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Radio Bullets, #donnenelmondo del 24 dicembre 2015

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India, il rilascio del più giovani degli stupratori di Jyoti. In Zambia uno stupratore ambasciatore per la lotta alla violenza di genere. Violenza contro le donne musulmane in tempi di terrorismo. Egitto, donne in piazza imbavagliate. El Salvador, le vittime invisibili sono le donne.

Ascolta la puntata.

India: il più giovane dei sei uomini condannati per lo stupro di gruppo di Nirbhaya del 2012 è stato liberato nei giorni scorsi, dopo che un tribunale ha rigettato l’estensione di tre anni della sua condanna. Sei persone, tra cui un minorenne, avevano aggredito e violentato la ventitreenne Jyoti Singh su un autobus in corsa a sud di Delhi. Nirbhaya, trasportata in un ospedale di Singapore, è morta 13 giorni dopo, il 29 dicembre 2012. In India, secondo la polizia, viene segnalato uno stupro ogni 20 minuti, e la sentenza ha scatenato il dibattito sulla violenza contro le donne e sulle pene per i colpevoli, in questo caso un giovane. “Il giovane criminale è stato consegnata a una ONG per il momento”, spiega a Reuters Ashok Verma, uno degli avvocati che lo rappresentano. La Commissione di Delhi per le donne ha presentato immediatamente un appello contro il rilascio alla corte superiore indiana.

Zambia. Su BuzzFeed, Jina Moore, corrispondente che si occupa di diritti delle donne, riporta il caso di Clifford Dimba, musicista noto come General Kanene, condannato a 15 anni di carcere per aver violentato una minorenne e poi non solo graziato dal presidente dello Zambia Edgar Lungu ma anche nominato ambasciatore nella lotta contro la violenza di genere. Apparentemente grazie ad una canzone scritta dal musicista in cui loda la presidenza e il partito. Secondo il Lusaka Times, Dimba aveva scontato un solo anno della sua condanna. Appena quattro giorni dopo la grazia e il rilascio, a luglio, Dimba avrebbe picchiato una delle sue mogli perché non voleva fare sesso. La polizia si è rifiutata di arrestarlo. Qualche mese dopo avrebbe picchiato anche un’altra donna, giustificando il pestaggio chiamandola “prostituta”. Questa volta sarebbe stato arrestato, seppure a diversi giorni di distanza dall’accaduto. Il caso è arrivato all’attenzione delle Nazioni Unite in questi giorni. “Questo scandaloso rilascio e la nomina ad ambasciatore per la lotta contro la violenza di genere non solo traumatizzano ancora una volta le vittime ma scoraggiano le altre vittime a denunciare reati simili”, dice Dubravka Šimonović, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la violenza contro le donne. “Questo dimostra chiaramente che l’impunità per questi reati genera ancora più violenza”, aggiunge Maud de Boer-Buquicchio, giurista e relatrice speciale per le Nazioni Unite sulla vendita di bambini, la prostituzione e la pornografia infantili. Le due funzionarie hanno chiesto a Lungu a ritirare la nomina di Dimba ad ambasciatore e “garantire che non vi siano ulteriori indulti” per i condannati per violenza sessuale.

Violenza contro le donne musulmane: ne scrive Omise’eke Natasha Tinsley, professoressa associata di Studi Africani e della Diaspora africana presso l’Università del Texas a Austin e socia Public Voices per il Progetto OpEd. “Le donne di colore, le donne musulmane e tutte le donne hanno bisogno di capire che abbiamo una causa comune”, si legge sul Time. Una questione, spiega, che non viene analizzata abbastanza spesso: la violenza islamofobica contro le donne è una questione di femminismo nero. “Poche ore dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre scorso, in Europa e in Nord America si è scatenata la violenza islamofobica. Ma, al contrario della persecuzione degli uomini musulmani dopo l’11 settembre, ora la violenza sembra colpire soprattutto le donne”. Alcuni casi: a Londra, Yoshiyuki Shinohara, 81 anni, ha spinto – senza riuscire ad ucciderla – una donna musulmana che indossava l’hijab contro a un treno della metropolitana in arrivo. A New York, in una scuola media, una ragazza è stata aggredita da dei ragazzi che hanno provato a toglierle il velo chiamandola Isis mentre la picchiavano. A Toronto, una madre musulmana è stato picchiata e derubata dopo aver lasciato i figli a scuola, e nella stessa settimana due donne sono state aggredite in metropolitana da alcuni uomini che le chiamavano terroriste”. La violenza contro le donne musulmane, si legge ancora sul Time, si è acuita nuovamente dopo il massacro di San Bernardino, in California, in seguito alle immagini ampiamente diffuse di una delle persone che hanno sparato, Tashfeen Malik, con addosso l’hijab. Le donne di colore sono tra le musulmane prese di mira dalla violenza islamofobica. Lo testimonia il caso dell’artista Kameelah Rashid, una musulmana afro-americana in hijab costretta a scendere da un volo per Istanbul e interrogata per ore dall’FBI. “Non penso che ci sia una recrudescenza dell’islamofobia dopo gli attacchi di Parigi”, ha detto Rashid. “Penso che in realtà non sia mai scomparsa. Solo, sta diventando sempre più legittimata”. Più di 250mila donne musulmane nere vivono negli Stati Uniti, e nel mondo la popolazione musulmana femminile di colore è composta da decine di milioni di persone. La sola Nigeria conta 60 milioni di donne musulmane e la Guinea, il Niger e la Repubblica Democratica del Congo sono tra le nazioni africane sub-sahariane a maggioranza di popolazione musulmana. A dire il vero, scrive ancora la professoressa, molte musulmane nere non indossano l’hijab. Ma come Rashid, qualsiasi donna nera identificabile come musulmana ora è soggetta a manifestazioni di violenza. Questa violenza islamofobica contro le donne è parte di un clima sociale in cui la violenza contro donne e ragazze nere sembra sempre più essere tollerata”.

Egitto. Questa settimana al Cairo le donne sono scese in piazza con le bocche imbavagliate e tagli e lividi dipinti sui volti, per manifestare contro quella che definiscono “epidemia” di violenza di genere nel Paese. “Le donne subiscono ogni forma di violenza”, spiega una delle manifestanti a Euronews. “I mariti le picchiano per aver risposto male o per i loro comportamenti”. In Egitto ci sono diversi tipi di violenza, spiega un’altra donna, “la peggiore è quella di costringere le donne ad avere figli fino alla nascita di un maschio. Questo tipo di violenza, chiamata riproduzione obbligatoria, porta alla morte di un gran numero di donne”. Secondo le Nazioni Unite, il 35% delle donne e ragazze di tutto il mondo vive l’esperienza di una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Questi numeri, che ripetiamo spesso qui su Radio Bullets, sono in aumento in tutto il Medio Oriente e in Nord Africa, con l’escalation dei conflitti armati dopo la primavera araba. Sempre secondo i dati delle Nazioni Unite, il 99% delle donne egiziane è stata oggetto di violenza o molestie sessuali lo scorso anno, mentre circa 20.000 donne sono state violentate.

El Salvador è uno dei paesi più pericolosi al mondo. Ma gran parte del dibattito pubblico si concentra sulla violenza delle gang, ignorando gli elevati tassi di femminicidi e di donne abusate dai partner nel Paese. Migliaia di donne in El Salvador subiscono violenza fisica ed emotiva ogni anno per mano di mariti, familiari o amici, si legge su Broadly. El Salvador è il paese più pericoloso al mondo al di fuori di una zona di guerra: gli ultimi mesi hanno registrato ben 40 omicidi al giorno, con l’intensificarsi della violenza delle bande e il crimine organizzato. In un paese dove la violenza è così visibile, quella contro le donne rimane the elefante in the room, ovvero l’evidenza ovvia e appariscente che però tutti continuano a ignorare. Il problema è di grande portata, ma viene trascurato nel dibattito pubblico. El Salvador avrebbe il più alto tasso di femminicidi al mondo. I casi sono aumentati, alimentati da una cultura di impunità e macchiamo. A El Salvador, le donne occupano meno del 30 per cento delle posizioni politiche, nonostante i recenti sforzi per aumentare la rappresentanza femminile. In tutto il mondo, le donne sono sottorappresentate nelle cariche politiche, nel mondo accademico e nel settore privato.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 febbraio 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.
Partiamo subito con One Billion Rising che ha lanciato la terza fase della sua campagna globale per porre fine alla violenza contro le donne: la ‘One Billion Rising Revolution.

Ascolta #donnenelmondo del 3 febbraio 2015 su Radio Bullets.

Nelle Filippine, scrive l’Observer, il gruppo One Billion Rising ha documentato una crescita nel numero di casi di violenza contro le donne. Gabriela, portavoce del gruppo, spiega di aver raccolto 606 casi in nove mesi, a fronte dei 459 documentati nel 2011. Nel 2014 ogni 31 minuti una donna o una ragazza è stata assalita: l’anno prima accadeva ogni due ore. E ogni ora e 21 minuti c’è una vittima di stupro. Nel 2013 accadeva ogni ora e mezzo.
In Birmania il parlamento ha approvato all’unanimità una proposta per introdurre rapidamente una legge per proteggere le donne dalla violenza, definita “uno dei principali problemi che ostacolano gli sforzi del Paese per alleviare la povertà”. “A causa della violenza sessuale, le donne soffrono di gravidanze indesiderate, di malattie sessualmente trasmissibili e di traumi mentali, e vengono emarginate dalle loro comunità”, spiega la parlamentare Nan Say Awa.
Passiamo all’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite che lancia l’allarme: migliaia di bambini che entrano illegalmente negli Stati Uniti dall’America Centrale potrebbero beneficiare dello status di rifugiato, ma vengono deportati nel loro paese, dove si trovano ad affrontare la persecuzione delle bande criminali e dei cartelli della droga. Circa 70.000 bambini sono arrivati al confine degli Stati Uniti, soprattutto dall’Honduras, da El Salvador e dal Guatemala passando attraverso il Messico: Barack Obama l’ha definita “una situazione umanitaria urgente”. Il centro America, si legge su Reuters, è l’area con il più alto tasso di omicidi del mondo. Secondo il National Migration Institute, tra gennaio e settembre del 2014 il Messico ha rimpatriato in Honduras 6.623 bambini, mentre gli Stati Uniti ne hanno fatti rientrare 564 insieme alle loro famiglie. Le gang criminali in Honduras controllano interi quartieri attraverso l’estorsione, la violenza sessuale contro donne e ragazze, le minacce, gli omicidi e il reclutamento forzato di bambini.
E proprio negli Stati Uniti si è appena celebrato il grande rito del Super Bowl, la finale del football evento sportivo e televisivo dell’anno. E quello che balza agli occhi – scrive Ann Friedman sul New York Magazine – è che la pubblicità quest’anno si sarebbe data al femminismo. Già: questo a patto di superare gli angeli di Victoria Secret con il messaggio “definitivo” che ogni donna dovrebbe ricevere un bel regalo firmato VS, o la pubblicità interpretata da Kim Kardashian per T-Mobile. Il Tempo, qui in Italia, definisce poi – testuale: “Da ormoni a mille lo spot di Carl’s Jr. con Charlotte McKinney che esibisce un corpo mozzafiato tra battute e doppi sensi legati alle verdure degli hamburger della catena di fast food. All-Natural: come madre natura li ha fatti”. 113 milioni di persone in tv hanno visto la partita ma anche gli spot più costosi del mondo: 4 milioni e mezzo di dollari per 30 secondi, centesimo più centesimo meno. E superato lo scoglio delle succitate pubblicità, compare in effetti l’iniziativa della National Football League per No More, organizzazione “ombrello” che lotta contro la violenza domestica e la violenza sessuale: lo spot manda in onda l’ormai celebre chiamata di una donna al 911 che finge di ordinare la pizza per chiedere di essere salvata dall’uomo che la sta picchiando. O ancora la campagna #LikeAGirl o le pubblicità di Dove e Nissan dedicate finalmente non alle mamme amorevoli la cui unica realizzazione sembra essere cambiare il pannolino ma ai papà.
Il Bangladesh Indigenious Women’s Network ha presentato in questi giorni gli ultimi dati sulla violenza di genere. Numeri che dimostrano un significativo aumento degli attacchi contro le donne indigene. Mentre nel 2013 erano stati segnalate 45 aggressioni, il numero è passato a 75 nel 2014: 51 solo nel sud est del Paese, nelle Chittagong Hills. In totale, circa 117 donne hanno riferito di essere state abusate fisicamente e sessualmente.
E il Pakistan ha sottolineato la necessità di porre fine all’impunità per i responsabili di violenze contro le donne nei conflitti e di portare gli attori non statali all’applicazione del diritto internazionale umanitario. “La protezione dei civili nei conflitti armati è una delle funzioni principali del Consiglio di sicurezza nelle sue missioni di pace”, ha spiegato l’ambasciatore Masood Khan, rappresentante permanente del Pakistan alle Nazioni Unite. “Le donne e le ragazze, i soggetti più vulnerabili, portano il peso della devastazione dei conflitti”.
E per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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