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Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 dicembre 2015

Rasha Hefzi

In Arabia Saudita le prime elezioni con donne candidate ed elette. Il milionario londinese assolto dall’accusa di stupro: “Sono caduto e l’ho penetrata”. Turchia, le aziende in campo per l’uguaglianza di genere. Liberia, la campagna degli artisti contro la violenza di genere. Il 2015 dei transgender negli Stati Uniti.

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Secondo il Time, le elezioni di sabato scorso in Arabia Saudita, elezioni in cui le donne per la prima volta hanno votato e sono state elette in posizioni politiche, potrebbero essere un passo in avanti di apertura in quello che è un Paese tradizionalmente repressivo per le donne. Gli elettori sauditi hanno eletto come rappresentanti locali 20 donne. Si è trattato delle prime elezioni nella storia del Paese in cui le donne hanno votato e si sono candidate. Le 20 elette rappresentano l’1% dei circa 2.100 consigli municipali coinvolti, ma quanto accaduto, scrive Aya Batrawy per l’Associated Press, rappresenta comunque un passo in avanti per le donne, fino ad ora completamente tagliate fuori dalle elezioni. E anche da molte altre attività: alle donne in Arabia Saudita non è permesso guidare e sono soggette a regole che danno agli uomini la parola finale su aspetti della loro vita come matrimonio, viaggi ed educazione superiore. Sebbene non ci fossero quote per le rappresentanti femminili nei consigli, sono stati disposti 1.050 seggi in più con l’approvazione del re, che potrebbe usare i suoi poteri per assicurare una maggiore rappresentanza femminile. Circa 7mila candidati, di cui 979 donne, hanno corso per ottenere un seggio nei consigli municipali, unici organi di governo eletti dai cittadini sauditi. Le due precedenti tornate elettorali del 2005 e del 2011 erano aperte solo agli uomini. La capitale conservatrice Riyadh ha visto il numero più alto di candidate vincitrici, quattro. Nella provincia orientale, dove si concentra la minoranza sciita, due sono state le donne elette. Anche la seconda città più grande e cosmopolìta dell’Arabia Saudita, Jeddah, ha visto l’elezione di due donne. E lo stesso è accaduto in una delle regioni più conservatrici, Qassim. Un’altra donna è stata eletta a Medina. Molte candidate hanno condotto la loro campagna elettorale su piattaforme che promettevano più asili nido e un numero più alto di ore di servizio, insieme alla creazione di centri giovanili per attività sportive e culturali, strade migliori, interventi per la raccolta dei rifiuti e città più verdi. La maggior parte ha portato avanti la campagna elettorale on line, usando i social media anche a causa delle rigide regole di segregazione di genere che vietano a uomini e donne di mescolarsi in pubblico: in sostanza i candidati non potevano rivolgersi direttamente e parlare al sesso opposto. Nel tentativo di creare una maggiore parità per le donne che indossano il tradizionale velo integrale, il Comitato generale per le Elezioni ha vietato a tutti i candidati, uomini e donne, di mostrare i loro volti sui cartelloni e on line o di apparire in TV. 106mila sono le donne che sono andate al voto sulle 130mila registrate. A prendere parte alle elezioni è stato in totale il 47% degli elettori registrati.

E torniamo su una notizia di cui abbiamo parlato la scorsa settimana. Secondo i giudici è davvero “caduto penetrando accidentalmente la ragazza”. Succede in Inghilterra: l’imputato era il milionario 46enne Ehsna Abdulaziz, accusato di aver stuprato una 18enne. Nell’udienza presso la Southwark Crown Court, il 46enne aveva dichiarato di non aver violentato nessuno ma di essere caduto e di aver “penetrato la ragazza per sbaglio”. A scriverne è ancora l’Huffington Post: “Dopo aver raccolto prove e dettagli la Southwark Crown Court, in soli 30 minuti, lo ha scagionato dalle accuse di stupro. La ricostruzione di quel che avvenne nell’agosto del 2014, quando il milionario era uscito per una serata e aveva incontrato una giovane donna e una sua amica di vecchia data in un nightclub londinese, è che l’uomo avesse sì fatto sesso, ma soltanto consensuale e con una delle due donne: la più grande di 24 anni. Dopo il rapporto – in una situazione di alterazione dovuta all’alcol – l’uomo si sarebbe preoccupato per la 18enne, che dormiva sul divano, andando da lei per vedere se aveva bisogno di “una coperta, un taxi o qualcosa”. A questo punto, è la tesi di Abdulaziz, la giovane gli avrebbe messo le mani dietro la nuca per avvicinarlo a lei e l’uomo sarebbe caduto e l’avrebbe accidentalmente penetrata. Lo sperma rinvenuto all’interno della vagina di lei sarebbe dunque dovuto al precedente rapporto. “Sono fragile…e sono caduto…ma non è successo nulla fra noi” assicura l’uomo. E la corte lo ha scagionato. La stampa inglese sottolinea però come, in maniera anomala, il giudice Martin Griffiths abbia acconsentito a una testimonianza privata da parte di Abdulaziz durata oltre 20 minuti.

Turchia. Le principali organizzazioni aziendali turche hanno messo nero su bianco in un libro quelli che sono i passi necessari da intraprendere sui luoghi di lavoro per combattere la violenza contro le donne. Il libro, si legge su HurriyetDailyNews, sottolinea come quello della violenza di genere sia ancora un problema dirimente sia in Turchia che all’estero. Cansen Başaran Symes, presidente dell’associazione turca Industria e Business, pone l’accento sulla questione dell’uguaglianza di genere e spiega che la violenza contro le donne è “una vera violazione dei diritti umani”, che danneggia l’accesso delle donne al mondo del lavoro, degli affari e della produttività. “Sempre più aziende devono aggiungere alle loro realtà il principio di ‘uguaglianza di genere sociale’. Chiedo a tutti i rappresentanti del mondo del business di unirsi a questo ideale. Dobbiamo creare un ambiente in cui le donne non siano esposte alla violenza”. Il “Libro per lo sviluppo e l’attuazione delle politiche sul posto di lavoro nella lotta alla violenza domestica contro le donne” è stato introdotto in un incontro a Istanbul organizzato dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e dall’Università di Sabanci. “Tra i colletti bianchi circa il 75% delle donne – per lo più laureate – è stato esposto almeno una volta a violenza domestica. E circa il 40 per cento degli uomini ha commesso atti di violenza contro le loro partner”, si legge nel libro. I dati si basano sui risultati di un sondaggio condotto su 1.715 donne occupate in 20 differenti realtà, e mettono in luce l’impatto negativo della violenza contro le donne sulla sostenibilità economica. Il 16 per cento delle intervistate non è stato in grado di porre fine alla relazione con il partner violento per motivi economici.

India, Nuova Delhi: “Il nome di mia figlia era Jyoti Singh e non mi vergogno a dirlo pubblicamente”. Nel terzo anniversario dello stupro di gruppo di Nirbhaya, la madre della vittima ha rivelato il nome della figlia, dicendo che non c’era alcuna vergogna nel farlo. “Il nome di mia figlia è Jyoti Singh”, ha detto Asha Devi durante una manifestazione sottolineando che sono coloro che commettono crimini atroci come lo stupro a doversi vergognare, non le vittime o le loro famiglie. Gli attivisti, si legge su ZeeNews, spiegano che le donne continuano a subire violenza in ogni sfera della loro vita e che solo la certezza di giustizia porterebbe a un cambiamento, non la severità della stessa. Sei persone, tra cui un minorenne, avevano aggredito e violentato la ventitreenne su un autobus in corsa a sud di Delhi. Nirbhaya, trasportata in un ospedale di Singapore, è morta 13 giorni dopo, il 29 dicembre 2012. Secondo il padre, giustizia non è stata fatta.

In Liberia i protagonisti dell’industria musicale condannano la violenza contro donne e bambini, e qualsiasi atto che li disumanizzi. “I musicisti si sono resi conto che hanno un ruolo da svolgere nella società”, spiega il rapper Tan Tan B, “e sono impegnati a porre fine alla violenza contro le donne come hanno fatto per sconfiggere Ebola in Liberia. Conosciamo tutti l’importanza di una campagna per porre fine alla violenza contro donne e bambini. Potrebbe trattarsi di tua sorella o di tua mamma. Donne e bambine hanno dei diritti che devono essere protetti”. Nei prossimi mesi, il rapper e il suo gruppo realizzeranno nuove canzoni e video a supporto della campagna.

Il 2015 è stato un anno importante per le persone transgender negli Stati Uniti, scrive sul canale femminile di Vice, Broadly, Diana Tourjee. Con passi in avanti, produzioni Hollywood transcentriche e campagne per gli Oscar. Ma il 2015 è stato anche l’anno in cui 23 donne trans sono state uccise con estrema violenza. Nel 2014 i casi riportati erano stati 12. E questi numeri non descrivono con ogni probabilità la reale crisi in atto. “Sappiamo che i casi sono di gran lunga superiori”, dice Harper Jean Tobin del Centro Nazionale per la Transgender Equality. “Anche l’FBI dice che sono così incoerenti da essere privi di significato”. 13 su 23 donne transgender uccise quest’anno avevano meno di 25 anni. Da uno studio pubblicato questo mese sulle donne transgender sex workers emerge che le donne trans di colore hanno il 44% di probabilità in più di lavorare nel mercato del sesso, quelle di origine latina il 33%.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 12 dicembre 2015

uganda

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Maggiori sforzi per organizzare e finanziare i gruppi locali: è quello che serve, secondo ActionAid, in tema di lotta alla violenza di genere. Lo riporta il Guardian. Onyinyechi Okechukwu, communication specialist per ActionAid Nigeria, già fortemente coinvolta nella campagna Bring Back Our Girls per salvare le giovani studentesse cristiane rapite dai fondamentalisti di Boko Haram in Nigeria, spiega che solo un movimento femminile locale riuscirebbe a portare cambiamenti duraturi nel Paese. Quello della mancanza di fondi è un tema ricorrente e controverso per i gruppi locali per i diritti delle donne. L’anno scorso, scrive il Guardian, gli appelli all’aumento dei fondi per le organizzazioni stavano per essere resi vani nell’ambito del nuovo documento della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne: gli attivisti hanno dovuto lavorare sodo per mantenere il testo originario. I numeri pubblicati dalla Association for Women’s Rights in Development nel report 2013 – lavoro che porta l’evocativo titolo “Annaffiare le foglie, affamare le radici” – rilevano che le entrate medie per le 740 organizzazioni femminili analizzate ammontavano a 20,000 dollari — 13,000 – sterline – all’anno. Per i gruppi dell’Africa sub-Sahariana la media scende a poco più di 12,000 dollari l’anno. Agli inizi di quest’anno, ActionAid e la Women Human Rights Defenders International Coalition hanno accusato i governi di tagliare i fondi alle realtà che si occupano di donne e comunque di ostacolare il loro lavoro. Nell’ambito della Fearless campaign, ActionAid ha lanciato il suo appello per maggiori fondi da destinare ai gruppi locali, il cui ruolo nel combattere la violenza di genere è cruciale. L’organizzazione si rivolge anche al governo inglese che ha promesso di mettere donne e ragazze al centro dei suoi programmi di aiuto e delle sue politiche di sviluppo, affinché assuma un ruolo di leadership nell’opera di incoraggiamento per gli altri Paesi a portare avanti azioni pratiche per prevenire la violenza sulle donne. Dei 19 miliardi di sterline accantonati per perseguire a livello globale le disuguaglianze di genere tra il 2012 e il 2013, alle organizzazioni è andato meno di 270milioni. Gli appelli ai fondi diventeranno sempre più forti ora che gli Stati membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a porre fine alla violenza contro donne e ragazze entro il 2030 nell’ambito dei sustainable development goals che entreranno in vigore il 1 gennaio 2016. “Molti governi e donor vogliono solo vedere risultati immediati rispetto all’impiego di fondi “, dice Okechukwu. “Per questo finanziano edifici scolastici o altri tipi di costruzione o centri salute. Ma quello che facciamo per i diritti delle donne ha a che fare con l’advocacy e con questioni legislative – e sono cose che richiedono tempo”. I governi “non possono dire che vogliono combattere la violenza di genere e poi cercare rapide vittorie”.

L’Algeria ha approvato una legge che criminalizza la violenza contro le donne. La legge, che modifica e completa il codice penale, introduce la nozione di molestia sessuale e punisce tutte le forme di aggressione, di violenza verbale, psicologica o maltrattamenti, in particolare per i casi recidivi. Si sottolinea così che la violenza può assumere diverse forme e che le aggressioni non lasciano necessariamente segni visibili. Questa nuova legislazione vuole in particolare difendere le donne dalle violenze dei congiunti e preservarne le risorse finanziarie dalle mire di coloro che sono ancora percepiti dalle società tradizionali come i capi-famiglia. Il testo dispone che chiunque usi violenza verso una persona congiunta rischia, a seconda della gravità, da uno a 20 anni di carcere, e l’ergastolo in caso di morte. Un altro articolo prevede dai sei mesi ai due anni di prigione per “chiunque eserciti costrizioni sulla propria coniuge per disporre dei suoi beni o delle sue risorse finanziarie”. Questo testo era stato adottato a marzo dall’Assemblea nazionale ma il suo blocco al Senato da parte dei conservatori aveva sollevato inquietudini nelle organizzazioni per i diritti umani, soprattutto a ottobre in seguito alla morte di una donna di 40 anni investita da una macchina dopo aver rifiutato delle avances. Dopo la sua adozione, i conservatori avevano definito questa legge un’intrusione nell’intimità della coppia, contraria ai valori dell’islam. I rappresentanti della società civile e delle ONG avevano dal canto loro criticato il fatto che il testo preveda lo stop dell’iter giudiziario in caso di “perdono” da parte della vittima. Secondo le cifre ufficiali, nei primi nove mesi del 2015 sono stati registrati nel Paese 7.375 casi di violenza. L’Algeria diventa ora il decimo Paese del Maghreb – dopo la Tunisia – a criminalizzare la violenza contro le donne. Un progetto di legge su questo tema è allo studio in Marocco ma è oggetto di grande dibattito.

Cincinnati è la seconda città negli Stati Uniti dopo Washington DC a bannare le terapie per la “conversione” dei gay minorenni. Un risultato ottenuto a un anno dalla morte di Leelah Alcorn, una trans sottoposta dai suoi genitori al “trattamento” e morta suicida il 28 dicembre scorso a 17 anni in Ohio. La pratica è proibita anche in California, Illinois, New Jersey e Oregon.

“Sono caduto e l’ho penetrata per sbaglio”. È la difesa dall’accusa di stupro di Ehsan Abdulaziz, proprietario immobiliare di 46 anni. Nell’agosto del 2014 era uscito per una serata e aveva incontrato una giovane donna e una sua amica di vecchia data in un nightclub londinese. Dopo aver bevuto numerosi cocktail, si legge sull’Huffington Post, si era offerto di accompagnare con la propria Aston Martin le due ragazze nel suo appartamento. Qui, secondo Abdulaziz, l’amica era andata a dormire in una camera mentre la diciottenne l’aveva seguito nella sua camera da letto. Da questo momento in poi, però, le versioni divergono notevolmente. La vittima sostiene di essersi svegliata nel cuore della notte mentre l’uomo tentava di penetrarla contro la sua volontà. A quel punto si è alzata sconvolta, ha svegliato l’amica e ha chiamato la polizia. Abdulaziz, invece, ha cambiato spesso la narrazione dei fatti di quella notte: nel primo interrogatorio ha sostenuto che la ragazza lo aveva attirato a sé permettendogli di mettere le mani tra le sue gambe. Ma quando dalle analisi di laboratorio era emerso che nel corpo della diciottenne c’era traccia del suo sperma, il milionario è stato nuovamente interrogato. E qui è spuntato il racconto della caduta accidentale: “La ragazza ha portato le mie mani sulla sua vagina. Così sono caduto sopra di lei e il pene è entrato”.

Pretoria. La rappresentante delle Nazioni Unite Dubravka Simonovic in visita in Sud Africa per analizzare la situazione della violenza contro donne e bambini, rivela che, secondo i dati da lei raccolti al momento, sta crescendo la mancanza di sensibilità nei confronti dei crimini perpetrati contro queste categorie vulnerabili. Lo riporta Eyewitness News. Di questi giorni la notizia dell’uccisione di due ragazze adolescenti e di un neonato a Katlehong. Simonovic spiega che la violenza contro le donne rappresenta un fenomeno socialmente accettato in Sud Africa e che la violenza ereditata dall’apartheid risuona ancora nella società di oggi. “Il Sudafrica è ancora una democrazia giovane e le cicatrici sono ben vive nel suo tessuto sociale”.

Uganda. L’HIV peggiora la violenza contro le donne, e la trasmissione del virus ne è causa e conseguenza. Studi indicano che la vulnerabilità all’HIV tra le donne che hanno subito violenza sessuale può essere fino a tre volte superiore rispetto a chi non l’ha subita. Secondo Joyce Tibayijuka, dalla Comunità Nazionale delle donne che vivono con l’HIV/AIDS in Uganda, le donne devono affrontare la violenza sessuale soprattutto quando il loro partner è sieropositivo e loro non lo sono. Diventano spesso vittima di violenza da parte dei partner sieropositivi, quindi. Kihumuro Apuuli, direttore generale della Commissione AIDS in Uganda, spiega che l’uso del preservativo nelle coppie HIV-discordanti (quelle dove solo uno dei due partner è malato e l’altro no) è molto basso. Che spesso gli uomini non vogliono usare il profilattico e che questo diventa spesso il prologo di una violenza sessuale. La violenza del partner può aumentare il rischio di infezione da HIV di circa il 50 per cento. Vi è anche prova che la violenza mina l’accesso alle cure, all’assistenza e ai servizi di sostegno per le donne che vivono con l’HIV. In Uganda, il 60 per cento delle nuove infezioni da HIV si verificano in rapporti tra coppie HIV-discordanti.

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