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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 febbraio 2016

Shamma-Al-Mazrui

Siria, MSF: sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Zika, il Papa: contraccezione sì, aborto mai. Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni in Uganda. Dal carnevale di Rio al “silenziamento” della gestione maschile del corpo delle donne in Brasile. Oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India ha nozioni distorte di violenza domestica. E pensa sia normale. Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Torneo di beach volley in Iran: ma le donne non possono (ancora) entrare. Le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Honduras, una donna uccisa ogni 16 ore. Khadija Ismayilova è l’eroina dell’informazione della settimana, dalla classifica di RSF. 

Ascolta la puntata.

Siria. 1,9 milioni di persone vivono sotto assedio, le frontiere sono chiuse ai rifugiati e dilagano i bombardamenti contro strutture mediche e aree densamente abitate. È l’allarme lanciato dall’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere, con un appello specifico agli stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, che sono parte attiva del conflitto: devono rispettare le risoluzioni da loro stessi approvate per fermare il massacro e garantire che i loro alleati assicurino la dovuta protezione ai civili ed evitino i combattimenti in aree civili. MSF presenta l’impatto del conflitto contro i civili attraverso i dati raccolti in 70 fra gli ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione in Siria nordoccidentale, occidentale e centrale. Nel complesso, sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Il rapporto denuncia che 63 ospedali e strutture sanitarie supportate da MSF sono state attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni nel solo 2015. 12 strutture sono state distrutte e 23 membri dello staff sono rimasti uccisi.

“Alle donne esposte al virus Zika potrebbe essere permesso di usare contraccettivi per evitare le gravidanze”. Lo ha suggerito Papa Francesco nel corso della lunga conferenza stampa che come di consueto ha tenuto sul volo papale, questa volta di ritorno dal Messico. “Ma l’aborto, quello resta il “male assoluto”, un crimine”. E non dovrebbe mai essere permesso, nemmeno per quelle donne che aspettano un bambino con seri danni cerebrali causati dal virus Zika.

Una donna brasiliana vestita come l’artista messicana e icona femminista Frida Kahlo apre una lattina di birra. Altre mostrano cartelli con slogan come “Let me samba in peace”. Questo, si legge su Vice News, è stato il carnevale di Rio de Janeiro. Mulheres Rodadas – un termine slang che significa “donne che sono già state in giro” – è un gruppo nato poco più di un anno fa con l’obiettivo di combattere quello che viene definito un certo tipo di “silenziamento”, in Brasile, della discriminazione sessuale che sembra celebrare la libertà femminile ma che spesso significa tutt’altro. “La gente dice che in Brasile le donne si vestono come vogliono”, spiega Debora Thomé, “Quindi come si può volere più libertà? Ma diciamo che è come gli uomini vogliono che le donne si comportino. Una donna si può mettere quello che vuole, ma poi diventa vittima di violenza a causa di quello che indossa”. Un nuovo movimento femminista insomma, che sta crescendo in un Paese dove l’aborto è ancora illegale ad eccezione dei casi di stupro, quando la vita della madre è in pericolo, quando nel feto si riscontra una malformazione che porta alla sicura morte del bambino e nota come anencefalia. Il movimento nasce anche in risposta all’emendamento proposto da Eduardo Cunha, deputato e leader del potente blocco cristiano evangelico del Congresso. Che ha presentato un emendamento per cui per accedere all’aborto le vittime di stupro devono obbligatoriamente denunciare il crimine e sottoporsi ad esame medico forense. Di lui, le femministe brasiliane dicono: “Oh no, Eduardo Cunha vuole controllar era tua vagina”. In Brasile, spiega ancora Thomé, gli uomini sentono di avere “il diritto di controllare il corpo delle donne. Pensate a quell’emendamento”. Solo il 10% dei deputati del congresso è donna: quindi in pratica gli uomini stanno decidendo se e quando le donne possono abortire”.

Giappone: videogiochi, sesso e violenza. RapeLay, dove si gioca nei panni di un predatore sessuale, è il caso estremo, ma molti sono i giochi e i cartoni animati giapponesi che hanno un rapporto “ controverso” con questo tipo di contenuti. Alcuni provvedimenti sono già stati presi, ma ora il Comitato CEDAW (Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) chiede di più. Ed “esorta vivamente il Giappone a vietare la vendita di videogiochi o fumetti che abbiano come contenuto stupri e violenza sessuale contro le donne che così normalizzano e promuovono la violenza sessuale contro le donne e le ragazze”.

Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni. Accade a Kampala, in Uganda. Una decisione che arriva dopo che gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per l’atmosfera elettorale deteriorata che si stava creando in vista delle elezioni del 18 febbraio. La violenza sotto elezioni è un elemento che si ripete in molti Paesi africani, innescata da tensioni politiche o etniche o da processi elettorali viziati: e donne e bambini sono le persone che hanno più probabilità di subirla. Jessica Nkuuhe, coordinatrice nazionale dell’Uganda’s Women Situation Room, spiega che il centro di controllo lavorerà fino al 20 febbraio. In passato, spiega Nkuuhe, non ci sono state segnalazioni di violenze elettorali sulle donne in Uganda, ma elettrici e candidate hanno affrontato diversi tipi di violenza psicologica, e hanno fatto fronte agli sforzi portati avanti per impedire loro di votare. “Sono stati riportati anche episodi di violenza domestica derivanti da differenze nella scelta del partito o dei candidati”, spiega a Reuters. Yowecri Museveni, presidente dell’Uganda, ha governato il Paese per tre decenni da quando è salito al potere dopo una guerra-guerriglia durata cinque anni. Anche in queste elezioni Museveni è il favorito e potrebbe vincere un mandato di altri cinque anni, ma questa è per lui l’elezione più difficile. Il mese scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che vi erano state numerose segnalazioni di “eccessiva forza, ostruzionismo, dispersione di manifestazioni dell’opposizione, intimidazioni e arresti di giornalisti” da parte della polizia, in un clima elettorale definito “di paura e intimidazione”. Patricia Munaabi Babiiha, direttrice esecutiva del Forum for Women in Democracy, spiega che la sala di controllo impiega donne e giovani e coinvolge anche rappresentanti della polizia e funzionari della Commissione elettorale. Sono stati formate 450 persone, tra donne e giovani, distribuiti in 15 distretti considerati punti cruciali per l’osservazione e il monitoraggio delle elezioni da una prospettiva di genere e di violenza. Sono stati formati anche 10 giovani volontari, operatori del call center che riceve e registra le segnalazioni e fa partire gli interventi in caso di necessità. Quello della situation room di genere è un progetto realizzato dall’Angie Brooks International Center (ABIC) durante le elezioni in Liberia del 2011 e poi replicato con successo durante le elezioni in Senegal, Sierra Leone, Nigeria e Kenya.

Da un recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione emerge che oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India possiede contorte e male informate nozioni sulla violenza domestica. Lo studio ha rilevato che il 53 per cento delle ragazze in entrambi i paesi ritengono che la violenza domestica sia giustificata. Secondo i dati raccolti in India e in altri Paesi in via di sviluppo, un’alta percentuale di adolescenti maschi ha la stessa convinzione. Gli atteggiamenti regressivi sui ruoli di genere si sono infiltrati ormai così profondamente nella cultura e nella società che spesso le vittime, reali o potenziali, di violenza domestica e di violenza contro le donne, ritengono che non ci sia nulla di sbagliato in quei comportamenti. C’è una tendenza a incolpare le vittime di violenza per la loro situazione, mentre l’autore viene del tutto assolto da qualsiasi responsabilità. La struttura sociale patriarcale, si legge su The Express Tribune, la diffusa disuguaglianza di genere, contorte nozioni del concetto di onore, un quadro giuridico debole e un generale aumento della violenza nella società hanno contribuito al fatto che la violenza domestica sia considerata come una componente accettabile dell’esistenza. Una sindrome di Stoccolma a livello di società, si legge ancora, per cui nelle vittime si sviluppano sentimenti di simpatia nei confronti dei rapitori o dei violenti. Questa mentalità prepara le giovani donne a una violenza che dura per tutta la vita. I loro figli saranno esposti per la stessa violenza e da grandi alle stesse credenze.

Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Il governo indiano ha emanato specifiche direttive affinché le stazioni di polizia raccolgano le denunce di violenza sulle donne e venga fatto un lavoro in termini di istruzione e formazione tra le forze di polizia. Un portavoce del governo ha fatto sapere che si stanno portando avanti molteplici sforzi per l’empowerment delle donne, cominciando dalle forze dell’ordine e da quelle stazioni di polizia troppo al maschile. Il progetto è anche quello di aumentare del 33% la presenza femminile all’interno delle forze di polizia. Al momento è del 6-7%.

Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Le nuove nomine includono cinque donne, portando il numero totale della rappresentanza femminile al numero record di otto donne su un totale di 29 membri di gabinetto. Shamma al Mazrui, 22enne e ministra per gli Affari Giovanili, è la più giovane ministra del mondo; sarà anche a capo del Consiglio Nazionale Giovanile degli Emirati.

È cominciato in questi giorni il primo torneo di beach volley mai ospitato in Iran. Nonostante le ripetute promesse della Federazione internazionale di pallavolo, alle donne viene ancora negato l’ingresso alle partite, tra le intimidazioni dei funzionari locali. Human Right Watch ha lanciato una campagna su Twitter e Facebook per chiedere alla Federazione di mantenere le sue promesse. L’hashtag è #Watch4Women.

Che si tratti di aree urbane o rurali, di paesi sviluppati o in via di sviluppo, le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Come dichiarato da UN Women – scrive Angelique Moss su The Diplomat, donne e ragazze temono e sperimentano differenti forme di violenza sessuale negli spazi pubblici, dagli ammiccamenti alle palpate, stupri e femminicidi. Accade dappertutto: le donne che vivono in Paesi e regioni “avanzati” non sono esenti dalle molestie in pubblico. Il 20% delle donne dichiara di aver vissuto una di queste esperienze in pubblico, secondo un sondaggio condotto nel 2014 dalla no-profit statunitense Stop Street Harrassment. Nella sola Londra, il 43% delle giovani dichiara di aver subito aggressioni e molestie nel 2012. Questo vuol dire per le donne, semplicemente, restrizione delle libertà. In risposta a questi dati UN Women ha lanciato l’iniziativa Safe Cities Global Initiative, con due principali filoni: Safe Cities Free of Violence against Women and Girls, attivo in Ecuador, Egitto, India, Papua Nuova Guinea e Rwanda. L’altro è Safe and Sustainable Cities for All, programma congiunto portato avanti con UNICEF e UN-Habitat. È attivo in Brasile, Costa Rica, Honduras, Kenya, Libano, Marocco, Filippine e Tajikistan.

L’Honduras ha tra i più alti tassi di femminicidi nel mondo, e come spesso accade l’impunità dilagante perpetra e alimenta la violenza di genere con una donna uccisa ogni 16 ore. “Io sono una donna e vivere senza violenza è un mio diritto” è la nuova campagna lanciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite con il sostegno del governo honduregno per ridurre i tassi scioccanti di violenza contro le donne attraverso azioni di consapevolezza. In Honduras il tasso di femminicidi violenti è aumentato di oltre il 260 per cento tra il 2005 e il 2013. Nel solo 2014, almeno 513 donne sono state vittime di femminicidio in Honduras, secondo le statistiche CEPAL. Secondo il Centro per i diritti della donna del Paese, nel 2015 una donna è stata uccisa ogni 16 ore. L’Honduras è anche considerato tra i primi 10 paesi al mondo con il più alto tasso di impunità. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, l’impunità ha un impatto particolarmente pesante sulle donne e “alimenta l’accettazione sociale del fenomeno della violenza contro le donne”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Khadija IsmayilovaQuando è stata condannata l’anno scorso a lavorare come spazzina per le strade per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, la giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova ha risposto con un sorriso che avrebbe “ripulito questo paese dalla sporcizia”: una cosa a cui era abituata. Ismayilova è noto per le sue indagini approfondite sulla corruzione tra i più alti livelli di governo. Incluso il clan presidenziale che gestisce i settori più redditizi dell’economia e i suoi investimenti in paradisi fiscali. Ex capa della sezione dell’Azerbaijan di Radio Free Europe/Radio Liberty, lavora per una serie di organi di informazione nonché per il consorzio internazionale di giornalismo investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project. Corre considerevoli rischi a livello personale. Nel 2012 e nel 2013 è stata bersaglio di una campagna diffamatoria e di un tentativo di ricatto con scene di un video girato da una telecamera nascosta nella sua camera da letto. Nel febbraio di quest’anno un cambiamento di tattica ha portato ad accusarla questa volta di spionaggio. Secondo il pubblico ministero che l’ha interrogata per tre giorni di seguito, è stata accusata di aver trasmesso segreti di stato al Congresso degli Stati Uniti. Ma ci vuole ben altro per convincerla a smettere di portare avanti le sue inchieste.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 ottobre 2015

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Il corrispondente della PBS John Carlos Frey ha intervistato Juan Orlando Hernandez, presidente dell’Honduras. Eletto nel 2013, tra le sue priorità ha la lotta alla violenza: l’Honduras è stato infatti il Paese più pericoloso e violento del mondo, a causa del traffico di droga. Sempre più donne e bambini cercano di fuggire negli Stati Uniti. E la violenza domestica non fa che crescere: il 30% delle donne in Honduras afferma di aver subito un abuso, e il numero di femminicidi è raddoppiato in soli due anni. “Siamo particolarmente concentrati sul problema della violenza contro le donne, spesso vittima di questi conflitti tra gang”, spiega Hernandez. Si stanno anche portando avanti iniziative di prevenzione nelle parrocchie e nelle scuole: “È un programma a tutto tondo, e richiede tempo”. Le ONG che si occupano di violenza contro le donne accusano però il governo di investire in spese militari piuttosto che in programmi di prevenzione, laddove il problema resta prima di tutto di natura culturale.

La nota rivista medica britannica Lancet accusa il governo indiano di non fermare gli stupri e le violenze contro donne e ragazze. La testata, si legge su The Economic Times spiega che potrebbe commissionare nel prossimo futuro un documento di riferimento per misurare l’onere reale di tali atti di violenza in India. In un’intervista esclusiva a TOI in Messico, Richard Horton, il direttore del Lancet ha detto che il governo “ha la responsabilità primaria di proteggere le donne, responsabilità che si estende dalle questioni di sicurezza ai problemi della salute”. Secondo Horton, la “salute delle donne e delle ragazze è una questione strettamente legata agli atti di violenza”. “Possiamo fare stime su ciò che è il peso reale della violenza, ma il dato è molto scarso anche perché c’è un enorme tabù intorno alla questione”. La rivista Lancet l’anno scorso aveva pubblicato un lavoro d ricerca da cui emergeva che ogni giorno milioni di donne e di ragazze in tutto il mondo sperimentano violenza. Abusi che possono assumere molte forme: la violenza intima, fisica e sessuale, da parte del partner, le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e le spose bambine, il traffico sessuale e gli stupri.

Restiamo in India con un pezzo pubblicato su The Conversation. Nel 2013 nel Paese sono morti 1,3 milioni bambini sotto i cinque anni: si tratta di un quinto della mortalità infantile globale, scrive Seetha Menon, PhD Candidate alla University of Sussex. Mentre l’accesso alle cure sanitarie gioca un ruolo importante in queste tragedie individuali, altri fattori, come la violenza domestica, hanno un impatto altrettanto significativo. “La mia nuova ricerca”, scrive, “ha dimostrato che quasi una morte infantile su dieci di bambini più fino a un anno è attribuibile alle violenze subite dalla madre durante il matrimonio”. L’India ha istituito negli ultimi anni diversi programmi volti a ridurre il numero di queste morti infantili. Programmi basati su una sanità più equa e su un migliore accesso ai servizi sanitari pubblici, con particolare attenzione alle nascite in famiglie rurali e povere. Eppure, a dispetto di questi programmi, i dati delle Nazioni Unite suggeriscono che l’India rischia di mancare il suo obiettivo di sviluppo del Millennio – uno dei Millenium Goals dell’Onu – di ridurre entro la fine del 2015 il tasso di mortalità infantile a 42 ogni 1.000 nati vivi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 30% delle donne in tutto il mondo vive un rapporto di violenza da parte del proprio partner. La violenza domestica può causare la morte del bambino in diversi modi: trauma fisico o come conseguenza della perdita di autonomia delle donne che, magari limitate nei movimenti a causa degli abusi, non riescono ad accedere ad un’adeguata assistenza sanitaria. Le vittime di violenza hanno anche livelli più alti di stress psicologico, che è associato a fattori di rischio come la nascita di bambini sottopeso o parti prematuri. Un collegamento, quello tra violenza domestica e mortalità infantile, che si manifesta visibilmente nelle famiglie rurali.

A Kerala, in India, le lavoratrici del tè vincono contro una multinazionale e contro i loro uomini. Ne parla la giornalista Marina Forti: “Per oltre un mese le piantagioni di tè del Kerala, India meridionale, sono state il teatro di un’agitazione mai vista. Migliaia di raccoglitrici hanno bloccato strade, assediato gli uffici delle piantagioni, fermato il lavoro, ma era molto più di una semplice battaglia sindacale: quelle donne erano in lotta contro i padroni delle piantagioni e anche contro i sindacalisti, contro condizioni di lavoro da schiavi, contro i loro stessi uomini, e contro l’indifferenza dello stato e dei media. E alla fine hanno vinto: sia aumenti di salario, sia soprattutto un po’ di voce. La battaglia è cominciata ai primi di settembre”, si legge sul sito terraterra.org. “Le piantagioni di tè in India sembrano rimaste all’era coloniale, salvo che i padroni non sono più britannici: in Kerala sono ad esempio la Kannan Devan Hill Plantation (controllata dalla multinazionale Tata, proprietaria del marchio Tetley) o la Harrison Plantation, le più grandi di una cinquantina di aziende in Kerala”. Le raccoglitrici sono per lo più donne e sono dalit (fuoricasta, o “intoccabili”: lo scalino più basso e discriminato della gerarchia sociale indiana). Per i loro figli non c’è scuola; i loro mariti fanno lavoro altrettanto malpagati, oppure si consumano con l’alcool. La rabbia è esplosa quest’estate, quando la Kannan Devan Hill Plantation ha deciso di tagliare il bonus pagato fino ad allora alle lavoratrici.

Su Tumblr una pagina raccoglie le storie e i racconti delle donne che hanno affrontato episodi di violenza da parte degli uomini. La pagina si chiama When Women Refuse, Quando le donne dicono di no, e ne parla DailyMail in un articolo on line. Utenti anonimi raccontano qui gli abusi subiti per mano di colleghi, partner e sconosciuti. Storie personali di violenza fisica contro le donne nei bar, incidenti sul lavoro, aggressioni da sconosciuti e da fidanzati. La pagina è nata in risposta alle sparatorie presso l’Università della California a Santa Barbara il 23 maggio 2014, quando Elliot Rodger ha ucciso sei persone e ne ha ferite altre 14. L’assassino aveva postato un video on-line rivendicano le morti e dicendo che voleva punire le donne che lo avevano rifiutato.

La ministra somala per le donne, la famiglia e i diritti umani, Sahra Ali Samara, annuncia la creazione di piani per combattere i crimini contro l’umanità e la violenza di genere nel Paese. Mohamed Omar, il direttore del ministero, spiega che la maggioranza di Governo ha annunciato tolleranza zero nei confronti dei crimini contro le donne. Crimini che avvengono nella maggior parte dei casi in zone di conflitto. La Somalia è tra i cinque Paesi più pericolosi al mondo per le donne. In un rapporto intitolato “Ecco, Lo stupro è normale”, Human Rights Watch spiega che due decenni di conflitto civile nel paese hanno portato una vasta parte della popolazione civile ad essere vulnerabile alla violenza sessualizzate”

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