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#Donnenelmondo del 14 aprile 2016

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#Bringbackourgirls, due anni dopo. La prostituzione in Francia e Germania. La depenalizzazione dell’aborto in Cile. E: che ne pensate di una donna Segretaria Generale delle Nazioni Unite?

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#Bringbackourgirls, Nigeria: sono trascorsi due anni dal rapimento delle alunne di Chibok. Nel secondo anniversario del rapimento delle oltre 270 alunne di Chibok, Amnesty International ha chiesto che tutte le persone rapite da Boko haram siano rilasciate e tutti coloro le cui vite sono state devastate dal gruppo armato ricevano sostegno e giustizia. “La sofferenza di genitori che non vedono le loro figlie da due anni è inimmaginabile” – ha dichiarato M. K. Ibrahim, direttore di Amnesty International Nigeria. La sorte di 219 delle 276 alunne rapite da una scuola di Chibok resta sconosciuta, così come quella di migliaia di donne, bambine, ragazzi e bambini rapiti da Boko haram. Amnesty International chiede a Boko haram di cessare di attaccare e uccidere civili e al governo nigeriano di prendere ogni misura, nel rispetto della legge, per assicurare protezione alla popolazione civile del nord-est del paese e riportare sicurezza in quel territorio. La comunità internazionale, a sua volta, dovrà continuare a fornire assistenza al governo nigeriano di fronte alla minaccia costituita da Boko haram. “Il governo di Muhammadu Buhari deve fare più di quanto fatto finora per riportare a casa le ragazze, garantire la protezione dei civili nel nord-est del paese e assicurare l’accesso all’istruzione delle bambine e dei bambini di quella regione” – ha proseguito Ibrahim. “I responsabili delle indicibili sofferenze inflitte in questi anni devono essere portati di fronte alla giustizia, una volta per tutte”. Secondo recenti notizie di stampa, Boko haram avrebbe espresso disponibilità a rilasciare le alunne di Chibok in cambio di un riscatto. Altre fonti indicano che il governo aprirà “centri di rieducazione” per i membri di Boko haram che dimostreranno di essersi pentiti.

Quattro donne su dieci tra i 15 e i 19 anni ritengono che sia diritto di un uomo picchiare la moglie se brucia il cibo, se litiga con lui, se esce senza dirgli nulla, se trascura i figli o rifiuta di fare sesso. È stato reso noto nella scheda sulla violenza contro donne e ragazze del 2015 sull’Africa – con particolare riferimento alle attitudini maschili e femminili alla violenza di genere – pubblicato dal servizio informazioni sullo sviluppo sanitario, umano e sociale e sulla coalizione africana sulle nuove nascita, la maternità e la salute infantile. Le statistiche, si legge sul giornale on line nigeriano The Cable, rivelano che le donne, soprattutto le più giovani, sono più tolleranti di fronte alla violenza su persone del loro stesso sesso. Il 35% delle nigeriane tra i 15 e i 49 anni, credono che un uomo sia giustificato nel picchiare sua moglie se lei brucia il cibo o rifiuta i rapporti sessuali. Secondo i ricercatori, in sintesi, “la violenza contro donne e ragazze – la più evidente, sfacciata, brutale, chiara manifestazione di disuguaglianza di genere, che toglie potere e strumenti alle donne – non è stata sradicata in Africa, anzi: è in realtà oggi diffusa in maniera epidemica, istituzionalizzata,e profondamente radicata”. E quello che è più inquietante è che donne e ragazze hanno socializzato l’accettazione della violenza contro loro stesse. “L’indottrinamento istituzionalizzato di milioni di ragazze e donne africane ad accettare la violenza come normale – significativamente guidato dall’abuso e dallo sfruttamento tollerato dallo Stato delle minori tramite matrimoni forzati, tra l’altro – rappresenta un grande pericolo alla cittadinanza delle donne e ai loro diritti costituzionali e umani, e anche ad un più ampio sviluppo di tutta l’Africa a lungo termine”.

Il Cile depenalizza l’aborto per motivi terapeutici. Con 66 voti a favore e 24 contro, la camera ha approvato un progetto di legge che consente l’interruzione volontaria di gravidanza nei casi di rischio di vita per la madre, malformazione del feto e stupro. Ora la legge passa al senato. Era stata Michelle Bachelet a iniziare il processo legislativo per la depenalizzazione dell’Interruzione Volontaria di Gravidanza, si legge su NoiDonne. Depenalizzazione che, insieme ad altre riforme costituzionali e tributarie, si era collocata al centro della campagna elettorale della Presidente nel 2013. Insieme a El Salvador, il Nicaragua e l’Honduras, il Cile era rimasto l’unico paese dell’America Latina a vietare totalmente l’aborto. Una decisione di Pinochet, durante gli ultimi mesi del regime, quella di rendere l’IVG illegale in tutte le circostanze: «non si potrà eseguire alcuna azione il cui fine sia quello di provocare un aborto». In un’intervista alla BBC Mundo Lidia Casas, avvocata del Centro per i Diritti Umani dell’Università Diego Portales, aveva spiegato che nel paese «le donne abortiscono nelle più disparate condizioni». Si stima che in Cile vengano compiuti circa 120mila aborti clandestini ogni anno. Secondo l’indagine Plaza Publica-Cadem del 2015, il 74 per cento dei cileni appoggerebbe l’aborto in caso di pericolo di vita per la madre, il 72 per cento quando la donna è rimasta incinta durante una violenza e il 72 per cento lo approva se esiste un’alta probabilità che il feto non sopravviva.

Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre di quest’anno, l’attuale segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon vedrà la scadenza del suo mandato. Le manovre per la successione – non si può ancora parlare di lotta, scrive Nick Bryant sulla BBC – è tutto ancora troppo sofisticato – si stanno facendo sempre più complesse e veloci. Così come la campagna 2016 potrebbe avere come esito l’elezione della prima donna alla Casa Bianca, ci sono grandi probabilità che il prossimo capo delle Nazioni Unite sarà la prima donna segretaria generale dell’organizzazione. Questa settimana, si legge sul sito della BBC, per la prima volta in 70 anni di storia delle Nazioni Unite, i candidati ufficiali prenderanno parte ad assemblee pubbliche. Si tratta di un cambiamento radicale per un’organizzazione che rivaleggia con il Vaticano per la segretezza dei suoi processi, con le sue monocromatiche stanze sul retro che ospitano per le Nazioni Unite quello che è l’equivalente del conclave papale nella Cappella Sistina. Metà dei candidati sono ad oggi donne: tutti affronteranno in quell’occasione due ore di domande da parte degli Stati che fanno parte dell’organizzazione. Le quattro candidate ufficiali sono, fino ad oggi: Irina Bokova, 63 anni, politica bulgara e direttrice generale dell’Unesco; Helen Clark, 66, ex prima ministra della Nuova Zelanda e attualmente a capo del programma di sviluppo delle Nazioni Unite; Natalia Gherman, 47, politica moldava già vice prima ministra e ministra dell’integrazione europea; Vesna Pusic, 62, leader del Partito popolare liberale croato. È stata vice primo ministra e ministra degli affari esteri ed europei fino a gennaio di quest’anno. Con loro quattro uomini: Antonio Guterres, 66, ex primo ministro del Portogallo e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati; Srgjan Kerim, 67, economista macedone e diplomatico, è stato ministro degli esteri macedone e presidente della 62a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite; Danilo Turk, 64, ex presidente della Slovenia, già ambasciatore ONU e segretario generale delle Nazioni Unite per gli affari politici; Igor Luksic, 39, ex primo ministro del Montenegro e attuale ministro degli affari esteri.

L’Associated Press annuncia un cambio nel suo stylebook, la “bibbia” giornalistica per tutti gli editor dell’agenzia ma non solo: evitare di usare la parola “prostituta” quando si parla di bambini. Termini come “bambina prostituta”, “adolescente prostituta” e così via sono quindi banditi dal linguaggio di una delle più grandi agenzie giornalistiche di tutto il mondo. Quei termini infatti, spiega Tom Kent, AP standard editor, alla Columbia Journalism Review implicano che la bambina “sta volontariamente commercializzando sesso per soldi”. Cosa che, per definizione, non può fare. Un cambiamento richiesto anche da una petizione on line che nel tempo aveva raccolto oltre 151mila firme. Presa di mira anche la parola “mistress”, amante donna, che, nota Kent, non ha un equivalente maschile e significa cose diverse in diverse parti del mondo. AP raccomanda quindi di evitare il termine e usare invece “partner”, “friend”, “lover”.

Andiamo in Francia. Le hostess e le donne pilota di Air France potranno rifiutarsi di prestare servizio sulla tratta per Teheran. Le proteste erano nate in seguito all’invio di una circolare interna alla compagnia di bandiera francese che obbligava lo staff femminile a indossare – scrive Le Figaro – abiti lunghi o pantaloni non attillati in caso di voli per l’Iran, e a coprirsi il capo con il foulard della divisa dopo lo sbarco, pena sanzioni Il problema si è presentato in seguito alla riapertura dei voli tra Parigi e l’Iran, sospesi nel 2008 e in questi giorni riattivati con la fine delle sanzioni contro l’Iran – che resta l’unico paese che chiede il velo già allo sbarco. Ma le polemiche, per Air France, non sono finite: è nata in questi giorni una mobilitazione on line indirizzata al presidente di Air France e al segretario di Stato incaricato ai trasporti, da parte degli steward della compagnia che chiedono a loro volta il diritto di non viaggiare verso l’Iran. Nel Paese mediorientale, infatti, si legge su Elle, l’omosessualità è punita con la morte. Flore Arrighi, presidente della sezione dell’Unione del personale navigante dell’aviazione civile presso Air France, ha affermato che la «domanda di potersi sottrarre a questi viaggi è stata affrontata dall’intero personale della compagnia, senza discriminazione di sesso e orientamento sessuale». Lo staff di Air France, tuttavia, ha accordato la possibilità di rifiutare soltanto al personale femminile.

Restiamo in Francia. Negli ultimi giorni il Paese ha deciso di modificare la legge sulla prostituzione e rendere più pericoloso fare sesso a pagamento. Lo stesso è accaduto in Germania, ma con approccio diverso. Dopo quasi tre anni di discussioni parlamentari, si legge su Bloomberg, la settimana scorsa la Francia ha deciso di adottare il cosiddetto “modello svedese”, o modello nordico, applicato per l’appunto in Svezia ma anche in Islanda e Irlanda del Nord. L’approccio della Germania, che invece di fatto ha legalizzato la prostituzione nel 2002, è più sfumato. La legalizzazione ha generato un’industria enorme: stando al governo tedesco in Germania ci sarebbero 200mila prostitute, ma secondo stime non ufficiali il numero sarebbe più vicino alle 700mila. Controllare un settore di queste dimensioni è difficile. Il traffico di esseri umani è aumentato in modo significativo ed è cresciuto anche il numero dei bordelli in cui i clienti possono fare sesso con un numero illimitato di prostitute a un prezzo fisso. Dopo le elezioni federali del 2013, i partiti che formano la coalizione di governo in Germania hanno quindi presentato una legge per regolamentare in modo più efficace la prostituzione. La settimana scorsa il governo tedesco ha presentato un disegno di legge, che quasi certamente sarà approvato dal Parlamento. La proposta vieterebbe i “bordelli all-inclusive” (paghi una tariffa fissa e resti quanto vuoi) e i cosiddetti “gang bang party” (quando più clienti vanno insieme con la stessa prostituta). La legge stabilisce anche delle sanzioni per i clienti, in cui incorrerebbero però soltanto i clienti di prostitute sfruttate. Secondo Bloomberg l’approccio tedesco – che permette al settore della prostituzione di operare alla luce del giorno, ne studia il funzionamento e ne elimina gli elementi più discutibili a livello normativo – è molto più realistico di quello francese, che ha molte probabilità di risultare inefficace, soprattutto se si considera che i poliziotti francesi, già oberati di lavoro, sono restii a spiare le persone, in una cultura generalmente permissiva dal punto di vista sessuale come quella francese.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Itsmania Pineda Blatero. Fondatrice della ONG Xibalba Arte y Cultura, specializzata nelle cause del crimine e nella riabilitazione dei giovani che delinquono, la giornalista Itsmania Pineda viene costantemente minacciata online (“Ti smembriamo viva, puttana”), la sua posta elettronica e il suo blog sono stati hackerati, è stata impedita nei movimenti e costretta a chiudere gli uffici della sua associazione. Ogni volta ha presentato denuncia alla polizia ma nulla è stato fatto, sebbene alla polizia sia stato assegnato il compito di proteggerla. Come parte della “purga” in corso nella polizia dell’Honduras, due alti ufficiali responsabili della sua protezione sono stati sollevati dal loro incarico e un terzo è stato assassinato poco dopo. La responsabilità per la sua protezione è stata quindi assegnata a un giovane ufficiale con precedenti accuse di attività criminali.

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