Archivi del mese: febbraio 2016

Radio Bullets, #donnenelmondo del 26 febbraio 2016 – #UnioniCivili

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Puntata speciale: vi raccontiamo come funziona – o non funziona – nel resto del mondo tra #unionicivili, matrimoni gay e diritti fondamentali. Per raccontarvi un po’ di più anche il nostro Paese.

Ascolta la puntata.

La mappa del mondo può descrivere attraverso colori e continenti quali sono i Paesi dove esistono le unioni civili. Ci sono Nazioni, pensate, dove la legge prevede addirittura il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Da dove vogliamo cominciare? Est o Ovest? Sud o Nord del globo? Cominciamo dal sud del mondo.

La Capitale più a sud del mondo è Wellington, in Nuova Zelanda, dove le unioni civili sono state approvate nel 2004 e l’adozione da parte di coppie omosessuali è legale dal 2007. Il 19 agosto 2013 il Corriere della Sera scrive: “Il «sì lo voglio» tra persone dello stesso sesso arriva in Nuova Zelanda. Il Paese ha celebrato domenica sera i sui primi matrimoni gay, diventando la quattordicesima nazione al mondo e la prima dell’Asia Pacifica ad autorizzare le unioni omosessuali”. E i vicini australiani? Stupirà scoprire che, dopo il prima via libera, il Governo australiano ha impugnato il provvedimento che le permetteva. Come si legge su Panorama, “L’Australia non riconosce i matrimoni gay, ma è pendente una proposta del partito Laburista che nel 2011 ha chiesto un referendum in materia, incontrando la netta opposizione del partito Liberale. Alcuni Stati australiani però autorizzano le unioni omosessuali. Nel 2010 la Tasmania è stato il primo Stato australiano a riconoscere legalmente le nozze celebrate in altre giurisdizioni, anche se solo de facto”. Dal 2012 – si legge ancora su La Stampa – lo Stato dà certificato di nulla osta per contrarre il matrimonio all’estero. Anche sulla violenza di genere l’Australia potrebbe fare di più, e ne abbiamo parlato qui a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Ancora a sud. Pretoria? Alla fine del 2006 il Sudafrica diventa il primo Paese nel continente a legalizzare le unioni omosessuali attraverso “matrimonio” o “partenariato civile”. Le coppie possono anche adottare, i single adottano già da decenni. Il resto dei Paesi africani si divide tra omosessualità illegale, omosessualità punita con la pena di morte – in Mauritania, Nigeria, Somalia – omosessualità tollerata, omosessualità legale, omosessualità “depenalizzata”.

Sempre a sud, nell’America Latina. In Argentina il matrimonio gay esiste dal 2010: il 15 luglio di quell’anno La Stampa scriveva: “In Argentina, primo Paese in America Latina e decimo nel mondo, sono diventate legali le nozze persone dello stesso sesso, che, una volta sposate, potranno anche adottare bambini. Poco dopo le 4 (le nove in Italia) del mattino di oggi, dopo un dibattito di oltre 15 ore, infarcito di luoghi comuni e di grande tensione per l’incertezza del voto finale, il Senato con 33 voti favorevoli, 27 contrari, tre astensioni e nove assenti, ha trasformato in legge il progetto, già passato alla Camera in maggio. Nel Codice civile le parole “marito e moglie” saranno sostituite con “contraenti””. Dopo l’Argentina venne l’Uruguay. La legge che ha legalizzato le nozze gay è stata approvata nel 2013, mentre nei precedenti anni l’Uruguay aveva già legalizzato le unioni civili per gli omosessuali e l’adozione dei bambini da parte di coppie formate da persone dello stesso sesso. Anche il Brasile dichiara legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso nel 2013. In Colombia e in Ecuador non esiste l’istituto delle nozze tra persone omosessuali, ma esistono le unioni civili. Bolivia, Perù e Cile non prevedono alcuna legalizzazioni delle unioni gay.

In Messico dal 2009 il matrimonio è legale nella capitale, Città del Messico e in 2 Stati della federazione. In Canada ci si sposa – tutti, nessuno escluso – dal lontano 2005. Negli Stati Uniti, si legge su Gay.it, è stata una sentenza, quella della Corte Suprema, ad obbligare di fatto tutti gli stati americani ad introdurre il matrimonio gay, rendendo gli States il 21º Paese al mondo a riconoscere il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Era il 26 giugno 2015 e la sentenza ha stabilito che negare la licenza matrimoniale a coppie omosessuali viola alcune clausole del XIV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

E veniamo a questa parte del mondo. In ordine cronologico hanno approvato i matrimoni gay: nel 2000 i Paesi Bassi, il Belgio, nel 2003, la Spagna nel 2005. Come scriveva l’Ansa, in 10 anni “oltre 31mila matrimoni fra coppie omosessuali sono stati celebrati in Spagna da quando è entrata in vigore nel giugno 2005 l’allora contestata legge sui matrimoni gay, che provocò vibranti proteste della Chiesa cattolica e dell’opposizione conservatrice. I matrimoni omosessuali ora rappresentano il 2% dell’insieme delle unioni legali nel Paese”. Seguono Svezia e Norvegia nel 2009, Portogallo e Islanda nel 2010, la Danimarca, nel 2012, Franci, Inghilterra e Galles nel 2013, Lussemburgo e Scozia nel 2014 e nel 2015 arriva anche l’Irlanda. “Svolta storica in Irlanda, terra di antiche radici cattoliche, che è diventato il primo Paese al mondo a introdurre i matrimoni gay tramite un referendum. I voti favorevoli sono stati a livello nazionale il 62,1%, con punte di oltre il 70% nelle città come Dublino, mentre i ‘no’ si sono fermati al 37,9%”.

In Russia, Turchia, Ucraina, Lituania, Latvia, Polonia, Slovacchia, Romania, Moldova, Macedonia, Albania, Montenegro, Bosnia-Herzegovina, Serbia, Kosovo, Bulgaria non esistono né matrimoni gay né tantomeno unioni civili. Esattamente come in Indonesia, Cina, India, Thailandia, Myanmar, Cambogia, Filippine, Nuova Guinea, Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Iran, Kazakistan, Yemen, Oman, Arabia Saudita, Iraq. Come si legge su Gay.it, “La Giustizia israeliana riconosce i matrimoni omosessuali contratti all’estero; è l’unico paese di tutto il continente asiatico a farlo. Tuttavia non è consentito alle coppie gay di sposarsi in territorio israeliano: non esistendo in Israele il matrimonio civile neppure per le coppie eterosessuali (tranne quando entrambi i coniugi sono non-ebrei), il matrimonio può esser formalmente eseguito solamente dalle autorità religiose. Tale restrizione impedisce non solo alle coppie gay di sposarsi, ma anche a tutte le coppie di fatto eterosessuali di essere riconosciute: qualsiasi persona desideri contrar un matrimonio non religioso deve recarsi al di fuori del paese”.

Chiudiamo con Italia e Grecia, gli unici Paesi di tutta l’Europa occidentale a non aver legiferato a riguardo. “Ci sfidiamo, insomma, per l’ambito ultimo posto”, dice lo scrittore Sebastiano Mauri che in questi giorni sta portando avanti una campagna che ha visto l’adesione di quasi 100mila persone e molti nomi famosi, da Jovanotti a Fedez, da Heather Parisi a Carlo Feltrinelli, per l’approvazione – naufragata – del disegno di legge Ciripà sulle Unioni Civili con stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner. Una sfida tuttora in corso: come si legge su La Stampa, i cugini ellenici hanno “recepito le normative europee in fatto di unioni civili, riconoscendo alle coppie non sposate e ai single il diritto di procreare mediante inseminazione artificiali. Le unioni civili regolare dal “Patto di libera convivenza” non includono le persone dello stesso sesso”.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 febbraio 2016

Shamma-Al-Mazrui

Siria, MSF: sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Zika, il Papa: contraccezione sì, aborto mai. Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni in Uganda. Dal carnevale di Rio al “silenziamento” della gestione maschile del corpo delle donne in Brasile. Oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India ha nozioni distorte di violenza domestica. E pensa sia normale. Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Torneo di beach volley in Iran: ma le donne non possono (ancora) entrare. Le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Honduras, una donna uccisa ogni 16 ore. Khadija Ismayilova è l’eroina dell’informazione della settimana, dalla classifica di RSF. 

Ascolta la puntata.

Siria. 1,9 milioni di persone vivono sotto assedio, le frontiere sono chiuse ai rifugiati e dilagano i bombardamenti contro strutture mediche e aree densamente abitate. È l’allarme lanciato dall’organizzazione medico-umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere, con un appello specifico agli stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, che sono parte attiva del conflitto: devono rispettare le risoluzioni da loro stessi approvate per fermare il massacro e garantire che i loro alleati assicurino la dovuta protezione ai civili ed evitino i combattimenti in aree civili. MSF presenta l’impatto del conflitto contro i civili attraverso i dati raccolti in 70 fra gli ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione in Siria nordoccidentale, occidentale e centrale. Nel complesso, sono 154.647 i feriti e 7.009 le vittime di guerra documentate in quelle strutture nel solo 2015, di cui il 30-40% sono donne e bambini. Il rapporto denuncia che 63 ospedali e strutture sanitarie supportate da MSF sono state attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni nel solo 2015. 12 strutture sono state distrutte e 23 membri dello staff sono rimasti uccisi.

“Alle donne esposte al virus Zika potrebbe essere permesso di usare contraccettivi per evitare le gravidanze”. Lo ha suggerito Papa Francesco nel corso della lunga conferenza stampa che come di consueto ha tenuto sul volo papale, questa volta di ritorno dal Messico. “Ma l’aborto, quello resta il “male assoluto”, un crimine”. E non dovrebbe mai essere permesso, nemmeno per quelle donne che aspettano un bambino con seri danni cerebrali causati dal virus Zika.

Una donna brasiliana vestita come l’artista messicana e icona femminista Frida Kahlo apre una lattina di birra. Altre mostrano cartelli con slogan come “Let me samba in peace”. Questo, si legge su Vice News, è stato il carnevale di Rio de Janeiro. Mulheres Rodadas – un termine slang che significa “donne che sono già state in giro” – è un gruppo nato poco più di un anno fa con l’obiettivo di combattere quello che viene definito un certo tipo di “silenziamento”, in Brasile, della discriminazione sessuale che sembra celebrare la libertà femminile ma che spesso significa tutt’altro. “La gente dice che in Brasile le donne si vestono come vogliono”, spiega Debora Thomé, “Quindi come si può volere più libertà? Ma diciamo che è come gli uomini vogliono che le donne si comportino. Una donna si può mettere quello che vuole, ma poi diventa vittima di violenza a causa di quello che indossa”. Un nuovo movimento femminista insomma, che sta crescendo in un Paese dove l’aborto è ancora illegale ad eccezione dei casi di stupro, quando la vita della madre è in pericolo, quando nel feto si riscontra una malformazione che porta alla sicura morte del bambino e nota come anencefalia. Il movimento nasce anche in risposta all’emendamento proposto da Eduardo Cunha, deputato e leader del potente blocco cristiano evangelico del Congresso. Che ha presentato un emendamento per cui per accedere all’aborto le vittime di stupro devono obbligatoriamente denunciare il crimine e sottoporsi ad esame medico forense. Di lui, le femministe brasiliane dicono: “Oh no, Eduardo Cunha vuole controllar era tua vagina”. In Brasile, spiega ancora Thomé, gli uomini sentono di avere “il diritto di controllare il corpo delle donne. Pensate a quell’emendamento”. Solo il 10% dei deputati del congresso è donna: quindi in pratica gli uomini stanno decidendo se e quando le donne possono abortire”.

Giappone: videogiochi, sesso e violenza. RapeLay, dove si gioca nei panni di un predatore sessuale, è il caso estremo, ma molti sono i giochi e i cartoni animati giapponesi che hanno un rapporto “ controverso” con questo tipo di contenuti. Alcuni provvedimenti sono già stati presi, ma ora il Comitato CEDAW (Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) chiede di più. Ed “esorta vivamente il Giappone a vietare la vendita di videogiochi o fumetti che abbiano come contenuto stupri e violenza sessuale contro le donne che così normalizzano e promuovono la violenza sessuale contro le donne e le ragazze”.

Un centro di controllo per monitorare la violenza contro le donne durante le elezioni. Accade a Kampala, in Uganda. Una decisione che arriva dopo che gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per l’atmosfera elettorale deteriorata che si stava creando in vista delle elezioni del 18 febbraio. La violenza sotto elezioni è un elemento che si ripete in molti Paesi africani, innescata da tensioni politiche o etniche o da processi elettorali viziati: e donne e bambini sono le persone che hanno più probabilità di subirla. Jessica Nkuuhe, coordinatrice nazionale dell’Uganda’s Women Situation Room, spiega che il centro di controllo lavorerà fino al 20 febbraio. In passato, spiega Nkuuhe, non ci sono state segnalazioni di violenze elettorali sulle donne in Uganda, ma elettrici e candidate hanno affrontato diversi tipi di violenza psicologica, e hanno fatto fronte agli sforzi portati avanti per impedire loro di votare. “Sono stati riportati anche episodi di violenza domestica derivanti da differenze nella scelta del partito o dei candidati”, spiega a Reuters. Yowecri Museveni, presidente dell’Uganda, ha governato il Paese per tre decenni da quando è salito al potere dopo una guerra-guerriglia durata cinque anni. Anche in queste elezioni Museveni è il favorito e potrebbe vincere un mandato di altri cinque anni, ma questa è per lui l’elezione più difficile. Il mese scorso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato che vi erano state numerose segnalazioni di “eccessiva forza, ostruzionismo, dispersione di manifestazioni dell’opposizione, intimidazioni e arresti di giornalisti” da parte della polizia, in un clima elettorale definito “di paura e intimidazione”. Patricia Munaabi Babiiha, direttrice esecutiva del Forum for Women in Democracy, spiega che la sala di controllo impiega donne e giovani e coinvolge anche rappresentanti della polizia e funzionari della Commissione elettorale. Sono stati formate 450 persone, tra donne e giovani, distribuiti in 15 distretti considerati punti cruciali per l’osservazione e il monitoraggio delle elezioni da una prospettiva di genere e di violenza. Sono stati formati anche 10 giovani volontari, operatori del call center che riceve e registra le segnalazioni e fa partire gli interventi in caso di necessità. Quello della situation room di genere è un progetto realizzato dall’Angie Brooks International Center (ABIC) durante le elezioni in Liberia del 2011 e poi replicato con successo durante le elezioni in Senegal, Sierra Leone, Nigeria e Kenya.

Da un recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione emerge che oltre la metà della popolazione femminile adolescente in Pakistan e in India possiede contorte e male informate nozioni sulla violenza domestica. Lo studio ha rilevato che il 53 per cento delle ragazze in entrambi i paesi ritengono che la violenza domestica sia giustificata. Secondo i dati raccolti in India e in altri Paesi in via di sviluppo, un’alta percentuale di adolescenti maschi ha la stessa convinzione. Gli atteggiamenti regressivi sui ruoli di genere si sono infiltrati ormai così profondamente nella cultura e nella società che spesso le vittime, reali o potenziali, di violenza domestica e di violenza contro le donne, ritengono che non ci sia nulla di sbagliato in quei comportamenti. C’è una tendenza a incolpare le vittime di violenza per la loro situazione, mentre l’autore viene del tutto assolto da qualsiasi responsabilità. La struttura sociale patriarcale, si legge su The Express Tribune, la diffusa disuguaglianza di genere, contorte nozioni del concetto di onore, un quadro giuridico debole e un generale aumento della violenza nella società hanno contribuito al fatto che la violenza domestica sia considerata come una componente accettabile dell’esistenza. Una sindrome di Stoccolma a livello di società, si legge ancora, per cui nelle vittime si sviluppano sentimenti di simpatia nei confronti dei rapitori o dei violenti. Questa mentalità prepara le giovani donne a una violenza che dura per tutta la vita. I loro figli saranno esposti per la stessa violenza e da grandi alle stesse credenze.

Le stazioni di polizia in India diventano più a misura di donna. Il governo indiano ha emanato specifiche direttive affinché le stazioni di polizia raccolgano le denunce di violenza sulle donne e venga fatto un lavoro in termini di istruzione e formazione tra le forze di polizia. Un portavoce del governo ha fatto sapere che si stanno portando avanti molteplici sforzi per l’empowerment delle donne, cominciando dalle forze dell’ordine e da quelle stazioni di polizia troppo al maschile. Il progetto è anche quello di aumentare del 33% la presenza femminile all’interno delle forze di polizia. Al momento è del 6-7%.

Un terzo dei componenti del governo degli Emirati Arabi Uniti è donna. Le nuove nomine includono cinque donne, portando il numero totale della rappresentanza femminile al numero record di otto donne su un totale di 29 membri di gabinetto. Shamma al Mazrui, 22enne e ministra per gli Affari Giovanili, è la più giovane ministra del mondo; sarà anche a capo del Consiglio Nazionale Giovanile degli Emirati.

È cominciato in questi giorni il primo torneo di beach volley mai ospitato in Iran. Nonostante le ripetute promesse della Federazione internazionale di pallavolo, alle donne viene ancora negato l’ingresso alle partite, tra le intimidazioni dei funzionari locali. Human Right Watch ha lanciato una campagna su Twitter e Facebook per chiedere alla Federazione di mantenere le sue promesse. L’hashtag è #Watch4Women.

Che si tratti di aree urbane o rurali, di paesi sviluppati o in via di sviluppo, le molestie sessuali e altre forme di violenza sessuale in spazi pubblici sono episodi che tutti i giorni coinvolgono donne e ragazze in tutto il mondo. Come dichiarato da UN Women – scrive Angelique Moss su The Diplomat, donne e ragazze temono e sperimentano differenti forme di violenza sessuale negli spazi pubblici, dagli ammiccamenti alle palpate, stupri e femminicidi. Accade dappertutto: le donne che vivono in Paesi e regioni “avanzati” non sono esenti dalle molestie in pubblico. Il 20% delle donne dichiara di aver vissuto una di queste esperienze in pubblico, secondo un sondaggio condotto nel 2014 dalla no-profit statunitense Stop Street Harrassment. Nella sola Londra, il 43% delle giovani dichiara di aver subito aggressioni e molestie nel 2012. Questo vuol dire per le donne, semplicemente, restrizione delle libertà. In risposta a questi dati UN Women ha lanciato l’iniziativa Safe Cities Global Initiative, con due principali filoni: Safe Cities Free of Violence against Women and Girls, attivo in Ecuador, Egitto, India, Papua Nuova Guinea e Rwanda. L’altro è Safe and Sustainable Cities for All, programma congiunto portato avanti con UNICEF e UN-Habitat. È attivo in Brasile, Costa Rica, Honduras, Kenya, Libano, Marocco, Filippine e Tajikistan.

L’Honduras ha tra i più alti tassi di femminicidi nel mondo, e come spesso accade l’impunità dilagante perpetra e alimenta la violenza di genere con una donna uccisa ogni 16 ore. “Io sono una donna e vivere senza violenza è un mio diritto” è la nuova campagna lanciata dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dall Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite con il sostegno del governo honduregno per ridurre i tassi scioccanti di violenza contro le donne attraverso azioni di consapevolezza. In Honduras il tasso di femminicidi violenti è aumentato di oltre il 260 per cento tra il 2005 e il 2013. Nel solo 2014, almeno 513 donne sono state vittime di femminicidio in Honduras, secondo le statistiche CEPAL. Secondo il Centro per i diritti della donna del Paese, nel 2015 una donna è stata uccisa ogni 16 ore. L’Honduras è anche considerato tra i primi 10 paesi al mondo con il più alto tasso di impunità. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani, l’impunità ha un impatto particolarmente pesante sulle donne e “alimenta l’accettazione sociale del fenomeno della violenza contro le donne”.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Khadija IsmayilovaQuando è stata condannata l’anno scorso a lavorare come spazzina per le strade per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, la giornalista d’inchiesta Khadija Ismayilova ha risposto con un sorriso che avrebbe “ripulito questo paese dalla sporcizia”: una cosa a cui era abituata. Ismayilova è noto per le sue indagini approfondite sulla corruzione tra i più alti livelli di governo. Incluso il clan presidenziale che gestisce i settori più redditizi dell’economia e i suoi investimenti in paradisi fiscali. Ex capa della sezione dell’Azerbaijan di Radio Free Europe/Radio Liberty, lavora per una serie di organi di informazione nonché per il consorzio internazionale di giornalismo investigativo Organized Crime and Corruption Reporting Project. Corre considerevoli rischi a livello personale. Nel 2012 e nel 2013 è stata bersaglio di una campagna diffamatoria e di un tentativo di ricatto con scene di un video girato da una telecamera nascosta nella sua camera da letto. Nel febbraio di quest’anno un cambiamento di tattica ha portato ad accusarla questa volta di spionaggio. Secondo il pubblico ministero che l’ha interrogata per tre giorni di seguito, è stata accusata di aver trasmesso segreti di stato al Congresso degli Stati Uniti. Ma ci vuole ben altro per convincerla a smettere di portare avanti le sue inchieste.

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Radio Bullets, #donnenelmondo dell’11 febbraio 2016

boxing

Roosh V e i raduni neomaschilisti annullati per “questioni di sicurezza”. Una donna poliziotta a capo del dipartimento contro la violenza su donne e bambini a Istanbul. One Billion Rising, appuntamento al 14 febbraio. La visita di Papa Francesco in Messico e l’appello di Amnesty International per i diritti umani. Australia, le nuove tecnologie arma contro le donne? Migrazione e questioni di genere, la sfida del femminismo. Milka Tadic Mijovic, dal Montenegro l’eroina dell’informazione di Reporter senza Frontiere di questa settimana.

Ascolta la puntata.

Le avventure di Dariush Valizadeh, meglio noto come Roosh V. Ne abbiamo parlato la settimana scorsa: il gruppo online “neomaschilista” che fa riferimento al 36enne del Maryland, sedicente artista e scrittore antifemminista e i cui sostenitori credono che lo stupro dovrebbe essere legalizzato se “consumato” nella proprietà privata, si sarebbe dovuto riunire per la prima volta off line, il 6 febbraio, con incontri in tutto il mondo, Roma compresa. I meeting sono stati annullati con un post sul blog del movimento “Return of Kings”, il Ritorno dei Re, dopo che in Rete si è scatenato l’inferno, tra sostenitori dei diritti delle donne, membri di Anonymous e anche club di boxe femminile a Toronto che hanno iniziato rapidamente ad organizzare delle contro-proteste. “La polizia era in allerta”, si legge su Vox.com. “Decine di migliaia di persone nel Regno Unito, in Scozia e in Australia hanno firmato petizioni per mantenere Roosh e i suo discorsi misogini fuori dai loro Paesi. Roosh ha annunciato che avrebbe annullato i suoi eventi, perché non poteva “più garantire la sicurezza o la privacy degli uomini”. Anonymous l’ha, come si dice in gergo, “ doxed” , ovvero ha cercato, trovato e pubblicato in Rete informazioni su Roosh, compreso il suo indirizzo di casa. E lui ha tenuto una conferenza stampa a Washington incolpando le “bugie” dei media per tutto quello che stava accadendo. Ha negato anche di approvare lo stupro, spiegando che la proposta di legalizzarlo altro non è che satira, e ha definito gli incontri solo un modo per costruire solidarietà contro ciò che definiscono l’oppressione femminista. Incontri o meno, nel tempo è stato il contenuto delle proposte veicolate attraverso il sito Return of Kings ad essere al centro delle polemiche. Roosh, si legge ancora su Vox.com, promuove alcune idee nocive che disumanizzano le donne e che contribuiscono alla cultura dello stupro, e la resistenza dimostrata da parte del pubblico a questo tipo di idee è parte fondamentale della lotta per i diritti delle donne. Allo stesso tempo, però, lo stesso Roosh è probabilmente meno potente e meno pericoloso di quanto si pensi – e questo incidente potrebbe essere stato in realtà una trovata per far parlare di sé e ottenere più seguaci. Daryush Valizadeh è figlio di immigrati armeni e iraniani. Secondo il Daily Mail vive con la madre a Silver Spring, nel Maryland. Lui nega, e dice che vive “da qualche parte in Europa”. Si è auto-pubblicato 15 libri, molti dei quali sono guide per il sesso in diversi Paesi del mondo. Consiglia il Brasile, perché lì in genere “le ragazze sono più belle e più facili delle americane – almeno il 50% in più”. Non andate in Danimarca, avverte, perché i suoi robusti programmi di assicurazione sociale rendono le donne troppo indipendenti dagli uomini per essere facilmente sedotte. Chiama la sua “filosofia” “neomaschilismo” e ritiene che le donne non siano in grado di regolare il proprio comportamento o prendere decisioni e che debbano essere controllate dagli uomini. Misogino e omofobo, Roosh dice anche che “il valore di una donna dipende in modo significativo dalla sua fertilità e dalla bellezza”, mentre il femminismo e la modernità hanno portato alla rovina della società occidentale e all’oppressione degli uomini. Il suo sito web, Il Ritorno del Re, ha in home page un dal titolo “9 segreti sulla natura femminile rivelati da una ragazza hot che sta morendo di cancro”. Nel pezzo tale Bob Smith racconta delle rivelazioni che gli avrebbe fatto questa molto bionda e molto hot trentenne allo stadio terminale del suo tumore che, data la morte imminente, avrebbe deciso di rivelare cosa siano davvero le donne. Ecco i segreti in questione: le donne sono come i bambini; le donne falsificano praticamente tutto; se una donna ti dice “se non c’è la fiducia, non c’è nulla” in sostanza ti sta tradendo o sta pensando di farlo; le donne sono molto più eccitate e insaziabili degli uomini (e, spoiler, fanno sesso con i cani, ecco perché hanno tutte cani maschi, o ancora, spoiler, sono “ recipienti per il cazzo”, così biologicamente progettate, e nulla le fa sentire meglio di essere “riempite” con più peni); le donne non hanno amiche, solo competizione femminile; le donne mentono sempre sul numero di partner sessuali che hanno avuto; tutte le donne non si piacciono; le donne vogliono sempre quello che non possono avere (cfr. il fidanzato dell’amica); tutte le donne sono masochiste. Sulla questione dello stupro, infine. Nel pezzo definito di “satira”, il ragionamento di Roosh era: se lo stupro fosse legale nella proprietà privata, allora le donne ci penserebbero bene prima di andare a casa di qualcuno. Peccato che 4 stupri su cinque avvengano per mano del partner o dell’ex, preferibilmente in una casa.

Una donna poliziotta a capo del nuovo dipartimento della Polizia di Istanbul specializzato nella violenza domestica contro donne e bambini: è Kiymet Bilir Degerli, 39 anni. La Turchia ha creato nuovi uffici di polizia in tutte le 81 province del Paese per combattere la violenza domestica che coinvolge donne e bambini: il provvedimento fa parte delle strategie del ministero della Famiglia e delle Politiche Sociali e del ministero degli Interni per affrontare il problema. Gli agenti di polizia che lavorano presso questi uffici si occuperanno di portare le donne che hanno subito violenza in spazi speciali che permettano loro di avere tranquillità, comunicando alle donne tutti i loro diritti e coordinando le successive azioni di supporto psicologico, provvedendo anche, in caso di necessità, alla sicurezza personale delle donne. “La vittima dovrebbe rivolgersi alla polizia. Otterrà il supporto sociale e psicologico che si aspetta”, spiega Degerli. Le donne dovrebbero collaborare con gli agenti, aggiunge, criticando la mentalità mediatica generalizzata che sostanzialmente giustifica la violenza di genere. “I bambini sono i soggetti più colpiti dalla violenza. E la violenza, così, si ‘normalizza’ nelle loro menti” anche a causa di quanto mostrato nelle trasmissioni televisive. Degerli ha invitato a unirsi alle attività dei nuovi dipartimenti anche tutti i volontari che vorranno prendere parte alla lotta alla violenza domestica, anche a causa del fatto che il numero di agenti impegnati resta basso: 300, soprattutto donne, ma il numero potrebbe essere aumentato a seconda delle esigenze locali. “Abbiamo bisogno di volontari per aiutarci: terapeuti, sociologi e traduttori simultanei”, spiega.

Secondo le Nazioni Unite 1 donna su 3 nel mondo – per un totale di un miliardo di ragazze e donne (su una popolazione di 7 miliardi di persone) – verranno picchiate o stuprate nel corso della loro vita. Per il quarto anno consecutivo, attiviste e attivisti di One Billion Rising stanno progettando in tutto il mondo eventi, performance artistiche, tavole rotonde, conferenze stampa, film, articoli, incontri in occasione del 14 febbraio. La campagna quest’anno vedrà aumentare le azioni collettive in tutto il mondo per amplificare la richiesta di cambiamenti “di sistema” per porre fine alla violenza contro le donne e le ragazze. “Abbiamo ballato, abbiamo chiesto giustizia, abbiamo preteso cambiamenti”, spiega Monique Wilson, direttrice globale di One Billion Rising. “Quest’anno stiamo radicalizzando le nostre azioni – stiamo ampliando la rivoluzione. Dobbiamo continuare a smuovere le coscienze ed essere più coraggiosi, audaci, creativi e determinati”. La campagna quest’anno si concentra in particolare sulle donne e le ragazze emarginate. “Stiamo evolvendo la nostra lotta contro la violenza nei confronti delle donne, sapendo che se non mettiamo gli emarginati al comando, se non contrastiamo imperialismo, guerra, cambiamento climatico, razzismo, patriarcato, disuguaglianza economica, e se non lottiamo per i diritti dei lavoratori, non riusciremo mai a porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, aggiunge Eve Ensler, fondatrice di OBR e autrice dei Monologhi della Vagina.

Le tecnologie come nuovo strumento per fare stalking, minacciare e molestare le donne: è il contenuto di un intervento al Parlamento australiano del laburista Tim Watts. Un abuso, sottolinea, spesso perpetrato anche in questo caso tra le mura di casa. E ci sono declinazioni – la “vendetta pornografica”, ad esempio – a cui le leggi spesso non sono in grado di rispondere in maniera efficace. In alcuni casi, le immagini sessuali private ​vengono utilizzate come strumento per controllare le donne in relazioni già violente, o come ricatto per costringerle a sottostare ad abusi di natura sessuale. Da uno studio in cui sono stati intervistati 3.000 adulti australiani di età compresa tra i 18 e i 54 anni – è emerso che le minacce, le molestie sessuali e la condivisione non consensuale di immagini di nudo sono estremamente comuni. Non è la tecnologia a mettere in pericolo le donne: sono le persone che la usano. Che sono, ancora una volta – come per le aggressioni in strada, le violenze sessuali, gli abusi dei partner – uomini.

Alla vigilia della visita di stato di Papa Francesco in Messico, prevista tra il 12 e il 18 febbraio, Amnesty International dichiara in una nota che il paese sta affrontando una crisi dei diritti umani di dimensioni epidemiche, di cui sparizioni, torture e brutali omicidi costituiscono il tratto dominante. “Non appena arriverà a Città del Messico, papa Francesco si troverà faccia a faccia con una delle più preoccupanti crisi dei diritti umani dell’intero continente americano”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International. “Dalle decine di migliaia di persone scomparse al massiccio uso della tortura, dal crescente numero di uccisioni di donne alla profonda incapacità di svolgere indagini, le violazioni dei diritti umani sono diventate un fatto abituale in Messico”. “Sollecitiamo papa Francesco a usare la sua grande influenza per convincere il presidente Peña Nieto a prendere sul serio questa terribile crisi dei diritti umani, assicurando alla giustizia tutti i responsabili di violazioni dei diritti umani. Solo assumendo un’azione concreta e decisiva per portare i responsabili di questi crimini di fronte alla giustizia, il governo messicano potrà cominciare a contrastare questa crisi che ha radici profonde” – ha concluso Guevara-Rosas.

Il New York Post pubblica un intervento di Carrie Lukas, amministratrice delegata dell’International Women’s Forum e vice president per l’Independent Women’s voice, sulla questione migrazione e violenza sulle donne. “Le femministe europee”, scrive, “sono in un vicolo cieco”. Perché l’attuale crisi della violenza verso le donne da parte dei migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente sta mettendo in crisi due dei più “sacri” principi del femminismo: “incolpare l’uomo bianco e, in casi di stupro, credere sempre a quello che dice la donna rispetto a quello che dice l’uomo”. L’ultimo caso è quello della aggressione sessuale a una ragazza tredicenne russo-tedesca che ha prima sostenuto di essere stata rapita e violentata da tre migranti e ha poi ammesso di aver inventato quella storia sfruttando i fatti di Colonia di Capodanno. “Il presunto stupro era diventato un caso internazionale”. Le femministe, scrive Carrie Lukas, vogliono stare dalla parte dei rifugiati, una minoranza oppressa, che in quanto tale dovrebbe far parte della coalizione femminista per combattere il patriarcato bianco del Vecchio Mondo. Ma le masse di profughi includono molti, moltissimi uomini: si stima che il 75% delle persone che hanno raggiunto l’Europa lo scorso anno siano uomini. Uomini non esattamente entusiasti di prendere parte alla lotta per i diritti delle donne. Gli attacchi contro le donne da parte di gruppi di uomini immigrati nella notte di Capodanno a Colonia, in Germania, ma anche in altre città europee hanno occupato tutte le prime pagine dei giornali, ma difficilmente sono i primi del loro genere. Il femminismo si è diviso: alcune hanno scelto di ignorare la questione migrazione, concentrandosi a dare la colpa agli uomini. In un dibattito sul giornale tedesco Der Spiegel, Alice Schnauzer (definita “la gran dama del femminismo tedesco”) ha riconosciuto i problemi peculiari creati da questa ondata di immigrazione, mentre Anne Wizorek,he rappresenta la generazione più giovane di femministe tedesche, ha lamentato il fatto che la questione della violenza sessuale possa diventare uno strumento politico. “Il fatto che uomini con un background di immigrazione abbiano commesso violenze sessuali viene strumentalizzato per stigmatizzarli come gruppo”, dice. La violenza contro le donne non è una novità, scrive Carrie Lukas, ma chiunque si occupi di diritti delle donne dovrebbe riconoscere che qualcosa sta andando storto, soprattutto di fronte alle parole della sindaca di Colonia che dopo Capodanno ha suggerito alle donne di tenersi distanti dagli uomini negli spazi pubblici: un modo di dare la responsabilità della violenza alla vittima. Un modo che dovrebbe vedere le femministe mettersi sul piede di guerra. Anche la storia del falso stupro creata dall’adolescente russo-tedesca a Berlino da un lato rinforza la posizione femminista in tema di migrazione, ma dall’altra, prosegue la managing director, dà un duro colpo al presupposto che le donne vanno sempre credute perché non potrebbero mai mentire su una cosa così intimamente distruttiva come lo stupro. Una via d’uscita, dice Carrie Lukas, c’è: focalizzarsi nuovamente sul principio fondamentale della parità di diritti delle donne e del trattamento equo. Riconoscendo che l’Occidente, uomini inclusi, ha effettivamente percorso un lungo cammino nel proteggere le donne e la loro sicurezza fisica e consentendo loro partecipazione alla sfera pubblica. Un progresso che non può essere sacrificato in nome del multiculturalismo e che dovrebbe essere comunicato a chi in Europa arriva dopo essere fuggito dal Medio Oriente o dal Nord Africa.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte dellalista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Milka Tadic Mijovic.  Fin da prima del crollo della Jugoslavia di Tito, Milka Tadic Mijovic è stata parte di uno dei progetti pionieri della democrazia nei Balcani, The Monitor, primo settimanale indipendente del Montenegro. I suoi articoli in difesa della pace e delle minoranze etniche e sulla lotta contro la corruzione hanno vinto riconoscimenti a livello internazionali e le hanno portato guai. È stata la prima giornalista licenziata per aver criticato le politiche aggressive di Milosevic. Dal 2006, quando il Montenegro è diventato indipendente, i suoi problemi sono aumentati e hanno incluso minacce fisiche, pressioni finanziarie e persecuzione giudiziaria. Ora direttrice del Monitor, ha un triste primato in comune con i quotidiani Vijesti e Dan: quello di aver pagato più di 300.000 euro di danni negli ultimi anni.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 2 febbraio 2016

abeer saady

Barbie bassa e formosa: 33 nuovi modelli e una notizia che ha conquistato anche la copertina del Time. I “neomaschilisti” del gruppo Il Ritorno dei Re si danno appuntamento a Sidney e in altre 43 città in tutto il mondo: per loro, lo stupro andrebbe legalizzato. Una ragazza turca di 20 anni è stata uccisa dal fidanzato tedesco a Colonia. Lo Zimbabwe dichiara illegali i matrimoni di ragazze minorenni. In India corsi di arti marziali e autodifesa nelle scuole. Sempre in India, violentata in ospedale una ragazza ricoverata per violenza sessuale. L’eroina dell’informazione della settimana è la giornalista egiziana Abeer Saady.

Ascolta la puntata.

Barbie bassa e formosa. Sono andata a cercare la storia della Barbie e ho scoperto un particolare che mi era onestamente ignoto, forse per la mia vocazione all’evitare bambole e dintorni e preferire Lego, pallone e Mio Mini Pony. Comunque: la prima Barbie, 57 anni fa, il 9 marzo 1959, aveva un costume zebrato e i capelli neri raccolti in una coda. Da allora è diventata biondo platino e ha rappresentato nell’immaginario comune lo stereotipo della ragazza perfetta, quasi anoressica, e sostanzialmente stupida. Ora però la Mattel vuole “cambiare verso”: Barbara Millicent Roberts, nome completo di Barbie, per la quale l’azienda nel tempo ha costruito una vera e propria biografia, amici, stirpe e fidanzato con cui è anche stata in crisi, non sarà più solo bionda e filiforme. La Mattel ha lanciato tre nuove versioni della bambola più famosa del mondo: quella “minuta”, quella “tall”, alta e quella “curvy”, ovvero formosa. Taglie alla misura di tutti, forme di più tipi e più “normali”. I nuovi modelli hanno anche diversi tipi di colore di pelle e acconciature e colori di capelli di ogni genere. “Siamo convinti di avere la responsabilità nei confronti di ragazze e genitori di riflettere una visione più ampia della bellezza”, dice Evelyn Mazzocco, vice presidente e global manager di Barbie. “Barbie riflette il mondo che le ragazze vedono intorno a loro”, aggiunge il chief operating officer Richard Dickson. “La sua capacità di evolvere e di crescere con i tempi pur rimanendo fedele al suo spirito, è fondamentale”. 33 sono i nuovi modelli a disposizione entro la fine dell’anno e prenotabili fin da ora, mentre la notizia ha già conquistato anche la copertina del Time.

Un gruppo online “neomaschilista” – i cui sostenitori credono che lo stupro dovrebbe essere legalizzato se “consumato” nella proprietà privata e che le donne sono biologicamente fatte per seguire gli ordini degli uomini – si riunirà per la prima volta off line a Sydney sabato prossimo, il 6 febbraio. Un incontro che avrà luogo anche in altre 43 sedi città tutto il mondo compresa Roma, di sera, davanti alla scalinata di Piazza di Spagna. Il leader del movimento “Return of Kings”, il Ritorno dei Re, è Daryush “Roosh” Valizadeh, 36enne del Maryland e scrittore antifemminista. Alla manifestazione, spiega, donne e uomini transgender e omosessuali non sono invitati. Il sito The Return of Kings esiste dal 2012 e ha oltre 12.500 fan su Facebook. “Il valore di una donna dipende in maniera significativa dalla sua fertilità e dalla sua bellezza”, si legge sul sito. “Quello di un uomo dalle sue risorse, dall’intelletto, dal carattere”. Vengono pubblicati articoli in cui si sostiene che le donne non dovrebbero votare, che lo stupro nella proprietà privata dovrebbe essere legalizzato, che le donne transgender che vanno a letto con uomini eterosessuali sono sostanzialmente delle stupratrici.

Una ragazza turca di 20 anni è stata uccisa dal suo fidanzato tedesco vicino alla sua casa di Colonia, in Germania. Gizem Peker, studentessa dell’università di Aachen, è stata accoltellata a morte dal suo fidanzato tedesco nel quartiere Ostheim. Secondo i media tedeschi la giovane donna si stava recando a casa dei genitori per il fine settimana quando il fidanzato, da cui si era recentemente separata, l’ha fermata e l’ha cominciata a colpire. Il 21enne, di cui la polizia non ha svelato l’identità, è stato fermato e messo in prigione, mentre il corpo della ragazza, la cui famiglia è originaria della città di Elazig, nella Turchia orientale, è stato riconsegnato ai genitori dopo l’autopsia. Secondo la polizia la vittima ha riportato ferite multiple nella parte superiore del corpo e l’attacco è avvenuto in una zona appartata. I dati del ministero tedesco della Famiglia parlano di una donna su sette vittima di violenza sessuale e di una donna su quattro di violenza domestica.

Il 21 gennaio scorso l’Alta corte dello Zimbabwe ha dichiarato illegali i matrimoni di ragazze di età inferiore ai 18 anni, abrogando una norma che finora aveva consentito a bambine anche di 12 anni di sposarsi col consenso dei genitori. Nel paese dell’Africa orientale un terzo delle ragazze si sposa prima dei 18 anni e il 4% prima dei 15, ha detto Tendai Biti, uno degli avvocati dei diritti umani che ha chiesto alla Corte costituzionale di modificare la legislazione. Da adesso “sotto i 18 anni non si potrà contrarre nessun tipo di matrimonio”, spiega Vernanda Ziyambi, uno dei nove giudici che ha approvato all’unanimità la legge. Biti e gli altri avvocati hanno rappresentato due donne, Loveness Mudzuru e Ruvimbo Tsopodzi, che si erano sposate all’età di 16 e 12 anni e che non volevano che altre bambine patissero un destino simile. “Ora aspettiamo che il Parlamento approvi severe sanzioni per garantire che la legge sia applicata”, ha detto Biti. “Sono veramente contenta di aver contribuito a rendere lo Zimbabwe un Paese più sicuro per le ragazze” ha detto Mudzuru che ha avuto due bambini prima dei 18 anni. Dietro al fenomeno delle spose bambine, si legge sul blog di Amnesty International sul Corriere della Sera, c’è la povertà: i genitori danno via le figlie in modo da avere meno bocche da sfamare e prendere, se c’è, la dote. “Le ragazze che si sposano presto fanno figli presto nella più totale povertà, è un circolo vizioso – ha raccontato Mudzuru alla Thomson Reuters Foundation, la mia vita è stata un inferno. E’ difficile allevare un figlio quando sei una bambina anche tu. Sarei dovuta andare a scuola, invece”. Nel mondo ogni anni 15 milioni di bambine vengono date in sposa. Nell’Africa sub-sahariana il 20% delle bambine subisce questo destino.

“Ho imparato lo Jiu Jitsu, che è una forma di auto-difesa, e so che un paio di altre ragazze hanno fatto lo stesso”, racconta Shreya Kukar, studentessa di New Delhi. “Sono assolutamente convinta che imparare queste cose renda più forti le donne. Solo il fatto di sapere cosa fare in caso di situazione spiacevole aiuta a sentirsi meglio, anche se solo mentalmente”. La violenza sessuale, si legge sull’International Business Times, è un grave problema in India. Spesso abbiamo parlato qui su Radio Bullets dello stupro di gruppo e della morte della studentessa Jyoti Singh nel 2012 a Delhi. Da allora sempre più donne e ragazze hanno intrapreso lezioni di arti marziali e autodifesa. Nel 2014 sono stati segnalati dalla polizia più di 36mila stupri, e la verità è che il numero effettivo rischia di essere significativamente più alto. Continuano ad essere segnalati anche attacchi brutali contro le ragazze, tanto che i governi statali hanno annunciato l’inserimento di corsi di autodifesa all’interno dei percorsi scolastici. I più critici hanno sottolineato che senza un intervento alla fonte del problema, tuttavia, senza una migliore azione di polizia e senza la garanzia di un sistema legale a vantaggio delle vittime, i tassi di violenza sessuale continueranno ad aumentare in India. La percentuale di condanne per stupro nel 2014 era solo del 28%: questo alimenta un senso di impunità. E proprio dall’India arriva in queste ore la notizia dell’ennesima violenza. Una ragazza di quindici anni, in ospedale in seguito a una violenza sessuale, ha raccontato di essere stata violentata di nuovo da una guardia di sicurezza dell’ospedale. La ragazza era stata ricoverata alcuni giorni prima dopo aver denunciato alla polizia di essere stata stuprata da un adolescente nel suo quartiere. L’imputato, un minorenne, è stato arrestato e mandato in una casa di custodia cautelare giovanile.

Infine continuano anche questa settimana con il nostro appuntamento con le storie delle 35 donne che fanno parte della lista dei “100 eroi dell’informazione” pubblicata da Reporter senza frontiere. Oggi è la volta di Abeer Saady. Ben nota al mondo dei media egiziani, scrive RSF, Abeer Saady scrive in arabo e in inglese sulle più importanti tematiche da 23 anni. Cha sia sul fronte libico o per le strade del Cairo, sembra essere dappertutto. Centinaia di giornalisti in tutto il Medio Oriente la conoscono, anche perché Abeer si occupa di formazione per i giornalisti che lavorano nelle aree ostili – come in Egitto, Siria, Libia, Tunisia, Yemen, Iraq, Turchia, Giordania, Barhein. Oltre ad essere vice direttrice del quotidiano Al-Akhbar, è stata eletta vice-presidente e componente del consiglio di amministrazione del sindacato egiziano dei giornalisti per tre mandati, e ne ha gestito il dipartimento di formazione, ospitando seminari e corsi di formazione. Ora però ne ha avuto abbastanza. Ha criticato pubblicamente il silenzio del sindacato di fronte a tutti gli arresti, le violenze e gli omicidi mirati di giornalisti, e ha annunciato la fine del suo coinvolgimento nell’organizzazione. Ha esortato i suoi colleghi a prendere in considerazione le conseguenze catastrofiche “del silenzio in risposta a questo attacco alla sicurezza, alla protezione e la dignità dei giornalisti”. Dodici giornalisti sono stati uccisi in Egitto dal 2011 e più di 20 sono attualmente in stato di detenzione.

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