Radio Bullets, #donnenelmondo del #25novembre 2015

eve ensler

Ascolta la puntata.

Un benvenuto a Donnenelmondo. Io sono Angela Gennaro e questa è una giornata molto particolare. È il 25 novembre ed è la giornata internazionale della violenza contro le donne, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999. Ho raccontato la storia di come è nata questa giornata esattamente un anno fa qui su Radio Bullets. E già, oggi è esattamente un anno che per me è iniziata questa avventura con Barbara, Alessia e i tanti altri colleghi che credono che l’informazione si possa fare in modo diverso. Da un anno provo a raccontarvi cosa succede alle donne nel mondo, e non solo a loro. Cosa è la violenza di genere e quanto sia necessario conoscersi e informarsi. È il mio lavoro.

Questo è il monologo dell’ISIS, scritto da Eve Eisler, drammaturga famosa in tutto il mondo per i Monologhi della vagina. Per “la Domenica” di Repubblica il 6 settembre scorso ha scritto una pièce intensa contro la violenza sulle donne, da parte dello stato islamico e non solo. Eccolo, nella traduzione di Emilia Benghi per Repubblica.

Penso al listino del mercato delle schiave sessuali dell’Is in cui donne e bambine sono prezzate come il bestiame. L’Is ha dovuto calmierare i prezzi, temeva un calo del mercato: 40 dollari per le donne tra i 40 e i 50 anni, 69 dollari per le trenta-quarantenni, 86 per le venti- trentenni fino a 172 per le bimbe da 1 a 9 anni. Quelle sopra i cinquanta non compaiono neppure in lista, considerate prive di valore di mercato. Vengono scartate come cartoni di latte scaduti. Ma non ci si limita ad abbandonarle in qualche fetida discarica. Prima probabilmente vengono torturate, stuprate, decapitate. Penso al corpicino in vendita di una bambina di un anno, a come dev’essere per un soldato trentenne, corpulento, affamato di guerra e sesso, comprarla, impacchettarla e portarsela a casa come un televisore nuovo.

Penso che nel 2015 io sto davvero leggendo un manuale online con le buone pratiche di schiavitù sessuale. Ci sono istruzioni passo per passo e regole su come trattare la tua schiava, lo pubblica un’istituzione molto ben organizzata(l’Ufficio della schiavitù sessuale) di un governo canaglia, incaricata di regolamentare gli stupri, le percosse, l’acquisto e la riduzione in schiavitù delle donne.

Ecco qualche esempio tratto dal manuale: “È permesso percuotere la schiava come [forma di] darb ta’deeb [percosse disciplinari], [ma ] è vietato [ricorrere alle ] darb al-takseer [letteralmente percosse massacranti], [darb] al-tashaffi [percosse allo scopo di ottenere gratificazione], oppure [darb] al-ta’dheeb [percosse come tortura]. Inoltre è proibito colpire al volto”. Mi chiedo come facciano i burocrati dell’Is a distinguere i pugni, i calci e lo strangolamento inflitti a scopi disciplinari dagli atti mirati alla gratificazione sessuale. Interviene una squadra tutte le volte che una schiava viene picchiata, per controllare se c’è erezione? E come fanno poi a stabilire che cosa, con esattezza, l’ha provocata? Certi uomini si eccitano soltanto nel momento in cui affermano il proprio potere. E se si stabilisce che il soldato picchia, strangola e prende a calci la sua schiava per puro piacere, qual è la punizione per lui? Verrà costretto a restituire la schiava e a perdere il deposito, dovrà pagare una multa salata, o semplicemente pregare di più?

Penso alla facilità con cui si considera l’Is una mostruosa aberrazione, mentre in realtà è l’esito di una lunga serie ininterrotta di crimini e disordini. Le atrocità sessuali inflitte dall’Is si differenziano solo nella forma e nella prassi da quelle perpetrate da molti altri signori della guerra in altri conflitti. Sconvolgente e nuovo è lo sfoggio sfrontato e impudente che si fa di questi crimini pubblicizzati su internet, lo sdoganamento commerciale di queste atrocità, le app, dove il sesso è un mezzo per reclutare. Le azioni e la rapida proliferazione dell’Is non nascono dal nulla. Sono il frutto di un’escalation legittimata da secoli di dilagante impunità della violenza sessuale. Questo mi fa venire in mente le Comfort women , le prime schiave sessuali dell’era moderna, giovani donne asiatiche rapite nel fiore degli anni dall’esercito imperiale giapponese durante la Seconda guerra mondiale e detenute nelle comfort stations , per soddisfare le esigenze sessuali dei soldati al servizio del loro Paese. Le donne subivano anche settanta stupri al giorno. Quando, esauste, non riuscivano più a muoversi, venivano incatenate al letto e stuprate ancora come sacchi molli. A queste donne la vergogna ha tappato la bocca per quarantacinque anni e per altri venticinque hanno marciato e atteso, vigili, sotto la pioggia, chiedendo giustizia. Sono rimaste in poche ormai e non più tardi di un mese fa il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha perso l’ennesima occasione di fare ammenda.

Io penso all’inerzia, al silenzio, alla paralisi che ha bloccato e impedito le indagini e l’incriminazione degli abusi sessuali ai danni delle donne musulmane, croate e serbe stuprate nei campi dell’ex Yugoslavia, delle donne e delle bambine afroamericane stuprate nelle piantagioni del Sud, delle donne e delle bambine ebree stuprate nei campi di concentramento tedeschi, delle donne e delle bambine native americane stuprate nelle riserve degli Stati Uniti. Mi sembra di sentire i lamenti delle anime in pena di donne e bambine violate in Bangladesh, Sri Lanka, Haiti, Guatemala, Filippine, Sudan, Cecenia, Nigeria, Colombia, Nepal, e la lista si allunga. Penso agli ultimi otto anni che ho trascorso nella Repubblica democratica del Congo dove un’analoga conflagrazione di capitalismo rapace, secoli di colonialismo, guerra e violenza senza fine ha lasciato migliaia di donne e bambine prive di organi, salute mentale, famiglia o futuro. E penso a parole come “ri-violentata”, sostituita ormai da “ri-ri-riviolentata”.

Vedete, è come se stessi raccontando la stessa storia da vent’anni. Ci ho provato con i numeri, il distacco, la passione, le suppliche, la disperazione esistenziale, e anche ora, mentre scrivo, mi chiedo se abbiamo creato un linguaggio adatto a questo secolo che sia più potente del pianto.

Penso che le istituzioni patriarcali non hanno saputo intervenire in maniera efficace e che le strutture come l’Onu amplificano il problema nel momento in cui le forze di peacekeeping che dovrebbero proteggere le donne e le bambine si macchiano a loro volta di stupri.

Penso all’operazione Shock and Awe (“colpisci e terrorizza”)e a come ha contribuito a scatenare questa, che potremmo definire “Stupra e decapita”. Quando noi cittadini, a milioni, in tutto il mondo, manifestavamo contro la guerra inutile e immorale in Iraq restando inascoltati, eravamo perfettamente consapevoli del dolore, dell’umiliazione e dell’oscurità che avrebbero generato quei letali tremila missili Tomahawk americani.

Penso al fondamentalismo religioso e a Dio padre, a quante donne sono state stuprate in suo nome, a quante massacrate e assassinate. Penso al concetto di stupro come preghiera, alla “teologia dello stupro”, alla religione dello stupro. Questa pratica è una delle più diffuse religioni al mondo, in crescita con centinaia di conversioni al giorno, dato che un miliardo di donne nella sua vita subirà percosse o uno stupro (i dati sono dell’Onu).

Penso alla velocità folle a cui si moltiplicano nuovi e grotteschi metodi per mercificare e profanare i corpi delle donne in un siste- ma in cui ciò che più è vivo, sia esso la terra o le donne, deve essere ridotto a oggetto e annichilito per aumentare i consumi, la crescita e l’amnesia.

Penso alle migliaia di giovani occidentali, uomini e donne, tra i quindici e i vent’anni, che si sono arruolati nell’Is. In cerca di cosa, in fuga da cosa? Povertà, alienazione, islamofobia, desiderio di avere un senso e un obiettivo?

Penso a quello che mi ha detto la mia sorella attivista in una conversazione su Skype da Baghdad questa settimana: “L’Is è un virus e l’unica cosa da fare con i virus è sterminarli”. Mi chiedo, come si stermina una mentalità, come si bombarda un paradigma? Come si fanno saltare la misoginia, il capitalismo, l’imperialismo e il fondamentalismo religioso?

Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo. Da un lato sono consapevole che l’unico modo per andare avanti è riscrivere da zero la storia attuale, procedere a un esame collettivo approfondito e ponderato delle cause che stanno alla base delle varie violenze in tutte le loro componenti economiche, psicologiche, razziali, patriarcali, che richiedono tempo. Allo stesso tempo, so che in questo preciso istante tremila donne yazide subiscono percosse, stupri e torture.

Penso alle donne, alle migliaia di donne che in tutto il mondo hanno operato senza pausa per anni e anni, esaurendo ogni fibra del loro essere per denunciare lo stupro, per porre fine a questa patologia di violenza e odio nei nostri confronti. E la razionalità, la pazienza, l’empatia, la mole della ricerca, le cifre che mostriamo, le sopravvissute che curiamo, le storie che ascoltiamo, le figlie che seppelliamo, il cancro di cui ci ammaliamo non contano: la guerra contro di noi infuria ogni giorno più metodica, più sfacciata, brutale, psicotica.

Penso che l’Is, come l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, le temperature assassine sia forse il segnale che per le donne si avvicina lo scontro finale. È giunta l’ora in cui secoli eterni di rabbia femminile devono fondersi in un’impetuosa forza vulcanica, scatenando la furia globale della vagina delle divinità femminili Kali, Oya, Pele, Mama Wati, Hera, Durga, Inanna e Ixchel, lasciando che sia la nostra ira a guidarci.

Penso alla cantante folk yazida Xate Zhangali, che dopo aver visto le teste delle sue sorelle penzolare dai pali nella piazza del suo villaggio ha chiesto al governo curdo di armare e addestrare le donne, e penso alle Sun Girls, la milizia femminile da lei creata, che combatte l’Is sulle montagne del Sinjar. E in questo momento, dopo anni di attivismo contro la violenza, sogno che migliaia di casse piene di ak47 cadano dal cielo sui villaggi, le fattorie e le terre delle donne, questi guerrieri con il seno che insorgono combattendo per la vita.

Così sono arrivata a pensare all’amore, a come il fallimento di questo secolo sia un fallimento dell’amore. Cosa siamo chiamati a fare, di che cosa siamo fatti tutti noi che siamo in vita su questo pianeta oggi. Che tipo di amore serve, quanto deve essere profondo, intenso e bruciante. Non un amore ingenuo sentimentale, neoliberista, ma un amore ossessivamente altruista.

Un amore che sconfigga i sistemi basati sullo sfruttamento di molti a vantaggio di pochi. Un amore che trasformi il nostro disgusto passivo di fronte ai crimini contro le donne e l’umanità in una resistenza collettiva inarrestabile. Un amore che veneri il mistero e dissolva la gerarchia. Un amore che trovi valore nella connessione e non nella competizione tra noi. Un amore che ci faccia aprire le braccia ai profughi in fuga invece di costruire muri per tenerli fuori, bersagliarli con i lacrimogeni o rimuovere i loro corpi gonfi dalle nostre spiagge.

Un amore che bruci di fiamma viva tanto da pervadere il nostro torpore, squagliare i nostri muri, accendere la nostra immaginazione e motivarci a uscire infine, liberi, da questa storia di morte. Un amore che ci dia la scossa,spingendoci a dare la nostra vita per la vita, se necessario.

Chi saranno i coraggiosi, furibondi, visionari autori del nostro manuale di amore rivoluzionario?

Parigi, settembre 2015. Per Yanar e le mie sorelle in Iraq e in Siria

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