di questi che vengono definiti omicidi. Espinosa era fuggito a giugno nella Capitale scappando dallo dello Stato di Veracuz dove il suo lavoro giornalistico si è concentrato sui movimenti sociali locali. Secondo molti report Ruben ha ricevuto minacce e aggressioni in seguito alla pubblicazione di alcuni suoi lavori critici nei confronti del governo. Quattro delle cinque vittime sono donne e molti hanno descritto l’evento come femminicidio: un’attivista ha detto al Guardian che le donne sarebbero state anche violentate e torturate. Secondo la giornalista messicana Lydia Cacho due di loro sarebbero Nadia Vera, attivista del movimento sociale YoSoy123, e Yesenia Quiroz Alfaro, che avrebbe lavorato con Espinosa ad alcuni rapporti investigativi.

In West New Britain, in Papua Nuova Guinea, quattro mesi fa il ciclone tropicale Pam ha lasciato la popolazione in situazione critica e bisogosa di assistenza umanitaria. La Croce Rossa sta lavorando e formando i propri volontari su promozione dell’igiene, interventi di emergenza e su violenza di genere. “Ho avuto una formazione in risposta alle emergenze, promozione dell’igiene e la violenza di genere”, spiega Daisy, una volontaria, sul sito dell’organizzazione. «Ho imparato a fare riferimento i casi di violenza contro le donne e gli abusi sui minori. Questa è una novità per me, ma è importante perché è per la nostra sicurezza”.

Infine la Convenzione di Instanbul: Albania, Andorra, Malta, Serbia e Turchia, Austria, Francia, Germania, Portogallo e Spagna sono tra i 18 Stati che l’hanno ratificata. L’Italia l’ha fatto nel giugno del 2013. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, adottata a Istanbul nel 2011, è entrata in vigore da noi il 1 agosto del 2014 ed è il primo strumento internazionale vincolante sul piano giuridico per prevenire e contrastare la violenza contro le donne e la violenza domestica. L’articolo 66 della citata Convenzione di Istanbul prevede l’istituzione di un Gruppo di esperti indipendenti avente il compito di monitorarne l’attuazione, denominato GREVIO – Group of experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence. che alla fine dell’anno comincerà la sua attività per verificare che i Paesi aderenti stiano rispettando i dettami della legge. Il Regno Unito, si legge sull’Independent, sta ancora valutando se le leggi del paese sono conformi alla convenzione di Istanbul, e questo ritardo sta letteralmente facendo infuriare gli attivisti. Ci sono sospetti che la convenzione sarebbe di difficile realizzazione e applicazione a causa dei tagli alla spesa. La convenzione dà ad esempio alle donne vittime di abusi e violenze domestiche il diritto formale alla consulenza. La Convenzione di Instanbul è “uno strumento davvero potente” ed è “deludente” che il Regno Unito non l’abbia ancora ratificata, spiega Hilary Fisher, director of policy at Women’s Aid. “È davvero incomprensibile”. Eppure, si sottolinea, la Gran Bretagna è in prima linea: ha ospitato tre summit internazionali, e uno di questi era quello dell’Unicef dello scorso anno sulle mutilazioni genitali femminili. “Il Regno Unito si racconta come un Paese fuoriclasse in termini di diritti di donne e ragazze”, tuona Liz McKean da Amnesty International. “Non aver ancora ratificato la convenzione aggiunge messaggi contrastanti, è una vera e propria contraddizione”. Nel 2014, secondo un recente report, sono stati 107mila i crimini violenti contro le donne – come stupro e abusi domestici – perseguiti nel Regno Unito.

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