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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’1 settembre 2015

Palestinians try to prevent Israeli soldier from detaining a boy during a protest in the West Bank village Nabi Saleh, August 28, 2015. Reuters

Palestinians try to prevent Israeli soldier from detaining a boy during a protest in the West Bank village Nabi Saleh, August 28, 2015. Reuters

Ascolta la puntata.

I casi di violenza contro le donne in Nepal sono aumentati dal terremoto del 25 aprile a causa della distruzione degli spazi e delle infrastrutture. Ne abbiamo già parlato, ora su questi dati ritorna il Women Rehab Center che parla di 270 casi di violenza sulle donne registrati da giugno e luglio. Lo riporta l’agenzia Prensa Latina. 145 sono state le vittime di attacchi domestici di vario tipo, 22 sono state stuprate e 4 sono state vittima di tratta.

Un gruppo di esperti di diritti umani delle Nazioni Unite ha dato voce all’allarme lanciato dopo che una studentessa sudanese è stata condannata alla fustigazione pubblica e ad una pesantissima multa per “abbigliamento indecente”, mentre un’altra ha ricevuto una considerevole ammenda per le stesse accuse. Le Nazioni Unite chiedono che le sentenze vengano immediatamente ribaltate. “La condanna deve essere annullata e le ragazze immediatamente rilasciate” gli esperti del United Nations Human Rights Council spiegano in una nota. “Chiediamo anche al giverno del Sudan si intervenire su tutta la legislazione che discrimina il genere e di adeguarsi agli standard internazionali”. Entrambe hanno fatto appello ma non ci sono ancora le date dei processi.

L’israeliano Hareetz riporta la notizia di un soldato iraniano che ha provato a detenere hb minire durante gli scontri della scorsa settimana nel villaggio di Nabi Saleh nella West Bank, ma è stato fermato da alcune donne e alcuni bambini palestinesi. Secondo l’esercito, il giovane stava lanciando pietre ai soldati, che non avrebbero realizzato che si trattasse di un minore. Gli scatti di Reuters e di AFP mostrano il militare circondato da donne e bambini e in una foto viene anche morso a una mano da una giovane ragazza.

Nell’ambito del dibattito carrozze solo per donne sui treni, questo articolo di Jennifer Selway per il Daily Express puó far riflettere. “I miei genitori si sono incontrati su un treno”, scrive. “Lo dico perchè se mia madre si fosse nascosta in un Vagone per Sole Donne (come ce n’erano a quei tempi) io non sarei nata!”. Il Regno Unito infatti sta discutendo in questi giorni sulla proposta di vagoni per sole donne avanzata da Jeremy Corbyn sul modello di quelle che ci sono in Giappone, Brasile e India.

Il fratello scappa con una donna sposata, due sorelle indiane condannate a essere violentate. Lo ha deciso un consiglio tribale dell’Uttar Pradesh. Hanno 23 e 15 anni e appartengono alla casta più bassa indiana: ora sono in fuga dopo che il Consiglio tribale del loro villaggio, Baghpat ha stabilito che siano violentate e mostrate nude davanti a tutti. Meenakshi Kumari e la sorella minorenne devono essere punite perché un loro fratello si è macchiato di una grave colpa fuggendo con una donna sposata di una casta superiore.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 luglio 2015

New York Magazine

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Partiamo con la copertina del New York Magazine. Ci sono le foto in bianco e nero di 35 donne che accusano il celebre attore Bill Cosby di averle violentate. Violenze partite già negli anni 60. E c’è una sedia vuota, la sedia della prossima vittima. Il settimanale ha raccolto le loro storie, intervistando e fotografando ognuna di loro. Il copione, come riportato anche dal Washington Post, sarebbe stato più o meno sempre lo stesso: una giovane donna, spesso un’aspirante attrice, violentata da un uomo che si ritiene un mentore, magari dopo essere stata drogata e stordita. C’è Barbara Bowman, violentata da Bill Cosby secondo la sua testimonianza quando aveva solo 17 anni, o Therese Serignese che di anni ne aveva 19 all’epoca della violenza. C’è Andrea Costand, che meno di dieci anni fa ha raccontato che Cosby l’avrebbe drogata e violentata nel 2004 nella sua casa in Pennsylvania. C’è Tamara Green, avvocata, vive in California e racconta la stessa storia: lei aspirante attrice, lui che la aggredisce dopo averla drogata. Analoga la testimonianza di Janice Dickinson, ex modella.

Ma Bill Cosby non è l’unico vip a trovarsi nei guai in questi tempi. Sono infatti tornate alla ribalta le accuse di violenza sessuale sull’ex moglie Ivana al magnate e businessman Donald Trump. Secondo una biografia del 1993 Trump violentò la moglie dopo ad un litigio sui trattamenti contro la perdita di capelli. Il libro, Lost Tycoon: Le molte vite di Donald J. Trump, descrive una “violenta aggressione” di una “terrorizzata” Ivana, che a quanto pare avrebbe poi detto ai suoi amici più intimi: “Mi ha violentata.” Lo riporta il Telegraph. Trump ha già smentito, scrive Radhika Sanghani, ma la situazione è complessa: se è vero, Ivana è stato vittima di un terribile attacco, se non è vero, Trump – un candidato presidenziale – è vittima di calunnia. Certo lo stupro della moglie è un reato da tempo: fin dal 1984 nello stato di New York – quindi cinque anni prima del presunto incidente – e dal 1993 in tutti gli USA. Tanto che l’avvocato di Donald Trump ha dovuto scusarsi pubblicamente per le sue affermazioni nel corso di un’intervista e per la frase: “Non è possibile stuprare la propria moglie”

Passiamo in Polinesia. “Porre fine alla violenza è un problema che riguarda tutte le nostre comunità e dei nostri paesi”, ha detto l’Alto Commissario australiano Brett Aldam in occasione del lancio di una nuova risorsa di informazioni per le donne a Nuku’alofa, capitale del regno di Tonga. Il nuovo kit di strumenti, dal titolo “Come realizzare progetti per porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, è il primo del suo genere nel Pacifico. È stato sviluppato da UN Women attraverso il Pacific Regional Ending Violence against Women Facility Fund, con il finanziamento del governo australiano.
Una serie di studi condotti in tutto il Pacifico dimostra che due donne su tre hanno vissuto un qualche tipo di violenza nel corso della loro vita, per lo più da partner o mariti.

Andiamo infine in Nepal, dove a tre mesi dal terremoto in Nepal che il 25 aprile scorso ha provocato oltre 8.890 morti e più di 22 mila feriti, resta alta l’emergenza umanitaria soprattutto nelle zone interne del Paese e l’Oxfam, il network internazionale di organizzazioni impegnate nella lotta alla povertà e e all’ingiustizia, denuncia il rischio di violenze sulle donne nei rifugi temporanei. Ne parla Elvira Ragosta su Radio Vaticana. Secondo l’Oxfam, nel distretto di Dhading – nella zona centrale del Nepal – le donne vivono con la paura di subire abusi fisici e sessuali per la mancanza di sicurezza e di privacy dovuta alla promiscuità dei campi. L’indagine di Oxfam ha evidenziato come i bagni comuni e le aree prive di luce elettrica siano considerate i posti più insicuri. Inoltre, nei distretti più colpiti, molte famiglie sono ancora costrette a vivere all’aperto sotto teloni o in strutture fatte di lamiera. E sale anche il rischio per le epidemie, soprattutto per i bambini, perché in alcune zone l’accesso all’acqua potabile non è garantito.
E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets. Seguiteci sulla nostra pagina Facebook e su Twitter con il nostro account @RadioBullets

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