Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 marzo 2016

A sign advertising the online seller Etsy Inc. is seen outside the Nasdaq market site in Times Square following Etsy's initial public offering (IPO) on the Nasdaq in New York April 16, 2015. Etsy's IPO has been priced at $16 per share, a market source told Reuters, valuing the online seller of handmade goods and craft supplies at about $1.78 billion. REUTERS/Mike Segar - RTR4XM00

Etsy, Facebook, Change.org, eBay, Apple, Google, Netflix, Microsoft, Spotify & Co. raccontano come le polemiche intorno all’eventualità di una mamma-sindaca sono cose dell’altro mondo.

Ascolta la puntata.

È notizia di questa settimana che Etsy – portale dedicato all’e-commerce dell’artigianato e del vintage fondato a Brooklyn nel 2005 e quotato in borsa dieci anni dopo, l’anno scorso, ha annunciato l’introduzione del diritto a sei mesi di congedo parentale interamente versato per tutti i suoi dipendenti, indipendentemente dal sesso o se diventano genitori attraverso nascita o l’adozione. Juliet Gorman ha spiegato dall’azienda che la nuova politica è un modo di contrastare i pregiudizi inconsci contro le donne e le madri nel mondo del lavoro, consentendo ai genitori di svolgere un ruolo più egualitario a casa. Prima di ora Etsy assicurava 12 settimane di congedo alle mamme e cinque ai papà. Il trend del lungo congedo parentale assicurato ad entrambi i genitori è in crescita nelle società tech. Facebook e Apple hanno avviato nel 2014 programmi per farsi carico dei costi del congelamento e del mantenimento degli ovuli delle loro impiegate, che per non rinunciare alla loro carriera preferiscono ritardare il momento in cui dovranno affrontare una gravidanza per avere figli. Spotify offre sei mesi di congedo interamente versato. Adobe 26 settimane pagate; eBay 24. Twitter, Microsoft e Google 20. Netflix dà ai dipendenti la possibilità di prendere giorni illimitati di congedo nel primo anno di vita del bambino. Gli Stati Uniti restano l’unico paese sviluppato al mondo senza leggi federali che garantiscano congedo parentale retribuito di qualsiasi tipo. Solo le lavoratrici full time di imprese con più di 50 dipendenti – ricorda Forbes – hanno 12 settimane di congedo maternità retribuito.

In Spagna gruppi femministi invocano la sospensione di una giudice. Secondo The Local, la giudice María del Carmen Molina Mansilla, magistrata nel nord della Spagna, avrebbe chiesto a una donna che si era presentata da lei per chiedere un ordine restrittivo contro al suo presunto aggressore: “ Hai chiuso le gambe e tutti i tuoi organi femminili?”. La Clara Campoamor, associazione che prende il nome da una politica femminista nota per la sua difesa dei diritti delle donne e del suffragio durante la stesura della costituzione spagnola del 1931, ora chiede un’indagine completa sulla magistrata. Il 16 febbraio, la vittima, incinta di quattro mesi, si è presentata alla stazione di polizia locale di Vitoria, nei Paesi Baschi, per presentare denuncia contro un uomo che aveva “ripetutamente abusato di lei sia sessualmente e fisicamente”. Il giorno dopo è apparsa davanti alla giudice che, spiega dall’associazione Blanca Estrella, “ha mostrato evidente incredulità sulla testimonianza della vittima e l’ha interrogata senza permetterle di rispondere, facendo domande prepotenti e offensive”. La giudice ha chiesto più volte alla vittima se avesse provato a resistere, se “ha chiuso le gambe con decisione”, se “ha chiuso i suoi organi femminili”. Un comportamento, secondo l’associazione, abituale per la giudice María del Carmen Molina Mansilla. La Spagna ha uno dei tassi più bassi di aggressioni fisiche e stupri dell’Unione europea, ma il problema resta grave, con una donna su cinque in Spagna ritenuta vittima di violenza.

Messico. Uno studio della Executive Victims Attention Commission rivela che tra il 2010 e il 2015 sono stati segnalati circa 600mila casi di violenza sessuale, circa 1.345 casi al giorno secondo un report della TV delle Nazioni Unite. Come si legge su LatinCorrespondent, lo studio dal titolo “Le altre vittime invisibili” sottolinea come il 90 per cento delle vittime siano donne. Il rapporto include informazioni ufficiali da 16 Stati messicani. Nove attacchi su dieci sarebbero opera di uomini di età compresa tra i 16 e 45 anni. “In termini di frequenza, gli studi iniziali hanno rivelato che la metà dei crimini sessuali sono commessi nella stanza o a casa delle vittime, e il 59 per cento delle vittime conosceva l’aggressore”, spiega la direttrice della Commissione, Anita Suarez. Il report rivela anche che quattro donne vittime su dieci hanno meno di 15 anni.

“Ieri mi hanno uccisa”. Una studentessa paraguaiana, Guadalupe Acosta, ha raccontato su Facebook il femminicidio di due turiste argentine, Maria Coni e Marina Menegazzo, in Ecuador. Ne ha parlato per noi Stefania Cingia qui su Radio Bullets. Da quel post, e dall’inaccettabilità di assunti come: “Avrebbero fatto meglio a starsene a casa” e “Viaggiavano da sole” – che, come fa notare Stefania, è un’affermazione falsa (erano in due) ma è traducibile come “erano da sole senza un uomo” – è partita una campagna virale con l’hashtag #ViajoSola, Viaggio da sola. Donne in viaggio che rivendicano la libertà, la fotografano e la postano pure. “Sono appena tornata da due anni di viaggio intorno al mondo con solo il mio zaino, ormai sporco, come compagno”, scrive Hannah Meyes su ABC. “Potrei parlare per ore della magia di quei giorni, ma ci sono stati anche momenti in cui quella magia si è trasformata in paura. Una notte, ad esempio, quando un armadio d’uomo si è fatto strada nella mia stanza a Nuova Delhi. Sono stata fortunata, allora: l’arrivo fortuito del personale dell’hotel mi ha salvato dall’aggressione, ma all’uomo è stato permesso di rimanere in albergo, quindi di bussare ripetutamente alla mia porta e ruggire “inviti a cena”. Ero terrorizzata. C’è stato anche il momento in cui mi sono ritrovata su una strada secondaria alle cinque del mattino in Ecuador per scappare dal capo di un ritiro di meditazione che mi aveva chiesto di incontrarlo privatamente, aggredendomi con mani violentemente vaganti. Anche in quel caso sono sfuggita, ma quell’esperienza mi ha lasciato con il cuore in gola per quelli che moi sono sembrati giorni. E poi ci sono stati tutti quegli uomini che all’estero mi hanno seguita per le strade delle città. A volte per ore. Tutti quei fischi pietosi, quel chiamarmi come fossi un gatto, in coda all’aeroporto o sull’autobus. La frequenza con cui le donne subiscono questo tipo di violazioni durante i loro viaggi ha portato lo scrittore Lee Tulloch a parlare sulla rivista Traveller Magazine di questo mese del fatto che alcuni Paesi “presentino troppi rischi” per le donne che viaggiano per conto loro. Tulloch consiglia alle donne di “stare lontane da quei Paesi in cui i politici e la polizia danno notoriamente la colpa alle vittime”. Un consiglio che viene dato sempre più spesso. “Stai attenta, non andare lì”. Ma non si tratta di consigli che ci lasciano da esplorare una porzione troppo piccola di mondo? Juliet Bennett, direttrice del Sydney Peace Foundation, insiste sul fatto che le donne continuino a viaggiare da sole. I costi sono sovrastimati, i benefici sottovalutati. Perché viaggiando le donne possono affrontare nuove sfide, e il ruolo che le turiste hanno nei Paesi che opprimono le donne è importante. Le donne che viaggiano da sole – con tutte le estreme cautele del caso, l’attenzione ai pericoli, la protezione estrema di sé stesse, possono essere di ispirazione per le altre a fare lo stesso, e mostrare così anche alle donne che vivono culture più oppressive che ci sono alternative possibili. Abbiamo il diritto di andare; aiutiamoci a vicenda a tornare e condividere le nostre storie.

Il Kenya la scorsa settimana ha approvato un nuovo piano d’azione per il miglioramento dei diritti delle donne, nell’ambito dell’attuazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1325, che promette una maggiore partecipazione delle donne nella prevenzione dei conflitti e nella costruzione della pace e una migliore protezione per le donne e le ragazze nelle aree di conflitto. Il Piano d’azione nazionale in Kenya – il “KNAP”, scrive Skye Wheeler su AllAfrica, contiene di tutto, dai progetti per informare l’opinione pubblica della risoluzione, a quello della creazione di una banca dati delle donne che potrebbero prestare servizio nell’ambito di processi di pace regionali, al monitoraggio delle promesse della nuova Costituzione del Kenya del 2010 per una maggiore presenza di donne nel governo. Sforzi che cercano di superare ciò che il piano descrive come “una duratura discriminazione di genere” e “l’impunità della violenza contro le donne”. Il piano però riserva poca attenzione alle vittime di stupri e alla violenza sessuale post-elettorale del Kenya nel 2007-2008: riferimenti a quelle violenze sono anzi state rimossi dalla parte finale del progetto. Un recente rapporto di Human Rights Watch ha scoperto che, soprattutto dal momento che il governo ha ignorato queste donne, molte di loro sono ancora alle prese con problemi irrisolti di salute fisica e mentale. Molte sono diventate negli anni più povere, isolate e stigmatizzate, a volte madri di bambini nati in seguito a stupri di gruppo. Eppure, scrive Wheeler, il piano d’azione potrebbe cambiare le cose. Promette più servizi per le donne in situazioni di conflitto e crisi umanitarie, un fondo risarcimento per le vittime di violenza sessuale e di genere nei conflitti, e promette che le istituzioni di governo monitoreranno quanti risarcimenti riceveranno queste donne e ragazze.

E fa discutere una legge emanata nella più ricca e popolosa delle quattro province pakistane, il Punjab, per proteggere le donne da stalking, crimini informatici, violenza sessuale e abusi emotivi. La legge infatti ha fatto infuriare i gruppi di estrema destra, che hanno minacciato proteste a livello nazionale se il testo non venisse ritirato. La legge, approvata dall’Assemblea del Punjab a febbraio, prevede azioni per aiutare le vittime di violenza e criminalizza tutte le forme di violenza contro le donne, istituendo un numero verde e centri speciali per rimuovere tutti quegli ostacoli burocratici che rendono complesso l’accesso alla giustizia. Ma la lobby religiosa è andata su tutte le furie. L’atto viene descritto come “non islamico” e i gruppi religiosi hanno deciso di incontrarsi di nuovo a Islamabad il 2 aprile per decidere la loro linea di condotta. I leader religiosi dicono, ad esempio, che è “degradante” che gli imputati possano essere ammanettati con i braccialetti elettronici per ordine di un tribunale.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Malahat Nasibova. Quando i giornalisti hanno iniziato a intervistare i parenti di un uomo trovato morto presso l’ufficio locale del Ministero della Sicurezza Nazionale (MNS) nella regione autonoma (e isolata) di Nakhchivan in Azerbaigian nell’agosto del 2011, è scattato l’intervento degli agenti del ministero che sono intervenuti pet afferrare microfoni e telecamere. E uno dei giornalisti presenti, Malahat Nasibova dell’agenzia di stampa indipendente Turan, è stata etichettata come “nemico del popolo. Quello è stato solo l’inizio. A causa della sua ostinazione nel seguire quella storia, Malahat ha ricevuto molte minacce di morte nelle settimane successive. Mai si è scoraggiata, in 15 anni di aggressioni, molestie, minacce per le sue battaglie per la libertà di informazione. In una regione conosciuta come “la Corea del Nord dell’Azerbaijan” per la sua repressione e mancanza di pluralismo, affronta qualsiasi argomento a testa alta: corruzione, violazioni dei diritti umani, problemi di salute pubblica e frode elettorale. Nel 2002 ha fondato l’ONG Centro Risorse per la Democrazia e lo Sviluppo.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Donne, Radio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...