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Radio Bullets, #donnenelmondo del 17 febbraio 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Andiamo subito in Turchia, dove l’opposizione accusa il governo di non fare abbastanza per proteggere le donne. Manifestazioni e polemiche sono letteralmente esplose in tutto il Paese in seguito all’uccisione di una studentessa e si sono inserite anche nel dibattito in corso sulla pena di morte. La vittima è Ozgecan Aslan, 20 anni, ammazzata venerdì scorso dopo aver provato a resistere, si dice, ad un’aggressione sessuale nel sud della Turchia. Il suo corpo è stato bruciato. Per il brutale femminicidio sono stati arrestati tre uomini: due ragazzi di 20 e 26 anni e il padre 50enne di uno dei due. Ozgecan Aslan sarebbe stata violentata nell’autobus che la stava portando a casa. Kemal Kilicdaroglu, presidente del Partito del Popolo Repubblicano, ha denunciato la questione femminile criticando anche i provvedimenti del governo che prevedono incentivi in contanti alle famiglie per fare più figli e alle donne per prediligere i parti naturali. Un’interferenza, dice l’opposizione, che è vera e propria “violenza contro le donne” da parte del governo. Il deputato turco Faruk Loğoğlu ha chiamato in causa l’Onu chiedendo a Ban Ki-moon di agire. Erdogan, dal canto suo, ha promesso di seguire il caso della giovane studentessa trucidata e ha dichiarato che la violenza contro le donne è una vera e propria ferita aperta per il Paese. “Vogliamo esprimere il nostro cordoglio più profondo per l’uccisione di Ozgecan Aslan”, ha twittato l’ambasciata statunitense. “Condanniamo duramente tutti i crimini e gli atti di violenza contro le donne in tutto il mondo”. Solo lo scorso anno 3mila donne sono state uccise in Turchia.

In Cile la presidente Michelle Bachelet ha mantenuto la sua promessa: ha presentato una legge per regolamentare l’aborto, che nel Paese, come in Salvador, Honduras, Repubblica Dominicana e Nicaragua, è ancora totalmente illegale. Ne parla in Italia Noi Donne: la Presidente ha firmato una proposta che verrà discussa in Parlamento a marzo e che vuole depenalizzare l’aborto qualora sussistano gravi rischi per la vita della madre, qualora il feto sia malformato o se la gravidanza è frutto di una violenza sessuale. “In una società dove le donne sono cittadine a trecentosessanta gradi e libere, né lo Stato né nessun altro può obbligarle a prendere una decisione contro il loro personale diritto e desiderio di essere madri. Ma allo stesso modo, quando la decisione della donna è quella di non continuare la gravidanza per una delle tre gravi ragioni menzionate, lo Stato deve proporre alternative fondate sui diritti delle donne, al fine di proteggerne la dignità e la vita”, ha chiarato la Presidente che è stata anche Direttora esecutiva di UNWOMEN dal 2010 al 2013.

Passiamo a Strasburgo, dove – come riporta ancora NoiDonne, il Parlamento europeo è chiamato ad esprimere il voto finale sulla Risoluzione Tarabella, dal nome del suo estensore, l’eurodeputato belga Marc Tarabella (Gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti & dei Democratici), avente ad oggetto la Relazione sulla Parità tra donne e uomini nell’Unione europea per l’anno 2013. L’appuntamento è per il 9 marzo. Il documento affronta temi come il congedo parentale, il gap salariale di genere, il divario pensionistico e l’implementazione di politiche proattive per l’occupazione femminile. Non manca il diritto delle donne di disporre del proprio corpo, per “avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto”.

Nel frattempo “50 sfumature di grigio” continua a far discutere. È di questi giorni la protesta di un gruppo di suore irlandesi davanti al cinema della cittadina di Drinagh. Sono rimastè lì, all’ingresso, cercando di dissuadere gli spettatori ad entrare in sala. E spiegando che protestano con cognizione di causa, perché il film lo hanno visto e lo definiscono violento.

Angelina Jolie, insieme al politico conservatore britannico William Hague, ha aperto il primo centro europeo contro la violenza sulle donne nelle zone di guerra. Il centro avrà sede presso la London School of Economics in Inghilterra, e si concentrerà principalmente sulle donne nelle questioni collegate ai conflitti e su una più ampia responsabilità per porre fine agli stupri e ai crimini sessuali di guerra. “Abbiamo bisogno di una nuova generazione di giovani istruiti con le menti curiose ed energia fresca, che sono disposti non solo a sedersi in classe, ma anche ad andare in campo e per le aule di tribunale facendo la differenza”, ha detto l’attrice.

Nelle Filippine una manifestazione di studenti, per la maggior parte studentesse, della Roman Catholic school, ha segnato un nuovo appuntamento nell’ambito di One Billion Rising, il movimento globale contro la violenza di genere. Una danza per chiedere la fine della violenza contro donne e ragazze. L’attrice filippina Monique Wilson, a capo del movimento nato tre anni fa, ha spiegato ancora una volta numeri che vale la pena ripetere, ovvero che le statistiche delle Nazioni Unite mostrano che una donna su tre – un miliardo in tutto il mondo – verrà aggredita o stuprata nel corso della sua vita. Come racconta l’Associated Press, anche Suor Mary Francis Dizon, presidente della scuola, ha danzato indossando una maglietta rosa “One Billion Rising”.

E anche per oggi è tutto.

Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 10 febbraio 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Ascolta #donnenelmondo del 10 febbraio 2015 su Radio Bullets.

Andiamo subito nel Regno Unito dove tal David Osborne, avvocato, ha attirato su di sé l’ira funesta della società civile e di tante vittime di stupro grazie al suo intervento pubblico in cui sostiene, in estrema sintesi, che gli stupratori non dovrebbero essere messi sotto processo se la donna che hanno violentato era ubriaca o sotto l’effetto di droghe. Sposato, padre di quattro figli, questo nobile signore scrive: “Ho sempre trovato spiacevole e sgradevole l’ipotesi che la vittima, per quanto completamente ubriaca, non fosse in grado di dare il suo consenso al rapporto sessuale, o ancora meglio che desse un consenso che non avrebbe dato da sobria. Il consenso è consenso, che tu sia completamente ubriaco o meno, e rinnegarlo non rende quello che è accaduto uno stupro”. Il nostro David ha la soluzione. “Se la ricorrente (non mi riferisco quindi a lei come alla vittima) fosse stata sotto l’effetto di alcol o droga, o entrambi i fattori, quando è stata “violentata” – tra virgolette nel testo del Nostro – questo fatto fornisce all’accusato una difesa completa. Fine della storia e vittoria della giustizia, della moderazione e del senso comune”. Sono 85,000 le donne che vengono stuprate ogni anno in Inghilterra e nel Galles.

Passiamo agli Stati Uniti, dove si è parlato di violenza di genere alla cerimonia di premiazione dei Grammy 2015. “Tonight we celebrate the artists and music and messages that shape our culture, and together, we can change our culture for the better by ending violence against women and girls”. È stato proprio Barack Obama a lanciare il suo messaggio nell’ambito della campagna “It’s on Us”: “Celebriamo gli artisti la cui musica aiuta a forgiare la nostra cultura. Insieme possiamo migliorarla, ponendo fine alla violenza contro donne e ragazze”. Il discorso del Presidente è stato seguito dall’intervento sul palco di una sopravvissuta alla violenza domestica, Brooke Axtell, e da una performance di Katy Perry.

Sul Guardian trovate in questi giorni la storia di Vian Dakhil, politica e attivista irachena, deputata dell’Alleanza Curda e unica donna di etnia yazidi nell’assemblea. Una donna isolata, obiettivo dell’Isis che la vorrebbe morta. “Odiano le donne educate. E mi odiano in particolare perché sto parlando e sto cercando di salvare le mie sorelle”, spiega.

Passiamo all’Italia, o meglio agli italiani. L’allarme è dell’Ecpat, l’organizzazione che in 70 Paesi del mondo lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini: “sono sempre di più”, si legge sul Messaggero, “i vacanzieri che vanno a caccia di cuccioli umani nei Paesi dove, per non morire di fame, si accetta ogni tortura. Sono un terzo dei tre milioni di turisti sessuali in tutto il mondo. Sempre più giovani, tra i 20 e i 40 anni. Sempre più depravati per scelta, e non per malattia. Solo il 5 per cento di loro, infatti, è un caso patologico. Gli altri, informa l’Ecpat, lo fanno per provare un’emozione nuova, in modo occasionale (60%), oppure abituale (35%)”. Italiani sono quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. “Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30 per cento di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dai loro genitori. In genere hanno tra i 14 e i 12 anni. Ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5”.

La polizia di Jaipur, in India, è alla ricerca di un uomo che sarebbe responsabile dello stupro di una turista giapponese. Se fosse confermato, si legge su euronews, la studentessa di 20 anni sarebbe la seconda cittadina nipponica ad aver subito violenza in India nel giro di poche settimane. La giovane alloggiava in una guest house: aveva pianificato una visita ad Agra e si era affidata ad un uomo che si era spacciato come guida. Lo stesso uomo che poi l’avrebbe violentata lasciandola sul ciglio della strada fuori dalla zona abitata. L’altro episodio era avvenuto a gennaio a Kolkata: una turista giapponese di 22 anni era stata violentata e segregata da sei uomini, uno dei quali l’aveva tratta in inganno sempre fingendosi guida turistica.

Infine il cinema: #50dollarsnot50shades è l’hashtag scelto dal National Center on Sexual Exploitation e da molte organizzazioni contro la violenza domestica sulle donne per invitare a boicottare, o meglio, indirizzare diversamente i soldi che – presumibilmente – una coppia spenderebbe andando al cinema a vedere Cinquanta Sfumature di Grigio. Soldi che andranno, si spiega, a supporto dei centri di accoglienza e delle agenzie che si occupano di assistere e curare le donne vittime di abusi. “Hollywood non ha bisogno di soldi. Le donne vittime di abusi si”, si legge sulla pagina Facebook dell’organizzazione StopPornCulture. “Comprendiamo che è solo un film ma ci rendiamo conto che è popolare tra molte donne”, ha detto Ruth Glenn, direttrice della National Coalition Against Domestic Violence, preoccupata perché “ogni volta che la gente adotta lo stile di vita di Cinquanta sfumature dovrebbe essere per libera scelta”. E per oggi è tutto.

Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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