Archivi del mese: ottobre 2015

Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 ottobre 2015

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Il corrispondente della PBS John Carlos Frey ha intervistato Juan Orlando Hernandez, presidente dell’Honduras. Eletto nel 2013, tra le sue priorità ha la lotta alla violenza: l’Honduras è stato infatti il Paese più pericoloso e violento del mondo, a causa del traffico di droga. Sempre più donne e bambini cercano di fuggire negli Stati Uniti. E la violenza domestica non fa che crescere: il 30% delle donne in Honduras afferma di aver subito un abuso, e il numero di femminicidi è raddoppiato in soli due anni. “Siamo particolarmente concentrati sul problema della violenza contro le donne, spesso vittima di questi conflitti tra gang”, spiega Hernandez. Si stanno anche portando avanti iniziative di prevenzione nelle parrocchie e nelle scuole: “È un programma a tutto tondo, e richiede tempo”. Le ONG che si occupano di violenza contro le donne accusano però il governo di investire in spese militari piuttosto che in programmi di prevenzione, laddove il problema resta prima di tutto di natura culturale.

La nota rivista medica britannica Lancet accusa il governo indiano di non fermare gli stupri e le violenze contro donne e ragazze. La testata, si legge su The Economic Times spiega che potrebbe commissionare nel prossimo futuro un documento di riferimento per misurare l’onere reale di tali atti di violenza in India. In un’intervista esclusiva a TOI in Messico, Richard Horton, il direttore del Lancet ha detto che il governo “ha la responsabilità primaria di proteggere le donne, responsabilità che si estende dalle questioni di sicurezza ai problemi della salute”. Secondo Horton, la “salute delle donne e delle ragazze è una questione strettamente legata agli atti di violenza”. “Possiamo fare stime su ciò che è il peso reale della violenza, ma il dato è molto scarso anche perché c’è un enorme tabù intorno alla questione”. La rivista Lancet l’anno scorso aveva pubblicato un lavoro d ricerca da cui emergeva che ogni giorno milioni di donne e di ragazze in tutto il mondo sperimentano violenza. Abusi che possono assumere molte forme: la violenza intima, fisica e sessuale, da parte del partner, le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e le spose bambine, il traffico sessuale e gli stupri.

Restiamo in India con un pezzo pubblicato su The Conversation. Nel 2013 nel Paese sono morti 1,3 milioni bambini sotto i cinque anni: si tratta di un quinto della mortalità infantile globale, scrive Seetha Menon, PhD Candidate alla University of Sussex. Mentre l’accesso alle cure sanitarie gioca un ruolo importante in queste tragedie individuali, altri fattori, come la violenza domestica, hanno un impatto altrettanto significativo. “La mia nuova ricerca”, scrive, “ha dimostrato che quasi una morte infantile su dieci di bambini più fino a un anno è attribuibile alle violenze subite dalla madre durante il matrimonio”. L’India ha istituito negli ultimi anni diversi programmi volti a ridurre il numero di queste morti infantili. Programmi basati su una sanità più equa e su un migliore accesso ai servizi sanitari pubblici, con particolare attenzione alle nascite in famiglie rurali e povere. Eppure, a dispetto di questi programmi, i dati delle Nazioni Unite suggeriscono che l’India rischia di mancare il suo obiettivo di sviluppo del Millennio – uno dei Millenium Goals dell’Onu – di ridurre entro la fine del 2015 il tasso di mortalità infantile a 42 ogni 1.000 nati vivi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 30% delle donne in tutto il mondo vive un rapporto di violenza da parte del proprio partner. La violenza domestica può causare la morte del bambino in diversi modi: trauma fisico o come conseguenza della perdita di autonomia delle donne che, magari limitate nei movimenti a causa degli abusi, non riescono ad accedere ad un’adeguata assistenza sanitaria. Le vittime di violenza hanno anche livelli più alti di stress psicologico, che è associato a fattori di rischio come la nascita di bambini sottopeso o parti prematuri. Un collegamento, quello tra violenza domestica e mortalità infantile, che si manifesta visibilmente nelle famiglie rurali.

A Kerala, in India, le lavoratrici del tè vincono contro una multinazionale e contro i loro uomini. Ne parla la giornalista Marina Forti: “Per oltre un mese le piantagioni di tè del Kerala, India meridionale, sono state il teatro di un’agitazione mai vista. Migliaia di raccoglitrici hanno bloccato strade, assediato gli uffici delle piantagioni, fermato il lavoro, ma era molto più di una semplice battaglia sindacale: quelle donne erano in lotta contro i padroni delle piantagioni e anche contro i sindacalisti, contro condizioni di lavoro da schiavi, contro i loro stessi uomini, e contro l’indifferenza dello stato e dei media. E alla fine hanno vinto: sia aumenti di salario, sia soprattutto un po’ di voce. La battaglia è cominciata ai primi di settembre”, si legge sul sito terraterra.org. “Le piantagioni di tè in India sembrano rimaste all’era coloniale, salvo che i padroni non sono più britannici: in Kerala sono ad esempio la Kannan Devan Hill Plantation (controllata dalla multinazionale Tata, proprietaria del marchio Tetley) o la Harrison Plantation, le più grandi di una cinquantina di aziende in Kerala”. Le raccoglitrici sono per lo più donne e sono dalit (fuoricasta, o “intoccabili”: lo scalino più basso e discriminato della gerarchia sociale indiana). Per i loro figli non c’è scuola; i loro mariti fanno lavoro altrettanto malpagati, oppure si consumano con l’alcool. La rabbia è esplosa quest’estate, quando la Kannan Devan Hill Plantation ha deciso di tagliare il bonus pagato fino ad allora alle lavoratrici.

Su Tumblr una pagina raccoglie le storie e i racconti delle donne che hanno affrontato episodi di violenza da parte degli uomini. La pagina si chiama When Women Refuse, Quando le donne dicono di no, e ne parla DailyMail in un articolo on line. Utenti anonimi raccontano qui gli abusi subiti per mano di colleghi, partner e sconosciuti. Storie personali di violenza fisica contro le donne nei bar, incidenti sul lavoro, aggressioni da sconosciuti e da fidanzati. La pagina è nata in risposta alle sparatorie presso l’Università della California a Santa Barbara il 23 maggio 2014, quando Elliot Rodger ha ucciso sei persone e ne ha ferite altre 14. L’assassino aveva postato un video on-line rivendicano le morti e dicendo che voleva punire le donne che lo avevano rifiutato.

La ministra somala per le donne, la famiglia e i diritti umani, Sahra Ali Samara, annuncia la creazione di piani per combattere i crimini contro l’umanità e la violenza di genere nel Paese. Mohamed Omar, il direttore del ministero, spiega che la maggioranza di Governo ha annunciato tolleranza zero nei confronti dei crimini contro le donne. Crimini che avvengono nella maggior parte dei casi in zone di conflitto. La Somalia è tra i cinque Paesi più pericolosi al mondo per le donne. In un rapporto intitolato “Ecco, Lo stupro è normale”, Human Rights Watch spiega che due decenni di conflitto civile nel paese hanno portato una vasta parte della popolazione civile ad essere vulnerabile alla violenza sessualizzate”

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 21 ottobre 2015

child brides

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Diverse organizzazioni e rappresentanti del mondo accademico di primo piano nel Regno Unito hanno scritto al primo ministro indiano Narendra Modi, in vista della sua visita in Inghilterra, a novembre, esprimendo preoccupazione per il suo “silenzio” sull’escalation di violenza di genere in India. I firmatari si dicono particolarmente preoccupati per il rapporto del primo ministro con l’RSS, descritto come una “organizzazione paramilitare sul modello del partito fascista italiano e di quello nazista tedesco, noti per la loro violenta misoginia”. Il Rashtriya Swayamsevak Sangh, Organizzazione Nazionale Patriottica, è una formazione nazionalista Hindu. L’Rss, si legge su The Economic Times è sotto osservazione da parte della British Charity Commission per incitamento all’odio contro cristiani e musulmani. “Questo tipo di organizzazioni sono anche responsabili della feroce opera di moralizzazione che ha portato ad attacchi omicidi nei confronti di coppie che sono andate oltre le frontiere religiose e di casta”, si legge ancora nella lettera. “Il suo silenzio, Primo Ministro, dà loro un messaggio di approvazione”. Nel testo si ricordano anche le violenze contro le donne nel corso del massacro del 2002 del Gujarat: una ferita ancora aperta nella storia indiana. Il 27 febbraio 2002 – si legge su AsiaNews a Godhra (Gujarat), un gruppo di fedeli indù, che viaggiavano in treno, è stato assaltato da un gruppo di musulmani. L’attacco ha fatto 59 morti e ha scatenato la violenza dei fondamentalisti indù. Nel mese successivo almeno 2 mila musulmani sono stati massacrati in diverse città del Gujarat.

Mai più spose bambine. È partita la campagna di Amnesty International Italia – di cui quest’anno ricorre il 40° anniversario – campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi tramite SMS solidale al 45594 contro i matrimoni precoci e forzati. Secondo le stime del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), 13.5 milioni di ragazze ogni anno nel mondo sono costrette a sposarsi prima dei 18 anni con uomini molto più vecchi di loro: 37 mila bambine ogni giorno alle quali, di fatto, viene negata l’infanzia, spiega Amnesty. “Molte di loro rimangono incinta immediatamente o poco dopo il matrimonio, quando sono ancora delle bambine”. E ancora: “Per le ragazze di età inferiore ai 18 anni, in Yemen è molto comune essere sposate; sono stati registrati addirittura casi che coinvolgono bambine di 8 anni. Donne e ragazze rifugiate siriane in Giordania tendono a essere date in sposa prima dei 18 anni secondo una pratica diffusa soprattutto nelle aree rurali della Siria. In base al codice civile iraniano, l’età legale per il matrimonio per le ragazze è di 13 anni, ma possono essere date in sposa anche a un’età inferiore a una persona scelta dal padre o dal nonno paterno, se esiste il permesso di un tribunale. In Burkina Faso, il matrimonio forzato è un fenomeno estremamente diffuso, soprattutto nelle zone rurali. Nell’area del Maghreb si inserisce nel contesto di quadri legislativi lacunosi che non tutelano adeguatamente le donne dalla violenza. Il Marocco ha abolito la norma che prevedeva l’impunità in cambio del “matrimonio riparatore” in caso di stupro di una minorenne, ma è privo di un quadro legislativo organico sulla violenza contro donne e ragazze. Negli ultimi anni in Algeria le autorità hanno varato alcuni provvedimenti volti a migliorare i diritti delle donne, tuttavia è rimasta in vigore la norma abrogata in Marocco, in base alla quale gli uomini che stuprano ragazze di età inferiore ai 18 anni non sono perseguibili penalmente se sposano la loro vittima. Il fenomeno dei matrimoni precoci è diffuso in Asia meridionale, dove il 46 per cento delle ragazze viene dato in sposa prima di aver compiuto 18 anni. Secondo i dati dell’Unicef, il Bangladesh è il paese al mondo con il più alto tasso di matrimoni di bambine al di sotto dei 15 anni. In Afghanistan, uno studio condotto dal ministero degli Affari femminili nel 2004 ha rilevato che il 57 per cento delle donne intervistate era stato dato in sposa prima dei 16 anni, alcune anche a soli 9 anni.

Due bambine, rispettivamente di due anni e mezzo e di cinque anni, sono stati rapiti e poi ritrovati con ferite devastanti sui loro corpi a New Dehli. Lo riporta Catholic News. La più piccola è stata rapita da due uomini nel corso di una ricorrenza religiosa. I due l’hanno prima violentata, poi scaricata per strada nei pressi di casa. La bambina di cinque anni, invece, è stata attirata fuori casa da tre uomini che l’hanno poi violentata. Tutti e tre.
Un centinaio di persone si sono radunate vicino all’abitazione della bimba più piccola, indignate e impaurite, accusando duramente la polizia di incapacità nella gestione di questo caso e dei colpevoli. “Non stanno facendo nulla per arrestare gli stupratori”, racconta un parente all’AFP. “Non ci sentiamo al sicuro in questa città e ci sarà un giorno in cui si smetterà di mettere al mondo bambine per la paura che vengano violentate”. Nel 2014, l’India ha registrato 36.735 casi di stupro, 2.096 dei quali a Delhi. “La maggior parte di questi incidenti sono stati segnalati nelle zone a basso reddito come baraccopoli e nelle aree densamente popolate, dove per lo più vivono immigrati. Questi uomini vivono in spazi stipati senza alcun controllo sociale o familiare e in genere senza alcuna paura della legge”, spiega Ranjana Kumari, a capo del Centro di Ricerca Sociale di Delhi. “Delhi non è un posto sicuro e protetto per le donne. E la situazione si sta deteriorando”. Secondo il capo della polizia di Delhi ovest, Pushpendra Kumar, è in corso una caccia all’uomo nei confronti dei sospetti coinvolti nel rapimento e nello stupro della bimba di due anni e mezzo, mentre gli aguzzini della bambina di cinque anni sarebbero stati arrestati. I due attacchi sono avvenuti ad appena otto giorni di distanza da un altro che ha coinvolto una bambina di quattro anni, violentata e tagliata con una lama. Ne abbiamo parlato la scorsa settimana qui a DonneNelMondo.

Yanar Mohammed, sostenitrice dei diritti delle donne in Iraq, è nota per i rifugi sotterranei ferroviari per le le donne in fuga dall’ISIS. I suoi rifugi, in particolare a Kerbala, offrono uno spazio sicuro per le sopravvissute, mentre nel resto del Paese i militanti ISIS prendono di mira soprattutto le donne che non hanno in famiglia componenti maschi. Dopo un anno di lotta per mantenere quei rifugi aperti e al sicuro da polizia e funzionari del governo, che li trattano come illegali, l’attivista sta ora facendo pressione sulla comunità internazionale e alle Nazioni Unite per avviare finalmente un’azione contro le violenze che le donne devono affrontare nel suo paese. La richiesta di Mohammed – si legge su Women’s eNews  giunge in un momento critico. L’ONU in questi giorni ha una serie di eventi per commemorare il 15 ° anniversario della sua risoluzione 1325 sulla parità di partecipazione delle donne ai negoziati di pace. Mohammed ora sta mettendo in discussione come la risoluzione venga rispettata in Iraq.

E passiamo in Australia. Un vero e proprio codice del silenzio tra giocatori sulla violenza contro le donne sarebbe in vigore nell’Australian Football League. È quanto emerge da uno studio de La Trobe University di Melbourne. Secondo il racconto di molti giocatori registrato dai ricercatori, gli uomini che si ubriacano e infastidiscono le donne in pubblico o quelli che tradiscono le mogli in trasferta vengono generalmente protetti dai compagni di squadra, si legge sull’Herald Sun. La metà dei 366 giocatori intervistati ritiene che “ciò che accade nelle trasferte di fine stagione dovrebbe rimanere confinato a quei viaggi”. E uno su cinque ha rivelato che si sentirebbe a disagio nel dire ad un gruppo di uomini di non parlare in maniera irrispettosa delle donne. Due terzi di loro ammette che direbbe a compagni che si comportano male nei confronti di una donna di fermarsi. Ma secondo la ricerca, un numero sostanzioso di uomini – soprattutto tra i giovani – resta riluttante a farlo. Lo studio è stato realizzato in collaborazione con l’AFL al fine di realizzare programmi di formazione e sensibilizzazione per giocatori e club.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 14 ottobre 2015

lou reed

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Una nuova biografia di Lou Reed, scritta da Howard Sounes e in uscita il prossimo 22 ottobre, afferma che il fondatore dei Velvet Underground ha nel suo passato una storia di abusi contro le donne. Lo riporta il Guardian. Il libro si intitola Notes from the Velvet Underground: The Life of Lou Reed e si focalizza sul “processo creativo dell’artista, i suoi problemi di salute mentale, la sua bisessualità, i suoi tre matrimoni, e le sue dipendenze da droga e alcol”. Sounes ha parlato con 140 amici e collaboratori di Reed, tra cui personaggi dell’industria musicale, componenti della band, celebrità, familiari, ex mogli e amanti.

Esperti e istituzioni del settore della sanità si sono riuniti, si legge sul Trinidad Express, presso l’Organizzazione panamericana della sanità (Pan America Health Organisation) con la promessa di migliorare la capacità, da parte dei sistemi sanitari, di prevenire e rispondere alla violenza contro le donne. “In tutto il mondo e nel nostro emisfero, la violenza contro le donne è una vera e propria epidemia in termini di portata e di impatto”, spiega Cuauhtemoc Ruiz, a capo del dipartimento per la famiglia, il genere e il ciclo vitale. “Si tratta di un problema di salute pubblica che ha bisogno di una risposta forte da parte dei sistemi sanitari. Dobbiamo fare di più per preparare gli operatori sanitari nella cura delle donne vittime di violenza, e abbiamo bisogno di intensificare la ricerca e la programmazione per imparare il modo migliore per prevenirla”.

Perché gli uomini non si occupano delle questioni femminili e della violenza di genere? Se lo chiede su Women’s Agenda Scott Holmes della YMCA in Australia, la Young Men’s Christian Association (Associazione Giovanile Maschile Cristiana), organizzazione cristiana di supporto ai giovani, uomini e donne. “Nel mio lavoro negli ultimi quasi cinque anni come professionista della prevenzione della violenza maschile contro le donne ho condotto workshop e presentazioni in cui molti dei partecipanti erano uomini, soprattutto nei luoghi di lavoro e in altri contesti”, scrive Holmes. “In genere ho fiducia nel fatto che questi uomini vadano via al termine di questi incontri colpiti dalle statistiche sulla prevalenza e l’impatto delle esperienze femminili di violenza maschile. A volte conoscono le vittime, anche molto bene. Quando spiego la connessione tra questa violenza e la disuguaglianza di genere e gli stereotipi, sembrano per lo più a capire. Ma questa comprensione si traduce poi in cambiamenti reali nei comportamenti e atteggiamenti?”. Molto meno, spiega Scott Holmes. La violenza maschile contro le donne è stata vista in passato solo come una questione prettamente femminile, mentre è ormai necessario che gli uomini capiscano che è anche affar loro. Holmes aggiunge un altro elemento al tema: il linguaggio. “Tutto, tutto, della nostra vita viene proiettato attraverso una lente binaria maschio / femmina. Dal momento in cui nasciamo dividiamo la nostra società in due specie diverse e tutto ciò che riguarda la nostra vita è sottomesso a questo sistema di classificazione. I nostri nomi, i nostri vestiti, i nostri interessi, i nostri giocattoli, il modo in cui la gente ci parla, il modo in cui siamo trattati a scuola, le carriere che siamo incoraggiati a prendere, i doveri”. Insomma, spiega, una stessa cosa non può essere allo stesso tempo un problema maschile e femminile.

E sempre in Australia, su The Conversation un intervento sulla violenza economica contro le donne. L’abuso economico include comportamenti che limitano la capacità di una persona di acquisire e utilizzare le risorse economiche. Le donne sono più propense degli uomini ad essere vittime di questa forma di abuso. Una ricerca ha identificato quattro tipologie di comportamenti: Il controllo dell’acquisizione da parte di un partner di risorse economiche (nonché l’interferenza con l’istruzione e l’occupazione); l’impedire l’utilizzo delle risorse da parte del partner; generare debiti a danno del partner o usare deliberatamente le sue risorse; rifiutarsi di contribuire alle spese. Non si tratta insomma di disaccordi sui soldi ma di controllo e di comportamenti umilianti, abusi perpetrati per minare la sicurezza economica delle donne e la loro indipendenza.

Un nuovo rapporto su donne, pace e sicurezza è stato lanciato in questi giorni, in concomitanza con il 15° anniversario della storica risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione. Il report mette in evidenza gli importanti vantaggi che porta la maggiore emancipazione delle donne nella promozione della pace. “Dal 2000, quando è stata adottata la risoluzione 1325, le Nazioni Unite hanno riconosciuto che la leadership delle donne e l’uguaglianza sono la chiave per la pace e la sicurezza internazionale”, spiega Phumzile Mlambo-Ngcuka, UN Women Executive Director. “Si tratta ormai di una norma globalmente accettata” ma troppo spesso ignorata nella pratica. “L’empowerment delle donne contribuisce al successo dei colloqui di pace, così come accelera la ripresa economica dopo il conflitto e contrasta l’estremismo violento”. Negli ultimi anni l’impatto positivo della partecipazione delle donne è stato notato in Colombia e nelle Filippine, anche se “questi casi sono ancora valori anomali piuttosto che la regola”. Il progresso insomma, si legge sul sito delle Nazioni Unite, è ancora troppo lento, con ad esempio il solo tre per cento delle forze di pace militari costituite da donne.

Nei giorni di Navarathri, in cui gli indù celebrano la dea per 10 giorni, e in una religione che celebra le sue divinità femminili allo stesso modo di quelle maschili – scrive Visithra Manikam su MalaysiaKini, “è abbastanza triste vedere come trattiamo le donne”. La scorsa settimana, una donna è stata brutalmente picchiata dal marito e un suo amico a Port Dickson. La scena è stata ripresa in video. Era in condizioni critiche per la gravità delle ferite riportate, mentre la polizia ha catturato i sospetti rapidamente, il giorno stesso. L’autrice racconta di aver monitorato nell’ultima settimana controverse pagine Facebook indiane. In meno di 24 ore è spuntato un altro video in cui una una voce fuori campo accusa la vittima di tradire il marito, motivo per cui quest’ultimo le ha fatto fare la fine che ha fatto. Non c’era un volto dietro quella voce, e nessuna certezza delle affermazioni contenute, ma il video ha iniziato a rimbalzare qua e là, molto più di quello in cui era stata ripresa la violenza. Con un esito prevedibile: in tanti hanno cominciato a considerare il marito un eroe, con affermazioni del tipo “se lo merita”, “nessun uomo picchia senza una ragione”, “che questo serva da lezione a tutte le donne traditrici”.

Una donna di Mumbai ha tirato fuori una pistola, dopo che due uomini hanno presumibilmente cercato di molestarla, mentre stava facendo la spesa in un negozio di vendita al dettaglio a Karol Bagh a Delhi. Lo riporta l’International Business Times. La donna, che lavora come modella, stava facendo spesa vicino alla stazione della metropolitana con i suoi amici. Secondo la polizia, la donna stava aspettando il suo turno alla cassa quando ha improvvisamente tirato fuori una pistola. Alla polizia ha spiegato che due uomini l’avevano toccata in modo inappropriato e stavano passando a commenti volgari. Gli uomini sono fuggiti immediatamente dalla scena. Delhi ha più volte fatto notizia su episodi di violenza sessuale contro le donne. La scorsa settimana, una bambina di quattro anni è stata brutalmente stuprata e sodomizzata a Keshav Puram da quattro uomini che l’hanno poi abbandonata nei pressi di una linea ferroviaria. Secondo alcune statistiche, sono più di 1.500 i casi di stupro registrati fino ad oggi quest’anno.

Quasi un terzo delle donne dei paesi del G20 ha affrontato molestie sul luogo di lavoro. Ma la maggior parte – il 61% – soffre in silenzio, anche se le donne indiane sono ormai più propense a riportarlo dopo il fatale stupro di gruppo che nel 2012 ha scatenato diffuse proteste contro gli abusi sessuali. Lo rivela un sondaggio condotto dalla Reuters Foundation e dalla Thomson Rockefeller Foundation che sottolinea come le donne vedano le molestie come un problema nel mondo del lavoro, terzo per menzione dopo quello dell’equilibrio tra vita privata e carriera e del divario retributivo tra i sessi. Turchia, Messico e Argentina sono in cima alla lista delle nazioni del G20 in cui le donne sono più preoccupate per le molestie sul posto di lavoro. Le donne in India, tuttavia, sono ormai più propense a parlare, con il 53 per cento che dichiara di riportare i casi di molestie. Seguono gli Stati Uniti, il Canada e il Messico. In Russia, Corea del Sud, Brasile, Giappone e Indonesia le intervistate dichiarano di non riferire mai, o di farlo raramente.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 9 ottobre 2015

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Il listino prezzi del mercato del sesso dell’Isis? Lo racconta Eve Ensler su The Nation. “L’Isis ne aveva bisogno per imporre un controllo dei prezzi, preoccupati com’erano di un calo del mercato. Le donne tra i 40 e i 50 anni costano 41 dollari, 62 dollari le trentenni e le 40enni, tra i 20 e i 30 anni valgono 82 dollari, mentre le bambine da uno a nove anni costano 165 dollari. Le donne con più di 50 non sono presenti nel listino: non hanno il valore di mercato. “Buttate via come si fa con i cartoni del latte”, scrive la Ensler. “Ma prima sono probabilmente state torturate, decapitate, violentate, poi gettate in una montagna di cadaveri in decomposizione”. E ancora: “Penso al corpo di una creatura di un anno in vendita e a cosa rappresenta per un soldato trentenne, guerrafondaio e depravato, portarlo a casa come con l’acquisto di un nuovo televisore. Cosa prova o cosa pensa quando scarta la carne di quella bambina e la violenta con il suo pene dalle dimensioni del suo stesso piccolo corpo?”. Un vero e proprio manuale della schiavitù, quello dell’Isis, racconta l’autrice de I monologhi della Vagina. Con un’ala del movimento organizzata come un ufficio della schiavitù sessuale. Qui il link dell’articolo.

A Città del Messico una manifestazione per fermare la violenza sulle donne. Ni una muerta mas: non una donna uccisa in più, gridano le manifestanti, vestite in abiti strappati e con sangue finto sul volto. Ridotte come un uomo riesce a ridurre una donna. La manifestazione, si legge su Fusion.net si inserisce nell’ambito di una diffusa lotta contro la violenza di genere nei quartieri operai che circondano Città del Messico. “Ogni giorno c’è una scomparsa, un femminicidio o uno stupro”, spiega Silvana Ornelas, attivista di 20 anni, che lavora con un’organizzazione chiamata Solidaridad por las Familias (Solidarietà alle famiglie ). Recentemente alcuni casi particolarmente morbosi hanno attirato l’attenzione dei tabloid di Città del Messico, ma i femminicidi sono molto più comuni di quanto la stampa riporti, scrive Nathaniel Parish Flannery. Quasi ogni giorno viene rinvenuto il corpo di una donna, gettato ai lati della strada o nei canali fuori città. Lo Stato del Messico è noto come il Paese più pericoloso per le donne. Il numero di donne uccise supera addirittura le cifre note per Ciudad Juarez, la città di confine un tempo nota come la capitale mondiale dei femminicidi.

Bangalore, sud dell’India. Un comitato di esperti sulla prevenzione della violenza sessuale contro donne e bambini ha chiesto una relazione sul caso di una 22enne che sarebbe stata stuprata da alcuni uomini ubriachi. “La polizia ha dichiarato che tre persone sono state arrestate”, ha spiegato ai giornalisti il presidente del Comitato. “Aspettiamo il rapporto del dipartimento di polizia prima di raccomandare un’azione rigorosa contro il colpevole”, ha detto.

Con l’aumento del numero di casi di stupro, femminicidi e altre forme di violenza di genere contro le donne nel distretto di Kailahun e nel resto della Sierra Leone, politici locali e nazionali hanno recentemente firmato degli impegni espliciti per fermare la violenza nella zona. Secondo l’Unità di sostegno alle famiglie, da gennaio si sono registrati un totale di 329 casi nel distretto di Kailahun, di cui 200 con gravidanze in età adolescenziale, 5 aggressioni con tentato stupro, 5 casi di violenza sessuale, 40 casi di penetrazione sessuale finiti in tribunale e 74 casi di percosse alla moglie di cui 35 a processo. Come si legge sul sito awoko.org, i numeri reali sarebbero diversi e molti casi non vengono portati in tribunale a causa della mancanza di testimoni, della latitanza dei colpevoli, ma anche dell’interferenza del capi tradizionali delle comunità, cui si aggiunge la mancanza di risorse per le vittime per avere accesso alla giustizia e le carenze dello stesso sistema giudiziario.

Su NewEurope un intervento di Snežana Samardžić-Marković, direttrice generale Democrazia e Affari politici del Consiglio d’Europa, fa il punto sul rapporto tra sistema giudiziario e donne in Europa. “Ogni giorno le donne si vedono chiudere in faccia le porte dei tribunali”, scrive la direttrice. A causa di una serie di ostacoli: tabù, pregiudizi, stereotipi, costumi, ignoranza. Persino le stesse leggi. “Le donne hanno maggiori probabilità di vivere in povertà, problema aggravato dalle misure di austerità in corso che le riguardano in modo sproporzionato. Hanno quindi meno probabilità di essere in grado di pagare le spese per un giudizio o anche i costi di viaggio. A una donna può essere negata l’assistenza legale perché l’ammissibilità è calcolata sulla base del reddito complessivo della famiglia, che può essere controllato dal suo compagno, ovvero proprio la persona contro cui sta magari denunciando. L’intera problematica è all’ordine del giorno delle attività del Consiglio d’Europa, che sta tentando di affrontarla con l’aiuto di esperti provenienti da tutto il continente. In tribunale, prosegue ancora Snežana Samardžić-Marković, viene spesso dato meno peso alla testimonianza delle donne, che invece si trovano ad affrontare stigma, molestie e rischi di ritorsioni. Non solo: può essere loro richiesto di presentare più alti standard di prova in casi di violenza sessuale o traffico di esseri umani. In Europa, meno del 14% degli stupri denunciati finisce con una condanna, e in alcuni Paesi questa percentuale scende addirittura al 5%. Le donne poi che si battono per cambiare lo status quo corrono maggiori pericoli – rispetto agli uomini – di essere vittima di aggressioni verbali e di minacce di morte.

L’Arcivescovo Paul-André Durocher di Gatineau, Quebec, ha detto che il Sinodo dovrebbe riflettere sulla possibilità di ordinare donne diacono per aprire loro un maggior numero di opportunità nella vita della Chiesa. Lo riporta il National Catholic Reporter. “Ove possibile, donne qualificate dovrebbero avere posizioni più elevate e potere decisionale all’interno delle strutture ecclesiastiche”, spiega l’arcivescovo a Catholic News Service, “insieme a nuove opportunità nel ministero”. Attualmente, la Chiesa cattolica permette solo l’ordinazione di uomini a diaconi. Il diacono è colui che può predicare, battezzare, celebrare un funerale o un matrimonio ma non la Messa, e non può neanche ricevere confessioni.

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