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Radio Bullets, #donnenelmondo del 30 giugno 2015

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Questa settimana cominciamo dall’Afghanistan, con un pezzo di NBC News che traccia un bilancio della situazione. Nel 2001, si legge, le forze americane hanno contribuito rovesciare i talebani, che avevano protetto Osama bin Laden e altri leader di al Qaeda. Ma gli USA non erano solo a caccia di cattivi. Hanno anche finanziato un’agenda di ricostruzione che ha previsto il miglioramento della condizione femminile, con miliardi spesi per programmi di aiuto volti a donne e ragazze. “I musulmani di tutto il mondo hanno condannato la brutale degradazione delle donne e dei bambini da parte del regime talebano”, spiegava l’allora first lady Laura Bush nel novembre 2001. “La lotta contro il terrorismo è anche una lotta per i diritti e la dignità delle donne”. Oggi, scrive NBC News, si stima che siano 2 milioni e mezzo le ragazze afghane a scuola. Le donne sono presenti in Parlamento, lavorano nel governo e alcune sono diventate imprenditrici di spicco. C’è persino una pilota da caccia donna. Ma l’Afghanistan rimane uno dei luoghi più pericolosi al mondo per il sesso femminile. “Le cose sono molto difficili, e stanno peggiorando”, spiega l’attivista Wazhma Frogh a NBC News. “C’è molto meno spazio per le donne [nella vita pubblica].” Secondo il capo dell’Afghanistan’s Women Peace and Security Research Institute, criminalità e violenza sono il cuore del problema. “Le donne vengono uccise, violentate e vessate su scala quotidiana molto più di prima – e apertamente”, aggiunge. Tutto questo a causa dell’illegalità generalizzata, peggiorata dal pesante ritiro delle truppe straniere – che lascia donne e ragazze vulnerabili ad attacchi e abusi. Il  brutale linciaggio di Farkhunda al centro di Kabul all’inizio di quest’anno, di cui abbiamo raccontato in più occasioni su Radio Bullets, è stato l’ultimo di una serie di episodi drammatici. Il tasso di mortalità delle donne è assai più elevato rispetto a quello degli uomini, dicono le Nazioni Unite, anche se si considerano i combattenti che muoiono sul campo di battaglia. L’Onu definisce il tasso di violenza contro le donne in Afghanistan “eccezionalmente alto”, con un picco dell’87,2 per cento di donne che hanno subito qualche forma di violenza. Secondo gli attivisti la situazione sta anche peggiorando: secondo Soraya Sobhrang, vice presidente della Independent Human Rights Commission in Afghanistan, quest’anno è stato registrato un aumento del 31 per cento nei casi di violenza contro le donne rispetto al 2014.

Brad Pitt e Angelina Jolie hanno incontrato in questi giorni il Duca e la Duchessa di Cambridge. Secondo Us Weekly, l’incontro privato con il principe William e Kate Middleton a Kensington Palace, ha avuto al centro anche la questione violenza sulle donne. “C’è una epidemia globale di violenza contro le donne che non può più essere tollerata, e deve essere affrontata”, ha detto la Jolie, impegnata sul campo con una serie di iniziative negli ultimi tempi.”Ogni individuo nella società ha un ruolo da svolgere nella realizzazione di questo cambiamento”. L’attrice è stata nominata a ottobre Dama onoraria dalla regina per la sua campagna per porre fine alla violenza sessuale in zone di guerra.

Stella Mukasa,del Centro Internazionale per la Ricerca sulle donne, scrive in un editoriale per il Guardian che il recente disegno di legge approvato dal Senato nigeriano contro la violenza di genere e contro le mutilazioni genitali femminili costituisce un importante passo in avanti. Ma deve essere sostenuto da sforzi per affrontare quelle attitudini radicate che sono alla base della violenza contro donne e ragazze, al fine di eliminare questa pratica dannosa.

Il Dipartimento di Stato americano, nel suo Country Report on Human Rights Practices per il 2014, mette in evidenza gravi violazioni dei diritti umani contro i membri della comunità LGBT in Giamaica. Le organizzazioni non governative continuano a segnalare gravi violazioni dei diritti umani, tra cui aggressioni con armi letali, stupri “correttivi” di donne accusate di essere lesbiche, detenzioni arbitrarie, attacchi, accoltellamenti, molestie dei pazienti gay e lesbiche da parte dell’ospedale e del personale penitenziario, e sparatorie mirate.

La prima causa di morte delle teenager nel mondo? Il suicidio. Lo afferma una ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità pubblicata lo scorso anno e di cui ora si torna a parlare. Il suicidio è la prima causa di morte, seguito dalla maternità, dall’AIDS, dagli incidenti stradali e da diarrea. Il calo del tasso di mortalità generale per maternità per le ragazze dai 15 ai 19 anni è un “risultato straordinario”, spiega Suzanne Petroni, senior director dell’International Centre for Research on Women. I numeri sono passati da 137,4 decessi per 100.000 ragazze nel 2000 ai 112,6 di oggi. Questo ha finalmente portato a concentrarsi su quello che viene definito da sempre il grande “assassino”: il suicidio appunto. La relazione prende in esame sei regioni del mondo. In Europa, è il killer numero uno delle ragazze adolescenti. In Africa, non è nemmeno tra i primi cinque fattori, dato che i tassi di mortalità per AIDS e maternità sono estremamente alti. Ma in ogni altra regione del mondo il suicidio è una delle prime tre cause di morte per 15 a 19 anni ragazze, mentre per i ragazzi, la principale causa di morte sono, a livello globale, gli incidenti stradali. Un problema di cui non si conosce l’effettiva entità, scrive il Telegraph: i coroner troppo spesso non registrano un suicidio come tale, dice Roseanne Pearce, Senior Supervisor per Childline nel Regno Unito. “A volte è su richiesta della famiglia, a volte per proteggerne i sentimenti”. Nei paesi in cui lo stigma è particolarmente elevato, è ancora meno probabile che i suicidi vengano registrati come tali. Nel Sud-est asiatico il problema è particolarmente grave: l’autolesionismo uccide le ragazze adolescenti tre volte di più di qualsiasi altro fattore. Vikram Patel, uno psichiatra recentemente inserito dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti per il suo lavoro nel campo della salute mentale globale, è schietto nella sua diagnosi: “La ragione più probabile è la discriminazione di genere. Le vite delle giovani donne [nel Sud-Est asiatico] sono molto diverse dalle vite dei giovani uomini in quasi ogni aspetto”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 aprile 2015

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Ascolta la puntata del 29 aprile 2015.

Cominciamo con l’Egitto, dove il Primo Ministro Ibrahim Mehleb annuncia l’avvio di una strategia a livello nazionale contro la violenza sulle donne, definendola una delle priorità del suo esecutivo. Lo riporta l’agenzia Meda. Mehleb ha anche aggiunto che la violenza di genere colpisce la società egiziana nel suo complesso, e che rappresenta una violazione dei valori culturali e religiosi. Il premier ha incaricato il Consiglio Nazionale per le Donne di realizzare una strategia da mettere in atto nel quinquennio 2015-2020. Il consiglio si coordinerà con le organizzazioni e le associazioni per massimizzare gli sforzi per ridurre la violenza nelle comunità e nelle famiglie e per la riabilitazione delle vittime.

Il Pakistan sta assistendo in questi giorni a un preoccupante e angosciante aumento dei casi di aggressione con l’acido e di donne con volti sfigurati o che restano cieche per tutta la vita. Sono almeno 160 le donne che quest’anno nel Paese sono state vittima di attacchi del genere.

E passiamo a un pezzo di David McFadden per l’Associated Press in cui si racconta il problema della violenza sessuale contro le lesbiche in Giamaica. Quando Angeline Jackson e un’amica sono state violentate da uomini armati appena fuori dalla capitale della Giamaica, la polizia inizialmente è apparsa preoccupata, più che dell’assalto, del fatto che la vittima fosse lesbica. Angeline Jackson ha 24 anni ed è oggi è a capo dell’unica organizzazione giamaicana per donne lesbiche e bisessuali. “Il primo poliziotto con cui ho parlato mi ha detto che avrei dovuto cambiare stile di vita e tornare in Chiesa”, ricorda lei in un’intervista con AP in cui ripercorre la violenza subita nel 2009. Un’attitudine diffusa in tutta l’isola, dove gli attivisti per i diritti dei gay affermano che gli omosessuali subiscono discriminazione pervasiva e attacchi e che le persone LGBT sono anche vittima di brutali assalti sessuali allo scopo di “guarirle” e riconvertirle all’eterosessualità o quanto meno punirle per il fatto di non adeguarsi alle norme sociali. La Giamaica, riporta AP, ha una reputazione di vecchia data di intolleranza nei confronti dell’omosessualità maschile e di convinzione diffusa che si tratti di una perversione morale importata dall’estero. Ma ora lo stigma nei confronti delle persone omosessuali e dei crimini non denunciati che vedono come vittime di violenza donne lesbiche sta ricevendo una sempre maggiore attenzione. Con una popolazione di 3 milioni di abitanti, pochi sono i casi di violenza sessuale riportati agli attivisti LGBT. Il principale gruppo che si occupa di gay right nell’isola, il J-FLAG, ha documentato una serie di casi negli anni. Come spesso accade, anche quando le violenze vengono denunciate, le indagini si rivelano difficili nell’ambito del sistema giuridico giamaicano, inefficiente e sul punto di esplodere.

Andiamo in Nord Corea. I mali del Paese, racconta il Weekly Standard, sono ben noti: campi di prigionia politica, tra le 450.000 e i 2 milioni di persone che muoiono letteralmente di fame secondo un rapporto delle Nazioni Unite che ha dichiarato il governo nordcoreano responsabile di “crimini contro l’umanità, derivanti da ‘politiche stabilite al più alto livello dello Stato,'”, tra cui “sterminio, omicidio, riduzione in schiavitù, tortura, prigionia, stupri, aborti forzati e altre forme di violenza sessuale, persecuzione per motivi politici, religiosi, razziali e di genere, trasferimento forzato delle popolazioni, sparizione forzata di persone e l’atto disumano di provocare deliberatamente una fame prolungata”. Ciò che è meno noto, si sottolinea, è la condizione delle donne, soprattutto quelle ai più bassi livelli del sistema songbun, che categorizza i nordcoreani in base alla loro fedeltà al regime. Molte, a causa della povertà estrema, sono costrette a prostituirsi. A causa della indisponibilità di cure mediche e farmaci, alcune si rivolgono all’oppio nella falsa speranza di prevenire malattie sessualmente trasmissibili. Nei campi di prigionia, le donne poi sono coloro che subiscono le peggiori crudeltà. Migliaia fuggono in Cina come rifugiate e diventano preda dei trafficanti.

E finiamo con l’Iraq, dove le schiave sessuali yazidi rapite e violentate dai militanti dell’Isis vengono sottoposte a un intervento chirurgico per “ristabilire la loro verginità” nel timore che possano essere rifiutate dai futuri mariti. Molte ragazze catturate sono riuscite a fuggire, anche se un numero imprecisato rimane ancora imprigionato e in balia dei propri carcerieri. Chi è riuscita a scappare però, soprattutto nel Kurdistan iracheno, è ora ostracizzata da comunità e famiglia per la violenza sessuale subita. Rothna Begum, esperta di diritti delle donne nel Medio Oriente per Human Rights Watch, spiega all’Independent che i test di verginità sono oggi regolarmente in corso e anche le ragazze che, rapite, non sono state violentate, vengono sottoposte a queste procedure invasive al fine di ottenere la prova della verginità in vista del matrimonio.

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