Archivi del mese: marzo 2016

Radio Bullets, #donnenelmondo del 25 marzo 2016

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Terrorismo e genere: mentre a Bruxelles resta alta la tensione, un’analisi sul ruolo e il destino delle donne.

Ascolta la puntata.

Mentre a Bruxelles, dopo gli attentati di martedì scorso, sono in corso raid, arresti e perquisizioni, questa settimana parliamo di donne e terrorismo, con alcuni interventi di Catherine Powell, Fellow for Women and Foreign Policydel Council on Foreign Relations. “Tradizionalmente,le donne nel tempo sono state viste come vittime del terrorismo. La relazione tra gender e terrorismo è in realtà molto sfaccettata”, scrive Catherine Powell. “In alcuni casi le donne vengono reclutate e radicalizzate da estremisti violenti, sostenendo le attività terroristiche con una serie di azioni. Dall’altra parte peròmolte donne giocano un ruolo vitale invece nel prevenire la radicalizzazione e l’estremismo. In particolare, in alcuni casi, le donne (ad esempio le donne Yazidi sfuggite al rapimento dei militanti del sedicente Stato Islamico) hanno la capacità di fornire intelligenza critica e conoscenza sul funzionamento interno delle organizzazioni terroristiche, potendo così aiutare i governi di tutto il mondo a combatterle”.

“Le donne”, si legge sul Council on Foreign Relations, “sono spesso vittime e sopravvissute di alcune delle peggiori atrocità perpetrate dai terroristi nei conflitti. Esattamente come accade in forme più “convenzionali” di guerra e conflitto, dove lo stupro e altre forme di violenza sessuale restano strumenti di guerra, gli estremisti violenti usano la violenza sessuale per controllare le donne ed esercitare il potere sulle comunità. I gruppi estremisti, Stato Islamico incluso, usano la violenza contro le donne, compresa la violenza sessuale, come parte della loro politica economica e come strategia del terrore. Si stima che l’ISIS abbia rapito nel 2014 almeno 3mila donne Yazidi. La maggior parte è ancora oggi prigioniera. Il gruppo sottopone queste donne a stupri organizzati, violenza sessuale, matrimoni forzati, conversioni forzate e schiavitù sessuale. Oltre a questi abusi e a queste severe restrizioni, lo Stato Islamico impone anche altri vincoli forzati a donne e ragazze: limita loro l’accesso all’istruzione e al lavoro, come sostenuto nel “Manifesto sulle donne”. Coloro che non seguono le regole o mostrano infedeltà incappano in punizioni brutali: vengono frustrati, lapidati, decapitati con vere e proprie esecuzioni pubbliche.

Ma le donne, scrive ancora Catherine Powell, “non sono solo vittime e sopravvissute: sono anche a loro volta autrici di atti terroristici e componenti attive dei gruppi estremisti. La Brigata al-Khansaa, ad esempio, è la polizia morale dell’Isis tutta al femminile, fondata a Raqqa subito dopo la conquista della città da parte del sedicente Stato Islamico. La brigata ha le proprie strutture al fine di evitare commistioni tra uomini e donne. “La Jihad non è un dovere solo degli uomini. Anche le donne devono fare la loro parte”. L’istituzione di garanti femminili per la moralità femminile ha un senso logico e logistico, se si porta il divieto di rapporti tra i sessi alle sue estreme conseguenze: pensate alle perquisizioni. E la Brigata al-Khansaa rappresenta solo uno dei gruppi femminili a sostegno degli estremisti, una piccolissima percentuale di donne nello Stato Islamico. È composto sia da donne locali Siriane – ne ha parlato il New York Times – sia da donne straniere”.

Resta il fatto che la stragrande maggioranza delle donne nello Stato Islamico in genere viene trattata come un bene mobile, come una cosa: la funzione primaria è quella di sposare i combattenti stranieri e far nascere una nuova generazione di jihadisti. “All’interno di altre organizzazioni estremiste come Boko Haram (ora tecnicamente parte del Wilayah Garb Afriqiyah, affiliati quindi allo Stato Islamico), le donne hanno portato avanti attacchi terroristici, in genere attacchi bomba kamikaze, sebbene non sia del tutto chiaro se lo facciano volontariamente o perché forzate. Mentre apparentemente lo Stato Islamico non permette alle donne di combattere in prima linea (con la possibile eccezione di coloro che vengono reclutate in Europa), alcune donne nei fatti supportano il gruppo sposando i combattenti e danno vita a nuove generazioni.

Ma le donne possono anche essere parte attiva della soluzione all’estremismo, scrive ancora la Powell. “L’empowering delle donne e della loro leadership in zone di conflitto e in altre comunità ha il potenziale di essere una strategia effettiva per combattere l’estremismo violento. Gruppi di donne come il Sisters Against Violent Extremism o il Women Without Walls Initiative, sono nella posizione di contrastare la radicalizzazione e l’estremismo all’interno delle loro comunità. Come le organizzazioni locali, il loro sguardo è sui rischi di radicalizzazione dei membri della comunità e hanno l’abilità di proporre una contro-narrazione all’estremismo nelle case, nelle scuole, e nelle comunità tutte. Spesso le donne coinvolte in queste realtà sono madri e hanno il polso sui punti deboli dei più giovani alla radicalizzazione. E soprattutto l’empowerment delle donne è come al solito correlato alla crescita economica e all’aumento della forza delle community, e questo aiuta ad affrontare molti aspetti come la povertà e la disoccupazione, spesso citate come cause profonde dei conflitti, della violenza e dell’estremismo”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 marzo 2016

A sign advertising the online seller Etsy Inc. is seen outside the Nasdaq market site in Times Square following Etsy's initial public offering (IPO) on the Nasdaq in New York April 16, 2015. Etsy's IPO has been priced at $16 per share, a market source told Reuters, valuing the online seller of handmade goods and craft supplies at about $1.78 billion. REUTERS/Mike Segar - RTR4XM00

Etsy, Facebook, Change.org, eBay, Apple, Google, Netflix, Microsoft, Spotify & Co. raccontano come le polemiche intorno all’eventualità di una mamma-sindaca sono cose dell’altro mondo.

Ascolta la puntata.

È notizia di questa settimana che Etsy – portale dedicato all’e-commerce dell’artigianato e del vintage fondato a Brooklyn nel 2005 e quotato in borsa dieci anni dopo, l’anno scorso, ha annunciato l’introduzione del diritto a sei mesi di congedo parentale interamente versato per tutti i suoi dipendenti, indipendentemente dal sesso o se diventano genitori attraverso nascita o l’adozione. Juliet Gorman ha spiegato dall’azienda che la nuova politica è un modo di contrastare i pregiudizi inconsci contro le donne e le madri nel mondo del lavoro, consentendo ai genitori di svolgere un ruolo più egualitario a casa. Prima di ora Etsy assicurava 12 settimane di congedo alle mamme e cinque ai papà. Il trend del lungo congedo parentale assicurato ad entrambi i genitori è in crescita nelle società tech. Facebook e Apple hanno avviato nel 2014 programmi per farsi carico dei costi del congelamento e del mantenimento degli ovuli delle loro impiegate, che per non rinunciare alla loro carriera preferiscono ritardare il momento in cui dovranno affrontare una gravidanza per avere figli. Spotify offre sei mesi di congedo interamente versato. Adobe 26 settimane pagate; eBay 24. Twitter, Microsoft e Google 20. Netflix dà ai dipendenti la possibilità di prendere giorni illimitati di congedo nel primo anno di vita del bambino. Gli Stati Uniti restano l’unico paese sviluppato al mondo senza leggi federali che garantiscano congedo parentale retribuito di qualsiasi tipo. Solo le lavoratrici full time di imprese con più di 50 dipendenti – ricorda Forbes – hanno 12 settimane di congedo maternità retribuito.

In Spagna gruppi femministi invocano la sospensione di una giudice. Secondo The Local, la giudice María del Carmen Molina Mansilla, magistrata nel nord della Spagna, avrebbe chiesto a una donna che si era presentata da lei per chiedere un ordine restrittivo contro al suo presunto aggressore: “ Hai chiuso le gambe e tutti i tuoi organi femminili?”. La Clara Campoamor, associazione che prende il nome da una politica femminista nota per la sua difesa dei diritti delle donne e del suffragio durante la stesura della costituzione spagnola del 1931, ora chiede un’indagine completa sulla magistrata. Il 16 febbraio, la vittima, incinta di quattro mesi, si è presentata alla stazione di polizia locale di Vitoria, nei Paesi Baschi, per presentare denuncia contro un uomo che aveva “ripetutamente abusato di lei sia sessualmente e fisicamente”. Il giorno dopo è apparsa davanti alla giudice che, spiega dall’associazione Blanca Estrella, “ha mostrato evidente incredulità sulla testimonianza della vittima e l’ha interrogata senza permetterle di rispondere, facendo domande prepotenti e offensive”. La giudice ha chiesto più volte alla vittima se avesse provato a resistere, se “ha chiuso le gambe con decisione”, se “ha chiuso i suoi organi femminili”. Un comportamento, secondo l’associazione, abituale per la giudice María del Carmen Molina Mansilla. La Spagna ha uno dei tassi più bassi di aggressioni fisiche e stupri dell’Unione europea, ma il problema resta grave, con una donna su cinque in Spagna ritenuta vittima di violenza.

Messico. Uno studio della Executive Victims Attention Commission rivela che tra il 2010 e il 2015 sono stati segnalati circa 600mila casi di violenza sessuale, circa 1.345 casi al giorno secondo un report della TV delle Nazioni Unite. Come si legge su LatinCorrespondent, lo studio dal titolo “Le altre vittime invisibili” sottolinea come il 90 per cento delle vittime siano donne. Il rapporto include informazioni ufficiali da 16 Stati messicani. Nove attacchi su dieci sarebbero opera di uomini di età compresa tra i 16 e 45 anni. “In termini di frequenza, gli studi iniziali hanno rivelato che la metà dei crimini sessuali sono commessi nella stanza o a casa delle vittime, e il 59 per cento delle vittime conosceva l’aggressore”, spiega la direttrice della Commissione, Anita Suarez. Il report rivela anche che quattro donne vittime su dieci hanno meno di 15 anni.

“Ieri mi hanno uccisa”. Una studentessa paraguaiana, Guadalupe Acosta, ha raccontato su Facebook il femminicidio di due turiste argentine, Maria Coni e Marina Menegazzo, in Ecuador. Ne ha parlato per noi Stefania Cingia qui su Radio Bullets. Da quel post, e dall’inaccettabilità di assunti come: “Avrebbero fatto meglio a starsene a casa” e “Viaggiavano da sole” – che, come fa notare Stefania, è un’affermazione falsa (erano in due) ma è traducibile come “erano da sole senza un uomo” – è partita una campagna virale con l’hashtag #ViajoSola, Viaggio da sola. Donne in viaggio che rivendicano la libertà, la fotografano e la postano pure. “Sono appena tornata da due anni di viaggio intorno al mondo con solo il mio zaino, ormai sporco, come compagno”, scrive Hannah Meyes su ABC. “Potrei parlare per ore della magia di quei giorni, ma ci sono stati anche momenti in cui quella magia si è trasformata in paura. Una notte, ad esempio, quando un armadio d’uomo si è fatto strada nella mia stanza a Nuova Delhi. Sono stata fortunata, allora: l’arrivo fortuito del personale dell’hotel mi ha salvato dall’aggressione, ma all’uomo è stato permesso di rimanere in albergo, quindi di bussare ripetutamente alla mia porta e ruggire “inviti a cena”. Ero terrorizzata. C’è stato anche il momento in cui mi sono ritrovata su una strada secondaria alle cinque del mattino in Ecuador per scappare dal capo di un ritiro di meditazione che mi aveva chiesto di incontrarlo privatamente, aggredendomi con mani violentemente vaganti. Anche in quel caso sono sfuggita, ma quell’esperienza mi ha lasciato con il cuore in gola per quelli che moi sono sembrati giorni. E poi ci sono stati tutti quegli uomini che all’estero mi hanno seguita per le strade delle città. A volte per ore. Tutti quei fischi pietosi, quel chiamarmi come fossi un gatto, in coda all’aeroporto o sull’autobus. La frequenza con cui le donne subiscono questo tipo di violazioni durante i loro viaggi ha portato lo scrittore Lee Tulloch a parlare sulla rivista Traveller Magazine di questo mese del fatto che alcuni Paesi “presentino troppi rischi” per le donne che viaggiano per conto loro. Tulloch consiglia alle donne di “stare lontane da quei Paesi in cui i politici e la polizia danno notoriamente la colpa alle vittime”. Un consiglio che viene dato sempre più spesso. “Stai attenta, non andare lì”. Ma non si tratta di consigli che ci lasciano da esplorare una porzione troppo piccola di mondo? Juliet Bennett, direttrice del Sydney Peace Foundation, insiste sul fatto che le donne continuino a viaggiare da sole. I costi sono sovrastimati, i benefici sottovalutati. Perché viaggiando le donne possono affrontare nuove sfide, e il ruolo che le turiste hanno nei Paesi che opprimono le donne è importante. Le donne che viaggiano da sole – con tutte le estreme cautele del caso, l’attenzione ai pericoli, la protezione estrema di sé stesse, possono essere di ispirazione per le altre a fare lo stesso, e mostrare così anche alle donne che vivono culture più oppressive che ci sono alternative possibili. Abbiamo il diritto di andare; aiutiamoci a vicenda a tornare e condividere le nostre storie.

Il Kenya la scorsa settimana ha approvato un nuovo piano d’azione per il miglioramento dei diritti delle donne, nell’ambito dell’attuazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1325, che promette una maggiore partecipazione delle donne nella prevenzione dei conflitti e nella costruzione della pace e una migliore protezione per le donne e le ragazze nelle aree di conflitto. Il Piano d’azione nazionale in Kenya – il “KNAP”, scrive Skye Wheeler su AllAfrica, contiene di tutto, dai progetti per informare l’opinione pubblica della risoluzione, a quello della creazione di una banca dati delle donne che potrebbero prestare servizio nell’ambito di processi di pace regionali, al monitoraggio delle promesse della nuova Costituzione del Kenya del 2010 per una maggiore presenza di donne nel governo. Sforzi che cercano di superare ciò che il piano descrive come “una duratura discriminazione di genere” e “l’impunità della violenza contro le donne”. Il piano però riserva poca attenzione alle vittime di stupri e alla violenza sessuale post-elettorale del Kenya nel 2007-2008: riferimenti a quelle violenze sono anzi state rimossi dalla parte finale del progetto. Un recente rapporto di Human Rights Watch ha scoperto che, soprattutto dal momento che il governo ha ignorato queste donne, molte di loro sono ancora alle prese con problemi irrisolti di salute fisica e mentale. Molte sono diventate negli anni più povere, isolate e stigmatizzate, a volte madri di bambini nati in seguito a stupri di gruppo. Eppure, scrive Wheeler, il piano d’azione potrebbe cambiare le cose. Promette più servizi per le donne in situazioni di conflitto e crisi umanitarie, un fondo risarcimento per le vittime di violenza sessuale e di genere nei conflitti, e promette che le istituzioni di governo monitoreranno quanti risarcimenti riceveranno queste donne e ragazze.

E fa discutere una legge emanata nella più ricca e popolosa delle quattro province pakistane, il Punjab, per proteggere le donne da stalking, crimini informatici, violenza sessuale e abusi emotivi. La legge infatti ha fatto infuriare i gruppi di estrema destra, che hanno minacciato proteste a livello nazionale se il testo non venisse ritirato. La legge, approvata dall’Assemblea del Punjab a febbraio, prevede azioni per aiutare le vittime di violenza e criminalizza tutte le forme di violenza contro le donne, istituendo un numero verde e centri speciali per rimuovere tutti quegli ostacoli burocratici che rendono complesso l’accesso alla giustizia. Ma la lobby religiosa è andata su tutte le furie. L’atto viene descritto come “non islamico” e i gruppi religiosi hanno deciso di incontrarsi di nuovo a Islamabad il 2 aprile per decidere la loro linea di condotta. I leader religiosi dicono, ad esempio, che è “degradante” che gli imputati possano essere ammanettati con i braccialetti elettronici per ordine di un tribunale.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Malahat Nasibova. Quando i giornalisti hanno iniziato a intervistare i parenti di un uomo trovato morto presso l’ufficio locale del Ministero della Sicurezza Nazionale (MNS) nella regione autonoma (e isolata) di Nakhchivan in Azerbaigian nell’agosto del 2011, è scattato l’intervento degli agenti del ministero che sono intervenuti pet afferrare microfoni e telecamere. E uno dei giornalisti presenti, Malahat Nasibova dell’agenzia di stampa indipendente Turan, è stata etichettata come “nemico del popolo. Quello è stato solo l’inizio. A causa della sua ostinazione nel seguire quella storia, Malahat ha ricevuto molte minacce di morte nelle settimane successive. Mai si è scoraggiata, in 15 anni di aggressioni, molestie, minacce per le sue battaglie per la libertà di informazione. In una regione conosciuta come “la Corea del Nord dell’Azerbaijan” per la sua repressione e mancanza di pluralismo, affronta qualsiasi argomento a testa alta: corruzione, violazioni dei diritti umani, problemi di salute pubblica e frode elettorale. Nel 2002 ha fondato l’ONG Centro Risorse per la Democrazia e lo Sviluppo.

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Radio Bullets, #donnenelmondo #8marzo 2016: nazifemminista

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La verità è che oggi non so da dove cominciare. Succede così un po’ ogni settimana in realtà: ci sono talmente tante storie di donne, di diritti negati, di successi e insuccessi, tragedie, ingiustizie e piccoli cambiamenti in tutto il mondo e spesso ti sembra che ognuno di questi frammenti sarebbe degno di essere raccontano.

Ascolta la puntata.

L’8 marzo poi: sarebbe così bello poter dar voce a ogni singola persona che, a prescindere dal sesso o dal genere cui appartiene, sta lottando là fuori. Ci sono tanti strumenti per farlo. Questo non è uno di quelli. O meglio: lo è nella misura in cui si opera una scelta di temi e notizie significative. Notizie che contribuiscano, come vogliamo fare noi a Radio Bullets, a raccontare quello che spesso viene taciuto o che per pigrizia, regole del mercato sbagliate e tante altre ragioni, resta fuori dal chiacchiericcio troppo spesso cacofonico di questi nostri tempi.

E allora scelgo di raccontare un’impressione: il calendario è fatto di tanti appuntamenti e ricorrenze celebrate a livello nazionale. C’è l’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, e c’è il 25 novembre, Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Di cosa si parla in queste due ricorrenze? Pensateci: alla fine praticamente sempre della stessa soffocante piaga, ovvero quella della violenza di genere. E delle morti che lascia sul campo.

Certo, storicamente nascono per ricordare occasioni diverse. Ne abbiamo parlato: il 25 novembre ricorda l’assassinio delle tre sorelle Mirabal avvenuto durante il regime domenicano di Rafael Leonidas Trujillo nel 1960. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha reso istituzionale questa giornata nel 1999, invitando governi, organizzazioni e media a sensibilizzare la società sulla violenza di genere. Diciamo che è un invito accolto con alterne fortune.

La Festa della Donna – leggo su Il Post, specializzato in questi pezzi di ricostruzione del significato delle ricorrenze: anzi “La Giornata internazionale della donna, non fu festeggiata sempre l’8 marzo, ma il 28 febbraio: era il 1909, e il Partito Socialista americano – esisteva – organizzò una manifestazione a favore del diritto di voto delle donne, che fu introdotto a livello nazionale negli Stati Uniti nel 1920. La Festa della donna è celebrata oggi con differenze culturali tra Paese e Paese (per esempio in Italia si regalano le mimose)” – il cui profumo in questo momento sta rallegrando il posto da dove registro. Google ha celebrato l’8 marzo con un doodle che mostra un video con 337 donne in 13 diversi paesi che raccontano cosa succederà, un giorno. Tra loro c’è Malala Yousafai, premio Nobel per la pace: “Un giorno”, dice, “vedremo andare a scuola ogni bambina”. Nessuna esclusa.

Negli anni, si legge ancora su Il Post, “si sono diffuse leggende e storie infondate sulla nascita della Festa della donna. Una delle più comuni sostiene che venne istituita per ricordare un incendio che uccise centinaia di operaie di una fabbrica di camicie a New York l’8 marzo 1908. Quest’incendio non avvenne mai, in realtà: ce ne fu uno il 25 marzo del 1911 nel quale morirono 140 persone, soprattutto donne immigrate italiane e dell’Europa dell’Est, ma non fu davvero all’origine della festività, anche se l’episodio divenne uno dei simboli della campagna in favore dei diritti delle operaie. Allo stesso modo, non è vero – come sostiene un’altra versione – che la Giornata internazionale della donna viene celebrata per ricordare la dura repressione di una manifestazione sindacale di operaie tessili organizzata sempre a New York nel 1857. La prima Festa della donna ad essere festeggiata un 8 marzo fu quella del 1914, forse perché quell’anno era una domenica”.

Dato il giusto posto alla Storia torno all mio punto: oggi mi sono occupata solo dell’8 marzo. Ho visto articoli su come la tecnologia aiuta le donne, sull’, parola misteriosa che vuol dire ridare alle donne il giusto posto di persone nella società e far loro acquisire la giusta confidenza, gli strumenti: dare loro insomma il potere che hanno e di cui hanno diritto, e che la cultura ha rosicchiato invece via un po’ in tutto il mondo. Articoli sul gender gap, il divario salariale, l’insostenibile leggerezza con cui le donne escono dal mercato del lavoro se putacaso fanno un figlio per poi tornare part-time o comunque con una carriera soffocata. Perché un figlio è ancora faccenda tutta femminile, inutile negarselo. Parlare davvero di tutto questo, in Italia e nel mondo, contribuirebbe ad allargare il dibattito a tutti gli aspetti che rendono ancora così profonda la differenza di genere. Considerando tutti i passaggi che costituiscono la spirale della violenza: intimidazione, isolamento, svalorizzazione, segregazione, violenza psicologica, violenza economica, aggressione fisica e sessuale, false riappacificazioni, ricatto dei figli, violenza, violenza, violenza F.no alla morte.
Ho visto, per carità, articoli su ognuna di queste fasi oggi. Sul sessismo che circonda tutti e ti segna da bambina e da bambino, sul fatto che in Europa le donne top manager siano esattamente la metà degli uomini. Ma ne parliamo solo oggi? Eh sì. E poi alla fine quella che piangiamo, l’8 marzo come il 25 novembre (e molti piangono ogni giorno) è la strage di femminicidi. NiUnaMas. Sono le donne uccise in quanto donne, mogli, compagne, madri, sorelle, cugine, oggetti inferiori. In tutto il mondo. Il femminicidio è la punta dell’iceberg, l’apice di quella spirale della violenza che dovrebbero conoscere in tanti, per capire cosa succede.
Ma combatteremo i femminicidi quando parleremo davvero anche di tutto il resto. Ogni giorno. Della violenza economica e psicologica. Di come combattere le condizioni che la permettono e che danno una mano alle donne a precipitare in un abisso con tutte le loro vite. Di come coinvolgere gli uomini in questa battaglia, perché è giusto, perché un Paese con diritti per tutti è un Paese più sano, perché altrimenti non andiamo da nessuna parte. E questo va fatto ai quattro angoli del Globo, mica ponendoci come crociati superiori ad altre culture. Perché non è che sempre possiamo guardarci allo specchio e dire: accidenti, ma noi siamo meglio.

Le femministe all’ascolto staranno rabbrividendo, i patriarcalisti sbadigliando e dando a me e quelle come me della nazifemminista (ho scoperto che è un epiteto che è stato rivolto a Emma Watson, attrice, artista e ambasciatrice della campagna #HeForShe). Tutto il resto dell’audience starà ciondolando sulla sedia.

O forse no. Mi è arrivata una mail dal Red Shoe Movement oggi, piattaforma e movimento per il famoso empowerment femminile. “Celebriamo le donne della nostra vita”, dice. Come? Con un complimento onesto prima di tutto. Vediamo. Ammiro onestamente e sinceramente il coraggio delle persone, quando lo vedo – e per fortuna mi capita sempre giù spesso. Oggi ho ammirato quello di Elisa, ieri quello di Giannina. E ancora: riconosci pubblicamente il lavoro di un collega/una collega. Uh. Tanti ce ne sarebbero. Ma la mia scelta cade su Donata, anche lei è stata speaker di Radio Bullets. E fa dannatamente bene il suo lavoro. E anche: ringrazia un uomo che supporta le ambizioni di carriera di una donna. Ecco: dopo tanto tempo, dopo tanto tormento e dopo essermi personalmente attirata pesanti macigni per colare a picco, voglio ringraziare Daniele, che nonostante tutto mi ha dimostrato senza neanche accorgersene che un uomo può essere dalla parte di una donna e dei suoi sogni, con estrema semplicità. Sinceramente e senza particolari ragioni. Non è l’unico: ce ne sono e ce ne saranno sempre di più.

Ecco: ricominciamo dalle basi, proprio per estirpare quelle morti. Cominciamo dallo scardinare – in modo propositivo – quegli elementi che portano ai femminicidi. In tutto il mondo. Noi siamo qui per raccontarlo.

Io sono Angela Gennaro e questa è Radio Bullets. Passo e chiudo.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 4 marzo 2016

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Dal Pakistan al Giappone, da Bristol alla Siria. Passando per tutto quello che i media non scrivono di Maya Angelou. Ascoltare per credere.

Ascolta la puntata.

A Girl in the River: the price of forgiveness di Sharmeen Obaid-Chinoy vince l’Oscar 2016 per il miglior documentario. “Ogni anno”, si legge sul sito degli Oscar, “più di 1.000 ragazze e donne sono vittima di delitti d’onore a sfondo religioso in Pakistan, soprattutto nelle zone rurali. La diciottenne Saba è una ragazza che si innamora e scappa di casa e che per questo viene presa di mira dal padre e dallo zio. Saba è sopravvissuta e ha raccontato la sua storia, mentre i suoi aggressori sono stati liberati. Per Sharmeen Obaid-Chinoy si tratta della seconda nomination all’Oscar.

Giappone. Quasi un terzo delle donne lavoratrici dichiara di aver subito molestie sessuali sul posto di lavoro: contatti fisici indesiderati, ad esempio, o commenti degradanti. È quanto emerge da uno studio realizzato dal governo giapponese: il primo del suo genere, secondo quanto riporta l’Associated Press. Il 29% delle intervistate ha dichiarato di aver subito molestie sessuali. La classifica delle molestie vede al primo posto – nel 54% dei casi – il fatto che, nel 54% dei casi la conversazione verta su aspetto o età della donna. Al secondo posto, nel 40% dei casi, ci sono i contatti fisici indesiderati e al terzo – 38% – le domande a sfondo sessuale. Seguono inviti a pranzo o ad uscire nel 27% delle risposte. Nella classifica del World Economic Forum sul gender gap, il divario di genere, il Giappone si assesta al 101esimo posto sul totale di 145 Paesi. Anche se, si legge ancora su AP, il primo ministro Shinzo Abe ha fatto dell’incoraggiamento alle donne a lavorare e fare carriera uno dei pilastri della sua politica, il progresso è stato graduale. Le donne occupano oggi circa l’8 per cento delle posizioni di leadership in imprese con più di 100 dipendenti. Nello studio governativo non vengono enunciate eventuali misure specifiche per ribaltare la situazione. In molte aziende giapponesi, le donne sono collocate su percorsi professionali diversi da quelli degli uomini. Spesso hanno un lavoro part time, anche perché la maggior parte degli uomini giapponesi raramente dà una mano nei lavori domestici. Il fenomeno per cui le donne escono dal mercato del lavoro per avere figli, per poi rientrarvi in un secondo momento, è ancora molto diffuso in Giappone. Lo studio ha rilevato anche il fenomeno delle “molestie da maternità”, ovvero la bullizzazione delle donne cui viene intimato, più o meno esplicitamente, di lasciare il lavoro quando restano incinta.

Molte testate l’hanno riportata come notizia succulenta: la decisione di una società di Bristol di introdurre la “period-policy” per le sue lavoratrici, basata sull’idea che tenere conto del ciclo mestruale mensile delle dipendenti possa essere positivo anche “per gli affari”. Coexist è un’impresa sociale, ma in realtà non ha una policy-mestruazioni come scritto da molti esimi colleghi – lo smentisce infatti sulla pagina Facebook: quello che sta portando avanti è una discussione sulla flessibilità sul posto di lavoro a supporto dei cicli naturali della vita di donne e uomini. Proprio su questo sarà incentrato l’evento del 15 marzo organizzato dall’azienda con Alexandra Pope, autrice del libro Mestruazioni che vive a Sydney, in Australia, dove lavora come psicoterapeuta. Nel corso dell’evento – si legge sul sito – Alexandra presenterà un’immagine radicalmente nuova del ciclo mestruale, descritto come una risorsa per l’intera organizzazione. Si parlerà di come imparare a massimizzare il benessere di tutti – TUTTI, maiuscolo – i dipendenti, favorendo un approccio positivo al ciclo mestruale e di come implementare l’efficienza sul posto di lavoro utilizzando i cicli naturali di uomini e donne. Si analizzerà l’opportunità di sperimentare – questo sì – una “policy-mestruazioni” in azienda e nell’organizzazione della vita quotidiana. La consapevolezza del ciclo insomma, e naturalmente la non vergogna, sono strumenti di consapevolezza per le donne ma anche per la società tutta.

E continuiamo anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Razan Zaitouneh. Scrittrice e avvocata per i diritti umani, ha fondato il Centro di Documentazione delle violazioni in Siria nel 2011, Razan Zaitouneh è stato rapita il 9 dicembre 2013 insieme al marito e due colleghi del Centro nei sobborghi di Damasco, dove si erano nascosti per sfuggire alle forze governative. Non si sa con certezza chi li abbia rapiti, ma alcune fonti hanno dichiarato che si è trattato di membri del gruppo salafita Jaysh al-Islam. Premiata con numerosi riconoscimenti tra cui il premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 2011 e l’International Women of Courage Award nel 2013, Zaitouneh sapeva di essere minacciata. In un video messaggio registrato cinque giorni prima della sua scomparsa, ha detto: “Saluto le migliaia di uomini e donne che lavorano in silenzio alle fondamenta per realizzare il loro sogno di libertà e di giustizia”.

Su Upworthy la storia di Maya Angelou, poetessa, attrice e ballerina morta il 28 maggio del 2014 a 86 anni. Nata Marguerite Ann Johnson, ha pubblicato, in mezzo secolo, un’autobiografia divisa in sette parti, tre libri di saggistica e numerose raccolte di poesia, oltre a libri per bambini, drammi teatrali, sceneggiature e programmi televisivi. In un’intervista del 2009 con Maya Angelou, Gary Younge scriveva sul Guardian: “Per conoscere la storia della vita di Maya è necessario chiedersi cosa si è fatto con la propria, di vita, ed essere felici del fatto di non essere dovuti passare attraverso la metà delle cose che ha passato lei. Prima dei 40 è stata ballerina professionista, prostituta, docente, attivista, cantante, e redattrice. Ha vissuto in Ghana e in Egitto, è stata in giro per l’Europa con un corpo di ballo e si è stabilita praticamente in quasi tutte le regioni degli Stati Uniti “. Ecco nove cose che raccontano di questa poetessa ma di cui i media non si sono occupati. Aspetti che raccontan, si legge su Upworthy, che meravigliosa essere umana Maya sia stata. 1. È stata la prima donna nera autista di una macchina a San Francisco. Aveva 14 anni. 2. Ha realizzato un documentario in 10 parti sull’influenza della cultura Afro-Americana nel panorama americano. Lo ha fatto all’epoca della morte di Martin Luther King Jr., assassinato il giorno del suo 40esimo compleanno, il 4 aprile 1968. Il tutto senza alcuna formazione formale come filmmaker. 3. Si è sempre lanciata in feste epiche. Anche a 80 anni. 4. Quando viveva in Egitto era una delle due uniche persone afroamericane a lavorare per una testata in Medio Oriente. L’altro era David Du Bois, figliastro dell’attivista e storico W.E.B. Du Bois, che ha lottato duramente per convincere The Arab Observer ad assumere Angelou. Ci riuscì e lei divenne divenne l’unica donna nella redazione del magazine. 5. Sapeva decisamente cosa fosse importante nella vita. Maya Angelou fece in modo di tenere separate vita personale e professionale. Scrivere era per lei molto importante, ma era soprattutto fondamentalmente un lavoro, e lei faceva in modo di non farlo a casa. 6. Parlava cinque lingue oltre all’inglese: francese, spagnolo, ebraico, italiano e fanti, una lingua del Ghana. 7. Sapeva quello che voleva. Quando accettava un’intervista, forniva l’intervistatore di una lista incredibilmente semplice di regole. Come ad esempio: un dialogo che è un incontro. “Angelou spesso fa una pausa prima di parlare o quando completa il suo pensiero. Si prega di trattenere il proprio pensiero fino a quando lei ha finito di parlare”. Temperatura ambiente: “Maya Angelou richiede ambienti caldi. È possibile togliere la giacca o allentare la cravatta se si trova la stanza troppo calda”. 8. Dopo essere stata abusata sessualmente da bambina, Maya ha smesso di parlare per sei anni. Non c’è niente di bello in questo, ovviamente, scrive Upworthy. Ma meraviglioso fu il modo in cui Maya ha mantenuto la sua mente acuta e sveglia: memorizzando le poesie di Edgar Allen Poe. 9. Infine, la sua musica è fantastica. Ascoltare per credere: questa è “Run Joe”.

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