Archivi del mese: dicembre 2015

Radio Bullets, #donnenelmondo del 31 dicembre 2015

malala

Il 2015 di #nelmondodelledonne su Radio Bullets: Bill Cosby, Hillary Clinton, Angela Merkel, le donne al voto in Arabia Saudita, il drone e l’app dell’aborto, l’epidemia di violenza contro le transgender di colore negli Usa. E ancora i matrimoni gay, Malala, Ghoncheh Gravami in Iran, Carmen Guadalupe Vazquez e la parità di genere che passa attraverso la pari retribuzione e la genitorialità di nuovo condivisa. Buon anno!

Ascolta la puntata.

Il 2015 ha visto diventare la violenza contro le donne transgender di colore una vera e propria epidemia a livello nazionale negli Stati Uniti. Un rapporto della Human Rights Campaign (HRC) afferma che almeno 21 transgender sono state vittima di violenza mortale nell’anno che si sta chiudendo. Un numero che, si legge su Vibe, rende il 2015 un anno record con il più alto numero di omicidi di persone transgender. Secondo la HRC, sono state uccise più persone transgender nei primi sei mesi del 2015 rispetto a tutto il 2014. “Non conosciamo molti dettagli sulle esperienze delle vittime, ma la ricerca mostra che le persone transgender affrontano molestie e discriminazioni in numerosi contesti e per tutta la vita”, si legge. “Inoltre, sappiamo che le possibilità di affrontare discriminazioni, molestie e violenza aumentano in modo esponenziale per le donne transgender di colore, che affrontano anche razzismo e sessismo. Per molte donne transgender di colore , la minaccia della violenza è costante”. Secondo gli esperti, le ragioni di questi meccanismi risiedono nei diffusi atteggiamenti iper-maschilisti e nel loro intrecciarsi con mentalità religiose fondamentaliste.

Il 2015 è stato anche l’anno di Bill Cosby, al centro delle attenzioni della giustizia a decenni dai casi che lo avrebbero visto carnefice. È di queste ore la notizia dell’incriminazione dell’attore americano in Pennsylvania per una violenza sessuale che risale al 2004. La vittima è Andrea Constand e Cosby, sotto giuramento, aveva dichiarato di avere avuto con lei rapporti sessuali consenzienti. Ben diversa la versione della donna, che accusa l’attore oggi sessantottenne di averla drogata e violentata. All’epoca il procuratore aveva deciso di non procedere. La versione di Andrea descrive una dinamica simile a quella delle accuse che almeno altre 45 donne hanno mosso nel tempo a Cosby. A luglio il New York Magazine, rivista quindicinale di New York, aveva messo in copertina 35 donne che hanno accusato il comico Bill Cosby di stupro. Ora il protagonista dei Robinson, dopo l’incriminazione, ha consegnato il passaporto e pagato il 10 per cento della cauzione da un milione di dollari per rimanere in libertà in attesa del processo. La prima udienza è fissata per il 14 gennaio. L’incriminazione è la prima che porterà sotto processo Cosby. Molte delle altre accuse, risalenti anche a molti anni fa, sono ormai scadute.

Il 12 dicembre scorso le donne saudite hanno votato per la prima volta, si sono candidate e sono anche state elette. Il 2015 è stato il primo anno del “Drone dell’aborto”, un drone che ha volato sulla cattolica Polonia distribuendo pillole abortive e che anticipa iniziative analoghe on altri Paesi annunciate anche per il 2016. A condurre l’intera operazione è stata l’associazione no-profit Women on waves che da 10 anni difende il diritto delle donne a una scelta consapevole sulla maternità. E la Polonia fin dal 1993 ha ristretto fortemente la normativa sull’aborto. Sempre da Women on Waves è arrivata anche la prima app per l’aborto sicuro: l’applicazione fornisce informazioni per donne e operatori sanitari in tutto il mondo. (È possibile scaricare l’applicazione qui)

Nella classifica delle buone notizie del 2015 di Amnesty International le donne sono protagoniste. Donne come Carmen Guadalupe Vasquez, una giovane che nel 2007, a 18 anni, era stata condannata a 30 anni di carcere perché sospettata di aver abortito illegalmente. Carmen è stata scarcerata il 20 febbraio scorso. Un mese prima, il 22 gennaio, a seguito di una campagna di Amnesty e di altre organizzazioni per i diritti umani, l’Assemblea parlamentare aveva votato in favore della grazia. In Iran il 2 aprile Ghoncheh Ghavami, condannata il 2 novembre 2014 a un anno di carcere per il reato di “diffusione di propaganda contro il sistema”, poi rilasciata su cauzione, ha ottenuto la commutazione del residuo di condanna in una multa. Ghavami, 25 anni, era stata arrestata il 20 giugno 2014 per aver voluto assistere a una partita di pallavolo maschile. Il 22 maggio l’Irlanda è diventata il 19esimo paese al mondo e il primo attraverso un referendum ad aver introdotto nella legge l’uguaglianza dei matrimoni a prescindere dall’orientamento sessuale. “#LoveWins”, l’amore vince aveva twittato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama quando il 26 giugno, con cinque voti favorevoli e quattro contrari, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che il matrimonio è un diritto garantito dalla Costituzione a tutti. Anche alle coppie gay, perché tutte le persone godono di “uguale dignità agli occhi della legge”. Una decisione vincolante per tutti i 50 Stati del Paese, anche se hanno fatto notizia il caso di “obiezione di coscienza” di Kim Davis, impiegata comunale del Kentucky, arrestata e poi rilasciata dopo essersi rifiutata di fornire le licenze per le nozze tra persone dello stesso sesso perché a suo dire “contro la volontà di Dio”. Il 2 dicembre Cristel Piña, 25 anni, madre di due figli, è stata rilasciata in Messico dopo aver trascorso oltre due anni in carcere. Era stata arrestata, ricorda ancora Amnesty, nel 2013 e sottoposta a stupro e ad altre torture affinché confessasse di aver realizzato filmati compromettenti a scopo di estorsione, accusa poi rivelatasi falsa.

Il 2015 è stato anche l’anno della candidatura di Hillary Clinton alla presidenza degli Stati Uniti. Era il 12 aprile e Hilary entrava nella storia come la prima donna nominata candidata presidente degli Stati Uniti. Per la prima volta in 29 anni, il Time nel 2015 ha messo poi una donna in copertina come “Persona dell’anno”: la cancelliera tedesca Angela Merkel. Nel 2015, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, la più giovane vincitrice del Nobel per la Pace Malala Yousafzai, ha inaugurato l’apertura di una scuola per giovani ragazze rifugiate siriane in Libano. Malala è sopravvissuta a una settimana di coma dopo essere stata sparata in Pakistan quando aveva solo 15 anni, nel 2012, dai Talebani a causa del suo attivismo per il diritto delle ragazze all’educazione. Ha vinto il Nobel l’anno scorso, a 17 anni. “Investite in libri, non in proiettili” è il suo appello ai leader del mondo.

Queste notizie compaiono nella classifica che la nonprofit statunitense Equal Rights Advocates ha stilato dei momenti top per le donne nel 2015. Una classifica in cui non manca la firma del California Fair Pay Act: “Con una mossa che speriamo sarà seguita da altri Stati e a livello federale – si legge – la California ha approvato nel 2015 il California Fair Pay Act: la più forte legge sulla parità di retribuzione nel Paese”. E ancora: nel 2015 alcune grandi aziende hanno ampliato il periodo retribuito di congedo parentale per motivi familiari per i lavoratori dipendenti. E ne hanno dato ampiamente notizia. Amazon, Netflix, Spotify, con queste decisioni hanno portato il tema all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale: perché – e questo è uno dei buoni propositi di chi parla per il 2016 – i figli si fanno in due e riequilibrare il concetto di genitorialità è un passaggio fondamentale per la parità di genere e la parità di carriere e realizzazione delle donne – e anche degli uomini.

E anche per oggi con #donnenelmondo è tutto. Per quest’anno è tutto. Io sono Angela Gennaro e vi do appuntamento alla prossima settimana, per un 2016 in cui, è un impegno, continueremo a raccontare e lavorare per l’informazione, la trasparenza e la parità di genere. Buon anno e continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook, su Twitter e Instagram con l’account @RadioBullets, sul nostro sito www.radiobullets.com. Iscrivetevi alla nostra newsletter e, se volete, sostenete il nostro lavoro anche nel 2016 al link qui. Passo e chiudo.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 24 dicembre 2015

india-rape-protest

India, il rilascio del più giovani degli stupratori di Jyoti. In Zambia uno stupratore ambasciatore per la lotta alla violenza di genere. Violenza contro le donne musulmane in tempi di terrorismo. Egitto, donne in piazza imbavagliate. El Salvador, le vittime invisibili sono le donne.

Ascolta la puntata.

India: il più giovane dei sei uomini condannati per lo stupro di gruppo di Nirbhaya del 2012 è stato liberato nei giorni scorsi, dopo che un tribunale ha rigettato l’estensione di tre anni della sua condanna. Sei persone, tra cui un minorenne, avevano aggredito e violentato la ventitreenne Jyoti Singh su un autobus in corsa a sud di Delhi. Nirbhaya, trasportata in un ospedale di Singapore, è morta 13 giorni dopo, il 29 dicembre 2012. In India, secondo la polizia, viene segnalato uno stupro ogni 20 minuti, e la sentenza ha scatenato il dibattito sulla violenza contro le donne e sulle pene per i colpevoli, in questo caso un giovane. “Il giovane criminale è stato consegnata a una ONG per il momento”, spiega a Reuters Ashok Verma, uno degli avvocati che lo rappresentano. La Commissione di Delhi per le donne ha presentato immediatamente un appello contro il rilascio alla corte superiore indiana.

Zambia. Su BuzzFeed, Jina Moore, corrispondente che si occupa di diritti delle donne, riporta il caso di Clifford Dimba, musicista noto come General Kanene, condannato a 15 anni di carcere per aver violentato una minorenne e poi non solo graziato dal presidente dello Zambia Edgar Lungu ma anche nominato ambasciatore nella lotta contro la violenza di genere. Apparentemente grazie ad una canzone scritta dal musicista in cui loda la presidenza e il partito. Secondo il Lusaka Times, Dimba aveva scontato un solo anno della sua condanna. Appena quattro giorni dopo la grazia e il rilascio, a luglio, Dimba avrebbe picchiato una delle sue mogli perché non voleva fare sesso. La polizia si è rifiutata di arrestarlo. Qualche mese dopo avrebbe picchiato anche un’altra donna, giustificando il pestaggio chiamandola “prostituta”. Questa volta sarebbe stato arrestato, seppure a diversi giorni di distanza dall’accaduto. Il caso è arrivato all’attenzione delle Nazioni Unite in questi giorni. “Questo scandaloso rilascio e la nomina ad ambasciatore per la lotta contro la violenza di genere non solo traumatizzano ancora una volta le vittime ma scoraggiano le altre vittime a denunciare reati simili”, dice Dubravka Šimonović, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la violenza contro le donne. “Questo dimostra chiaramente che l’impunità per questi reati genera ancora più violenza”, aggiunge Maud de Boer-Buquicchio, giurista e relatrice speciale per le Nazioni Unite sulla vendita di bambini, la prostituzione e la pornografia infantili. Le due funzionarie hanno chiesto a Lungu a ritirare la nomina di Dimba ad ambasciatore e “garantire che non vi siano ulteriori indulti” per i condannati per violenza sessuale.

Violenza contro le donne musulmane: ne scrive Omise’eke Natasha Tinsley, professoressa associata di Studi Africani e della Diaspora africana presso l’Università del Texas a Austin e socia Public Voices per il Progetto OpEd. “Le donne di colore, le donne musulmane e tutte le donne hanno bisogno di capire che abbiamo una causa comune”, si legge sul Time. Una questione, spiega, che non viene analizzata abbastanza spesso: la violenza islamofobica contro le donne è una questione di femminismo nero. “Poche ore dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre scorso, in Europa e in Nord America si è scatenata la violenza islamofobica. Ma, al contrario della persecuzione degli uomini musulmani dopo l’11 settembre, ora la violenza sembra colpire soprattutto le donne”. Alcuni casi: a Londra, Yoshiyuki Shinohara, 81 anni, ha spinto – senza riuscire ad ucciderla – una donna musulmana che indossava l’hijab contro a un treno della metropolitana in arrivo. A New York, in una scuola media, una ragazza è stata aggredita da dei ragazzi che hanno provato a toglierle il velo chiamandola Isis mentre la picchiavano. A Toronto, una madre musulmana è stato picchiata e derubata dopo aver lasciato i figli a scuola, e nella stessa settimana due donne sono state aggredite in metropolitana da alcuni uomini che le chiamavano terroriste”. La violenza contro le donne musulmane, si legge ancora sul Time, si è acuita nuovamente dopo il massacro di San Bernardino, in California, in seguito alle immagini ampiamente diffuse di una delle persone che hanno sparato, Tashfeen Malik, con addosso l’hijab. Le donne di colore sono tra le musulmane prese di mira dalla violenza islamofobica. Lo testimonia il caso dell’artista Kameelah Rashid, una musulmana afro-americana in hijab costretta a scendere da un volo per Istanbul e interrogata per ore dall’FBI. “Non penso che ci sia una recrudescenza dell’islamofobia dopo gli attacchi di Parigi”, ha detto Rashid. “Penso che in realtà non sia mai scomparsa. Solo, sta diventando sempre più legittimata”. Più di 250mila donne musulmane nere vivono negli Stati Uniti, e nel mondo la popolazione musulmana femminile di colore è composta da decine di milioni di persone. La sola Nigeria conta 60 milioni di donne musulmane e la Guinea, il Niger e la Repubblica Democratica del Congo sono tra le nazioni africane sub-sahariane a maggioranza di popolazione musulmana. A dire il vero, scrive ancora la professoressa, molte musulmane nere non indossano l’hijab. Ma come Rashid, qualsiasi donna nera identificabile come musulmana ora è soggetta a manifestazioni di violenza. Questa violenza islamofobica contro le donne è parte di un clima sociale in cui la violenza contro donne e ragazze nere sembra sempre più essere tollerata”.

Egitto. Questa settimana al Cairo le donne sono scese in piazza con le bocche imbavagliate e tagli e lividi dipinti sui volti, per manifestare contro quella che definiscono “epidemia” di violenza di genere nel Paese. “Le donne subiscono ogni forma di violenza”, spiega una delle manifestanti a Euronews. “I mariti le picchiano per aver risposto male o per i loro comportamenti”. In Egitto ci sono diversi tipi di violenza, spiega un’altra donna, “la peggiore è quella di costringere le donne ad avere figli fino alla nascita di un maschio. Questo tipo di violenza, chiamata riproduzione obbligatoria, porta alla morte di un gran numero di donne”. Secondo le Nazioni Unite, il 35% delle donne e ragazze di tutto il mondo vive l’esperienza di una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Questi numeri, che ripetiamo spesso qui su Radio Bullets, sono in aumento in tutto il Medio Oriente e in Nord Africa, con l’escalation dei conflitti armati dopo la primavera araba. Sempre secondo i dati delle Nazioni Unite, il 99% delle donne egiziane è stata oggetto di violenza o molestie sessuali lo scorso anno, mentre circa 20.000 donne sono state violentate.

El Salvador è uno dei paesi più pericolosi al mondo. Ma gran parte del dibattito pubblico si concentra sulla violenza delle gang, ignorando gli elevati tassi di femminicidi e di donne abusate dai partner nel Paese. Migliaia di donne in El Salvador subiscono violenza fisica ed emotiva ogni anno per mano di mariti, familiari o amici, si legge su Broadly. El Salvador è il paese più pericoloso al mondo al di fuori di una zona di guerra: gli ultimi mesi hanno registrato ben 40 omicidi al giorno, con l’intensificarsi della violenza delle bande e il crimine organizzato. In un paese dove la violenza è così visibile, quella contro le donne rimane the elefante in the room, ovvero l’evidenza ovvia e appariscente che però tutti continuano a ignorare. Il problema è di grande portata, ma viene trascurato nel dibattito pubblico. El Salvador avrebbe il più alto tasso di femminicidi al mondo. I casi sono aumentati, alimentati da una cultura di impunità e macchiamo. A El Salvador, le donne occupano meno del 30 per cento delle posizioni politiche, nonostante i recenti sforzi per aumentare la rappresentanza femminile. In tutto il mondo, le donne sono sottorappresentate nelle cariche politiche, nel mondo accademico e nel settore privato.

Continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook, su Twitter e Instagram, sul nostro sito www.radiobullets.com. Iscrivetevi alla nostra newsletter e se volete sostenere il nostro lavoro e Radio Bullets cliccate qui.

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 dicembre 2015

Rasha Hefzi

In Arabia Saudita le prime elezioni con donne candidate ed elette. Il milionario londinese assolto dall’accusa di stupro: “Sono caduto e l’ho penetrata”. Turchia, le aziende in campo per l’uguaglianza di genere. Liberia, la campagna degli artisti contro la violenza di genere. Il 2015 dei transgender negli Stati Uniti.

Ascolta la puntata.

Secondo il Time, le elezioni di sabato scorso in Arabia Saudita, elezioni in cui le donne per la prima volta hanno votato e sono state elette in posizioni politiche, potrebbero essere un passo in avanti di apertura in quello che è un Paese tradizionalmente repressivo per le donne. Gli elettori sauditi hanno eletto come rappresentanti locali 20 donne. Si è trattato delle prime elezioni nella storia del Paese in cui le donne hanno votato e si sono candidate. Le 20 elette rappresentano l’1% dei circa 2.100 consigli municipali coinvolti, ma quanto accaduto, scrive Aya Batrawy per l’Associated Press, rappresenta comunque un passo in avanti per le donne, fino ad ora completamente tagliate fuori dalle elezioni. E anche da molte altre attività: alle donne in Arabia Saudita non è permesso guidare e sono soggette a regole che danno agli uomini la parola finale su aspetti della loro vita come matrimonio, viaggi ed educazione superiore. Sebbene non ci fossero quote per le rappresentanti femminili nei consigli, sono stati disposti 1.050 seggi in più con l’approvazione del re, che potrebbe usare i suoi poteri per assicurare una maggiore rappresentanza femminile. Circa 7mila candidati, di cui 979 donne, hanno corso per ottenere un seggio nei consigli municipali, unici organi di governo eletti dai cittadini sauditi. Le due precedenti tornate elettorali del 2005 e del 2011 erano aperte solo agli uomini. La capitale conservatrice Riyadh ha visto il numero più alto di candidate vincitrici, quattro. Nella provincia orientale, dove si concentra la minoranza sciita, due sono state le donne elette. Anche la seconda città più grande e cosmopolìta dell’Arabia Saudita, Jeddah, ha visto l’elezione di due donne. E lo stesso è accaduto in una delle regioni più conservatrici, Qassim. Un’altra donna è stata eletta a Medina. Molte candidate hanno condotto la loro campagna elettorale su piattaforme che promettevano più asili nido e un numero più alto di ore di servizio, insieme alla creazione di centri giovanili per attività sportive e culturali, strade migliori, interventi per la raccolta dei rifiuti e città più verdi. La maggior parte ha portato avanti la campagna elettorale on line, usando i social media anche a causa delle rigide regole di segregazione di genere che vietano a uomini e donne di mescolarsi in pubblico: in sostanza i candidati non potevano rivolgersi direttamente e parlare al sesso opposto. Nel tentativo di creare una maggiore parità per le donne che indossano il tradizionale velo integrale, il Comitato generale per le Elezioni ha vietato a tutti i candidati, uomini e donne, di mostrare i loro volti sui cartelloni e on line o di apparire in TV. 106mila sono le donne che sono andate al voto sulle 130mila registrate. A prendere parte alle elezioni è stato in totale il 47% degli elettori registrati.

E torniamo su una notizia di cui abbiamo parlato la scorsa settimana. Secondo i giudici è davvero “caduto penetrando accidentalmente la ragazza”. Succede in Inghilterra: l’imputato era il milionario 46enne Ehsna Abdulaziz, accusato di aver stuprato una 18enne. Nell’udienza presso la Southwark Crown Court, il 46enne aveva dichiarato di non aver violentato nessuno ma di essere caduto e di aver “penetrato la ragazza per sbaglio”. A scriverne è ancora l’Huffington Post: “Dopo aver raccolto prove e dettagli la Southwark Crown Court, in soli 30 minuti, lo ha scagionato dalle accuse di stupro. La ricostruzione di quel che avvenne nell’agosto del 2014, quando il milionario era uscito per una serata e aveva incontrato una giovane donna e una sua amica di vecchia data in un nightclub londinese, è che l’uomo avesse sì fatto sesso, ma soltanto consensuale e con una delle due donne: la più grande di 24 anni. Dopo il rapporto – in una situazione di alterazione dovuta all’alcol – l’uomo si sarebbe preoccupato per la 18enne, che dormiva sul divano, andando da lei per vedere se aveva bisogno di “una coperta, un taxi o qualcosa”. A questo punto, è la tesi di Abdulaziz, la giovane gli avrebbe messo le mani dietro la nuca per avvicinarlo a lei e l’uomo sarebbe caduto e l’avrebbe accidentalmente penetrata. Lo sperma rinvenuto all’interno della vagina di lei sarebbe dunque dovuto al precedente rapporto. “Sono fragile…e sono caduto…ma non è successo nulla fra noi” assicura l’uomo. E la corte lo ha scagionato. La stampa inglese sottolinea però come, in maniera anomala, il giudice Martin Griffiths abbia acconsentito a una testimonianza privata da parte di Abdulaziz durata oltre 20 minuti.

Turchia. Le principali organizzazioni aziendali turche hanno messo nero su bianco in un libro quelli che sono i passi necessari da intraprendere sui luoghi di lavoro per combattere la violenza contro le donne. Il libro, si legge su HurriyetDailyNews, sottolinea come quello della violenza di genere sia ancora un problema dirimente sia in Turchia che all’estero. Cansen Başaran Symes, presidente dell’associazione turca Industria e Business, pone l’accento sulla questione dell’uguaglianza di genere e spiega che la violenza contro le donne è “una vera violazione dei diritti umani”, che danneggia l’accesso delle donne al mondo del lavoro, degli affari e della produttività. “Sempre più aziende devono aggiungere alle loro realtà il principio di ‘uguaglianza di genere sociale’. Chiedo a tutti i rappresentanti del mondo del business di unirsi a questo ideale. Dobbiamo creare un ambiente in cui le donne non siano esposte alla violenza”. Il “Libro per lo sviluppo e l’attuazione delle politiche sul posto di lavoro nella lotta alla violenza domestica contro le donne” è stato introdotto in un incontro a Istanbul organizzato dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e dall’Università di Sabanci. “Tra i colletti bianchi circa il 75% delle donne – per lo più laureate – è stato esposto almeno una volta a violenza domestica. E circa il 40 per cento degli uomini ha commesso atti di violenza contro le loro partner”, si legge nel libro. I dati si basano sui risultati di un sondaggio condotto su 1.715 donne occupate in 20 differenti realtà, e mettono in luce l’impatto negativo della violenza contro le donne sulla sostenibilità economica. Il 16 per cento delle intervistate non è stato in grado di porre fine alla relazione con il partner violento per motivi economici.

India, Nuova Delhi: “Il nome di mia figlia era Jyoti Singh e non mi vergogno a dirlo pubblicamente”. Nel terzo anniversario dello stupro di gruppo di Nirbhaya, la madre della vittima ha rivelato il nome della figlia, dicendo che non c’era alcuna vergogna nel farlo. “Il nome di mia figlia è Jyoti Singh”, ha detto Asha Devi durante una manifestazione sottolineando che sono coloro che commettono crimini atroci come lo stupro a doversi vergognare, non le vittime o le loro famiglie. Gli attivisti, si legge su ZeeNews, spiegano che le donne continuano a subire violenza in ogni sfera della loro vita e che solo la certezza di giustizia porterebbe a un cambiamento, non la severità della stessa. Sei persone, tra cui un minorenne, avevano aggredito e violentato la ventitreenne su un autobus in corsa a sud di Delhi. Nirbhaya, trasportata in un ospedale di Singapore, è morta 13 giorni dopo, il 29 dicembre 2012. Secondo il padre, giustizia non è stata fatta.

In Liberia i protagonisti dell’industria musicale condannano la violenza contro donne e bambini, e qualsiasi atto che li disumanizzi. “I musicisti si sono resi conto che hanno un ruolo da svolgere nella società”, spiega il rapper Tan Tan B, “e sono impegnati a porre fine alla violenza contro le donne come hanno fatto per sconfiggere Ebola in Liberia. Conosciamo tutti l’importanza di una campagna per porre fine alla violenza contro donne e bambini. Potrebbe trattarsi di tua sorella o di tua mamma. Donne e bambine hanno dei diritti che devono essere protetti”. Nei prossimi mesi, il rapper e il suo gruppo realizzeranno nuove canzoni e video a supporto della campagna.

Il 2015 è stato un anno importante per le persone transgender negli Stati Uniti, scrive sul canale femminile di Vice, Broadly, Diana Tourjee. Con passi in avanti, produzioni Hollywood transcentriche e campagne per gli Oscar. Ma il 2015 è stato anche l’anno in cui 23 donne trans sono state uccise con estrema violenza. Nel 2014 i casi riportati erano stati 12. E questi numeri non descrivono con ogni probabilità la reale crisi in atto. “Sappiamo che i casi sono di gran lunga superiori”, dice Harper Jean Tobin del Centro Nazionale per la Transgender Equality. “Anche l’FBI dice che sono così incoerenti da essere privi di significato”. 13 su 23 donne transgender uccise quest’anno avevano meno di 25 anni. Da uno studio pubblicato questo mese sulle donne transgender sex workers emerge che le donne trans di colore hanno il 44% di probabilità in più di lavorare nel mercato del sesso, quelle di origine latina il 33%.

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 12 dicembre 2015

uganda

Ascolta la puntata.

Maggiori sforzi per organizzare e finanziare i gruppi locali: è quello che serve, secondo ActionAid, in tema di lotta alla violenza di genere. Lo riporta il Guardian. Onyinyechi Okechukwu, communication specialist per ActionAid Nigeria, già fortemente coinvolta nella campagna Bring Back Our Girls per salvare le giovani studentesse cristiane rapite dai fondamentalisti di Boko Haram in Nigeria, spiega che solo un movimento femminile locale riuscirebbe a portare cambiamenti duraturi nel Paese. Quello della mancanza di fondi è un tema ricorrente e controverso per i gruppi locali per i diritti delle donne. L’anno scorso, scrive il Guardian, gli appelli all’aumento dei fondi per le organizzazioni stavano per essere resi vani nell’ambito del nuovo documento della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne: gli attivisti hanno dovuto lavorare sodo per mantenere il testo originario. I numeri pubblicati dalla Association for Women’s Rights in Development nel report 2013 – lavoro che porta l’evocativo titolo “Annaffiare le foglie, affamare le radici” – rilevano che le entrate medie per le 740 organizzazioni femminili analizzate ammontavano a 20,000 dollari — 13,000 – sterline – all’anno. Per i gruppi dell’Africa sub-Sahariana la media scende a poco più di 12,000 dollari l’anno. Agli inizi di quest’anno, ActionAid e la Women Human Rights Defenders International Coalition hanno accusato i governi di tagliare i fondi alle realtà che si occupano di donne e comunque di ostacolare il loro lavoro. Nell’ambito della Fearless campaign, ActionAid ha lanciato il suo appello per maggiori fondi da destinare ai gruppi locali, il cui ruolo nel combattere la violenza di genere è cruciale. L’organizzazione si rivolge anche al governo inglese che ha promesso di mettere donne e ragazze al centro dei suoi programmi di aiuto e delle sue politiche di sviluppo, affinché assuma un ruolo di leadership nell’opera di incoraggiamento per gli altri Paesi a portare avanti azioni pratiche per prevenire la violenza sulle donne. Dei 19 miliardi di sterline accantonati per perseguire a livello globale le disuguaglianze di genere tra il 2012 e il 2013, alle organizzazioni è andato meno di 270milioni. Gli appelli ai fondi diventeranno sempre più forti ora che gli Stati membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a porre fine alla violenza contro donne e ragazze entro il 2030 nell’ambito dei sustainable development goals che entreranno in vigore il 1 gennaio 2016. “Molti governi e donor vogliono solo vedere risultati immediati rispetto all’impiego di fondi “, dice Okechukwu. “Per questo finanziano edifici scolastici o altri tipi di costruzione o centri salute. Ma quello che facciamo per i diritti delle donne ha a che fare con l’advocacy e con questioni legislative – e sono cose che richiedono tempo”. I governi “non possono dire che vogliono combattere la violenza di genere e poi cercare rapide vittorie”.

L’Algeria ha approvato una legge che criminalizza la violenza contro le donne. La legge, che modifica e completa il codice penale, introduce la nozione di molestia sessuale e punisce tutte le forme di aggressione, di violenza verbale, psicologica o maltrattamenti, in particolare per i casi recidivi. Si sottolinea così che la violenza può assumere diverse forme e che le aggressioni non lasciano necessariamente segni visibili. Questa nuova legislazione vuole in particolare difendere le donne dalle violenze dei congiunti e preservarne le risorse finanziarie dalle mire di coloro che sono ancora percepiti dalle società tradizionali come i capi-famiglia. Il testo dispone che chiunque usi violenza verso una persona congiunta rischia, a seconda della gravità, da uno a 20 anni di carcere, e l’ergastolo in caso di morte. Un altro articolo prevede dai sei mesi ai due anni di prigione per “chiunque eserciti costrizioni sulla propria coniuge per disporre dei suoi beni o delle sue risorse finanziarie”. Questo testo era stato adottato a marzo dall’Assemblea nazionale ma il suo blocco al Senato da parte dei conservatori aveva sollevato inquietudini nelle organizzazioni per i diritti umani, soprattutto a ottobre in seguito alla morte di una donna di 40 anni investita da una macchina dopo aver rifiutato delle avances. Dopo la sua adozione, i conservatori avevano definito questa legge un’intrusione nell’intimità della coppia, contraria ai valori dell’islam. I rappresentanti della società civile e delle ONG avevano dal canto loro criticato il fatto che il testo preveda lo stop dell’iter giudiziario in caso di “perdono” da parte della vittima. Secondo le cifre ufficiali, nei primi nove mesi del 2015 sono stati registrati nel Paese 7.375 casi di violenza. L’Algeria diventa ora il decimo Paese del Maghreb – dopo la Tunisia – a criminalizzare la violenza contro le donne. Un progetto di legge su questo tema è allo studio in Marocco ma è oggetto di grande dibattito.

Cincinnati è la seconda città negli Stati Uniti dopo Washington DC a bannare le terapie per la “conversione” dei gay minorenni. Un risultato ottenuto a un anno dalla morte di Leelah Alcorn, una trans sottoposta dai suoi genitori al “trattamento” e morta suicida il 28 dicembre scorso a 17 anni in Ohio. La pratica è proibita anche in California, Illinois, New Jersey e Oregon.

“Sono caduto e l’ho penetrata per sbaglio”. È la difesa dall’accusa di stupro di Ehsan Abdulaziz, proprietario immobiliare di 46 anni. Nell’agosto del 2014 era uscito per una serata e aveva incontrato una giovane donna e una sua amica di vecchia data in un nightclub londinese. Dopo aver bevuto numerosi cocktail, si legge sull’Huffington Post, si era offerto di accompagnare con la propria Aston Martin le due ragazze nel suo appartamento. Qui, secondo Abdulaziz, l’amica era andata a dormire in una camera mentre la diciottenne l’aveva seguito nella sua camera da letto. Da questo momento in poi, però, le versioni divergono notevolmente. La vittima sostiene di essersi svegliata nel cuore della notte mentre l’uomo tentava di penetrarla contro la sua volontà. A quel punto si è alzata sconvolta, ha svegliato l’amica e ha chiamato la polizia. Abdulaziz, invece, ha cambiato spesso la narrazione dei fatti di quella notte: nel primo interrogatorio ha sostenuto che la ragazza lo aveva attirato a sé permettendogli di mettere le mani tra le sue gambe. Ma quando dalle analisi di laboratorio era emerso che nel corpo della diciottenne c’era traccia del suo sperma, il milionario è stato nuovamente interrogato. E qui è spuntato il racconto della caduta accidentale: “La ragazza ha portato le mie mani sulla sua vagina. Così sono caduto sopra di lei e il pene è entrato”.

Pretoria. La rappresentante delle Nazioni Unite Dubravka Simonovic in visita in Sud Africa per analizzare la situazione della violenza contro donne e bambini, rivela che, secondo i dati da lei raccolti al momento, sta crescendo la mancanza di sensibilità nei confronti dei crimini perpetrati contro queste categorie vulnerabili. Lo riporta Eyewitness News. Di questi giorni la notizia dell’uccisione di due ragazze adolescenti e di un neonato a Katlehong. Simonovic spiega che la violenza contro le donne rappresenta un fenomeno socialmente accettato in Sud Africa e che la violenza ereditata dall’apartheid risuona ancora nella società di oggi. “Il Sudafrica è ancora una democrazia giovane e le cicatrici sono ben vive nel suo tessuto sociale”.

Uganda. L’HIV peggiora la violenza contro le donne, e la trasmissione del virus ne è causa e conseguenza. Studi indicano che la vulnerabilità all’HIV tra le donne che hanno subito violenza sessuale può essere fino a tre volte superiore rispetto a chi non l’ha subita. Secondo Joyce Tibayijuka, dalla Comunità Nazionale delle donne che vivono con l’HIV/AIDS in Uganda, le donne devono affrontare la violenza sessuale soprattutto quando il loro partner è sieropositivo e loro non lo sono. Diventano spesso vittima di violenza da parte dei partner sieropositivi, quindi. Kihumuro Apuuli, direttore generale della Commissione AIDS in Uganda, spiega che l’uso del preservativo nelle coppie HIV-discordanti (quelle dove solo uno dei due partner è malato e l’altro no) è molto basso. Che spesso gli uomini non vogliono usare il profilattico e che questo diventa spesso il prologo di una violenza sessuale. La violenza del partner può aumentare il rischio di infezione da HIV di circa il 50 per cento. Vi è anche prova che la violenza mina l’accesso alle cure, all’assistenza e ai servizi di sostegno per le donne che vivono con l’HIV. In Uganda, il 60 per cento delle nuove infezioni da HIV si verificano in rapporti tra coppie HIV-discordanti.

Continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook, su Twitter e Instagram, sul nostro sito www.radiobullets.com. Iscrivetevi alla nostra newsletter e se volete sostenere il nostro lavoro e Radio Bullets cliccate qui.

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 dicembre 2015

Screen Shot 2015-12-02 at 22.57.16

Un’attrice marocchina mostra il volto tumefatto su Al Arabiya. FGM bandite in Gambia. Violenza contro le donne in Turchia, aumentano i casi e l’intensità. Gli Stati Uniti e il “terrorismo antiabortista”.

Ascolta la puntata.

Marisa Maghreb è un’attrice marocchina. Qualche giorno fa ha fatto la sua comparsa in uno show del mattino di Al Arabiya indossando degli occhiali da sole. Quando li ha tolti, si legge su Haaretz, ha mostrato un occhio nero, prova della violenza subita. Maghreb sta conducendo una campagna per le donne dallo slogan “Non nascondere la violenza verso di te”. Le foto del suo volto tumefatto sono apparse sui suoi profili Instagram e Twitter, insieme a quelle di molte altre donne arabe che hanno deciso di mostrare il volto della violenza maschile nei loro confronti e di uomini che appoggiano la campagna. “Quello che è importante per le donne è rompere il muro del silenzio”, spiega l’attrice nell’intervista in tv. “ Dobbiamo far crescere la consapevolezza nei confronti della violenza sulle donne, e noi non dobbiamo nasconderla”. “Non l’hanno accusata del fatto che il suo appello a mostrare la violenza domestica porterà alla rovina delle famiglie?”, le chiede il presentatore. “Non faccio appello alla distruzione delle famiglie”, ha replicato lei, “e non tutta la violenza deve finire con un divorzio. Ci sono modi per trattare la violenza, e non cominciano necessariamente in tribunale”. Maghrabi ha evitato di rispondere ad una domanda diretta sulla violenza su di lei da parte dell’ex marito, l’uomo d’affari Ahmed Badi, cittadino degli Emirati Arabi. Ha detto che non ha subito solo violenza psicologica ma anche fisica. Anche il femminile online Anazahra di Dubai si è unito alla campagna, si legge ancora su Haaretz. Nell’ultimo numero del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il magazine ha pubblicato una serie di articoli sulla violenza di genere e su come prevenirla.

Mutilazioni genitali femminili. In Gambia il Comitato sulle pratiche tradizionali che incidono sulla salute delle donne e dei bambini nel Paese ha celebrato la Giornata internazionale per porre fine alla violenza contro le donne con una cerimonia nella Central River Region. L’evento, si legge su AllAfrica.com, ha anche visto la dichiarazione pubblica dell’abbandono della pratica del taglio nei distretti Niamina e Fulladu. Yahya Jammeh, presidente del Gambia, ha annunciato alcuni giorni fa che il Paese bandisce le mutilazioni genitali femminili con effetto immediato. Lo ha riportato il Guardian, promotore dallo scorso anno insieme all’attivista Jaha Dukureh di una campagna internazionale per la messa al bando delle MGF che proprio un paio di settimane fa aveva toccato lo stesso Gambia. Secondo il quotidiano britannico nel Paese la mutilazione genitale femminile viene tuttora imposta al 76% delle donne e che il 56% delle bambine con meno di 14 anni l’ha subita.

Il Kosovo entra a far parte della campagna per fermare la violenza sulle donne con una serie di eventi nell’ambito della campagna internazionale di 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere, fino al 10 dicembre. Ne parla Balkan Insight. “Ogni anno dobbiamo alzare la nostra voce e incoraggiare le persone a combattere questo fenomeno non solo durante i 16 giorni, ma per tutto l’anno”, dice a BIRN Alessandra Roccasalvo, il rappresentante del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite in Kosovo. I problemi del Paese in termini di violenza contro le donne e di fallimento delle risposte “sono stati evidenziati ancora una volta nel mese di ottobre di quest’anno, quando Zejnepe Bytyqi Berisha di Suhareka è stata uccisa dal marito Nebi Berisha, dopo essere stata oggetto delle sue violenze fisiche e psicologiche per 16 anni. L’ha uccisa con 10 coltellate sotto agli occhi dei quattro figli. Zejnepe aveva più volte denunciato la violenza del marito alla polizia kossovara. Fin dal 2002. Ma lui non è mai stato arrestato. “Questo caso racconta il fallimento del sistema, che dovrebbe aiutare e proteggere le vittime”, dice il capo della missione OSCE in Kosovo, Jean-Claude Schlumberger. Da un sondaggio dell’Istituto di statistica del Kosovo e dell’Unicef condotto nel 2013-14 emerge che oltre il 42 per cento delle donne intervistate ha affermato di meritare la punizione fisica di un componente maschile della famiglia quando si macchia di certi “errori”. Quali? Rendere il marito geloso, rifiutarsi di fare sesso, bruciare il cibo, non rispettare i doveri familiari e non prestare attenzione ai figli.

La violenza contro le donne in Turchia aumenta sia in numero che in brutalità. “Ciò che noi chiamiamo femminicidio è in realtà un omicidio di donne che si rivoltano contro gli abusi e lottano per l’indipendenza”, dicono dalla piattaforma Will Stop Femicides. Ma gli uomini, si legge su Hurriyet – ovvero partner, ex, componenti della famiglia – rispondono a questa ritrovata indipendenza con ancora più violenza, mentre i meccanismi di protezione non riescono a proteggere le vittime. E si parla, secondo i soggetti in prima linea, non solo di un aumento delle donne sottoposte a violenza nell’arco degli ultimi dieci anni, ma anche di un aumento dell’intensità di quella violenza, ai limiti della tortura. Murice Kadan, avvocata che si occupa di questi temi, racconta: “Una donna venuta da noi per chiedere protezione legale lo scorso anno era stato accoltellato 42 volte dal marito”. “Queste donne non vengono solo uccise ma mutilate e sottoposte a violenza prima e dopo l’assassinio. Una violenze che confina con la tortura. Le cosiddette notizie di terza notizie pagina sui femminicidi comprendono decapitazioni, tentativi di bruciare il corpo o tagliarlo a pezzi”.

Stati Uniti. Dal 1993, 11 persone sono state uccise in attacchi legati alla questione aborto – medici, personale delle cliniche, e la settimana scorsa, un agente di polizia e due visitatori entrati sulla linea di fuoco in una clinica di pianificazione familiare a Colorado Springs. David Cohen, professore di diritto presso la Drexel University, dice che lo stalking e le molestie costituiscono una minaccia molto comune per chi pratica l’aborto e per le loro famiglie. Nel libro “Vivere nel mirino: Le storie mai raccontate del terrorismo anti-abortista”, Cohen e la co-autrice Kristen Connon hanno intervistato 87 operatori in 34 Stati – proprietari di cliniche, medici e altri dipendenti. ProPublica ha intervistato Cohen sulle loro scoperte. Ecco alcuni stralci dell’intervista. Ci sono i picchetti. “Si tratta di una forma particolarmente invadente di molestia, perché la casa è dove ci rifugiamo per sfuggire dal mondo e dalla vita pubblica. Gli estremisti vanno a casa nei fine settimana con cartelli tipo “Qui vive un assassino”, urlando ai vicini di fare qualcosa per quella terribile persona in mezzo a loro”. Il messaggio, secondo Cohen, non è per niente sottile: “Sappiamo dove vivi, sappiamo dove trovare la tua famiglia, e forse faremo qualcosa di più”. Insieme ai picchetti ci sono lettere minatorie a casa e al lavoro, ma anche il puntare i familiari presentandosi per esempio a scuola”. Tutto questo insomma “ha un profondo impatto sulla loro vita. Per alcuni è così costante e così pervasivo che lo percepiscono come normale. Un medico ci ha raccontato che si sentiva come un soldato sul campo, un poliziotto di quartiere, un vigile del fuoco che sta per entrare in un edificio in fiamme. Molti di loro si sentono come bersagli, sono in pericolo, devono essere vigili per tutto il tempo. Sono traumatizzati. Peccato che non siano soldati in battaglia ma personale medico che lavora in ufficio”. La clinica di Colorado Springs, chiede Nina Martin per ProPublica, in cui si è verificata la sparatoria della scorsa settimana aveva telecamere ovunque, vetro antiproiettile e una cassetta di sicurezza. Che tipo di precauzioni vengono prese per proteggersi da violenze e molestie? “Alcuni non fanno nulla, spiega David Cohen. Altri mettono un altro nome presso la propria abitazione o sulla cassetta delle lettere. Si travestono, prendono ogni giorno strade diverse per andare a lavoro, fanno accordi con le compagnie aeree per cambiare volo all’ultimo, in modo che i manifestanti non conoscano i loro programmi. C’è chi porta delle armi addosso. “Uno dei medici di cui abbiamo parlato ha detto: “Se qualcuno, quando sono andato a studiare medicina, mi avesse detto che sarei finito per andare al lavoro armato e con giubbotto anti-proiettile, lo avrei preso per pazzo. Ma ho un giubbotto antiproiettile e in questi giorni vado in clinica armato”.

Continuate a seguirci sulla nostra pagina Facebook, su Twitter e Instagram, sul nostro sito www.radiobullets.com. Iscrivetevi alla nostra newsletter e se volete sostenere il nostro lavoro e Radio Bullets cliccate qui.

Lascia un commento

Archiviato in Radio