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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 ottobre 2015

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Il corrispondente della PBS John Carlos Frey ha intervistato Juan Orlando Hernandez, presidente dell’Honduras. Eletto nel 2013, tra le sue priorità ha la lotta alla violenza: l’Honduras è stato infatti il Paese più pericoloso e violento del mondo, a causa del traffico di droga. Sempre più donne e bambini cercano di fuggire negli Stati Uniti. E la violenza domestica non fa che crescere: il 30% delle donne in Honduras afferma di aver subito un abuso, e il numero di femminicidi è raddoppiato in soli due anni. “Siamo particolarmente concentrati sul problema della violenza contro le donne, spesso vittima di questi conflitti tra gang”, spiega Hernandez. Si stanno anche portando avanti iniziative di prevenzione nelle parrocchie e nelle scuole: “È un programma a tutto tondo, e richiede tempo”. Le ONG che si occupano di violenza contro le donne accusano però il governo di investire in spese militari piuttosto che in programmi di prevenzione, laddove il problema resta prima di tutto di natura culturale.

La nota rivista medica britannica Lancet accusa il governo indiano di non fermare gli stupri e le violenze contro donne e ragazze. La testata, si legge su The Economic Times spiega che potrebbe commissionare nel prossimo futuro un documento di riferimento per misurare l’onere reale di tali atti di violenza in India. In un’intervista esclusiva a TOI in Messico, Richard Horton, il direttore del Lancet ha detto che il governo “ha la responsabilità primaria di proteggere le donne, responsabilità che si estende dalle questioni di sicurezza ai problemi della salute”. Secondo Horton, la “salute delle donne e delle ragazze è una questione strettamente legata agli atti di violenza”. “Possiamo fare stime su ciò che è il peso reale della violenza, ma il dato è molto scarso anche perché c’è un enorme tabù intorno alla questione”. La rivista Lancet l’anno scorso aveva pubblicato un lavoro d ricerca da cui emergeva che ogni giorno milioni di donne e di ragazze in tutto il mondo sperimentano violenza. Abusi che possono assumere molte forme: la violenza intima, fisica e sessuale, da parte del partner, le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e le spose bambine, il traffico sessuale e gli stupri.

Restiamo in India con un pezzo pubblicato su The Conversation. Nel 2013 nel Paese sono morti 1,3 milioni bambini sotto i cinque anni: si tratta di un quinto della mortalità infantile globale, scrive Seetha Menon, PhD Candidate alla University of Sussex. Mentre l’accesso alle cure sanitarie gioca un ruolo importante in queste tragedie individuali, altri fattori, come la violenza domestica, hanno un impatto altrettanto significativo. “La mia nuova ricerca”, scrive, “ha dimostrato che quasi una morte infantile su dieci di bambini più fino a un anno è attribuibile alle violenze subite dalla madre durante il matrimonio”. L’India ha istituito negli ultimi anni diversi programmi volti a ridurre il numero di queste morti infantili. Programmi basati su una sanità più equa e su un migliore accesso ai servizi sanitari pubblici, con particolare attenzione alle nascite in famiglie rurali e povere. Eppure, a dispetto di questi programmi, i dati delle Nazioni Unite suggeriscono che l’India rischia di mancare il suo obiettivo di sviluppo del Millennio – uno dei Millenium Goals dell’Onu – di ridurre entro la fine del 2015 il tasso di mortalità infantile a 42 ogni 1.000 nati vivi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 30% delle donne in tutto il mondo vive un rapporto di violenza da parte del proprio partner. La violenza domestica può causare la morte del bambino in diversi modi: trauma fisico o come conseguenza della perdita di autonomia delle donne che, magari limitate nei movimenti a causa degli abusi, non riescono ad accedere ad un’adeguata assistenza sanitaria. Le vittime di violenza hanno anche livelli più alti di stress psicologico, che è associato a fattori di rischio come la nascita di bambini sottopeso o parti prematuri. Un collegamento, quello tra violenza domestica e mortalità infantile, che si manifesta visibilmente nelle famiglie rurali.

A Kerala, in India, le lavoratrici del tè vincono contro una multinazionale e contro i loro uomini. Ne parla la giornalista Marina Forti: “Per oltre un mese le piantagioni di tè del Kerala, India meridionale, sono state il teatro di un’agitazione mai vista. Migliaia di raccoglitrici hanno bloccato strade, assediato gli uffici delle piantagioni, fermato il lavoro, ma era molto più di una semplice battaglia sindacale: quelle donne erano in lotta contro i padroni delle piantagioni e anche contro i sindacalisti, contro condizioni di lavoro da schiavi, contro i loro stessi uomini, e contro l’indifferenza dello stato e dei media. E alla fine hanno vinto: sia aumenti di salario, sia soprattutto un po’ di voce. La battaglia è cominciata ai primi di settembre”, si legge sul sito terraterra.org. “Le piantagioni di tè in India sembrano rimaste all’era coloniale, salvo che i padroni non sono più britannici: in Kerala sono ad esempio la Kannan Devan Hill Plantation (controllata dalla multinazionale Tata, proprietaria del marchio Tetley) o la Harrison Plantation, le più grandi di una cinquantina di aziende in Kerala”. Le raccoglitrici sono per lo più donne e sono dalit (fuoricasta, o “intoccabili”: lo scalino più basso e discriminato della gerarchia sociale indiana). Per i loro figli non c’è scuola; i loro mariti fanno lavoro altrettanto malpagati, oppure si consumano con l’alcool. La rabbia è esplosa quest’estate, quando la Kannan Devan Hill Plantation ha deciso di tagliare il bonus pagato fino ad allora alle lavoratrici.

Su Tumblr una pagina raccoglie le storie e i racconti delle donne che hanno affrontato episodi di violenza da parte degli uomini. La pagina si chiama When Women Refuse, Quando le donne dicono di no, e ne parla DailyMail in un articolo on line. Utenti anonimi raccontano qui gli abusi subiti per mano di colleghi, partner e sconosciuti. Storie personali di violenza fisica contro le donne nei bar, incidenti sul lavoro, aggressioni da sconosciuti e da fidanzati. La pagina è nata in risposta alle sparatorie presso l’Università della California a Santa Barbara il 23 maggio 2014, quando Elliot Rodger ha ucciso sei persone e ne ha ferite altre 14. L’assassino aveva postato un video on-line rivendicano le morti e dicendo che voleva punire le donne che lo avevano rifiutato.

La ministra somala per le donne, la famiglia e i diritti umani, Sahra Ali Samara, annuncia la creazione di piani per combattere i crimini contro l’umanità e la violenza di genere nel Paese. Mohamed Omar, il direttore del ministero, spiega che la maggioranza di Governo ha annunciato tolleranza zero nei confronti dei crimini contro le donne. Crimini che avvengono nella maggior parte dei casi in zone di conflitto. La Somalia è tra i cinque Paesi più pericolosi al mondo per le donne. In un rapporto intitolato “Ecco, Lo stupro è normale”, Human Rights Watch spiega che due decenni di conflitto civile nel paese hanno portato una vasta parte della popolazione civile ad essere vulnerabile alla violenza sessualizzate”

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 21 ottobre 2015

child brides

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Diverse organizzazioni e rappresentanti del mondo accademico di primo piano nel Regno Unito hanno scritto al primo ministro indiano Narendra Modi, in vista della sua visita in Inghilterra, a novembre, esprimendo preoccupazione per il suo “silenzio” sull’escalation di violenza di genere in India. I firmatari si dicono particolarmente preoccupati per il rapporto del primo ministro con l’RSS, descritto come una “organizzazione paramilitare sul modello del partito fascista italiano e di quello nazista tedesco, noti per la loro violenta misoginia”. Il Rashtriya Swayamsevak Sangh, Organizzazione Nazionale Patriottica, è una formazione nazionalista Hindu. L’Rss, si legge su The Economic Times è sotto osservazione da parte della British Charity Commission per incitamento all’odio contro cristiani e musulmani. “Questo tipo di organizzazioni sono anche responsabili della feroce opera di moralizzazione che ha portato ad attacchi omicidi nei confronti di coppie che sono andate oltre le frontiere religiose e di casta”, si legge ancora nella lettera. “Il suo silenzio, Primo Ministro, dà loro un messaggio di approvazione”. Nel testo si ricordano anche le violenze contro le donne nel corso del massacro del 2002 del Gujarat: una ferita ancora aperta nella storia indiana. Il 27 febbraio 2002 – si legge su AsiaNews a Godhra (Gujarat), un gruppo di fedeli indù, che viaggiavano in treno, è stato assaltato da un gruppo di musulmani. L’attacco ha fatto 59 morti e ha scatenato la violenza dei fondamentalisti indù. Nel mese successivo almeno 2 mila musulmani sono stati massacrati in diverse città del Gujarat.

Mai più spose bambine. È partita la campagna di Amnesty International Italia – di cui quest’anno ricorre il 40° anniversario – campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi tramite SMS solidale al 45594 contro i matrimoni precoci e forzati. Secondo le stime del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), 13.5 milioni di ragazze ogni anno nel mondo sono costrette a sposarsi prima dei 18 anni con uomini molto più vecchi di loro: 37 mila bambine ogni giorno alle quali, di fatto, viene negata l’infanzia, spiega Amnesty. “Molte di loro rimangono incinta immediatamente o poco dopo il matrimonio, quando sono ancora delle bambine”. E ancora: “Per le ragazze di età inferiore ai 18 anni, in Yemen è molto comune essere sposate; sono stati registrati addirittura casi che coinvolgono bambine di 8 anni. Donne e ragazze rifugiate siriane in Giordania tendono a essere date in sposa prima dei 18 anni secondo una pratica diffusa soprattutto nelle aree rurali della Siria. In base al codice civile iraniano, l’età legale per il matrimonio per le ragazze è di 13 anni, ma possono essere date in sposa anche a un’età inferiore a una persona scelta dal padre o dal nonno paterno, se esiste il permesso di un tribunale. In Burkina Faso, il matrimonio forzato è un fenomeno estremamente diffuso, soprattutto nelle zone rurali. Nell’area del Maghreb si inserisce nel contesto di quadri legislativi lacunosi che non tutelano adeguatamente le donne dalla violenza. Il Marocco ha abolito la norma che prevedeva l’impunità in cambio del “matrimonio riparatore” in caso di stupro di una minorenne, ma è privo di un quadro legislativo organico sulla violenza contro donne e ragazze. Negli ultimi anni in Algeria le autorità hanno varato alcuni provvedimenti volti a migliorare i diritti delle donne, tuttavia è rimasta in vigore la norma abrogata in Marocco, in base alla quale gli uomini che stuprano ragazze di età inferiore ai 18 anni non sono perseguibili penalmente se sposano la loro vittima. Il fenomeno dei matrimoni precoci è diffuso in Asia meridionale, dove il 46 per cento delle ragazze viene dato in sposa prima di aver compiuto 18 anni. Secondo i dati dell’Unicef, il Bangladesh è il paese al mondo con il più alto tasso di matrimoni di bambine al di sotto dei 15 anni. In Afghanistan, uno studio condotto dal ministero degli Affari femminili nel 2004 ha rilevato che il 57 per cento delle donne intervistate era stato dato in sposa prima dei 16 anni, alcune anche a soli 9 anni.

Due bambine, rispettivamente di due anni e mezzo e di cinque anni, sono stati rapiti e poi ritrovati con ferite devastanti sui loro corpi a New Dehli. Lo riporta Catholic News. La più piccola è stata rapita da due uomini nel corso di una ricorrenza religiosa. I due l’hanno prima violentata, poi scaricata per strada nei pressi di casa. La bambina di cinque anni, invece, è stata attirata fuori casa da tre uomini che l’hanno poi violentata. Tutti e tre.
Un centinaio di persone si sono radunate vicino all’abitazione della bimba più piccola, indignate e impaurite, accusando duramente la polizia di incapacità nella gestione di questo caso e dei colpevoli. “Non stanno facendo nulla per arrestare gli stupratori”, racconta un parente all’AFP. “Non ci sentiamo al sicuro in questa città e ci sarà un giorno in cui si smetterà di mettere al mondo bambine per la paura che vengano violentate”. Nel 2014, l’India ha registrato 36.735 casi di stupro, 2.096 dei quali a Delhi. “La maggior parte di questi incidenti sono stati segnalati nelle zone a basso reddito come baraccopoli e nelle aree densamente popolate, dove per lo più vivono immigrati. Questi uomini vivono in spazi stipati senza alcun controllo sociale o familiare e in genere senza alcuna paura della legge”, spiega Ranjana Kumari, a capo del Centro di Ricerca Sociale di Delhi. “Delhi non è un posto sicuro e protetto per le donne. E la situazione si sta deteriorando”. Secondo il capo della polizia di Delhi ovest, Pushpendra Kumar, è in corso una caccia all’uomo nei confronti dei sospetti coinvolti nel rapimento e nello stupro della bimba di due anni e mezzo, mentre gli aguzzini della bambina di cinque anni sarebbero stati arrestati. I due attacchi sono avvenuti ad appena otto giorni di distanza da un altro che ha coinvolto una bambina di quattro anni, violentata e tagliata con una lama. Ne abbiamo parlato la scorsa settimana qui a DonneNelMondo.

Yanar Mohammed, sostenitrice dei diritti delle donne in Iraq, è nota per i rifugi sotterranei ferroviari per le le donne in fuga dall’ISIS. I suoi rifugi, in particolare a Kerbala, offrono uno spazio sicuro per le sopravvissute, mentre nel resto del Paese i militanti ISIS prendono di mira soprattutto le donne che non hanno in famiglia componenti maschi. Dopo un anno di lotta per mantenere quei rifugi aperti e al sicuro da polizia e funzionari del governo, che li trattano come illegali, l’attivista sta ora facendo pressione sulla comunità internazionale e alle Nazioni Unite per avviare finalmente un’azione contro le violenze che le donne devono affrontare nel suo paese. La richiesta di Mohammed – si legge su Women’s eNews  giunge in un momento critico. L’ONU in questi giorni ha una serie di eventi per commemorare il 15 ° anniversario della sua risoluzione 1325 sulla parità di partecipazione delle donne ai negoziati di pace. Mohammed ora sta mettendo in discussione come la risoluzione venga rispettata in Iraq.

E passiamo in Australia. Un vero e proprio codice del silenzio tra giocatori sulla violenza contro le donne sarebbe in vigore nell’Australian Football League. È quanto emerge da uno studio de La Trobe University di Melbourne. Secondo il racconto di molti giocatori registrato dai ricercatori, gli uomini che si ubriacano e infastidiscono le donne in pubblico o quelli che tradiscono le mogli in trasferta vengono generalmente protetti dai compagni di squadra, si legge sull’Herald Sun. La metà dei 366 giocatori intervistati ritiene che “ciò che accade nelle trasferte di fine stagione dovrebbe rimanere confinato a quei viaggi”. E uno su cinque ha rivelato che si sentirebbe a disagio nel dire ad un gruppo di uomini di non parlare in maniera irrispettosa delle donne. Due terzi di loro ammette che direbbe a compagni che si comportano male nei confronti di una donna di fermarsi. Ma secondo la ricerca, un numero sostanzioso di uomini – soprattutto tra i giovani – resta riluttante a farlo. Lo studio è stato realizzato in collaborazione con l’AFL al fine di realizzare programmi di formazione e sensibilizzazione per giocatori e club.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’1 settembre 2015

Palestinians try to prevent Israeli soldier from detaining a boy during a protest in the West Bank village Nabi Saleh, August 28, 2015. Reuters

Palestinians try to prevent Israeli soldier from detaining a boy during a protest in the West Bank village Nabi Saleh, August 28, 2015. Reuters

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I casi di violenza contro le donne in Nepal sono aumentati dal terremoto del 25 aprile a causa della distruzione degli spazi e delle infrastrutture. Ne abbiamo già parlato, ora su questi dati ritorna il Women Rehab Center che parla di 270 casi di violenza sulle donne registrati da giugno e luglio. Lo riporta l’agenzia Prensa Latina. 145 sono state le vittime di attacchi domestici di vario tipo, 22 sono state stuprate e 4 sono state vittima di tratta.

Un gruppo di esperti di diritti umani delle Nazioni Unite ha dato voce all’allarme lanciato dopo che una studentessa sudanese è stata condannata alla fustigazione pubblica e ad una pesantissima multa per “abbigliamento indecente”, mentre un’altra ha ricevuto una considerevole ammenda per le stesse accuse. Le Nazioni Unite chiedono che le sentenze vengano immediatamente ribaltate. “La condanna deve essere annullata e le ragazze immediatamente rilasciate” gli esperti del United Nations Human Rights Council spiegano in una nota. “Chiediamo anche al giverno del Sudan si intervenire su tutta la legislazione che discrimina il genere e di adeguarsi agli standard internazionali”. Entrambe hanno fatto appello ma non ci sono ancora le date dei processi.

L’israeliano Hareetz riporta la notizia di un soldato iraniano che ha provato a detenere hb minire durante gli scontri della scorsa settimana nel villaggio di Nabi Saleh nella West Bank, ma è stato fermato da alcune donne e alcuni bambini palestinesi. Secondo l’esercito, il giovane stava lanciando pietre ai soldati, che non avrebbero realizzato che si trattasse di un minore. Gli scatti di Reuters e di AFP mostrano il militare circondato da donne e bambini e in una foto viene anche morso a una mano da una giovane ragazza.

Nell’ambito del dibattito carrozze solo per donne sui treni, questo articolo di Jennifer Selway per il Daily Express puó far riflettere. “I miei genitori si sono incontrati su un treno”, scrive. “Lo dico perchè se mia madre si fosse nascosta in un Vagone per Sole Donne (come ce n’erano a quei tempi) io non sarei nata!”. Il Regno Unito infatti sta discutendo in questi giorni sulla proposta di vagoni per sole donne avanzata da Jeremy Corbyn sul modello di quelle che ci sono in Giappone, Brasile e India.

Il fratello scappa con una donna sposata, due sorelle indiane condannate a essere violentate. Lo ha deciso un consiglio tribale dell’Uttar Pradesh. Hanno 23 e 15 anni e appartengono alla casta più bassa indiana: ora sono in fuga dopo che il Consiglio tribale del loro villaggio, Baghpat ha stabilito che siano violentate e mostrate nude davanti a tutti. Meenakshi Kumari e la sorella minorenne devono essere punite perché un loro fratello si è macchiato di una grave colpa fuggendo con una donna sposata di una casta superiore.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 agosto 2015

umoja

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L’Isis usa la violenza sulle donne come strumento di potere, per tenere il territorio e per finanziare le proprie attività. Le donne, si legge su Public Radio International, vengono acquistate, messe all’asta e promesse alle nuove reclute. In alcuni rari casi alcune di loro riescono ad essere salvate da avvocati e attivisti, ma in generale questo sistema di schiavitù sessuale è una realtà raccapricciante per migliaia di giovani donne. Usare stupri e violenze sessuali in “ guerra” non è certo una novità, e l’ISIS ha implementato un sistema radicato di schiavitù sessuale che coinvolge le donne della minoranza religiosa yazidi. Molte di loro sono state catturate mentre tentavano di fuggire dalle montagne del Sinjar lo scorso agosto, caricate su un bus e spedite nei pressi di Mosul e in altre aree all’interno dell’Iraq. Qui molte di loro hanno sentito per la prima volta la parola “Sabaya”. “Un momento che tutte descrivono come agghiacciante”, racconta Rukmini Callimachi, la corrispondente del New York Times che ha intervistato 21 donne e ragazze fuggite ai terroristi dell’Isis. È il momento in cui capiscono che Sabaya vuol dire schiava. I leader delle comunità stimano che più di 3.000 persone siano ancora prigioniere dell’Isis. Rumini spiega sul NYTimes che l’Isis ha essenzialmente creato una burocrazia della schiavitù. “Le donne catturate vengono acquistate e vendute dai combattenti. Al momento dell’acquisto, c’è un contratto, e il contratto è nei fatti certificato, notariato da un tribunale di Stato islamico “. L’articolo è in questi giorni tra i più letti sul sito del New York Times.

Umoja – Umoja significa “unità” in Swahili – è un villaggio in Kenya dove possono vivere solo le donne. Gli uomini, semplicemente, non sono ammessi. Julie Bindel, scrittrice britannica, femminista e cofondatrice del gruppo Justice for Women, lo ha visitato e raccontato sulla testata per cui collabora, il Guardian. Jane racconta di essere stata violentata da tre uomini che indossavano uniformi Gurkha. Stava radunando le capre e le pecore del marito, scrive Julie, e che trasportano legna da ardere, quando è stata attaccata. “Provavo una tale vergogna e non sono riuscita a parlarne con altre persone. Hanno fatto cose terribili con me”, racconta Jane con gli occhi vivi di dolore. Ha 38 anni ma sembra molto, molto più vecchia. “Mi mostra una profonda cicatrice sulla gamba: si è tagliata con le pietre quando è stata spinta a terra”, racconta la scrittrice. “Alla fine ho detto alla madre di mio marito che ero malata, perché ho dovuto spiegare le lesioni e la mia depressione. Mi hanno curato con la medicina tradizionale, ma non è servito a nulla. Quando ho detto a mio marito [dello stupro], racconta ancora Jane a Julie Bindel, mi ha picchiata con un bastone. Così sono scappata e sono venuta qui con i miei figli”. “Qui” è proprio Umoja, un villaggio nelle praterie di Samburu, nel nord del Kenya, circondato da un recinto di spine. Qui vagano capre e polli, le donne producono gioielli da vendere ai turisti, i vestiti, scrive la Bindel, si asciugano stesi al sole di mezzogiorno in cima alle capanne di sterco di vacca, bambù e ramoscelli. Il paesaggio è quello tipico. Ma qui succede qualcosa di straordinario: gli uomini, qui, non possono vivere. Il villaggio è stato fondato nel 1990 da 15 donne vittime di stupri da parte dei soldati britannici locali. La popolazione di Umoja è cresciuta nel tempo e include tutte le donne in fuga per matrimonio precoce, mutilazioni genitali femminili, violenza domestica e stupro: tutte norme culturali tra i Samburu. La fondatrice è Rebecca Lolosoli: una donna alta, dalla testa rasata, veste i tradizionali ornamenti Samburu e ha ricevuto nel tempo molte minacce per quello che fa. È lei la matriarca del villaggio. L’idea le è venuta mentre era in ospedale per il pestaggio subito da un gruppo di uomini che voleva darle una lezione per aver osato parlare con le donne del suo villaggio dei loro diritti. I Samburu sono strettamente correlati alla tribù Masai, che parla un linguaggio simile. Di solito vivono in gruppi da cinque a 10 famiglie e sono pastori semi-nomadi. La loro cultura è profondamente patriarcale. Le prime abitanti di Umoja provenivano dai villaggi Samburu sparsi in tutta la valle del Rift. Da allora, le donne e le ragazze che vengono a sapere del villaggio-rifugio, scrive Julie Bindel sul Guardian, vengono qui e imparano il commercio, a crescere i loro figli e a vivere senza la paura della violenza degli uomini e delle discriminazioni. Oggi sono 47 le donne e 200 i bambini che vivono a Umoja. Queste donne e ragazze, racconta Julie Bindel, vivono in maniera frugale ma riescono a guadagnare un reddito regolare che permette loro di avere cibo, vestiti e riparo per tutti. I leader gestiscono un campo a poca distanza dal fiume, meta per i turisti che vengono qui a fare safari. Molti di loro visitano anche Umoja: le donne fanno pagare una modesta “tassa di ingresso” e sperano che i visitatori acquistino i gioielli artigianali da loro realizzati.

SheSays è un’iniziativa che intende creare un clima di tolleranza zero nei confronti della violenza sulle donne in India attraverso progetti culturali e normativi, attraverso una rete di supporto che riconosca tutti i livelli di abuso sessuale e fornisca i mezzi necessari a combatterli. Ne parla DailyNewsIndia. “Tendo a cercare su Google di tutto”, spiega Trisha Shetty, fondatrice di SheSays. “Ma quando cerco on line informazioni su cosa fare in caso di un qualsiasi tipo di abuso, su come affrontarlo eccetera, trovo solo notizie di casi di stupro in India o link a ONG e loro contatti. Per le vittime di abusi è difficile persino trovare aiuto telefonico: la mancanza di informazione è totale e forse l’idea che il processo per presentare denuncia sia così arduo funziona come un grande deterrente per le persone che spesso rinunciano ad affrontare la questione”, racconta Trisha. Ecco perché è nato il portale, “il primo sito web del suo genere che fornisce tutte le informazioni rilevanti in un unico posto”. Si trovano informazioni su come individuare gli atti di abuso sessuale riconosciuti dalla legge e presentati in maniera semplice. Si trovano le misure da prendere passo dopo passo quando si va in un ospedale, in una stazione di polizia, quando viene assegnato un avvocato, sui procedimenti giudiziari e su come affrontare le molestie sessuali sul posto di lavoro. L’informazione è accessibile anche in Hindi, Marathi e tedesco”. Il portale è stato lanciato all’inizio di agosto e nella sua fase successiva prevede la mappatura delle stazioni di polizia, degli ospedali e degli psicologi, nonché di tutti i posti dove le vittime possono trovare aiuto immediato”.

Il presidente Obama ha nominato Raffi Freedman-Gurspan Outreach and Recruitment Director della Casa Bianca. Raffi è stata advisor per il National Center for Transgender Equality e ha iniziato il suo nuovo lavoro proprio in questi giorni. Freedman-Gurspan è la prima persona dichiaratamente transgender a lavorare a Pennsylvania Avenue. “Il presidente Obama ha da tempo detto che vuole la sua amministrazione assomigli al popolo americano”, spiega a The Advocate.com Mara Keisling, direttore esecutivo di NCTE. “Che il primo incarico a una persona transgender venga assegnato a una donna transgender di colore è particolarmente significativo”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 giugno 2015

acid-attack

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Cominciamo dalla Nigeria, dove il presidente Goodluck Jonathan ha firmato una legge che criminalizza la mutilazione genitale femminile. La legge vieta la pratica, che comporta la rimozione di parte o della totalità degli organi sessuali esterni di una ragazza, sottolineando anche come queste mutilazioni non abbiano nulla a che vedere con pratiche mediche riconosciute, legalizzate e giustificate. Si tratta di uno degli ultimi atti di Goodluck Jonathan, presidente uscente battuto nelle elezioni presidenziali dello scorso marzo da Muhammadu Buhari, che ha giurato ufficialmente venerdì scorso. La legge, approvata dal Senato il 5 maggio, vieta anche agli uomini di abbandonare le loro mogli o figli senza sostegno economico. La Nigeria è il paese africano più popoloso e in cui si è registrata la percentuale più alta di mutilazioni genitali femminili: il 27% delle donne è stata privata di parte o del tutto del clitoride. In Somalia e Guinea la percentuale sale al 95%. Come testimonia uno studio del 2013, condotto dall’Unicef, più di 125 milioni di donne in tutto il mondo – soprattutto in Africa e Medio Oriente – hanno subito un qualche tipo di mutilazione, considerata una violazione dei diritti umani delle bambine e delle donne da parte di organismi internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità. Secondo i dati delle Nazioni Unite del 2014, riportati dal Guardian, circa un quarto delle donne nigeriane ha subito una qualche forma di mutilazione – che può provocare infertilità, mortalità materna, infezioni e perdita del piacere sessuale. Lo stesso Guardian ha recentemente lanciato una campagna mediatica globale per porre fine alla pratica, con il sostegno del Fondo per la popolazione delle Nazioni Unite, con lo scopo di aiutare i giornalisti locali a raccontare di mutilazioni genitali femminili e far luce sulle conseguenze di questa pratica.

Uno dei problemi più persistenti della Papua Nuova Guinea è la stregoneria. O meglio, i brutali femminicidi di coloro che vengono accusate di stregoneria, un problema complesso che coinvolge la violenza contro le donne, le rivendicazioni per la terra e una nazione in rapido sviluppo. “L’applicazione della normativa che vieta ogni forma di violenza di genere è la chiave per porre fine alla violenza collegata alle accuse di stregoneria”, hanno detto le Nazioni Unite nel 2013. Amnesty International ha chiesto al governo di fare di più per proteggere le donne dopo che una donna conosciuta come Mifila è stato violentata a morte da un gruppo di uomini a metà maggio mentre altre due sono state minacciate e sono sfuggite a malapena alla morte. L’accusa, per loro e per i loro figli, risale a gennaio. The Diplomat scrive che il missionario luterano Anton Lutz, da tempo attivista per i diritti della terra in Papua Nuova Guinea, ha documentato gli attacchi. “Credevano che fosse una Sanguma (strega), responsabile di morte e di cattiva sorte”, ha raccontato all’Australian Associated Press. Il caso di Mifila non è isolato. Quello degli attacchi, rivolti soprattutto a donne senza protezione con accuse di stregoneria, è un problema crescente in Papua Nuova Guinea, dove, secondo le parole delle Nazioni Unite, queste credenze e le relative punizioni sono “culturalmente radicate”.

Dall’India arriva una campagna per fornire sostegno morale e finanziario per il reinserimento nella società delle superstiti di attacchi con l’acido. Lanciata dall’Acid Survivors Foundation of India (ASFI), la mobilitazione War against Acid Violence ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso misure sociali, educative e regolamentari contro gli attacchi con acido. ASFI, che riporta il dato di più di 500 sopravvissute ad attacchi con acido in tutta l’India, ha dichiarato che il più alto tasso di episodi si registra nel nord del Paese, con il 58 per cento dei casi a fronte del 18 per cento dell’India Orientale. Asha Mukherjee ha condotto al merito un particolare esperimento: si è recata in un negozio locale e ha chiesto il ‘tezaab’, un acido usato per pulire oggetti arrugginiti e per le pulizie in casa, tra le sostanze corrosive utilizzate contro le donne per questi attacchi. Il negoziante le ha chiesto di quante bottiglie avesse bisogno. Ed è a quel punto che Asha si è tolta la sciarpa che le avvolgeva il viso quasi totalmente. “Guarda cosa mi ha fatto il tezaab. Lo sapevi che la Cote suprema ha bandito la vendita libera di quest’acido?”. Nella sua vita precedente Asha Mukherjee era una ballerina al Rajdoot hotel di Delhi. Un collega geloso ha a un certo punto cominciato a minacciarla, e lei ha denunciato le minacce alla polizia di Lajpat Nagar, che l’ha rispedita al mittente. 20 giorni dopo – era il dicembre 2004 – il collega l’ha fermata fuori casa, le ha gettato addosso acido corrosivo ed è fuggito via. Il governo parla di una vittima di attacchi con l’acido ogni tre giorni. Secondo il National Crime Records Bureau (NCRB), il posto più pericoloso per una donna indiana è la casa coniugale: il 43,6% di tutti i crimini contro le donne, scrive il Guardian, è per mano di mariti e parenti. Per implementare le segnalazioni di questi casi, SNEHA, Society for Nutrition, Education and Health Action, un Ngo con base a Mumbai, ha lanciato nel 2014 il Little Sister Project. Finanziato da un programma di sviluppo delle Nazioni unite, il progetto ha formato 160 donne locali per identificare e riportare casi di violenza di genere attraverso smartphone Android forniti di un open data kit e di un’app chiamata EyeWatch.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 maggio 2015

Farkhunda

Salve a tutte e a tutti da Angela Gennaro, benvenuti anche questa settimana al nostro viaggio di approfondimento nel mondo delle donne su Radio Bullets.

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Cosa hanno in comune eutanasia e violenza di genere? La storia di una donna indiana, morta a 67 anni dopo averne passati 42 in stato praticamente vegetativo – ne ha parlato anche Alessia Cerantola nel corso del notiziario. Aruna Shanbaug, un’infermiera, aveva solo 24 anni quando è stata aggredita nel seminterrato dell’ospedale King Edward Memorial di Mumbai da un inserviente delle pulizie che l’ha sodomizzata, soffocata con una catena per cani e lasciata lì credendola morta. Ma Aruna non era morta: è rimasta cieca, paralizzata e il suo cervello gravemente danneggiato. La sua storia, racconta Amanda Hodge, corrispondente dall’Asia del Sud per l’Australian, ha scatenato un dibattito nazionale sull’eutanasia e portato nel tempo ad una legge di riferimento che consente l'”eutanasia passiva”. Aruna è morta in questi giorni di polmonite, mettendo fine ad una battaglia di quattro decenni portata avanti dai sostenitori della dolce morte. L’uomo che ha portato Aruna a passare 42 anni in questo stato, Sohanlal Walmiki, è stato sì processato e condannato, ma solo per rapina e tentato omicidio: mai è stato accusato – né condannato – per stupro. I medici hanno presumibilmente nascosto le prove del reato per “proteggere la reputazione della vittima”. L’attivismo femminile indiano parla di questo delitto come dell’esempio del fallimento del Paese nella protezione delle donne dalla violenza sessuale e nella giustizia nei loro confronti. “Sono sollevata del fatto che la sofferenza di Aruna sia finita”, dice la segretaria generale della Federazione nazionale delle donne indiane Annie Raja. “Ma allo stesso tempo provo angoscia e rabbia perché, dopo tutti questi anni, non ha ottenuto giustizia”. La tutela giuridica delle donne ha avuto negli ultimi anni dei miglioramenti, spiega Raja, “tutti però ottenuti sui cadaveri di donne indiane”.

C’è un aggiornamento anche nella storia di Farkhunda, l’insegnante 27enne linciata da una folla di uomini a Kabul perché accusata falsamente di aver bruciato il Corano. 11 agenti della polizia sono stati condannati a un anno di carcere per complicità in quello che è accaduto lo scorso 19 marzo, mentre altri otto sono stati assolti per insufficienza di prove. Il 6 maggio scorso un altro giudice aveva già condannato a morte 4 persone e altre 8 a 16 anni di prigione.
La nuova sentenza lascia esasperati molti afghani – e molte afghane – che erano scese in piazza e avevano sperato, scrive il Guardian, che il governo facesse passi in avanti nella lotta per la difesa dei diritti delle donne, di cui Farkhunda è diventata suo malgrado simbolo. L’unica colpa dell’insegnante, peraltro, era stata quella di aver discusso con un religioso che vendeva amuleti per strada, pratica ritenuta da alcuni come non islamica: il religioso aveva replicato accusando Farkhunda di aver bruciato il Corano ed è qui che la violenza ha avuto inizio. Nei giorni successivi al linciaggio ha circolato sui social network un video, poi usato anche in tribunale, che mostrava i poliziotti non muovere un dito per fermare la rabbia cieca del centinaio di persone che si sono accanite sulla ragazza dilaniandola. Afghanistan Today ha raccontato la storia di Farkhunda – la sua morte, le proteste e i processi – in un fumetto.

E passiamo in Turchia dove una ragazza di 19 anni, Mutlu Kaya, è in condizioni critiche dopo essere stata sparata alla testa da uno sconosciuto mentre era a casa sua nella provincia sudorientale di Diyarbakir. Secondo le prime ricostruzioni si tratta di una “ punizione” per la decisione della ragazza di partecipare a un talent show televisivo musicale nonostante l’opinione contraria della famiglia. Una persona sospetta sarebbe stata arrestata e interrogata dalla polizia. Secondo alcuni giornali locali la ragazza avrebbe riferito alla produzione dello show di avere ricevuto minacce di morte. Un report della Stop Women Homicides Platform evidenzia come nel 2014 siano state 294 le donne uccise in Turchia: il 47% per la loro scelta di prendere decisioni indipendenti. Nel 2015 le morti sono già 91.

Gli Stati Uniti d’America hanno partecipato alla seconda Universal Periodic Review (UPR), ovvero l’esame periodico destinato a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite sulla loro situazione in tema di diritti umani. Nell’ambito della “Convenzione sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione contro le Donne”, la piattaforma che contiene l’enunciazione di tutti i principi fondamentali sui diritti delle donne e alla quale ogni singolo Paese firmatario si dovrebbe uniformare per ciò che concerne la tutela delle donne stessi in materia di lavoro, di maternità e di parità fra i coniugi, la Serbia e la Danimarca hanno rimarcato i progressi raggiunti dagli Stati Uniti ma hanno anche sottolineato come aperti restino i fronti della parità di retribuzione a parità di lavoro e delle violenze sessuali nelle forze armate.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 6 maggio 2015

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Salve a tutte e a tutti da Angela Gennaro, benvenuti anche questa settimana al nostro viaggio di approfondimento nel mondo delle donne su Radio Bullets.

Ascolta la puntata.

Cominciamo subito con gli ultimi aggiornamenti della campagna delle Nazioni Unite HeforShe. Il HeForShe IMPACT 10x10x10 è una iniziativa che mira a coinvolgere un numero iniziale di 10 personalità rappresentative di governi, aziende e università di tutto il mondo impegnate in attività volte a raggiungere la parità di genere, dando priorità alle aree più arretrate evidenziate dal World Economic Forum Global Gender Gap Report 2014. La relazione evidenzia un ampio divario esistente tra uomini e donne in termini di impegno politico e opportunità e pochi miglioramenti in termini di parità per le donne sul posto di lavoro dal 2006 ad oggi. Si è scelto poi di coinvolgere anche le università perché l’impegno dei giovani rappresenta una delle più grandi opportunità per accelerare i progressi verso il raggiungimento della parità di genere e porre fine alla violenza contro le donne. All’inizio di quest’anno al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, UN Women ha presentato la fase pilota del progetto IMPACT 10x10x10, con il coinvolgimento iniziale di sei champion partner – Il primo ministro Mark Rutte dei Paesi Bassi; Il presidente Ernest Bai Koroma della Sierra Leone; Il primo ministro Stefan Löfven della Svezia; Paul Polman, CEO di Unilever; Rick Goings, Presidente e Chief Executive Officer di Tupperware Brands Corporation; e Dennis Nally, presidente di PricewaterhouseCoopers International Ltd. “Se vogliamo raggiungere la parità di genere nella nostra vita, abbiamo bisogno di approcci creativi che hanno come target i principali ostacoli al raggiungimento di questo obiettivo, spiega Phumzile Mlambo-Ngcuka, Direttrice esecutiva di UN Women e sotto-segretaria generale delle Nazioni Unite. HeForShe ha anche annunciato l’ingresso di cinque Champions universitari, che rappresentano di più di 150mila studenti in 4 continenti.

Il Consiglio d’Europa ha annunciato una nuova iniziativa per combattere la violenza di genere: un Gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (GREVIO). GREVIO monitorerà l’attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne e alla violenza domestica (Convenzione di Istanbul), un trattato prima aperta alla firma ad Istanbul il 11 maggio 2011. Le componenti del GREVIO, tutte donne, saranno in carica per quattro anni come esperte indipendenti e lavoreranno su report valutativi delle misure legislative e politiche adottate dai paesi che hanno ratificato la Convenzione di Istanbul. Il gruppo di esperte potrà anche avviare una speciale procedura di approfondimento in caso di “modelli di violenza seria, diffusa e persistente”.

In India, nella regione del Bhubaneswar, è stato appena presentato un rapporto, realizzato da cittadini e società civile, sul tema “15 anni di Odisha Governance; Promesse e Adempimenti ‘“. Il report, spiega l’Odisha Sun Times, è un compendio di rapporti analitici che si concentrano su una vasta gamma di argomenti riguardanti le fasce più povere e emarginate dello Stato. Temi come lo spostamento, la migrazione, l’acquisizione di terreni, la violenza contro le donne, la disabilità, la salute, l’istruzione, i diritti dei bambini, la corruzione, l’ambiente, la trasparenza nella gestione fiscale, l’agricoltura, l’ambiente, i diritti umani, il diritto alla terra e della governance tribale. Il rapporto, che ha esaminato la performance del governo Odisha su questi fronti negli ultimi 15 anni, ha elencato alcuni “risultati visibili” ma incolpa il governo sul fronte della sicurezza delle donne. “Nonostante il governo abbia avviato una serie di misure per ridurre i crimini contro le donne, che stanno diventando sempre più vulnerabili agli abusi sessuali, molestie, la violenza domestica, il traffico di esseri umani, stupri, torture e diverse altre atrocità”, si legge. Il numero di casi di stupro ha visto un aumento allarmante nel corso degli anni, dai 1112 del 2011, ai 1458 nel 2012, 1832 nel 2013 e nel 2011 nel 2014.

Passiamo alle elezioni nel Regno Unito, dove si voterà giovedì 7 maggio. Mentre sugli esiti del voto e della sfida tra Nicola Sturgeon, dello Scottish National Party, Nigel Farage dell’Ukip, il primo ministro in carica, David Cameron, e il capo dei laburisti, Ed Miliband regna ancora incertezza, Radhika Sanghani sul Telegraph fa il punto su 18 anni di esistenza del Ministero per le Donne. Vi segnaliamo lo spunto Quali i risultati raggiunti? Il Regno Unito ha un ministero per le Donne, da 18 anni, scrive Radica Sanghani. “Non lo sapevate? Non vi preoccupate, non siete soli”. La ministra è Nicky Morgan, che è anche Segretaria di Stato per l’educazione. Il dicastero, si legge sul Telegraph, venne introdotto nel Regno Unito nel 1997 da Tony Blair che scelse Harriet Harman, oggi deputy leader per i laburisti come Ministra delle donne. Da allora sette donne hanno ricoperto questo ruolo. L’Inghilterra è uno dei pochi paesi ad avere una figura del genere, insieme all’Australia e alla Nuova Zelanda. Danimarca e Svezia hanno un Ministero per l’uguaglianza di genere. La mancanza di conoscenza, da parte dell’opinione pubblica, dell’esistenza di questa figura vuol dire che non sta funzionando?

Vi segnalo infine un post sul blog Il ricciocorno schiattoso sulla storia di Tom Meagher. Tom, si legge, era il marito di Jill Meagher, stuprata e uccisa una notte tra il 21 e il 22 settembre 2012, mentre tornava a casa dopo una serata fuori con i colleghi di lavoro. A seguito della tragica morte della moglie, Tom si è trovato a riflettere sul fenomeno della violenza contro le donne. Adrian Bayley, l’assassino di sua moglie, è un mostro – si chiede Tom – o solo il prodotto di una società nella quale è normale abusare delle donne? “Mi ero costruito un immagine di quest’uomo, lo immaginavo come un qualcosa di non umano, di demoniaco, emerso in qualche modo dall’etere. Ma quando l’ho visto articolare nomi, verbi e pronomi per formulare delle frasi di senso compiuto, ho dovuto rivedere la mia percezione del fenomeno della violenza contro le donne e mettere in relazione Bayley e la società dalla quale proviene. Quando ho sentito Bayley parlare in Tribunale ero esterrefatto, perché avevo imparato a pensare che gli stupratori sono dei pazzi che blaterano e indossano pantaloni della tuta con sotto scarpe da sera e calzettoni al ginocchio. Invece, ed è molto più inquietante, il fatto è che la maggior parte degli stupratori sono ragazzi normali, ragazzi con i quali potremmo lavorare o fare amicizia, potrebbero essere i nostri vicini o anche membri della nostra famiglia”. Adrian Bayley aveva commesso innumerevoli violenze prima di accanirsi su Jill; racconta Tom: Aveva brutalmente violentato diverse prostitute in Australia; alla domanda “perché lo hai fatto?”, nel corso di un’intervista rispose “Avevo pagato, potevo fare di loro ciò che volevo.” 10 anni dopo, messo in libertà per buona condotta, Adrian Bayley si trova sulla strada di Jill Meagher verso casa. Oggi Tom Meagher è un attivista per i diritti delle donne. E’ un sostenitore della campagnaWhite Ribbon, e il 22 aprile di quest’anno ha partecipato al lancio della campagna irlandese “We don’t buy it”. Secondo Tom Meagher il nesso fra il fenomeno della prostituzione e la violenza sulle donne è la disumanizzazione delle donne operata dal fenomeno stesso della prostituzione.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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