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#Donnenelmondo del 27 maggio 2016

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Racconti da Idomeni. Libia, nuova Costituzione e donne. Tunisia, la lotta per i diritti lgbti. Indonesia, castrazione chimica per chi violenta i bambini. Thailandia, Jiew difende la libertà di stampa.

Ascolta la puntata.

Nada è una ragazza di 28 anni, originaria della città di Deir Sur in Siria, ha vissuto per mesi nel campo di Idomeni e il 24 maggio è stata portata via con il primo gruppo di persone e ora si trova nel campo di New Kavala. Dopo aver camminato per più di un’ora per avere cibo e latte per i suoi bambini, ha rilasciato questa testimonianza a un operatore umanitario di Medici Senza Frontiere, che ha offerto supporto psicologico ad alcuni pazienti come lei. “Ieri sono arrivati a Idomeni molti agenti di polizia, andavano ovunque a dire che ce ne saremmo dovuti andare. Avevamo paura che avrebbero usato gas lacrimogeni. Io ho sette figli ed ero preoccupata di cosa sarebbe potuto succedere. Tutti erano spaventati: la polizia era armata e tutti temevano per i propri figli. Quelli che avevano i soldi hanno già attraversato la frontiera illegalmente. Quelli che non li avevano invece speravano che la frontiera sarebbe stata riaperta oppure che le nostre condizioni di vita, qui, sarebbero migliorate. Ma la nostra situazione nel nuovo campo è terribile: il cibo è pessimo, i bagni e le docce non sono pulite. Siamo stanchi, ne abbiamo abbastanza di vivere in queste condizioni. Era meglio Idomeni. Siamo arrivati qui perché speravamo che l’Europa fosse civilizzata, ma dov’è la civiltà? È così che si trattano le persone nei paesi civili? Siamo arrivati in Europa in cerca di asilo, è nostro diritto richiederlo. I miei bambini sono sconvolti: non posso fargli il bagno perché la fonte d’acqua è molto lontana dalla nostra tenda e l’acqua è talmente calda che non riesco ad utilizzarla. Sono preoccupata per la mancanza d’igiene nel nuovo campo, potremmo prendere la scabbia. I miei bambini hanno paura. Vorrei morire e fuggire da questa situazione. Non è sicuro stare in Siria (e qui scoppia a piangere, l’intervista viene interrotta – si legge nella nota di Medici senza Frontiere – ma lei vuole continuare). Ci hanno trattato male in Siria, in Turchia e ora ci trattano male in Europa. Perché? Non siamo lo stesso esseri umani? Io non sono umana? Non ho il diritto di vivere come loro (gli europei)? Sarebbe stato meglio morire. Ci hanno dato tante false speranze dicendo che il confine sarebbe stato aperto così tante volte. Ora ci dicono che una commissione verrà per ricollocarci in paesi diversi ma non ci credo. Sono tutte bugie. Ci sentiamo umiliati, e non abbiamo più soldi. Ci hanno dato i documenti prima di lasciare Idomeni con scritto “Apolide”. Siamo apolidi?”

In Libia la nuova costituzione non cambierà la vita delle donne. A scriverlo è il regista Khalifa Abo Khraisse in un articolo scritto per Internazionale. “Ad aprile l’assemblea costituente della Libia ha finalmente concluso la stesura della costituzione, malgrado le marce indietro e il caos dietro le quinte, e il fatto che alcuni suoi componenti abbiano boicottato gli incontri perché, come hanno spiegato, “l’assemblea costituente non ha il diritto né l’autorità di modificare in alcun modo il quorum dato che le modifiche spettano all’autorità legislativa”. I tanti difetti della nuova carta passano in secondo piano, secondo il regista, quando si legge l’articolo 8: “L’islam è la religione di stato e la legge islamica (sharia) è la fonte della legislazione in accordo con le dottrine e la giurisprudenza islamica, senza opporsi al parere di una certa giurisprudenza islamica in alcune questioni discrezionali, e con le disposizioni della costituzione costruita in armonia con queste”. In altre parole: questa non è una vera costituzione ma linee guida soggette all’interpretazione di figure religiose, dice ancora lo sceneggiatore su Internazionale. L’articolo 57, relativo ai diritti delle donne, comincia così: “Le donne sono sorelle degli uomini”. Il resto dell’articolo non aggiunge granché a questa apertura a effetto. Il 23 ottobre 2011 il Consiglio nazionale di transizione aveva annunciato la liberazione della Libia dopo otto mesi di guerra. Il leader Mustafa Abdel Jalil aveva dichiarato: “In quanto nazione musulmana, abbiamo assunto la sharia islamica come fonte della legislazione. Perciò qualsiasi norma che contraddica i princìpi dell’islam è annullata per legge, comprese le vecchie norme che vietavano a un uomo di avere più di una moglie. Ciascun libico può avere quattro mogli”. Nel 2014, racconta ancora Khalifa, quando gli scontri a Tripoli hanno innescato una guerra civile totale il paese si è diviso in due fazioni, due governi, due eserciti. “Da allora niente è stato più lo stesso, ci hanno rubato di nuovo la piazza dei Martiri”. “Mi ricordo che nel 2013 un gruppo di donne coraggiose organizzò una manifestazione a Tripoli per chiedere diritti e protestare contro la violenza e il sessismo della società. È stato il primo e ultimo tentativo di questo genere in Libia. Conosco le tre organizzatrici della manifestazione: la mia docente di storia dell’arte Aicha Almagrabi, l’attivista Rouwaida Ali e l’avvocata Hanan Al Newaisery. Hanno fondato un’organizzazione per difendere i diritti delle donne, e tutte e tre hanno dovuto lasciare il paese nel 2014, dopo aver ricevuto minacce di morte, e subìto tentativi di rapimento e molestie. Adesso vivono in Francia, Svezia e Tunisia.

“Ero al parco con la mia ragazza, ci stavamo baciando. Uno sconosciuto ci faceva delle foto. Ci ha minacciate di farle vedere a tutti se non facevamo ciò che ci chiedeva. Ha detto alla mia ragazza di andarsene….e ha cercato di costringermi a fare sesso con lui. La mia ragazza si è rifiutata di andarsene e siamo riuscite a scappare via”. Queste sono le parole di Samira, 17enne lesbica che riceve quotidianamente minacce sessuali per le strade della sua città, in Tunisia. Nel 2015 un uomo aveva cercato di violentarla. Come Samira, scrive Amnesty International, tante altre persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuate in Tunisia rischiano di essere arrestate o perseguite sulla base del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere. Da anni gli attivisti per i diritti lgbti combattono la discriminazione e portano avanti campagne per il riconoscimento dei diritti lgbti dalla società tunisina. Il Codice penale tunisino criminalizza i rapporti sessuali consensuali tra persone adulte dello stesso sesso. L’articolo 230 del codice penale prevede fino a tre anni di reclusione e una multa per “sodomia e lesbismo” e l’articolo 226, che punisce con sei mesi di reclusione gli atti osceni e ritenuti offensivi per la morale pubblica, viene utilizzato anche contro le persone lgbti. Amnesty ha lanciato una mobilitazione per chiedere al Primo Ministro di porre fine alla discriminazione, di diritto e di fatto, nei confronti delle persone lgbti e di abrogare l’articolo 230 del Codice penale.

I giudici indonesiani possono ora forzare uomini che commettono abusi sessuali nei confronti dei bambini ad essere castrati chimicamente, dopo che il Presidente Joko Widodo ha approvato un decreto di emergenza in risposta a quella che definisce una vera e propria “crisi” di violenza contro ai bambini nel Paese. La mossa, scrive il Time, arriva dopo che una teenager ha subito uno stupro di gruppo ed è stata uccisa da 14 uomini e ragazzi mentre tornava a casa da scuola a Sumatra a inizio maggio. L’attacco ha scatenato l’indignazione degli attivisti per i diritti delle donne e ad appellai governo affinché si mobilitasse e rispondesse con urgenza alla violenza sessuale. Secondo il New York Times il decreto presidenziale ha modificato la legge nazionale del 2002 sulla protezione dei bambini e dà ai giudici la discrezionalità di poter applicare come pena la castrazione chimica a coloro che sono stati condannati per violenza sessuale.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta della thailandese Chiranuch Premchaiporn, più conosciuta con il suo pseudonimo, Jiew, lavora per il giornale on-line Prachatai. Nel 2010 è stata arrestata e processata per lesa maestà. Secondo quanto prevede il draconiano Computer Crimes Act, rischiava fino a 50 anni di carcere. Le prove erano scarse: è stata accusata di non riuscire a rimuovere tempestivamente, nel 2008, commenti anti-monarchici dal sito. È stata perseguita per più di tre anni, durante i quali ha fatto tutto il possibile per contrastare la censura del suo sito, prima che le venisse data una sospensione condizionale della pena di otto mesi di reclusione e una multa di 20.000 baht ($635) nel 2012. Determinata a far valere i suoi diritti e vincere il suo caso, ha presentato ricorso contro la decisione della corte. Ma il sistema legale ha rifiutato di muoversi. La battaglia di Premchaiporn per la libertà di stampa è indicativa della durezza del sistema giudiziario thailandese e della natura punitiva di alcune delle sue leggi, che, invece di proteggere la monarchia, sono utilizzate come armi politiche contro le voci critiche e indipendenti.

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