Radio Bullets, #donnenelmondo dell’19 agosto 2015

umoja

Ascolta la puntata.

L’Isis usa la violenza sulle donne come strumento di potere, per tenere il territorio e per finanziare le proprie attività. Le donne, si legge su Public Radio International, vengono acquistate, messe all’asta e promesse alle nuove reclute. In alcuni rari casi alcune di loro riescono ad essere salvate da avvocati e attivisti, ma in generale questo sistema di schiavitù sessuale è una realtà raccapricciante per migliaia di giovani donne. Usare stupri e violenze sessuali in “ guerra” non è certo una novità, e l’ISIS ha implementato un sistema radicato di schiavitù sessuale che coinvolge le donne della minoranza religiosa yazidi. Molte di loro sono state catturate mentre tentavano di fuggire dalle montagne del Sinjar lo scorso agosto, caricate su un bus e spedite nei pressi di Mosul e in altre aree all’interno dell’Iraq. Qui molte di loro hanno sentito per la prima volta la parola “Sabaya”. “Un momento che tutte descrivono come agghiacciante”, racconta Rukmini Callimachi, la corrispondente del New York Times che ha intervistato 21 donne e ragazze fuggite ai terroristi dell’Isis. È il momento in cui capiscono che Sabaya vuol dire schiava. I leader delle comunità stimano che più di 3.000 persone siano ancora prigioniere dell’Isis. Rumini spiega sul NYTimes che l’Isis ha essenzialmente creato una burocrazia della schiavitù. “Le donne catturate vengono acquistate e vendute dai combattenti. Al momento dell’acquisto, c’è un contratto, e il contratto è nei fatti certificato, notariato da un tribunale di Stato islamico “. L’articolo è in questi giorni tra i più letti sul sito del New York Times.

Umoja – Umoja significa “unità” in Swahili – è un villaggio in Kenya dove possono vivere solo le donne. Gli uomini, semplicemente, non sono ammessi. Julie Bindel, scrittrice britannica, femminista e cofondatrice del gruppo Justice for Women, lo ha visitato e raccontato sulla testata per cui collabora, il Guardian. Jane racconta di essere stata violentata da tre uomini che indossavano uniformi Gurkha. Stava radunando le capre e le pecore del marito, scrive Julie, e che trasportano legna da ardere, quando è stata attaccata. “Provavo una tale vergogna e non sono riuscita a parlarne con altre persone. Hanno fatto cose terribili con me”, racconta Jane con gli occhi vivi di dolore. Ha 38 anni ma sembra molto, molto più vecchia. “Mi mostra una profonda cicatrice sulla gamba: si è tagliata con le pietre quando è stata spinta a terra”, racconta la scrittrice. “Alla fine ho detto alla madre di mio marito che ero malata, perché ho dovuto spiegare le lesioni e la mia depressione. Mi hanno curato con la medicina tradizionale, ma non è servito a nulla. Quando ho detto a mio marito [dello stupro], racconta ancora Jane a Julie Bindel, mi ha picchiata con un bastone. Così sono scappata e sono venuta qui con i miei figli”. “Qui” è proprio Umoja, un villaggio nelle praterie di Samburu, nel nord del Kenya, circondato da un recinto di spine. Qui vagano capre e polli, le donne producono gioielli da vendere ai turisti, i vestiti, scrive la Bindel, si asciugano stesi al sole di mezzogiorno in cima alle capanne di sterco di vacca, bambù e ramoscelli. Il paesaggio è quello tipico. Ma qui succede qualcosa di straordinario: gli uomini, qui, non possono vivere. Il villaggio è stato fondato nel 1990 da 15 donne vittime di stupri da parte dei soldati britannici locali. La popolazione di Umoja è cresciuta nel tempo e include tutte le donne in fuga per matrimonio precoce, mutilazioni genitali femminili, violenza domestica e stupro: tutte norme culturali tra i Samburu. La fondatrice è Rebecca Lolosoli: una donna alta, dalla testa rasata, veste i tradizionali ornamenti Samburu e ha ricevuto nel tempo molte minacce per quello che fa. È lei la matriarca del villaggio. L’idea le è venuta mentre era in ospedale per il pestaggio subito da un gruppo di uomini che voleva darle una lezione per aver osato parlare con le donne del suo villaggio dei loro diritti. I Samburu sono strettamente correlati alla tribù Masai, che parla un linguaggio simile. Di solito vivono in gruppi da cinque a 10 famiglie e sono pastori semi-nomadi. La loro cultura è profondamente patriarcale. Le prime abitanti di Umoja provenivano dai villaggi Samburu sparsi in tutta la valle del Rift. Da allora, le donne e le ragazze che vengono a sapere del villaggio-rifugio, scrive Julie Bindel sul Guardian, vengono qui e imparano il commercio, a crescere i loro figli e a vivere senza la paura della violenza degli uomini e delle discriminazioni. Oggi sono 47 le donne e 200 i bambini che vivono a Umoja. Queste donne e ragazze, racconta Julie Bindel, vivono in maniera frugale ma riescono a guadagnare un reddito regolare che permette loro di avere cibo, vestiti e riparo per tutti. I leader gestiscono un campo a poca distanza dal fiume, meta per i turisti che vengono qui a fare safari. Molti di loro visitano anche Umoja: le donne fanno pagare una modesta “tassa di ingresso” e sperano che i visitatori acquistino i gioielli artigianali da loro realizzati.

SheSays è un’iniziativa che intende creare un clima di tolleranza zero nei confronti della violenza sulle donne in India attraverso progetti culturali e normativi, attraverso una rete di supporto che riconosca tutti i livelli di abuso sessuale e fornisca i mezzi necessari a combatterli. Ne parla DailyNewsIndia. “Tendo a cercare su Google di tutto”, spiega Trisha Shetty, fondatrice di SheSays. “Ma quando cerco on line informazioni su cosa fare in caso di un qualsiasi tipo di abuso, su come affrontarlo eccetera, trovo solo notizie di casi di stupro in India o link a ONG e loro contatti. Per le vittime di abusi è difficile persino trovare aiuto telefonico: la mancanza di informazione è totale e forse l’idea che il processo per presentare denuncia sia così arduo funziona come un grande deterrente per le persone che spesso rinunciano ad affrontare la questione”, racconta Trisha. Ecco perché è nato il portale, “il primo sito web del suo genere che fornisce tutte le informazioni rilevanti in un unico posto”. Si trovano informazioni su come individuare gli atti di abuso sessuale riconosciuti dalla legge e presentati in maniera semplice. Si trovano le misure da prendere passo dopo passo quando si va in un ospedale, in una stazione di polizia, quando viene assegnato un avvocato, sui procedimenti giudiziari e su come affrontare le molestie sessuali sul posto di lavoro. L’informazione è accessibile anche in Hindi, Marathi e tedesco”. Il portale è stato lanciato all’inizio di agosto e nella sua fase successiva prevede la mappatura delle stazioni di polizia, degli ospedali e degli psicologi, nonché di tutti i posti dove le vittime possono trovare aiuto immediato”.

Il presidente Obama ha nominato Raffi Freedman-Gurspan Outreach and Recruitment Director della Casa Bianca. Raffi è stata advisor per il National Center for Transgender Equality e ha iniziato il suo nuovo lavoro proprio in questi giorni. Freedman-Gurspan è la prima persona dichiaratamente transgender a lavorare a Pennsylvania Avenue. “Il presidente Obama ha da tempo detto che vuole la sua amministrazione assomigli al popolo americano”, spiega a The Advocate.com Mara Keisling, direttore esecutivo di NCTE. “Che il primo incarico a una persona transgender venga assegnato a una donna transgender di colore è particolarmente significativo”.

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