Radio Bullets, #donnenelmondo del 9 settembre 2015

Hillary Rodham Clinton Signs Copies Of Her Book 'Hard Choices' In New York

Ascolta la puntata.

In Sierra Leone la ministra degli enti locali e dello sviluppo rurale, Finda Diana Konomanyi ha aderito ad un movimento internazionale per i diritti umani – cui partecipano molte donne del suo stesso Paese, per esprimere costernazione e preoccupazione per l’ondata di crimini contro le donne, in particolare le ragazze adolescenti in varie parti del Paese e ha invitato i capi e le altre autorità a contribuire ad affrontare la situazione. A metà agosto molte donne sono scese in piazza per una marcia pacifica in seguito alla morte di una ragazza in spiaggia ad Aberdeen, vittima, sembra, di uno stupro di gruppo. Morte che è solo l’ultima di una serie, di giovani vittime di stupro e brutali femminicidi.

A giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha fatto la storia stabilendo che le coppie gay e lesbiche devono essere autorizzate a sposarsi. Da quel momento, scrive Parker Molloy su Upworthy, sposarsi è, in teoria, semplice: basta recarsi davanti ad un ufficiale del registro della contea, compilare un po’ di scartoffie e ritirare la propria licenza. In teoria. La scorsa settimana infatti un segretario di Contea del Kentucky ha negato licenze di matrimonio a delle coppie perché contro le sue convinzioni religiose personali. Per dimostrare che però non va sempre così, Parker Molloy raccnta su Upworthy la storia di un’eroina non celebrata della storia LGBT: Clela Rorex, ex impiegata della segreteria della Contea di Bulder. Nel 1975, Rorex era in servizio presso la contea di Boulder quando due uomini si sono presentati per chiedere una licenza di matrimonio. Rorex aveva iniziato il suo lavoro da appena tre mesi, ma avrebbe emesso una sentenza che sarebbe rimasta nella storia, si legge ancora su Upworthy. Lo ha spiegato lei stessa a StoryCorps. “Era la prima volta che incontravo persone apertamente gay. “Non so se posso farlo”, gli ho spiegato. Poi sono andata dal procuratore distrettuale, che mi ha detto che il codice del matrimonio del Colorado non specifica che l’unione sia tra un uomo e una donna. E così l’ho fatto”. Epperò. Da allora la Rorex ha ricevuto lettere minacciose, i giornali hanno scritto parole dure sul suo conto, la sua famiglia è stata molestata. “Non avrei mai immaginato questo livello di odio”, racconta. “Oltre alle minacce di morte intere congregazioni ecclesiastiche mi hanno scritto che far sposare coppie dello stesso sesso significava portare Sodoma e Gomorra nella zona”.

A proposito di Stati Uniti, sono passati 20 anni dal discorso di Hillary Clinton alla quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne, il 5 settembre 1995. Su Bustle.com si trovano alcune citazioni di quell’intervento, da leggere per riflettere su quanto sia – o non sia – cambiato in 20 anni. “Dobbiamo capire che non c’è una formula secondo la quale le donne dovrebbero condurre la propria vita. Ecco perchè dobbiamo rispettare le scelte che ogni singola donna fa per se stessa e per la sua famiglia. Ogni donna merita la possibilità di realizzare il potenziale che Dio le ha dato. Ma dobbiamo riconoscere che le donne non guadagneranno mai piena dignità finché i loro diritti umani non saranno rispettati e protetti”. E ancora: “È una violazione dei diritti umani quando ai bambini viene negato il cibo, o quando vengono annegati o soffocati, o quando le loro spine dorsali vengono rotte, solo perché quei bambini sono nati femmine. È una violazione dei diritti umani quando donne e ragazze sono vendute nella schiavitù della prostituzione per avidità umana – e il genere di ragioni che viene utilizzato per giustificare questa pratica non dovrebbe più essere tollerato”. E ancora: “È una violazione dei diritti umani quando le donne vengono cosparse di benzina, date alle fiamme, e bruciate a morte perché la loro dote matrimonio considerata troppo esigua. È una violazione dei diritti umani quando singole donne vengono stuprate nelle loro comunità e, quando migliaia di donne sono sottoposte a stupro come tattica o premio di guerra”.

Islamofobia in Gran Bretagna: i crimini che hanno per matrice l’odio islamico sono saliti del 70% a Londra. E la maggior parte delle vittime sono di sesso femminile. Ne parla Radhika Sanghani sul Telegraph. “Sono stata sputata in in strada mentre indossavo il mio velo”, le racconta Sara Khan. “Sono stata chiamata ‘la moglie di Osama Bin Laden’. Con gente che mi si è avvicinata e dicendo parolacce e tentando di accecarmi persino mentre spingevo la carrozzina con mia figlia di sei mesi dentro”. Non si tratta di episodi isolati, spiega Radhika. La Metropolitan Police ha rilasciato in questi giorni nuovi report da cui emerge che i crimini motivati dall’odio contro i musulmani in Gran Bretagna sono aumentati del 70 per cento rispetto all’anno scorso. Tell Mama, un’organizzazione che monitora gli attacchi islamofobici, dice che il 60 per cento di queste aggressioni sono rivolte alle donne, e avviene per strada. Le donne diventano, dice Fiyaz Mughal, fondatore di Tell Mama, evidenti obiettivi per i razzisti che dirigono i loro attacchi a elementi visibili, quindi l’hijab – il velo – e il niqab, il velo integrale.

E sempre nel Regno Unito il governo ha ordinato un’inchiesta per ridurre la violenza contro le donne nelle università. Ai dirigenti universitari è stato ordinato di condurre una task force per esaminare il problema ed elaborare un codice di condotta “per portare avanti il ​​cambiamento culturale”. Le associazioni studentesche hanno accolto con favore la decisione, sottolineando come sessismo e molestie siano a livello pandemico.

Le donne nel movimento per i diritti in Kenya hanno chiesto al presidente Uhuru Kenyatta – in questi giorni in Italia per una visita ufficiale – di ritirare la rimozione del Vice Ispettore Generale Grace Kaindi, sostenendo una cospirazione continua contro le donne che ricoprono posizioni di rilievo nel servizio pubblico. Al di là della vicenda interna alla Polizia in questo caso, “Il movimento delle donne in Kenya è disturbato dalla tendenza costante di perseguitare donne leader nei pubblici uffici”, spiega Teresa Omondi, vice direttore esecutivo di FIDA. Il movimento, si legge su Standard Digital News, promette di arrivare in tribunale se il presidente non dovesse rivedere la sua decisione.

La stessa FIDA, Federazione internazionale delle donne avvocato, esprime – questa volta in Nigeria – preoccupazione per l’aumento della violenza contro le donne, in particolare di stupri, violenze sessuali, circoncisioni femminili e mutilazioni genitali. Hauwa Shekarau, la Presidente Nazionale della federazione, ha fatto appello ai media per condurre un’azione all’avanguardia nella lotta contro tutte le pratiche dannose e discriminatorie per donne, bambini e non solo.

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